Articoli filtrati per data: Sabato, 18 Luglio 2026

Il vangelo di questa domenica ci offre atre tre stupende parabole di Gesù. Parabole che continuano ad illuminare il presente per discernere la presenza del Regno dei cieli, cioè sull’azione potente di Dio nella storia.

 

Parabola della zizzania (Mt 13,24-30)

La zizzania (lolium temulentum) è un’erbaccia che botanicamente è molto vicina al frumento barbato e gli assomiglia. Così quando il frumento cresce non è subito facile distinguere l’uno dall’altra. Inoltre le radici della zizzania si intrecciano con quelle del grano, al tal punto che è impossibile sradicare la zizzania senza distruggere parte del grano. Occorre quindi aspettare fino alla mietitura e alla trebbiatura per separare il grano dalla zizzania, esattamente come dice il proprietario del campo ai suoi servi.

È allora evidente che il problema posto dalla parabola è quello del male che cresce e che coesiste con il bene. Non bastano le difficoltà nella semina e nella crescita, ma c’è anche il male che è presente non solo nel modo ma anche nella stessa Chiesa. È un grande scandalo. E un grande mistero.

- “Il Regno dei Cieli è simile a un uomo che ha seminato buon grano nel suo campo”. La relazione dell'uomo con il proprio fare serve come termine di confronto per la relazione di Dio con il suo regno, con la sua opera, con la sua creazione. Non si può immaginare un Regno dei cieli senza l'agire di Dio nel mondo, nella storia.

“... ha seminato ...”. Quest'uomo è anzitutto Gesù, il grande seminatore della parola di Dio. Ma è anche egli stesso, la sua persona, la Parola incarnata.

L'uomo che semina sa che il risultato di essa non dipende totalmente da lui (egli ha fatto la sua parte); sa che molto dipende dalle circostanze esterne. Se quest'uomo è il credente, allora egli sa di essere solo un servitore di Dio che in ogni momento deve continuare a mettere il meglio di sé a disposizione di Dio. Crede di fare qualcosa, prende tutto lo sforzo su di sé, si estenua nella tensione a riconoscere il proprio compito nella preghiera e metterlo in pratica, qualunque esso sia, ma sa che la missione gli è solo affidata, che il seme solo per un istante è nelle sue mani, che tutto il suo agire è solo la parte di un'opera più grande.

“... buon grano nel suo campo”. La Parola di Dio è buona. Il seme è buono, è seminato nel campo. Il campo è il mondo. Esso produce buoni frutti buoni (= le persone accolgono la Parola, aderiscono a Gesù), ma insieme ecco nascere anche la zizzania.

- “Ma mentre tutti dormivano viene il nemico...” (v. 25). Nel sonno viene il nemico. Egli conosce bene le abitudini, i limiti e le debolezze degli uomini. La nostra mancanza di vigilanza è il luogo dove egli entra e semina anche lui il suo grano. Per cui il mondo è sempre il luogo del bene e del male.

Si noti che il nemico compie gli stessi gesti del seminatore, o, meglio ancora del Seminatore divino. Se lo potessimo seguire, potremmo persino scambiare i suoi movimenti con quelli del Buon seminatore. Davvero egli si camuffa come angelo di luce. Ci fa apparire buono quello che non è, perché diversa è la sua intenzione rispetto a quella divina che il seminatore ha fatto propria.

Si noti anche che la zizzania (il male), come il grano (il bene), vuole moltiplicarsi fruttificando. Ma, a differenza del grano buono, quello della zizzania è leggermente velenoso. Consumato, provoca vertigini e malessere e ha effetti simili a quelli dei narcotici. La farina di zizzania ha un gusto amaro e sgradevole. Il suo consumo prolungato può danneggiare la vista.

E se ne andò”. Il nemico se ne va, per restare ignoto. È interessante l'osservazione di Adrienne von Speyr: “Il suo seme è stato gettato insieme a quello del buon seminatore di notte. Il Nemico non può stare insieme con il Signore, non può reggerne lo sguardo, e per questo deve agire di nascosto, di notte. La notte assume ora un nuovo significato: è quella che nasconde, che va contro il riconoscimento del bene”[1]. È il mistero dell'iniquità che si oppone all'azione divina, alla redenzione, e anche a quella umana quando è in sintonia con la prima.

Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. Il grano cresce secondo la propria legge, i propri tempi. E cresce anche la zizzania. Quando esce il frutto del giorno, anche il frutto della notte si manifesta. Lo stesso tempo, che è stato usato dal bene per crescere, è stato richiesto anche dal male. Se non ci fosse il bene e la sua manifestazione, non ci sarebbe dunque anche il male e la sua manifestazione!

Il primo effetto del manifestarsi del frutto della semina della zizzania – del male – è di far nascere il dubbio tra i servi (quindi tra i credenti) sulla bontà dell'operato del loro padrone, ossia – trasponendo l'immagine – sull'operato di Dio e sulla bontà stessa di Dio: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque la zizzania?” (v. 27). È la domanda che i buoni da sempre si pongono riguardo al male, la domanda che rende inquieti.

Il padrone del campo così spiega la presenza della zizzania: “Un nemico ha fatto questo!” (v. 28). “E i servi gli dissero: vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?”. L’atteggiamento e la soluzione dei servi corrisponde anche al nostro quando ci accorgiamo del male. Pensiamo: “Ho capito: siccome il male è opera del nemico, bisogna distruggerlo. Vuoi che andiamo e lo strappiamo?”. Mi viene spontaneo richiamare l’episodio narrato da Lc 9,55ss. nel quale Giacomo e Giovanni, vedendo la cattiva accoglienza di Gesù in un villaggio samaritano, reagiscono dicendo: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Questa reazione esprime molto bene il nostro zelo nello strappare la zizzania. Siamo infatti molto più zelanti di Dio nello strappare il male negli altri. Il problema è invece un altro: lo dovremmo strappare in noi.

Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme...”, ordina il padrone del campo. Se tu – discepolo di Gesù - strappi la zizzania, rovini il grano, cioè te stesso. A differenza di Gesù, che si dimostra paziente e ricco di amore con tutti, “perché non vuole che alcuni si perda” (2Pt 3,9), non sei misericordioso con il peccatore. E se non sei misericordioso non sei figlio. Finché c'è tempo, Gesù spera sempre nella conversione dei peccatori. Egli sa che le prostitute e i pubblicani – considerate zizzania dagli scribi e dai farisei – possono non solo convertirsi, ma addirittura prendere il loro posto nel regno di Dio (cfr. Mt 21,31); in altre parole proprio coloro che si reputavano eletti rischiano di essere esclusi da esso (cfr. Mt 23,13). Il momento della verità, allora, sarà quello della mietitura e non quello della crescita. Solo a quel punto l'erba inutile e nociva sarà estirpata.

La risposta del padrone, inoltre, ci educa all'umiltà di fronte al male. Ha ragione la Speyr: “La persona è costantemente posta da Dio in un mondo in cui domina il male e non può farcela contro tutti e contro tutto. E tuttavia il Signore le chiede di stare in questa battaglia, ma le mostra anche la strada e l'ora”[2].

Inoltre, paradossalmente, proprio il male è il luogo privilegiato dove si manifesta l’amore di Dio. Se Dio fa solo il bene, nel male si rivela la sua essenza di misericordia assoluta, che è la croce. Lui sarà trattato da zizzania! Lui sarà bruciato come legno secco! La misericordia del credente deve quindi assomigliare a quella di Gesù.

Alla fine ci sarà la separazione (era normalmente compito delle donne setacciare pazientemente il grano per togliere i semi di zizzania, del tutto simili a quelli del grano per forma e grandezza, ma di colore grigio) e il giudizio (v. 30). Quindi solo alla fine il male sarà tolto. Il presente è lasciato a noi per anticipare, nella nostra, la sua misericordia.

“... il grano... riponetelo nel mio granaio”. Solo allora il Signore raccoglierà i suoi e li condurrà lui stesso nella sua casa. La vittoria sta solamente nel Signore.

 

 

Parabola del granello di senapa (Mt 13,31-32)

Cosa dire poi della piccolezza del bene? Anche questo ci scandalizza! Difficilmente il bene fa notizia... Con questa parabola e la successiva, ancora di ispirazione agricola, Gesù ci spiega perché il bene è sempre piccolo. D’altra parte anche lui, pur avendo annunciato il Regno in diverse città e operato numerosi miracoli, aveva raccolto attorno a sé poca gente, e che gente - un’insignificante cerchia di persone, per di più religiosamente squalificate.

Gesù ci invita ad andare al di là delle apparenze e ad aver fiducia nei risultati. Sono parabole della “sproporzione”.

“... un granellino di senapa che uno prende e semina nel suo campo”. Anzitutto anche qui abbiamo la semina. È un atto di speranza, di fiducia, di sguardo in avanti. Quell'uomo semina e attende il risultato di essa. Si aspetta tale risultato. E la crescita del seme può essere seguita.

“L'uomo che ha seminato nell'attesa può essere paragonato tanto ai credenti quanto a Dio. Con Dio, che prepara agli uomini una dimora sulla terra, finché viene il loro tempo di abitare in cielo. Ma anche con l'uomo, che crede e spera e attende, e alla fine viene accolto: da Dio, il Figlio, che abiterà in lui, da Dio, il Padre, che gli mette a disposizione il regno dei cieli. Inoltre, fin dal principio è chiaro che la relazione che la parabola rivela deve essere qualcosa di definitivo, che ambedue le cose, il granello che cresce e il cielo che si abbassa, sono fatte l'una per l'altra. Dio Padre dona il suo cielo agli uomini. In quanto Creatore non ha abbandonato gli uomini, ma ha mostrato loro la direzione verso la quale essi devono crescere perché egli possa definitivamente accoglierli”[3].

“... un granellino di senapa...”. Rispetto alle attese trionfalistiche di un regno che sarebbe venuto dall'Alto in modo trionfalistico (da cui deriva la tentazione proposta a Gesù di buttarsi dal pinnacolo del Tempio), ecco il Maestro parlare della necessità di accettare piccoli e umili origini e di saper attendere l'epoca della crescita. Gesù non è venuto sulla terra a piantare alberi, ma a portare dei semi. Il seme è piccolo – qui paragonato a quello della senape[4] -, è il più piccolo di tutti i semi. È quasi invisibile. Ma diventa in una stagione (quest’ultima simbolo della durata di questo mondo) un arbusto che può crescere fino a 2-3 metri. In esso gli uccelli vi trovano rifugio.

La Chiesa è un po’ come quest’albero: è criticata da tutte le parti, ma sfido a trovare chi o quale realtà in questo mondo la supera in valore e sensatezza. Ci sono persone che a volte vorrebbero uscire dalla Chiesa: ma per andare dove? La Chiesa offre “rifugio” per ristorarsi... con la forza della parola e dei sacramenti. Ricordiamoci poi che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla, per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,28). È Dio che ha voluto così. Vuole che il cristiano sia libero dal delirio di grandezza. E poi, se ci pensiamo bene, la grandezza del Regno futuro non è altro che il trionfo di quella croce che ha abbraccia ogni piccolezza e lontananza. All’abbassamento estremo corrisponderà l’innalzamento del Figlio dell’uomo e di coloro che, per amore suo, si faranno “piccoli” come Lui.

Evidentemente è riduttivo identificare l'albero di senape con la sola Chiesa. Il Regno è sempre più ampio di quest'ultima. Allora qui possiamo trarre un'altra riflessione. L'immagine dell'albero sui cui rami gli uccelli fanno il nido è classico nei profeti, per designare l'uno o l'altro dei grandi regni del loro tempo. Gesù aggiunge questo «di più», alludendo chiaramente all'apologo del cedro di Ez 17,22-24 che descrive la prosperità e l'estensione universale del regno di Dio: «Dice il Signore Dio: lo prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami coglierò un ramoscello e lo pianterò sopra un monte alto, massiccio; lo pianterò sul monte alto d'Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all'ombra dei suoi rami riposerà». In Cristo ogni predizione di salvezza dell'Antico Testamento ha trovato la sua realizzazione. Il regno di Dio – piantato da Cristo nella terra - giungerà ad abbracciare e salvare i popoli del mondo intero.

Infine, come suggerisce la Speyr, questo albero rappresenta anche quello che noi credenti siamo chiamati a diventare, camminando con gli altri fedeli nella Chiesa e impegnandoci nel mondo. “Se il granello di senape è la fede [seminata nel cuore dell'uomo dalla Parola], allora sarà molto chiaro quale deve essere il ruolo della fede nell'uomo: crescere, come il granello dalla terra, dalla sostanza della grazia invisibile di Dio che egli accoglie in sé. Questa crescita si può seguire, al punto che l'uomo più che lasciare crescere la fede in sé, sempre più lascia crescere sé nella fede. Alla lunga non può ricevere la fede e poi appoggiarsi ad altri puntelli che per lui sono importanti, ma che non hanno nulla in comune con la fede. La fede vuole unificare tutto l'uomo in Dio, fare di lui un frutto per Dio, che egli può riconoscere. Fare di lui qualcosa in cui Dio si compiace tanto che non cerca più alcun altro luogo per sviluppare il suo regno dei cieli, poiché lui stesso può venire e abitare in questo luogo. Non così che il regno dei cieli sarà là, dove sono gli uomini, ma così che Dio faccia della fede degli uomini il luogo del suo regno dei cieli”[5].

 

Parabola del lievito (Mt 13,33)

Anche questa immagine è altamente espressiva. Il regno dei cieli - dice Gesù - è simile a un pugno di lievito nascosto in tre misure di farina (circa 25-30 Kg). Esso ha la forza di far fermentare tutta la farina. Dal lievito la donna si attende proprio questa misteriosa efficacia. Se poi pensiamo che il lievito non è altro che farina inacidita[6], questo risultato ci appare ancora più sorprendente. Quell’impasto andato a male, preso e nascosto in tre misure di farina, è il Cristo sepolto: nascosto per tre giorni nel cuore della terra, la lieviterà di vita nuova, libera dal vecchio lievito di malizia e perversità.

Ricordiamo che l'immagine del lievito normalmente era negativa. Così in Paolo essa esprime l'effetto devastante del male nelle sue giovani comunità cristiane (cfr. 1Cor 5,7-8; Gal 5,9), ed anche Gesù in Mt 16,6 la utilizza in tale prospettiva quando avvertiva i discepoli: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei!»; si riferiva al grande potere di suggestione di convinzione sulle masse che essi avevano. Egli invita i suoi a prendere le distanze e a rifiutare la dottrina di questi gruppi, specie per quanto riguarda le attese messianiche.

  Gesù, dunque, ribaltando in 13,33 l'immagine da negativa a positiva, sottolinea così l'efficacia del potere salvifico penetrante e trasformante della grazia divina. “Se noi siamo l'impasto, allora il cielo è il lievito che non ci abbandona con la sua efficacia finché non siamo divenuti altro. Questa efficacia è determinata da Dio ed è quello che lui, nella sua Provvidenza, si aspetta da noi. L'essenziale è che la farina e il lievito si incontrino, l'efficacia può essere poi lasciata al lievito. Ma, come nella parabola del granello di senapa il seme deve essere posto nel campo, così qui il lievito deve essere impastato. Quello che nella parabola è il lavoro, la prestazione dell'uomo o della donna, fuor di metafora è ciò che fa l'uomo che si affida alla grazia che lo trasforma. Il punto di paragone non è il progettare, il ponderare, l'esaminare, ma lasciare che qualcosa di nuovo accada, e lasciare che avvenga nella direzione giusta. In ogni sua preghiera l'uomo sa che il suo dialogo con Dio è un incontro ed è come se egli avesse bisogno di congiungere le mani e di affidare a Dio la propria anima, in un atto pervaso dalla semplicità del bambino, perché possa incontrare Dio e in lui accada davvero quel che per l'uomo resta inconcepibile, ma che ciò che è chiaramente atteso da Dio. È Dio che si dà da fare per l'incontro, l'uomo deve solo affidarsi alla sua mano, poi è Dio che si impegna per la sua opera, per realizzare le sue intenzioni con noi. Queste intenzioni sfociano immancabilmente nell'edificazione del Regno di Dio. […] L'abbandono in Dio è il contrario della distrazione, della disobbedienza, della resistenza e dell'irrigidimento.

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[1] A. von Speyr, Le parabole del Signore, Jaca Book, Milano 2008, 32-33.

[2] Ibid., 38.

[3] A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 43-44.

[4] La senape è originaria dell'Asia, dove cresceva spontanea. Si pensa che sia stata coltivata per la prima volta nel 3000 a.C. in India, e poi esportata in Occidente come spezia pregiata. Era infatti già nota ai Greci e ai Romani, i quali utilizzavano i semi pestati da cospargere sui cibi per renderli più appetitosi. Tutte le varietà di senape appartengono alle «crocifere», famiglia molto numerosa, comprendente generi e specie di piante erbacee coltivate come ortaggi (rape, ravanelli ecc.) e come erbe aromatiche e medicinali (la senape appunto). In Palestina la senape non era considerata semplicemente una pianta da orto, ma veniva coltivata anche nei campi. A momento della raccolta, veniva messa in cesti, che quindi risultavano pieni di questi piccolissimi granelli.

[5] Ibid., 44.

[6] Nell'ambiente della Palestina li lievito naturale si preparava in poche ore, perché la pasta inacidiva presto. La donna impastava la farina con l'acqua nella grande ciotola dove l'aveva raccolta e ci mescolava il lievito, manipolando a lungo la pasta per amalgamarla e per indurirla al punto giusto.

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