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Il Tesoro, la perla preziosa, la rete...
Continua il discorso parabolico iniziato due domeniche fa. Sono tre le parabole del Regno che il Vangelo oggi ci propone.
Il tesoro nascosto e la perla preziosa (Mt 13,44-46)
Le prime due parabole mettono l’accento sulla grandezza della scoperta. Come l’uomo e il mercante sono rimasti sopraffatti dalla scoperta del tesoro, così tutto impallidisce dinanzi alla scoperta dello splendore del Regno di Dio. La buona novella del suo avvento dona la grande letizia, orienta tutta la vita, si fa sequela di Cristo.
Da notare che nell’Antico Testamento diverse volte si rappresentava la sapienza come la perla più preziosa, quella che supera tutti i tesori di questo mondo. La sapienza come il tesoro assolutamente inestimabile, nei cui confronti tutti gli ori della terra messi su una bilancia sono un pugno di polvere. Gesù è la Sapienza che imbandisce il banchetto della vita.
Le due parabole ci insegnano che:
- anzitutto bisogna cercare. Il mercante è un esperto e accanito ricercatore di perle preziose. Così, con tale perizia e costanza, il cristiano deve cercare la perla della sapienza.
- ma contemporaneamente è il Signore che si fa trovare. Di fatto il contadino non stava cercando, probabilmente stava lavorando su un campo che non è suo (tanto è vero che poi vende tutto per comperarlo). Il che significa due cose: che il nostro cuore è fatto per Dio, per cui non bisogna andare lontano per cercare il tesoro. Entrare in se stessi è il primo passo per trovarlo. Ma è anche vero che questa vicinanza del Regno di Dio è data anche dall’incarnazione del Figlio eterno che ci è venuto incontro e, in quanto risorto, agisce con il suo Spirito in noi.
- Il tesoro – cioè il Signore - va cercato anche nel campo, che non è nostro, ma che è opera del Signore, che è la Chiesa. Uno scopre che nella Chiesa è nascosta la verità del Signore, e attraverso di essa può non solo trovare il Signore, ma incontrarlo, specie nella sua Parola e nei sacramenti. La liturgia per sua natura è il luogo per eccellenza dell’incontro con il Signore. Non si può dunque semplicemente scavare e portarsi via il tesoro, come un ladro. Se si vuole possedere il tesoro è necessario investire tutto ciò che si possiede per entrare in possesso di tutto campo, ossia far parte pienamente della Chiesa. Non può rilevare solo una parte del campo, per esempio l'angolo in cui è nascosto il tesoro. L'uomo deve acquistare tutto il campo con tutta la sua proprietà[1].
- Oltre alla ricerca, bisogna anche decidersi. L’amore porta a de-cidere: taglia via ciò che non conta per amore di ciò che conta. Solo una passione grande rende indifferenti al resto. Non perché tutto perda significato, ma perché tutto finalmente ha il suo senso.
Chi vuol tenere il piede in due scarpe, non cammina. E talvolta ci vuole anche coraggio nelle decisioni. Pensiamo al mercante: forse la moglie e i figli gli avranno detto: “cosa fai, ma sei impazzito? Forse la gente ha riso dell'uomo della parabola: ha comperato un campo arido, non ci arriva l’acqua e l’hanno truffato! ... Ma lui va avanti e sfida il ridicolo, perché sa che lì c’è il tesoro. È proprio l’atteggiamento contrario del giovane ricco che capisce dove sta il vero tesoro, ma non ha il coraggio di fare la scelta (Mt 19,16-22). A Gesù non bastano persone buone... vuole anche il coraggio delle scelte. Ci sono occasioni uniche che non si ripeteranno mai più.
La scelta che il mercante fa, e che ognuno di noi è chiamato a fare, non è disprezzo per il resto. Occorre, semplicemente, relativizzarlo, ridimensionarlo, avvertirne i limiti, subordinarlo alla scoperta. È impossibile entrare nel Regno senza un atto di rinuncia, abbandono o, più precisamente,
- senza investire anche tutto ciò che si ha in vista di un bene migliore. Il campo e le perle preziose non vengono buttate, ma investite – con gioia e senza rimpianti – per acquistare ciò che vale (= indifferenza ignaziana, cioè libertà). Tutti i beni creati devono essere ordinati a tale scopo. È da notare che in controluce vediamo qui l’esperienza stessa di Matteo (il solo che riporta queste parabole): davanti al suo banco di gabelliere è passato Gesù, e da quel momento la sua vita è cambiata per sempre (Mt 9,9)!
- Evidentemente ciò implica l'investimento non solo delle cose, ma di tutto se stessi. Si deve dare tutto. La vita è data in pegno per il tesoro come prezzo del campo.
- La decisione è presa nella gioia. È la gioia di aver incontrato Dio che, come un dono, si è fatto trovare da chi lo cerca. Se non viene accolto rimane soltanto una profonda tristezza, come nel caso del giovane ricco. E ogni volta che si sceglie di accogliere Lui e di vivere la sapienza del vangelo – che implica il sapere – cioè la conoscenza – e il sapore – cioè il “gusto” della vita – il Signore ci conferma nella gioia. Per chi, infatti, segue con generosità il Signore, lo Spirito di Dio ci consola; diversamente il nemico procura in noi tristezza.
Infine una nota finale. Se l'uomo si decide di investire tutto sé stesso a causa della bontà (“ricchezza” del tesoro”) e della bellezza (la “perla”) del Regno, ciò significa che anche quando la Chiesa è inviata nel mondo ad annunciarlo deve mostrare con la propria vita –sostenuto anche dalla testimonianza della comunità cristiana – la bontà e la bellezza che hanno trasformato la propria vita.
Parabola della rete (Mt 13,47-50)
Questa parabola deve essere importante per Matteo, visto che è ricordata da colui che, esercitando la professione di pubblicano, non era per nulla esperto nella pesca.
In essa il Regno di Dio viene paragonato ad una rete da strascico, che viene trainata da due barche oppure viene calata con l’aiuto di una barca e poi tirata a riva con una lunga corda. Questa rete prende una grande quantità di pesci, buoni (commestibili) e cattivi (non commestibili secondo le regole del Levitico: 11,9-12, perché non hanno scaglie visibili). Davvero il Signore offre a tutti la salvezza. Il Regno dei cieli è un’opportunità unica, da cogliere al volo; altrimenti c’è il rischio di non scegliere mai, perdendo di fatto tale opportunità per la propria vita.
Ecco allora che questi pescatori, tirate le reti a riva cominciano la cernita. Questo lavoro quotidiano diventa agli occhi di Gesù una rappresentazione del giudizio di Dio quando finalmente il bene apparirà in tutto il suo splendore, mentre ora è tante volte confuso e irriconoscibile nel magma del male.
Ma nel frattempo occorre aver pazienza (vedi commento di Mt 13,24-30). Il Signore usa pazienza e aspetta che tutti ci convertiamo e siamo salvati (cf. 2Pt 3,9). A lui tocca alla fine dei tempi il giudizio. Alla Chiesa, invece, di pescare. E di usare, in questo tempo che ci separa dal giudizio finale, la stessa pazienza di Dio, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia, invece, ha sempre la meglio nel giudizio di Dio (Gc 2,12s).
È poi anche una parabola di speranza. Sotto il pelo dell'acqua non si può giudicare quanto e quale pesce la rete sta raccogliendo. Solo alla fine, tirata a riva, si vedrà cosa ha pescato. Nessuno deve giudicare innanzi tempo chi è buono o chi è cattivo, puntando il dito sugli altri. Solo Dio conosce i segreti di ogni cuore e la strada tortuosa che ciascuno deve seguire per uscire faticosamente dal suo male personale.
Capiamo, allora, perché Matteo ha riportato questa parabola: egli stesso è stato oggetto della misericordia di Gesù. E, come Gesù, deve fare anche la Chiesa.
Avete capito queste cose?
È la domanda finale di Gesù. “Tutte queste cose” sono i vari aspetti del mistero del Regno (cfr. Mt 13,11). Se i discepoli rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, non è perché il loro intuito spirituale sia più fine di quello delle folle, ma perché è stata la loro comunione con il Maestro a dischiudere la loro comprensione.
Giungiamo così all’immagine dello scriba, che illustra la comprensione cui sono chiamati i discepoli. Probabilmente qui abbiamo un vero e proprio autoritratto di Matteo, che si riconosce in questo scriba divenuto discepolo. Qui lo scriba (grammatéus) è definito come uno divenuto ‘esperto’, cioè istruito (mathēteutéis).
In questa frase è espresso un paradosso: colui che deve insegnare è uno che impara mettendosi alla scuola, divenendo da maestro discepolo. In ciò l’evangelista non vede uno sminuire se stessi, ma anzi un realizzarsi pieno di sé; non a caso lo scriba divenuto discepolo è definito "padrone di casa", cioè persona pienamente sovrana delle sue cose, prima di tutto della sua stessa vita. Ebbene, questo padrone di casa trae dal suo tesoro, cioè dal suo cuore, dall’intimo della sua persona, cose antiche e cose nuove. Le cose antiche sono la rivelazione di Dio ad Israele, quelle nuove sono il compimento della promessa, che trova il culmine e realizzazione in Gesù.
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[1] Cfr. A. von Speyr, Le parabole del Signore, cit., 64.