Articoli filtrati per data: Venerdì, 31 Luglio 2026

Questa solennità dell'assunzione di Maria al cielo ci ricorda che ciò che è già avvenuto per lei lo sarà anche per noi. Non c'è salvezza della sola anima perché essa riguarda anche la carne. La nostra carne, con tutta la sua storia, ci “seguirà” sempre, anche nell'altro mondo. Per questo non è vero che siamo spirituali disprezzando la nostra carne; al contrario siamo veramente spirituali quando - come è avvenuto con Gesù che ci ha amato dando se stesso fino alla morte e alla morte di croce - la nostra carne nelle varie situazioni che viviamo ogni giorno diventa dono per amore, quando la nostra corporeità si consuma nel dono per i fratelli. Allora, uniti a Cristo, parteciperemo anche della gloria. Il credente non teme di "consumarsi", perché sa che la sua vita e la sua identità unica e irripetibile di figlio/a nel Figlio è nelle mani del Signore.

Anche Maria, dunque, ha conosciuto la morte. Non era certamente superiore al Figlio che già aveva sperimentato la morte, ma condivideva con Lui la vittoria sulla morte.

Riporto qui la bella omelia di Benedetto XVI del 15 agosto 2009:

«L'Assunzione ci ricorda che la vita di Maria, come quella di ogni cristiano, è un cammino alla sequela, la sequela di Gesù, un cammino che ha una meta ben precisa, un futuro già tracciato: la vittoria definitiva sul peccato e sulla morte e la comunione piena con Dio, perché – come dice Paolo nella Lettera agli Efesini – il Padre «ci ha anche risuscitato e ci ha fatto vedere nei cieli in Cristo Gesù» (Ef 2,6). Ciò vuol dire che con il Battesimo siamo già risuscitati e sediamo nei cieli in Cristo Gesù, ma dobbiamo corporalmente raggiungere quanto già iniziato e realizzato nel Battesimo. In noi l'unione con Cristo, la risurrezione, è incompiuta, ma per la Vergine Maria essa è compiuta, nonostante il cammino che anche la Madonna ha dovuto fare, allora, Colei che, per singolare privilegio, è resa partecipe con l'anima e con il corpo della definitiva vittoria di Cristo sulla morte. «Compiuto il corso della vita terrena – dice il Concilio Vaticano II – fu assunta alla gloria celeste in corpo e anima, ed esaltata dal Signore come Regina dell'universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte» ( Lumen Gentium , n. 59). Nella Vergine Assunta in cielo contempliamo il coronamento della sua fede, di quel cammino di fede che Ella indica alla Chiesa ea ciascuno di noi: Colei che in ogni momento ha accolto la Parola di Dio, è assunta in cielo, cioè è accolta Lei stessa dal Figlio, in quella “dimora” che ci ha preparato con la sua morte e risurrezione (cfr. Gv 14,2-3)».

L'artefice principale dell'Assunzione di Maria è lo Spirito Santo, il quale vivifica e santifica il corpo di Maria, dona la potenza della vittoria sulla morte. 

Tuttavia nel mistero dell'assunzione noi vediamo l'agire delle tre divine Persone come opera comune del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In effetti Maria è assunta in cielo dal Padre per glorificarla, accanto al Cristo fedele, quale sua Madre e discepola fedele. In Maria risplende la gloria immortale del Figlio incarnato, morto e risorto. L'assunzione nella gloria per opera dello Spirito Santo, che fin dall'inizio della sua vita l'ha preservata dal peccato originale e colmata di grazia, portando a compimento in lei il progetto salvifico del Padre che vuole il rinnovamento e la trasfigurazione di tutta l'umanità, l'inserimento di essa nel seno della Santissima Trinità. Maria costituisce la primizia e la garanzia che quanto la Trinità ha compiuto in lei, vuole compiere anche per ciascuno di noi. A condizione che ci lasciamo "lavorare" docilmente dallo Spirito. Accogliere Maria come madre che ci è data dal Figlio sulla croce, vuol dire imparare da lei la sequela del Figlio nella docilità dello Spirito a gloria del Padre.

La Chiesa, confortata dal mistero di Maria assunta, comprende già ciò che sarà, e vive l'attesa del tempo escatologico nell'impegno di accogliere oggi il Regno di cui essa è sacramento. 

Dal cielo ella intercede per noi. Di questa intercessione materna di Maria e della sua vicinanza a noi pellegrini, cita alcuni passaggi molto belli tratti dalla nota dottrinale Mater Populi fidelis:

«Maria, che nel cielo ama il «il resto della sua discendenza» ( Ap  12,17), così come accompagnava l'orazione degli apostoli quando ricevette lo Spirito Santo (cfr  At  1,14), anche ora continua ad accompagnare le nostre preghiere con la sua materna intercessione. In tal modo, continua l'atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr  Gv  2,1-11) e ancora oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» ( Gv  2,3). Nel suo canto di lode vediamo Maria come una donna del suo popolo, che loda Dio perché «ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati» ( Lc  1,52-53), perché «ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia come aveva detto ai nostri padri» ( Lc  1,54-55), e riconosciamo la sua prontezza quando si avvicina. senz'indugio per aiutare la cugina Elisabetta (cfr.  Lc  1,39-40). Per questo, il Popolo di Dio confida fermamente nella sua intercessione» (n. 41). «Si tratta di un'intercessione che la trasforma in segno materno della misericordia del Signore. In questa maniera, poiché Egli ha liberamente voluto così, il Signore conferisce alla sua azione verso di noi un volto materno» (n. 42).

Più avanti, ai numeri 69-70, la medesima nota spiega: "Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che devono anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di Madre della grazia . Maria umilmente collaborare affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l'unico che può giustificarci con l'azione della grazia santificante: vale a dire, quando Egli infonde in noi la sua vita trinitaria, dimora in noi come amico e ci rende partecipi della sua vita divina. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l'azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli diversi che li possono ad andare avanti nella vita, ea disporre il cuore per la grazia che il Signore. infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente. Questi aiuti che ci giungono dal Signore si presentano a noi con un aspetto materno, pieni della tenerezza e della vicinanza della Madre che Gesù ha voluto condividere con noi (cfr  Gv  19,25-28). Maria sviluppa così un'azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all'Unico che opera nel più intimo del nostro essere".

Se nelle domeniche precedenti Gesù ha interrogato la fede dei discepoli, parlando loro apertamente anche dello scandalo della croce, ora Gesù ci ricorda che la nostra fede non è un fatto privato, ma ecclesiale. La fede in lui ci porta ad essere Chiesa. Se un fratello che sbaglia va ripreso. 

La correzione fraterna viene ad essere il punto più alto del saper stare insieme. È anche il più difficile, perché è segno di grande amore. È possibile in una comunità dove ognuno è accolto nei suoi limiti, non è giudicato se sbaglia, è assolto se è colpevole, è ricercato se si smarrisce (cfr la parabola della pecorella smarrita), è perdonato se pecca.

La correzione fraterna è quindi indice di maturità spirituale di una comunità.“Guadagnare il fratello” (v. 15), riconducendolo alla comunione con gli altri fratelli, deve essere sempre il fine della correzione fraterna.

Spesso, però, la correzione fraterna è la più disattesa. Si preferisce piuttosto evitare un fratello, o criticarlo alle spalle, piuttosto che affrontarlo a viso aperto per aiutarlo a correggersi dei propri difetti. Un dialogo franco, sereno che costa fatica. Non un dialogo iroso, che farebbe peggio.

«Se il tuo fratello commetterà una colpa [contro di te], va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità, - e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo».

Non è possibile ignorare il contesto interpretativo che Matteo assegna a questa regola disciplinare. Essa esprime la necessità di fare di tutto per ricercare il fratello smarrito. La disposizione in tre fasi non dovrà quindi essere considerata una disciplina di scomunica; dev'essere letta, invece, come il percorso da seguire per ritrovare la persona smarrita, in quanto escluderla dalla comunità significherebbe alla fine il fallimento del triplice sforzo di intrapreso[1].

La traduzione corrente, riprendendo alcuni manoscritti, riporta l'aggiunta «contro di te», interpretando il passo in senso relazionale; il testo, dunque, non mette l'accento sul peccato compiuto dal fratello che pecca, ma sulla relazione da salvaguardare (è un fratello) e il ruolo determinante dell'ascolto (non solo da parte del fratello che ha peccato, ma anche da parte nostra) nella riuscita dell'operazione (tra i vv. 15 e 17 il verbo ascoltare torna ben tre volte).

In questa prospettiva possiamo leggere anche il v. 18 conclusivo: «In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (v. 18). Tale versetto segnala che l'esclusione del fratello non ha solo conseguenze sociali, ma anche soteriologiche: ciò che la comunità lega è legato anche nei cieli. Teologicamente, questa dichiarazione è pesante. Ma ricorderemo che la rottura delle relazioni non è lo scopo della procedura, bensì il catastrofico scenario che ci si può prospettare in caso di fallimento.

Vediamo ora i tre passi che Matteo propone di compiere:

- il primo: prima vai tu da solo dal fratello che ha peccato e ammoniscilo (cfr. v. 15). L'uso del verbo elegchein (riprovare, rimproverare) fa eco alla parenesi di Lv 19,17, che precede immediatamente il comandamento dell'amore verso il prossimo: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello, rimprovera (in greco: elegcheis) apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lv 19,17-18).

È importante constatare che l'esortazione a rimproverare gli altri è qui considerata come la concretizzazione dell'amore verso il prossimo. Lo stesso legame fra rimprovero e amore verso gli altri è attestato nella letteratura giudaica[2]. Questo accostamento è istruttivo, perché dimostra che in seno al giudaismo il rimprovero fatto al fratello di fede è considerato positivamente come un modo di applicare nei suoi riguardi l'imperativo dell'amore verso il prossimo. Ancora, nel Testamento di Gad 4,1-3, il fatto di esporre direttamente la riprovazione davanti alla comunità, senza enunciarla anzitutto in privato, è considerata una mancanza di amore. Leggiamo il testo: “Guardatevi dunque, figli miei, dall'odio, poiché esso fa commettere l'iniquità contro il Signore stesso. Infatti non si vuole più sentire le parole dei suoi comandamenti sull'amore del prossimo e si pecca contro Dio. Appena un fratello cade, subito si corre a dirlo a tutti, ci si affretta a farlo giudicare e punire con la morte”.

Letta in questa luce, il primo e il secondo passo della regola comunitaria appare come un freno potente posto accanto alla denuncia ecclesiale della colpa del fratello. Prima che l'ekklêsia conosca il suo caso, gli sono offerte due occasioni di sentire il rimprovero che gli viene fatto. Se poi colleghiamo questa regola disciplinare della correzione fraterna con quanto abbiamo detto in 18,6-9, capiamo che chi rimprovera il fratello deve prima esaminare se stesso, per verificare se c'è qualcosa da estirpare in lui. Solo in questa prospettiva il rimprovero sarà fatto nel modo giusto, con l'atteggiamento “giusto” del cuore.

- Il secondo passo prevede il concorso di due o tre fratelli, quando l’ammonizione a quattr’occhi è fallita. Coinvolgere altri membri della comunità non significa voler dare enfasi al peccato e creargli un’eco scandalosa, ma prendere sul serio la sua minaccia. Si deve notare che Matteo cita la norma sui testimoni attestata in Dt 19,15: «Il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni».

- Infine – terzo passo - se non ascolta nemmeno la comunità, «sia per te come un pubblicano e un pagano». Si deve fare tutto, veramente tutto, per ricuperare un fratello che pecca. Non si tratta qui di scomunica, come spesso si interpreta, ma di assumere atteggiamento che si deve avere verso coloro che ancora non conoscono Dio o verso i pubblicani. Ciò significa che anche verso questo fratello che si è allontanato – che è diventato in pratica pagano – è necessario esercitare la misericordia. È precisamente l’atteggiamento che Gesù ha verso il peccatore, con il suo amore per lui e con la sollecitudine ‘viscerale’ per la sua salvezza. Secondo questa linea interpretativa del v. 17, la comunità sarebbe dunque spronata non tanto a tagliare i ponti con i peccatori, abbandonando a se stessi quelli che sbagliano gravemente e si ostinano, bensì a guardali con la misericordia di Gesù e a ricercare vie per toccare veramente il loro cuore e interpellare la loro libertà, sì da poterli ancora aiutare ad aprirsi alla parola del perdono e della conversione. È vivere la parola del Vangelo che ci ricorda che i “nemici” sono da amare, ed è possibile riguadagnarli solo dando loro un maggior amore (cfr. 5,38-48).

«In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra....» (v. 18). Per rendere possibile questa prassi di correzione fraterna e di perdono, Gesù ha affidato alla comunità tutti i mezzi necessari atti a soccorrere il peccatore, tra i quali è appunto la parola di vita e l’autorità divina per perdonare. Questa parola era già stata rivolta in termini molto simili a Pietro (cfr. Mt 16,19) ora viene rivolta a tutta la comunità. È evidente che per l’evangelista non vi è disaccordo tra le due autorità, tra quella affidata a Pietro e quella della comunità. «L’autorità petrina si riferiva a tutta la Chiesa, qui invece si parla del potere esercitato nella comunità locale. Si può dire che l’autorità petrina autorizza quella esercitata nella comunità. Quest’ultima, in successione a Pietro, viene esercitata ad un livello parziale»[3].

_____

[1] Cfr. D. Marguerat – A. Vénin, Sapori del racconto biblico, EDB, Bologna 2013, 208-213.

[2] E' attestato a Qumran (1QS 5,24-61; CD 9,2-8) come pure nel Testamento di Gad 4,1-3; 6,3-7.

[3] J. GNILKA, II vangelo secondo Matteo II, Paideia, Brescia 1990, 209-210.

 

Domenica scorsa nel Vangelo abbiamo sentito la grande ed ispirata professione di fede di Pietro. Ma pur riconoscendo in Gesù il messia e il Figlio di Dio la sua fede vacillerà di fronte allo scandalo della croce. Per conoscere in profondità Gesù bisogna anche camminare insieme a Lui, fino in fondo, percorrendo anche il cammino del Calvario e sostando sotto la croce, accogliendo la gioia della risurrezione. Per questo Gesù non chiude la professione di fede di Pietro con una semplice approvazione, ma lo provoca - insieme agli altri discepoli - parlando "apertamente" di tale scandalo. Quello che ora Gesù dà 

un insegnamento nuovo, sconvolgente, che contrasta con i dati e soprattutto con le speranze di cui sono equipaggiati gli apostoli. Con l’episodio precedente essi sono arrivati a dire “chi è Gesù”. Ora Gesù chiarisce il senso della sua missione, indica la strada da percorrere. Lo fa “apertamente”, con chiarezza di linguaggio, non in parabole, in modo da sgomberare il terreno da tutti gli equivoci. È l’annuncio della sua passione, morte e risurrezione. Con piena consapevolezza egli sa di dover essere rifiutato dagli anziani (cioè dall’aristocrazia laica), dai sommi sacerdoti (cioè dai componenti delle famiglie sacerdotali, l’elemento più conservatore della nazione), dagli scribi (cioè dai teologi e giuristi del tempo, i maestri della più rigida ortodossia): è il potere civile, religioso e culturale coalizzato contro di lui. Egli annuncia però anche la resurrezione, la sua vittoria sul potere della morte, che si pone non in contrasto, ma in continuità con le azioni degli uomini: “… e risuscitare il terzo giorno”.

doveva...” (v. 21). Il dramma della croce non è dovuto a una crudele fatalità, a un cieco destino provocato dalla cattiveria umana, ma fa parte dello stesso piano di salvezza voluto da Dio che si realizza se non passando attraverso l’itinerario impervio della croce. Gesù di questo ne è pienamente consapevole: egli non è il Messia benché dovesse soffrire, ma è il Messia perché doveva soffrire. Gesù con la croce vince il male alla radice per condurre l’uomo alla gloria (cfr. v. 27: Gesù viene nella gloria e renderà a ciascuno secondo le sue azioni).

Evidentemente Gesù non amava la morte, né la cercava. È il suo amore divino a farsi solidale con l’uomo fino alle estreme conseguenze... È l’Amante che ama l’amato nella buona e nella cattiva sorte.

Di fronte a questo “nuovo insegnamento” quale è la reazione di Pietro? Fino a poco prima si era sentito orgoglioso di aver contraccambiato la fiducia che Gesù ha riposto in lui, e si è anche sentito dire “beato”.  Ma possiamo immaginare lo sgomento che egli prova di fronte all’annuncio della croce, che come dice san Paolo, è scandalo per tutti (1Cor 1,23).

Allora Pietro “cominciò a protestare dicendo: Dio te ne scampi, Signore...” (v. 22). La reazione di Pietro svela la sua lontananza da Lui. La sua obiezione riguarda non un punto marginale, ma la stessa immagine di Dio in gioco nella missione di Gesù. Pietro non può accettare l’idea di un Dio la cui potenza si nasconda nella debolezza e la cui vittoria si manifesti nell’essere inerme e consegnato all’arbitrio della buona o cattiva volontà umana. La reazione è il “rimprovero” che muove a Gesù. Pietro dimentica di essere discepolo e, atteggiandosi a maestro, pretende di insegnare a Gesù che cosa dire e fare.

È da notare che Pietro, da uomo “prudente”, non redarguisce Gesù in pubblico, ma lo prende in disparte pensando di dire al Maestro qualcosa che gli sarà utile. La sua “logica” è però quella umana.  È naturale che l’ideale messianico di Pietro risulti piuttosto inquinato da elementi mondani, dal momento che coincide con quello del suo popolo. Si aspettava che Gesù esercitasse il potere su una linea temporalistica, di successo, di vittoria. Non può certo immaginare che quella gloria debba passare attraverso la croce, la morte, il fallimento. E soprattutto è naturale che egli trovi assurdo il fatto che il Maestro venga rifiutato e ucciso proprio dai capi di quella nazione che egli deve unificare e salvare. Su questa “idea” crede di sapere quale è il “bene” del Maestro.

“Lungi da me Satana...”. È vero: Pietro vuole bene a Gesù e Gesù lo sa. Altrimenti non gli avrebbe affidato il “primato”. Ma il suo ragionamento è troppo umano, anzi diabolico: ritiene che il bene sia quello che pensa lui. Dovrà scoprire che il bene che il Signore gli vuole è ben altro. Lo scontro tra il pensiero di Dio e il pensiero dell’uomo è ineludibile. Pietro dovrà passare attraverso questa “crisi”, dovrà far luce sull’inganno che è nascosto nel suo cuore.

“Lungi da me”. Pietro non può essere di impedimento al cammino di Cristo. Deve lasciar libero il Maestro di seguire la vita tracciata dal Padre. In quel momento egli agisce da “Satana”. Sappiamo che la parola “satana” significa “divisore”. Pietro, pur con buona fede, sta cercando di separare Cristo dalla strada assegnata dal Padre e accettata per amore. Pietro diventa “tentazione”: quella di far ripiegare Cristo sulle strade degli uomini, nel senso dei desideri terreni, delle ambizioni trionfalistiche. Proprio egli, che ha saputo superare brillantemente l’esame sull’ortodossia (riconoscendo in Gesù il messia e la divinità) è stato “bocciato” su quello della mentalità (cioè su modo di intendere la missione del Maestro). Il suo errore di fondo non è il traguardo, la gloria, ma la strada per arrivarci.

È per questo che Gesù chiede a Pietro di rimettersi dietro di lui, come indica l’espressione greca ypágō opísō. Si tratta cioè, per Pietro, di ritornare nell’atteggiamento del discepolo, che è la sequela; soltanto così egli potrà imparare a conoscere le vie di Dio e a “non pensare più secondo gli uomini”, ma ad entrare nei misteriosi pensieri divini.

L’incomprensione dell’annuncio della sua passione e risurrezione e la reazione di Pietro danno a Gesù una nuova possibilità di precisare i termini della sequela: “Se qualcuno vuol venire dietro a me...”. Nessuno è costretto. Gesù invita i discepoli ad una nuova scelta. Andare dietro a lui è un atto libero di volontà. La massima volontà dell’uomo non è nel decidere ciò che pare e piace, ma è fare lo stesso cammino del Signore.

Pietro si era posto “davanti” Gesù per condurlo a fare la sua volontà come Satana. Gesù non lo respinge lontano. Lo rimette nella sua posizione giusta “dietro” di lui. Gesù, richiamando lui alla sequela, richiama ogni uomo a seguire la sua stessa via. Il Maestro ha già seguito la via dell’abbassamento, della kenosi, ha voluto (il “deve” di 16,21) risalire la via del male fino alla sorgente, che è l’inganno dell’autonomia dal suo Creatore (cfr. Gen). Se la chiusura dell’uomo è dovuta all’inganno di credere di poter “diventare come Dio”, ora Dio, che non ha bisogno di diventare tale, sceglie di rimanere fedele all’uomo fino alla fine, non scendendo dalla croce, dal nuovo albero della vita, che egli offre per ogni cristiano, perché da esso possiamo cogliere i frutti della salvezza.  Ma per accogliere questo dono dobbiamo seguire lui. Egli ci ha già “cercati”, inseguiti dal suo amore di pastore che non può sopportare che una pecorella rimanga sperduta. Seguire lui significa lasciare che la sua parola di Pastore metta in luce l’inganno che è nascosto nel nostro cuore per affidarci totalmente a Lui, come Egli si è affidato nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.

Possiamo giungere a questo abbandono solo quando cogliamo nello sguardo di Gesù il suo immenso amore per me. Mentre Pietro ha rimproverato Gesù senza guardarlo in faccia, Gesù volge lo sguardo verso Pietro (v. 23): egli deve vedere nel suo volto il volto di un Dio che lo ama immensamente (“chi sono io per voi?” - è ciò che ha chiesto in 16,15) e dà la vita anche per lui. La conversione di Pietro inizia quando, come ci ricorda Luca, dopo aver rinnegato tre volte Gesù, incrocia il Maestro, che volutamente volge il suo sguardo verso di Pietro (cfr Lc 22, 61). Pietro non si sente giudicato, disprezzato, allontanato, ma vede in questo volto sofferente il volto dell’Amore che dà la vita anche per lui. La misericordia di Gesù verso Pietro gli fa ammettere quello che prima non vedeva, non capiva: “ricordandosi delle parole che il Signore gli aveva detto…” (Lc 22,61).

Anche noi, come Pietro, portiamo nel nostro cuore un amore sincero per Gesù. Ma nonostante ciò l’inganno nascosto nel cuore ci può spingere, in tante scelte, a seguire vie che non sono quelle del Maestro. Lasciamo che il volto del Maestro educhi il nostro cuore, faccia crollare le barriere che ancora ci sono in noi…

E Gesù precisa: “... rinneghi se stesso”, ossia rinneghi il proprio “io egoistico”, “prenda la sua croce e mi segua”. La “croce” di chi segue il Signore è lottare anzitutto contro il male che c’è nel suo cuore. In questa lotta però non è solo: è in compagnia con il suo Signore, che lo ha preceduto e lo accompagna.

Poi avverte: “chi vorrà salvare la propria vita la perderà...” (v. 25). Cioè chi è preoccupato solo di scampare alla minaccia della morte e si “difende” da essa con la falsa illusione di sicurezza che gli dà il potere, l’avere e l’apparire, in realtà “la perderà”: a sua vita è già morta e perduta per sempre. Il futuro è già iscritto nel suo presente. “Chi invece perderà la propria vita per me...”, cioè chi è disposto ad amare fino a dare la vita per Cristo, “la troverà”. La vita che egli trova è quella dello Spirito Santo, l’amore tra il Padre e il Figlio, dono reciproco dell’uno e dell’altro. Egli ha già ora la vita che non muore (cf. Gv 3,14). È in questo senso che dobbiamo capire le ultime parole, quelle del v. 28: il “non morranno” riferito ad alcuni tra i presenti non è riferito alla morte fisica, ma indica quella vita del discepolo che già, qui in terra, vive da figlio di Dio: questa è la “vita eterna” che vince la morte.

Gesù ribadisce questo insegnamento: che senso ha possedere tutto nel tentativo di garantirsi la vita? Chi fa così in realtà anticipa con l’affanno la morte fisica e con l’egoismo quella spirituale. O a chi può pagare l’uomo per avere in cambio “la propria anima”? La vita non si può comperare con denaro, né barattare con dei beni. È puro dono, e solo in quanto donata resta viva.

31 Luglio 2026

CHI SONO IO PER TE?

Il Signore vuole essere riconosciuto dai discepoli per quello che  Egli è. Dopo aver dato per una seconda volta il segno dei pani che bastano per tutti (cfr. Mt 15,32-39), questa volta però a favore dei pagani, quale segno che Egli sarà il pane spezzato per salvare tutta l'umanità, e dopo essere messo alla prova dai farisei e dai sadducei chiedendogli un segno dal cielo (cfr. Mt 16,1-4), ora è Egli stesso che., ai piedi dell'Hermon, in zona pagana, nel punto più lontano da Gerusalemme, mette alla prova la comprensione e la fede dei discepoli: "Ma voi chi dite che io sia?".

In realtà Gesù non va subito alla domanda diretta. Inizia chiedendo a loro cosa dice la gente nei suoi confronti. Solo poi la domanda si fa diretta. In questo modo Gesù quasi suggerisce di prendere le distanze da ciò che dice la gente. La loro risposta deve essere diversa.

Conosciamo bene la risposta: “Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti” (v. 14). Sono le figure religiose più eminenti del passato, con una storia di azione e di passione per la Parola. Hanno in comune il non essere state capite in vita, ma solo dopo la loro morte. Gesù non disprezza questa opinione positiva che la gente si è fatta di lui, ma sono limitate. E se la gente non ha capito la sua vera identità non ha paura di tare fuori la domanda rischiosa che fa ai suoi discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?” (v. 15). E' la stessa domanda che pone a noi: dopo aver camminare insieme, dopo tanti anni che ci frequentiamo... chi sono io per te? Chi sono io in questo momento della tua vita? Chi sono io in mezzo a queste preoccupazioni che hai, di queste sofferenze che porti, di questa insicurezza di vita, in questa situazione in cui ti senti in crisi?

Si noti che in questa domanda di GEsù c’è un “ma”: la gente... “ma” voi... Gesù si aspetta che la risposta dei discepoli sia un “ma” rispetto a quella gente, come il pensiero di Dio è un “ma” rispetto a quello dell’uomo: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le mie vie non sono le mie vie” (Is 55,8). Questo ci ricorda che troppe volte la gente ha un’idea di Dio troppo umana, deformata! Egli però ha voluto rivelare pienamente se stesso in Gesù. Quanto più penetriamo nel mistero di Gesù, e soprattutto quanto più lo imitiamo vivendo da figli, tanto più lo conosceremo per quello che egli è... È, ovviamente, soprattutto un’esperienza concreta, come concreta è la persona umana di Gesù. Una conoscenza non semplicemente intellettuale, ma soprattutto “esperienziale”.

 “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16) - risponde Pietro. Si noti che questa confessione di Pietro era già in parte anticipata nella professione di fede dei discepoli che avevano accolto Gesù nella barca dopo il misterioso incontro notturno sul lago (“Tu sei veramente il Figlio di Dio!”: Mt 14,33). Pietro riconosce in Gesù non soltanto la sua messianicità ("il Cristo"), ma anche la sua divinità. L'appellativo “vivente” sottolinea la presenza e l'azione efficace di Dio nella storia umana (cfr. Mt 26,63).

“Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (v. 17). Gesù proclama “beato” Pietro perché ha accolto una rivelazione dall'alto, quella del Padre: “La carne e il sangue non te l’hanno rivelato”. Tempo prima Gesù, rispondendo ai discepoli di Giovanni che gli chiedevano: “Sei tu colui che deve venire...?”, aveva risposto, dopo aver elencato le opere messianiche da lui compiute: “... beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,2-6). Beato, quindi, chi lo riconosce per quello che è, come ha fatto Pietro.  Riconoscimento che avviene nella fede, che è dono di Dio, perché non è frutto della sola intelligenza, ma dell'azione dello Spirito Santo in noi. La sua fede è “solida”, sebbene – come vedremo subito sotto – non capisce tutta la portata della sua confessione, non comprende ancora che Gesù è un messia “al contrario” delle attese umane, perché conoscerà il fallimento, la condanna, il rifiuto e la morte.

Quella di Pietro è la beatitudine suprema di chi, accogliendo nella fede il Figlio, entra nel Regno del Padre. È quindi la beatitudine dei “piccoli” ai quali il Padre per libera e gratuita iniziativa rivela il progetto salvifico, che rimane invece nascosto ai “sapienti e intelligenti” (cfr. Mt 11,25-26). In tutto questo – lo si noti bene – Pietro non è diverso da qualunque credente che è beato per la sua fede e adesione a Cristo.

Gesù poi aggiunge: “E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (v. 18). Se Pietro ha “detto” la sua fede in Gesù, ora è Gesù a “dire” qualcosa su Pietro. È un dire che richiama una vocazione, quello che Pietro è chiamato ad essere e la sua missione. Secondo la tradizione biblica il cambiamento del nome, infatti - Simone diventa Pietro (kepha’) - sta a indicare una missione particolare da compiere. Su questa roccia che è Pietro – cioè sulla sua persona divenuta “roccia” in forza della sua fede in Cristo – il Signore costruisce la sua Chiesa, ossia il popolo della nuova Alleanza, la comunità di coloro che lo riconoscono Signore, Figlio del Dio vivente. Questa costruzione ha caratteristiche di solidità ed è garantita contro tutti gli attacchi delle “porte degli inferi”, o “porte dell’Ade”. È la solidità di una comunità credente che “rimane” in Gesù, che rimane quindi nella “verità” e partecipa della sua vittoria sul male e sulla morte.

Ad essere più precisi bisogna ricordare che “pietra” è un attributo di Dio. Infatti nel cantico che Mosè pronuncia ormai prossimo alla morte, leggiamo: “Voglio proclamare il nome del Signore: date gloria al nostro Dio! Egli è la Roccia; perfetta è l’opera sua...” (Dt 32,3-4). La roccia è dunque Dio stesso. Per cui la roccia che sorregge la Chiesa è direttamente Cristo, il Figlio di Dio e messia, ma ciò non esclude la cooperazione storica degli uomini. Egli ha scelto l’apostolo Pietro come suo collaboratore e continuatore. Un edificio deve sempre avere un fondamento, e poiché la Chiesa è un edificio visibile, costruita dalla raccolta di tutti gli uomini (Mt 23,15-20), anche il suo fondamento deve essere tale.

Da questa considerazione capiamo allora ancor meglio in cosa consiste la “solidità” della Chiesa. Essa non cade sotto il potere della morte, perché tale potere si infrange anzitutto contro il Dio vivente, il Dio Trinitario (il Padre che vuole la salvezza degli uomini, il Figlio inviato nel mondo che è fedele alla volontà del Padre, lo Spirito Santo donato dal Signore che guida e sostiene la Chiesa e i singoli credenti), la Roccia invisibile ma solida su cui essa è fondata. Questo ci fa capire perché la Chiesa nonostante l’infedeltà e il peccato di Pietro (come del cristiano che ne fa parte) rimane “solida” in forza della fedeltà stessa di Dio.

Si noti anche che se la Chiesa è raffigurata come un edificio, il che vuol dire che, in forza della fede salda nel Signore, è chiamata ad essere compagine solida anche nella fraternità, ad immagine della comunione trinitaria. Nel Vangelo di Giovanni Gesù dirà che “da questo”, cioè dall'amore fraterno, “tutti sapranno che siete miei discepoli” (Gv 8,31). Ebbene, se tale fraternità nell'amore è il risultato dell'accoglienza dell'amore di Cristo, non è però insignificante il fatto che Pietro, in quanto fondamento visibile, è colui che, oltre a indicare Cristo per mezzo della sua fede e confermare i suoi fratelli nella fede, è colui che armonizza la diversità nell'unità. Come, cioè, il fondamento regge la casa, tenendo compaginato il vario materiale usato, l'autorità di Pietro unifica, coordina le forze confluite nella comunità e ne fa un organismo operante.

“A te darò le chiavi del regno dei cieli...” (v. 19). La chiave è un simbolo di potere, che riguarda anzitutto l’autorità nell’insegnamento, nell’interpretazione della dottrina.  È da notare che “darò” è al futuro: la promessa vale per il tempo che segue.

“ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli...”. Nel giudaismo i due verbi “legare” e “sciogliere” significa proibire e permettere. Oppure: escludere o reintrodurre nella comunità. Quindi possiamo cogliere due sensi: l’espressione si riferisce anzitutto all’interpretazione autentica della Parola affidata a Pietro[1]. È questo insegnamento autentico, la verità che Gesù ha rivelato, che apre all'uomo che vi aderisce il Regno dei cieli. Insieme all'interpretazione autentica della Parola a Pietro è affidato anche il compito di riconoscere se una persona è in comunione con la Chiesa o se si è separata da essa. Si noti, infatti, che questa sentenza di Mt 16,19 ricorre anche in Mt 18,18, in un contesto ecclesiale disciplinare che è noto alla tradizione giudaica: “escludere/legare, e riammettere/sciogliere” in riferimento alla comunità. In questo consiste il “primato di Pietro”.

 _____

[1] Matteo riporta la critica di Gesù nei confronti dei responsabili giudei, scribi e farisei, che hanno il compito di interpretare autorevolmente la legge di Mosè. Egli smaschera la loro incoerenza perché «legano dei fardelli pesanti e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (23,2). La parola evangelica denuncia queste false autorità spirituali: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarvi» (Mt 23,13).

La protagonista del vangelo di questa domenica è una donna pagana. Gesù si trova in terra pagana, nella zona di Tiro e Sidòne. Nell’AT esse appaiono come città ricche e idolatre. Sembrano un po’ le nostre città: ricche di commercio, benessere, di vizi, di paganesimo.

È qui che Gesù incontra la donna cananea. L'incontro avviene, per così dire, a metà strada. Gesù non fa in tempo ad arrivare nelle zone verso le quali si era diretto, giacché le grida di costei lo raggiungono prima. Ella, una pagana, esce dai suoi territori d'origine per incontrare Gesù e implorare la grazia per la propria figlia. La sua preghiera ha la forza del grido:”Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio” (v. 22). È interessante: pur essendo pagana fa una professione di fede che riconosce Gesù come figlio di Davide secondo la carne e come Signore. La preghiera che fa è quella fondamentale di ogni credente: “Abbi pietà di me”, che significa “Fammi la grazia”. Essa non pretende e non accampa diritti: chiede il dono per la propria figlia a colui che riconosce come Signore e Messia (figlio di Davide).

Gesù, però, tace. Tace di fronte a colei che ha appena riconosciuto la sua signoria e dignità messianica e l'ha interpellato a partire da un bisogno tanto oggettivo quanto sconvolgente. È il silenzio, insopportabile, di Dio, di fronte a tante sofferenze umane. “Perché?”, “Fino a quanto?” protestano frequentemente i Salmi (cf. anche Gb 30,20; 31,35). È un silenzio di fine attenzione pedagogica, permettendo alla donna di assumere gli atteggiamenti che conducono alla fede: confessione del proprio peccato e richiesta di perdono (v. 22: Kyrie eleison), riconoscimento della signoria di Gesù nella storia (“Signore, figlio di Davide”), coraggio e perseveranza (vv. 22.25.27), umiltà (l’attributo “cani” è estremamente offensivo). La fede crea corrispondenza tra la volontà divina e i desideri umani (v. 28: “Ti sia fatto come desideri”) e conduce alla salvezza.

È anche, probabilmente un silenzio finalizzato all’educazione dei discepoli. Gesù vuole intervenire a favore della donna, ma desidera verificare la reazione dei discepoli che, infastiditi più che mossi da compassione verso la donna, sollecitano il Maestro ad intervenire. Gesù li vuole educare alla compassione.  È la compassione che muove Gesù a dare la vita per l’umanità ferita dal peccato. Vuole che i discepoli imparino a vivere l’apostolato nel segno della compassione, secondo il cuore stesso del Maestro.

Gesù dice: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele” (v. 24). Gesù esprime la coscienza di appartenere al popolo di Israele al quale è inviato come Messia. Da questo Israele che lo accoglie sorge la luce per tutte le genti (Lc 2,32): i suoi discepoli saranno dopo di lui inviati a tutto il mondo (28,20).

La donna, però, non si scoraggia. Si prostra in adorazione (v. 25) e gli chiede aiuto: “Signore aiutami”.Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. La risposta di Gesù, per quanto tendenzialmente negativa, non esclude del tutto un esito positivo (“non è bene” significa cioè: “non è bello”, “non è lecito”). Così, ad esempio, nel parallelo di Marco, Gesù dice: “Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” (Mc 7,27).  In Marco, quindi, Gesù sembra voler situare la richiesta della donna siro-fenicia in una successione cronologica: il pane va dato anzitutto ai figli. La “legge” domestica che Gesù invoca descrive la situazione dal punto di vista della famiglia seduta a tavola e difende il diritto dei figli della famiglia. Considerata la cosa sotto questo punto di vista non è conveniente gettare il pane dalla tavola ai cagnolini. Gesù usa questo termine, che per un pagano è la parola più dura che poteva aspettarsi. Infatti gli ebrei chiamavano “cani” i pagani[1], e li consideravano impuri. In queste condizioni, il fatto che la figlia sia posseduta da un demonio impuro non farebbe altro che rafforzare l'impurità “naturale” della piccola pagana.

Allora la donna, in un colpo di genio, tipicamente femminile, invece di mettersi a discutere, a lottare ad armi pari, professa un’umiltà grandissima – accetta con assoluto realismo la sua condizione di inferiorità rispetto ai “privilegiati storici”, anzi l'accentua esplicitando un carattere di soggezione che le parole di Gesù non avevano indicato - e riafferma una fiducia piena in lui e senza alcun risentimento  e Gesù si dichiarerà vinto: È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (v. 27).  Essa sa che anche soltanto le “briciole” dell'agire di Gesù le sono sufficienti, in quanto sembra percepire che al banchetto del Regno il pane non è contato: ce n'è in abbondanza per tutti, e nessuno corre il rischio di rimanerne senza. Possiamo ricordare, in proposito, anche l’abbondanza del vino nell'episodio delle nozze di Cana (cfr. Gv 2,4-5). Gesù esaudisce la cananea per la sua grande fede: “Ti sia fatto come desideri” (v. 28). È questa fede la via che di fatto aprirà ai pagani l'accesso al banchetto messianico ed escatologico (cfr. Mt 8,10-12).

____

[1] Gesù stesso in Mt 7,6 aveva invitato al discernimento e alla prudenza: “Non date le cose sante ai cani”. Le “cose sante” è la parte del sacrificio riservata ai fedeli, mentre la carne contaminata veniva data ai cani.

Il vangelo di questa domenica (Mt 14,22-33) segue quello del pane che sfama la folla di domenica scorsa.  I discepoli sono entusiasti, hanno appena vissuto una giornata nella quale hanno sperimentato la potenza di Dio, il successo, l'approvazione della folla che ha mangiato il pane proprio quando sembra non esserci speranza. Ora però il Signore costruisce per loro una pedagogia per aiutarli a prendere consapevolezza che senza di lui non possono far nulla, anzi rischiano di naufragare. Per questo li "costringe" a salire sulla barca e a passare all'altra riva. Li costringe a partire da soli. Ed essi lo fanno. Presi dall'entusiasmo non si rendono conto del pericolo a cui stanno andando incontro e lo affrontano con ingenuità. La notte diventa infida, le onde del lago cominciano ad alzarsi, il vento diventa contrario. La paura prende il cuore dei discepoli e non si ricordano più di quello che Gesù ha appena compiuto davanti a loro. La paura ci porta a dimenticare tutte le rassicurazioni ricevute e le esperienze nelle quali abbiamo sperimentato la potenza del Signore che ha cura della nostra vita. Vediamo solo il pericolo immediato... 

Solo alla fine della notte, dopo averli lasciati quindi per diverso tempo da soli ad affrontare la paura di morire, Gesù va loro incontro camminando sulle acque. Al vederlo “i discepoli furono turbati e dissero: ‘È un fantasma’, e si misero a gridare dalla paura” (v. 26). La reazione è il terrore: camminare sulle acque è impossibile. CI discepoli pensano che il Vivente in mezzo a loro sia un fantasma, una presenza cioè insignificante e irreale, incapace di agire concretamente nella realtà (cf. Lc 24,37). Ecco, così sentiamo a volte Dio nei momenti difficili della nostra vita.

“Coraggio, sono io, non abbiate paura” (v. 27). Gesù ci propone di sperimentare come possiamo affrontare, con lui, le nostre paure. La fede in Lui è il coraggio di osare ciò che per l’uomo è impossibile, ma possibile a Dio. “Se sei tu - grida Pietro - comanda che io venga da te sulle acque”. C’è un “se”: dubita e allora chiede una prova. Il dubbio in sé non è negativo. Esso si pone a metà strada tra incredulità e fede. È un passaggio necessario per tutti. Per giungere a una fede consapevole e adulta, bisogna che il non credente dubiti del suo “non credere” e che il credente dubiti di avere già una fede matura, incrollabile... e chieda sempre il dono: “Aumenta la mia fede!”.

“Vieni!” - lo invita Gesù. Così sceso dalla barca Pietro cammina sulle acque. In obbedienza alla parola di Gesù egli riesce a fare come lui ha fatto, a fare l’impossibile per l’uomo ma possibile per Dio! Ma - ecco qui la sua poca fede - si lascia impaurire dalle circostanze avverse che per nulla sono diventate favorevoli. Dopo un primo momento di coraggio si è accorto che l’acqua è rimasta acqua e non era diventata ghiaccio o asfalto, che le onde, invece di appianarsi, lo investivano con violenza, e la bufera lo schiaffeggiava brutalmente... Finché aveva guardato a Gesù aveva camminato nel mare, ma ora, distogliendo lo sguardo a lui, guardando solo al mare avverso, si fa prendere dalla paura... e comincia ad affondare. Ma la paura che fa sprofondare è il luogo stesso in cui il Signore ci chiama a una fede maggiore; diversamente siamo colti da angoscia e disperazione.

“Signore, salvami”. Mentre affoga nel mare, Pietro grida a Gesù, che significa: il-Signore-salva! (cf. 8,25). Allora Gesù tende il braccio (gesto che indica l’intervento potente di Dio, come nell’Esodo) e lo salva.

“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (v. 31). Pietro ha voluto partecipare alla potenza di Gesù, ma non sapeva che partecipare a questa potenza significa anche condividere le prove del Maestro, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Sono quelle prove che Gesù ha affrontato lungo tutta la sua vita, e in modo culminante sulla croce, quando la tempesta del male del mondo si è riversata su di lui. Pietro, in realtà, non conosceva se stesso: infatti presumeva di essere ormai capace di affrontare ogni avversità. Come pure non conosceva Gesù, perché ad un certo punto non si è più fidato di Lui. O, meglio, lo aveva conosciuto “nella carne”, nella sua umanità, ma non ancora nella fede. Non lo conosce ancora come il “Dio che salva”.

“Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (vv. 32-33). È interessante notare che appena Gesù sale sulla barca tutto intorno si fa calmo. Gesù ha il potere sulla natura e sulle forze del male. Con lui presente non dobbiamo temere... e soprattutto sappiamo che le prove... non portano alla morte, ma ci rafforzano nella certezza che è Lui il Signore della storia. La nostra vita, nelle sue mani, è posta al sicuro. Ma questo cammino di affidamento dura tutta una vita. Chi fa questa esperienza di essere da Lui salvato non può se non fare come i discepoli: piegare le ginocchia e adorarlo. La salvezza porta all’adorazione.

“Tu sei veramente il figlio di Dio!” (v. 33). È l’anticipo della professione di 16,16. Ciò non impedisce che Pietro, ancora debole nella fede, più avanti non lo capisca e lo rinneghi, sperimentando più a fondo la salvezza.

31 Luglio 2026

GESU' PANE DI VITA

Nella prima lettura, tratta dal profeta Isaìa (55,1-3), troviamo il forte appello di Dio di saziarsi gratuitamente dell'acqua e del pane che Egli dona. Decidersi a nutrirsi di questo pane e di dissetarsi della sua acqua esige  il riconoscimento  della propria fame e sete. Riempiti di mille cose materiali ed effimere è difficile ammettere che non siamo sazi. Chi possiede del denaro si sente autosufficiente, non sente il bisogno dei doni divini. E' chiuso nel proprio orgoglio. Chi è povero ha bisogno di chiedere, di accogliere il dono dalla mano di Dio. "Beati i poveri in spirito", dirà Gesù. Sì, perché sono chi è consapevole della mancanza possono accogliere il dono del Signore, il suo amore, la sua vita, la felicità di essere con Lui.

Capiamo che la fame e la sete è simbolo della situazione esistenziale dell'uomo. In una società nella quale siamo abituati a procurarci subito i beni di cui abbiamo bisogno, non c'è spazio per il vero desiderio, quello che va ben altro delle cose immediate, ma di ciò che sazia davvero. La vita spirituale tende a spegnersi nelle situazioni di confort, di comodità.  Solo la Parola di Dio ci può richiamare all'essenziale, a ciò che già sazia oggi la nostra vita e che sazierà in pienezza nell'eternità.

Nel Vangelo si offre come pane di vita. Ma lo fa chiedendo la collaborazione dei discepoli. Vediamo il testo.

“Sul far della sera", dopo una giornata intensa di Gesù vissuta al servizio delle folle, "gli si accostarono i discepoli” e gli chiedono:Licenzia dunque le folle affinché, andando nei villaggi, si comprino dei viveri” (v. 15). Proviamo a metterci nei loro panni. Essi si aspettavano di passare una giornata tranquilli e in intimità con Gesù. Invece il Maestro li aveva quasi dimenticati, tutto attento ai bisogni della gente. Le parole dei discepoli sono anche un richiamo al buon senso: Signore, non ti accorgi che si fa tardi? Perché continui a intrattenere la folla in un luogo deserto dove non c’è più nulla da mangiare? Si coglie così in essi la convinzione di sapere come bisogna comportarsi.

È interessante l’ironia del racconto: coloro che ordinano a Gesù di congedare la folla sono gli stessi che alla fine saranno mandati a sfamare la folla. Proprio essi che incarnano un modo funzionalistico di fare pastorale (ecco la Parola, ecco i Sacramenti, ora vai pure!) sono costretti a... fare comunità. A Gesù non basta aver compiuto guarigioni e parlato del Regno di Dio (cf. Lc 9,11), vuole che nasca una comunione di vita, espressa anzitutto in una comunione di mensa. Qui c’è già una prefigurazione del nuovo popolo di Dio, la Chiesa. I discepoli saranno i servitori di tale comunione.

Gesù prende il comando della situazione: “Non hanno bisogno di andarsene”. Il Signore sa perfettamente ciò di cui l’uomo ha bisogno. Conosce il nostro cuore meglio di noi e non gli sfuggono le nostre vere necessità. E aggiunge: “Voi stessi date loro da mangiare” (v. 16). È un comando che equivale a dire: Siate padri di questa gente, allo stesso modo del dovere umano dei genitori verso i figli. Inoltre la costruzione della frase greca è volutamente ambigua e oltre l'ovvio significato di sfamare la folla, sembra far intendere che i discepoli devono dare se stessi come cibo a quanti seguono il Cristo, come farà Gesù, che si donerà come pane ai propri seguaci (cfr. Mt 26,26).

La risposta dei discepoli è sconfortante: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!” (v. 17). Eppure il Signore si serve di questo poco per sfamare la folla! “Portatemeli qua” - ordina Gesù. È un’espressione carica di significati: Gesù vuole il nostro “poco”, che per lui è già molto. Poi ordina ai discepoli di far sedere le folle per terra. In ciò, oltre al significato immediato che è quello di indurre la gente a un momento di pausa, di tranquillità, c’è anche un significato simbolico: ci si siede come chi sta a mensa. Gesù invita tali folle a un banchetto che, nella reminiscenza dell’AT, è il simbolo del banchetto messianico (cf. Mt 8,11). È lui che si rivelerà come il Messia che nutre il suo popolo. In tale contesto i discepoli si trovano nella stessa situazione di Mosè quando nel deserto il popolo chiede pane e carne. Sono cioè allibiti, perché il loro compito è troppo superiore alle loro forze. Mosè stesso si rivolge a Jahvé dicendo: “L’ho concepito forse io tutto questo popolo? (...) Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?” (Nm 11,11-12). Viene la voglia di scaricarsi di questa responsabilità...

Segue una serie di gesti compiuti da Gesù: prende i cinque pani e i due pesci; alza gli occhi al cielo; pronuncia la benedizione; spezza i pani; li dà ai discepoli. Sono gli stessi gesti dell’ultima cena.

Alla sua azione Gesù associa i discepoli, che sono invitati a prolungare il suo gesto. Distribuendo i pani alla gente, quale segno del dono di sé, i discepoli mettono a disposizione della folla tutto ciò che hanno e se stessi.

Alla folla non è dato solo cibo materiale, ma con esso lo Spirito, l'amore che ha originato il gesto della condivisione di Gesù e dei discepoli.

“Tutti mangiarono e furono saziati” (v. 20). Il “pane” di Gesù, che è il pane vero (cf. Gv 6,32), il pane dato ai figli, sfama tutti. Quella folla sfamata è simbolo di quel nuovo popolo che si nutre di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio, che vive di Cristo, pane vero, pane che è per tutta l’umanità. Nutrirsi di Cristo è accogliere la sua Parola e meditarla, accogliere il suo corpo nell’Eucaristia, entrare nella sua morte e risurrezione. L’abbondanza del pane, al punto che i discepoli ne portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati, una per tribù, indica che tale pane rimane per tutti e per sempre!

 

Contatti

santuarionsdifatima@gmail.com

Please, enter your name
Please, enter your phone number
Please, enter your e-mail address Mail address is not not valid
Please, enter your message
Acconsento al trattamento dei dati ai sensi del DLgs 196/2003 e del Reg. UE 2016/679.
Leggi l'informativa

Donazioni

  • Il Santuario N.S. di Fatima nato per la generosità di tante persone e per chi ha donato tutto per la maggior Gloria di Dio, si sostiene con il contributo libero di quanti devolvono a suo favore offerte. Chi volesse contribuire può farlo:

    IBAN: IT55 G 03069 39450 100000009531

    Banca Intesa San Paolo
    C.C. POSTALE 439018
    intestato Istituto degli Oblati di Maria Vergine, Santuario N.S. di Fatima
tp冷钱包下载tp冷钱包官网tp钱包安卓下载tp冷钱包tp钱包下载tp钱包官网