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Assunzione della Beata Vergine Maria
L'assunzione della Beata Vergine Maria in corpo ed anima è un è un segno di speranza per noi cristiani, perché rappresenta la sua salita in cielo in anima e corpo, simboleggiando la vittoria sulla morte e la promessa di vita eterna per tutti i credenti. La festa sottolinea che la morte non è la fine, ma un passaggio alla vita eterna accanto a Dio, una certezza che offre conforto e speranza, soprattutto nei momenti di difficoltà. L'Assunzione di Maria ci ispira quindi a guardare oltre le difficoltà della vita terrena, mantenendo lo sguardo fisso sulla meta celeste, dove troveremo la pienezza della gioia e la beatitudine.
L'assunzione della Vergine Maria è un'azione potente di Dio; da parte sua Maria - Maria, con la sua fede e il suo "sì" a Dio - ha collaborato all'azione di Dio in lei rendendosi totalmente. E in questo ci è di modello per la nostra risposta di fede.
La prima lettura - l'Apocalisse di Giovanni (Ap 11,19a;12-1-10) che leggiamo in questa solennità, ci presenta l'immagine di “una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”. Tale figura è da identificarsi innanzitutto con il popolo di Israele,
il quale ha due caratteristiche fondamentali (soprattutto nei profeti e nei salmi): è la donna sposa ed è la donna madre. È la sposa legata a Dio dal vincolo nuziale (l’alleanza), chiamata alla fedeltà verso il suo Sposo, ma è anche la prostituta, perché tradisce l’amore della sua giovinezza (cfr Os, Ger, Ez). Ed è anche la donna feconda che partorisce figli, che genera i figli dell’alleanza. Siamo perciò di fronte al simbolo del nuovo popolo di Dio nella sua dimensione nuziale per rapporto a Dio e nella sua dimensione materna in quanto chiamato a generare i figli dell’alleanza, che in questo caso sarà la nuova alleanza.
Questa donna però diventa anche figura di Maria, membro eccellente di Israele e della Chiesa di Cristo. Come è salvata dall'azione potente di Dio, così la salvezza di Maria è anche prefigurazione della nostra salvezza, di un Dio che in Gesù ha già vinto il peccato, la morte e il Nemico.
Vediamo ora come è descritta questa donna dal nostro testo dell'Apocalisse.
È “vestita”. Attraverso tutta l’Apocalisse si snoda la tematica del vestito della sposa. Esso è tessuto dalla fidanzata nella stagione del tempo ed è indossato dalla sposa nel giorno delle nozze dell’Agnello. La tessitura del vestito da sposa che la fidanzata fa sono le opere dei santi (cfr. Ap 19,8).
È “vestita di sole”. Dio l’ha rivestita di sole, o forse meglio: «avvolta della luce del sole»[1]. Il significato di questa affermazione è duplice:
a) il sole rappresenta il vertice della creazione del cosmo nell’ambito delle cose, rappresenta perciò un punto alto nell’attività creatrice di Dio. “Vestita di sole” significa che Dio vuole rivestire questo popolo – come già ha vestito la donna – con i migliori doni della nuova creazione. La donna – come il popolo in futuro – risplende di luce, come il volto del «Simile a Figlio d'uomo» (1,16), e partecipa anticipatamente del fulgore che illuminerà la città santa del mondo nuovo (cfr. 21,23; 22,5). Per la luce di cui è circonfusa la Donna si colloca allora idealmente nel campo che si contrappone al regno della Bestia e all'abisso infernale;
b) inoltre nell’Antico Testamento, in modo particolare nei salmi, il sole come massimo astro, come sorgente di luce e di vita, è l’immagine di Dio stesso. Non è casuale che anche Gesù abbia insegnato che il Padre celeste “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni” (Mt 5,45). Inoltre, nel segno celeste della trasfigurazione di Cristo, il suo volto “brillò come il sole” (Mt 17,2). Allo stesso modo il profeta dell’Apocalisse dichiara di aver contemplato il volto del Risorto sfolgorante “come il sole quando splende in tutta la sua forza” (Ap 1,16). Questa donna è dunque figura del popolo che è rivestito della gloria di Dio, del fulgore divino. Un popolo vestito di Dio, ammantato della gloria di Dio, un popolo circondato da Dio, come se Dio lo vestisse di se stesso.
E ha la “luna sotto i suoi piedi”. Gli antichi calendari erano tutti lunari. La luna era l’astro che misurava il trascorrere del tempo. Un famoso testo del Siracide collega con la luna il calendario delle feste e il nome dei mesi (cfr. Sir 43,6-8). Il fatto che la luna sia “sotto i suoi piedi” [in greco il termine indica “sotto, rimanendo in contatto” quindi i piedi poggiano sulla luna] significa che la donna – popolo è in contatto con il tempo ma allo stesso tempo lo trascende; è in contatto con la storia, ma non è riducibile, racchiudibile in essa. E siccome il tempo è il luogo del tracciato dell’alleanza tra Dio e l’uomo ciò significa che questa donna, rimanendo in contatto con il tempo e con la storia, è segno della realizzazione vertiginosa dell’alleanza, quale il tempo non ha mai visto e quale nella storia non si è mai data.
Ma non solo. Infatti se la luna segna i mesi e le stagioni, e con ciò determina la fecondità e la vita ad ogni soglia, allora la Donna che si erge sulla luna è signora – pur subordinata al Signore – del volgere dei mesi e degli anni, degli eventi e della storia, e cammina verso il tempo in cui la sua presente funzione materna si cambierà in quella sponsale e in quella di città escatologica[2].
Tutto sommato la visione di Ap 12 sollecita i cristiani a riflettere sul fatto che il popolo di Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento vive nella storia, ma i suoi passi sono diretti al di là di essa. Animata da questa nitida consapevolezza di fede, la donna-popolo di Dio cammina nella storia, fissando il suo sguardo verso Cristo, che è “di lassù” (Gv 8,23: “Fratelli – confessava con grande lucidità l’apostolo Paolo ai fedeli di Filippi -, […] so soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3,13-14).
“Sul capo una corona di dodici stelle”. La corona, ancora una volta è stefanos, quindi è la corona della vittoria. Questa donna vittoriosa è in stretta relazione con il popolo di Dio, che sarà un popolo vittorioso. Il numero dodici – 12 sono le tribù d’Israele, 12 gli apostoli - e i suoi multipli in tutta l'Apocalisse sono infatti sempre in relazione con il popolo di Dio. A motivo di quella sua corona di dodici stelle la Donna ha dunque a che fare con il 144.000 protetti dal sigillo del Dio vivente (cfr. Ap 7,4), con l'Agnello e i dodici suoi apostoli (cfr. Ap 21,14), e con la città escatologica dalle misure perfette, tutte basate sul dodici e suoi multipli (cfr. 21,16.17).
Se poi le stelle indicano il livello della trascendenza divina, quindi questo popolo è visto nella dimensione di Dio, la Donna – pur mantenendo il suo riferimento a Maria – è qui allo stesso tempo la proiezione della Chiesa nel mondo di Dio. Essa è la donna – popolo legata a Dio dal vincolo nuziale dell’alleanza, essa è ammantata della gloria di Dio, è rivestita della preziosità di Dio perché Dio la ricolma con il massimo del suo amore, donandole non solo il meglio della creazione ma se stesso. È la piena realizzazione tra Dio e l’uomo. La corona di dodici stelle indica la vittoria finale.
“Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto”. Nel testo greco letteralmente si legge: “porta dentro il grembo e urla nel partorire ed è tormentata nel generare”. Il suo parto è prossimo perché già grida. Urla nel partorire Colui che ha dentro, il Figlio che poco dopo Giovanni presenterà come nato. Pur in questa situazione di altissima sofferenza e di enorme fragilità la donna-Maria-Chiesa non può esimersi da tale travagliato parto affinché Cristo nasca nel mondo e sia generato nei credenti. Anche San Paolo usa l’immagine del parto nella lettera ai Galati: “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco (ōdínō) nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi!” (Gal 4,19). Con questa immagine materna (cfr. 1Ts 2,7-8), l’apostolo mostra di attendere, con un’ansia simile a quella di una partoriente, che il Galati da poco convertitesi al cristianesimo, pervengano alla maturità della fede. Come nel grembo il bambino riceve dalla madre la forma di uomo, così i cristiani della Galazia, battezzati dall’apostolo, hanno ricevuto da lui la forma di Cristo[3].
Successivamente anche nella lettera agli Efesini l’apostolo – o chi per lui – riprende in modo simile l’intuizione della progressiva crescita storica del corpo ecclesiale di Cristo. Giunge così a parlare di “edificazione del corpo di Cristo”, nel senso che tutti i cristiani sono chiamati “all’unità di fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,12-13).
Il testo biblico poi ci presenta l'insidia del diavolo contro la donna:
“il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato”: non c’è scampo! non c’è via d’uscita! Il contrasto tra l’enormità di quella potenza e la fragilità dell’inermità della donna-Chiesa è chiaro. Il drago vuole divorare il bambino – il Gesù che la Chiesa partorisce – che porta nel grembo (il Gesù che offre al mondo); cioè Satana vuole cancellare Cristo dalla storia, strapparlo via dalla vita della gente. Vuol fare con la bocca (divorando) quello che faceva con la coda buttando giù un terzo delle stelle: distruggere quanto di Gesù riesce alla Chiesa di generare nel mondo. Quanto di bene essa riesce a fare nel mondo. Il drago lo vuole togliere via violentemente, lo vuole strappare.
“Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono”. Giovanni si ispira alla profezia messianica del Salmo 2,9 (citato già in Ap 2,27) che parla del messia che deve governare tutte le nazioni con scettro di ferro. Questo figlio – Gesù – è generato dalla Chiesa. Allora che cosa ci sta dicendo Giovanni? Che anche se il confronto con il male che tu, cristiano, ogni giorno porti sulla tua pelle ti sembra così scompensato, ti sembra così enorme, tracotante, arrogante… e ti sembra tanto fragile quello che tu sei, quello che riesci a fare, sappi che quello che tu riesci ad esprimere, in quel gesto di amore, in quelle parole, in quei rapporti, tu stai generando Gesù. E anche se a te sembra una cosa ben piccola, essa porta in sé l’invincibile potenza di Dio. Quel piccolo, povero Gesù che tu riesci ad esprimere dentro vita della gente, il drago, con tutta la sua tracotanza, non ha il potere di strapparlo via, di sopprimerlo, né di sopprimere la donna che lo genera.
Infatti “il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono”. Cioè quelle opere di amore che tu compi, per quanto piccole e imperfette, non saranno spazzate via dalla prepotenza del drago, perché Dio stesso le custodisce con la sua onnipotenza. Così è successo per Gesù nella sua vita terrena, così succede per ogni credente in lui. Lungo i secoli, Dio seguiterà a mettere sul suo conto il bene che ogni credente avrà fatto agli altri, specialmente se più bisognosi. Così, alla fine, Gesù stesso potrà dire a tutti i giusti: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…” (Mt 25,35-36). Tutto il “bene” che i cristiani hanno fatto rimarrà presso Dino fino a quando, varcata la soglia della casa del Padre (cfr. Gv 14,2-3), i fedeli incontreranno Cristo glorioso. Sarà lui a invitare i credenti a prendere parte alla sua stessa agape eterna (cfr. Ap 2,26-29).
Soltanto allora il drago, che è stato già precipitato dal cielo (cfr. 12,9.10.13), mentre il Figlio vi è asceso da risorto, sarà finalmente sconfitto in modo completo e definitivo.
“La donna invece fuggì nel deserto dove Dio le aveva preparato un rifugio”. Il deserto è il luogo caratteristico del popolo di Dio, è il luogo della strada, della prova ma anche il luogo in cui si sperimenta il soccorso, la risposta e la tenerezza di Dio. Ricordiamo come nel deserto Dio ha nutrito il popolo uscito dall’Egitto con il “pane del cielo”, la manna (cfr. Es 16,4-36; Sal 78,24) e con la “carne” (le “quaglie”) (Es 16,11-12). In modo simile, il Signore aveva nutrito nel deserto il profeta Elia (cfr. 1Re 17,4; 19,5-8), braccato dal re Acab e dalla regina idolatra Gezabele, proprio come i cristiani dell’Asia Minore, perseguitati da Roma idolatra. Così anche i fedeli dell’Asia Minore dovranno avere fede per riconoscere con gratitudine la provvidenza quotidiana di Dio nella loro vita, persino durante le persecuzioni.
Maria, a cui ci affidamo come figli, interceda per noi perchè possiamo rimanere ogni giorno saldi nella fede e un giorno giungere alla meta, il cielo, nel quale come Madre ci attende!
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[1] Il verbo periballomai significa «indosso / mi vesto di», ma la luce più che vestito è alone luminoso, e una traduzione migliore potrebbe essere: «circonfusa / avvolta (della luce) del sole».
[2] Cfr. G. Biguzzi, «La donna vestita di sole di Ap 12», in Aa.Vv., Stella Parit Solem. Maria nella Bibbia, dalle prefigurazioni alla realtà, Tau editrice, Pian di Porto – Todi (PG) 2008, 72.
[3] F. Manzi, Il Cavaliere, l’Amata e satana. Sentieri odierni del vento nell’Apocalisse, Queriniana, Brescia 2020, 153.
Le Suore Oblate di Maria Vergine di Fatima
Offerte al Padre, come Maria, per la vita dei Fratelli
La nostra famiglia religiosa, approvata nel 2001 come Istituto di Diritto Pontificio, comprende circa un centinaio di membri che operano in Italia e all'estero.
LA DIMENSIONE MARIANA
Maria Santissima, per l'Oblata, è modello di totale dedizione alla persona e alla missione di Cristo. Nel suo Fiat e nel suo Magnificat ogni Oblata comprende pienamente se stessa.
La nostra spiritualità ha una forte dimensione mariana, che trova la sua peculiarità nel contemplare Maria quale Madre e Socia del Redentore e nel vivere come Lei, l'associazione all'opera della redenzione; collaboriamo concretamente all'opera della redenzione rispondendo agli appelli della Vergine a Fatima: l'offerta della vita associata all'oblazione di Cristo, la preghiera e la riparazione.
IL CARISMA
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La nostra missione di evangelizzazione, che realizziamo nelle opere di carità spirituale, ci vede impegnate, prima di tutto, nella testimonianza del primato di Dio nella nostra vita consacrata e nell’attività apostolica rivolta a tutte le fasce di età e ad ogni categoria di persone, affinché i nostri fratelli e le nostre sorelle, prendendo coscienza di essere creati a immagine e somiglianza di Dio, redenti e salvati da Cristo, vivano la figliolanza con il Padre e realizzino così la profonda vocazione della persona umana.
OBLATE DI MARIA VERGINE DI FATIMA
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