Articoli filtrati per data: Giovedì, 24 Luglio 2025

L'esistenza cristiana è attesa del ritorno del Signore nella gloria. Il discepolo non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia è altrove.  Straniero e pellegrino sulla terra (cfr. 1Pt 2,11), non ha quaggiù una città stabile, ma cerca quella futura (cfr. Eb 13,14), dove sta colui che attende (cfr. Fil 3,20).

La comunità di Luca è cosciente che il Signore non verrà tanto presto. Il momento del suo ritorno sarà la notte, figura della morte personale, anticipo della notte cosmica.

Ma il tempo dell'attesa non è vuoto. È il tempo della salvezza, in cui la chiesa testimonia il suo Signore davanti a tutto il mondo. La sua salvezza è affidata ormai alla responsabilità dei credenti. La storia diventa il luogo della decisione e della conversione, della vigilanza e della fedeltà alla Parola, che ci trasforma a immagine del Figlio. La nostra vigilanza è tenere accesa davanti al mondo la luce del Signore, continuando la sua missione tra i fratelli.

Gesù dunque ci invita a questa vigilanza per mezzo di tre parabole.

 

Parabola dei servi fedeli (vv. 35-38)

Al tempo di Gesù era tipico affidare ai servi la gestione della casa durante una lunga assenza del padrone. In particolare era compito del portiere rimanere sveglio e aprire immediatamente non appena il suo signore – che poteva tornare anche a notte fonda - bussava alla porta.

Questo compito del portiere nella parabola è esteso a tutti i servi, cioè alla Chiesa. Essa deve attendere la venuta del suo Signore “quando finisce le nozze”. Gesù è lo sposo che ritorna da un banchetto nuziale. La sua vita terrena è stata il tempo delle nozze (cfr. 5,14). La sua morte è la fine della celebrazione nuziale e l'inizio dell'unione matrimoniale. Sulla croce Dio si è fatto una sola carne con noi nella nostra morte, per farci un solo spirito con lui nella sua risurrezione. È l'unione che celebriamo quotidianamente nell'Eucaristia, nostra vita presente e anticipo della futura. Quando egli verrà nella gloria questa unione con lui sarà piena e manifesta.

perché quando viene e bussa, subito aprano a lui”. La sua venuta escatologica avviene nel mistero ogni giorno, specie nell'Eucaristia, ove ci invita al suo banchetto, a quella comunione profonda con lui nella quale ci offre se stesso e noi ci offriamo a lui.

Ci dice allora come vegliare: con la “cintura ai fianchi”, dunque con la tenuta di lavoro, cioè con il servizio quotidiano di chi, celebrando l’eucaristia, è associato al mistero del suo Signore che si fece servo dei fratelli (cfr. Gv 13,4ss); con le “lucerne accese”, ossia con una vita luminosa, accesa alla luce del suo Signore, che illumina anche gli altri. La condizione per aprirli quando bussa è quindi questo impegno quotidiano a servirlo nei fratelli, a continuare la sua missione nella storia.

Beati quei servi...” (v. 37). È beato quel servo che ha “tesorizzato” davanti a Dio (cfr. 12,21b.33ss) nel servizio agli altri. Costui si è conformato a Gesù, è vissuto da figlio, e può così entrare nella piena partecipazione all'amore tra il Padre e il Figlio, cioè nella vita eterna. Quello che è anticipato nell’eucaristia, ove si celebra l’amore mutuo tra Dio e l'uomo, si realizzerà in pienezza nel Regno.

Egli stesso “si cingerà” per servire i suoi servi. Servire significa amare. Nell'eucaristia si celebra l'amore mutuo tra Dio e l'uomo, che ha nel servizio di Dio all'uomo la sua sorgente (cfr. 22,27; Gv 13,4-15).

li farà sdraiare...”. È un altro termine eucaristico che indica il riposo e la mensa, la comunione di vita beata che lui ci concede.

li servirà”. Gesù nell'ultima cena, istituendo l'eucaristia, ha dichiarato il senso di tutta la sua vita: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27), perché possiamo avere la vita. Ci servirà dunque anche nella vita futura; la vita divina, infatti, è sempre dono del Risorto, della fedeltà di Dio che ci mantiene nell'essere oltre la morte e ci fa accedere a quella comunione piena con Lui e con i fratelli. È il servizio che egli ci farà per l'eternità.

alla seconda o alla terza veglia”. Non si parla della prima veglia della notte, che è quella in cui si celebra l'eucaristia. In questa prima veglia si riceve forza per vegliare attraverso tutta la notte. La notte è ampia quanto la nostra vita, con le sue difficoltà. L'eucaristia ci rende capaci di condurre una vita luminosa e pasquale, fino a quando sorgerà il sole.

 

Parabola del ladro notturno (vv. 39-40)

Nella parabola del ladro notturno Gesù prende probabilmente lo spunto da un avvenimento concreto, cioè da uno scasso avvenuto recentemente, di cui parla ancora tutto il villaggio. Gesù utilizza il fatto clamoroso per mettere in guardia dalla sciagura che vede avvicinarsi per chi non vive nella vigilanza. L'ora della sua venuta – la parusia – non ci è nota, ma Gesù sa che è nell'oggi, nelle scelte che facciamo, nel modo di vivere la vita, si decide il giudizio. Nel giudizio finale, infatti, il Signore non farà che esplicitare davanti a tutti quello che abbiamo deciso di vivere e di essere. Nel presente – quindi nel quotidiano – siamo chiamati a vivere la vigilanza come attesa operosa della venuta finale e gloriosa del suo Signore. “Anche voi diventate preparati...” (v. 40). Tutta la vita è preparazione all'incontro definitivo con Lui.

 

Parabola del servo al quale sono affidati i beni (vv. 41-46)

Ora disse Pietro: Signore a noi dici questa parabola o anche a tutti?” (v. 41). Il cap. 12 è innanzitutto per i discepoli. Vale però anche per le miriadi di folle (cfr. 12,1). Vale per ciascuno in modo diverso, secondo la responsabilità (cfr. vv. 42-46) e la conoscenza che ha del Signore (cfr. vv. 47-48).

Chi è dunque il fedele economo...” (v. 42). L'uomo non è “possidente” (cfr. vv. 16-21). È un economo che amministra beni non propri. Tutto ciò che è e ha non è suo. È un dono di Dio, e deve restare tale per essere quello che è.

Probabilmente questa parabola che Gesù racconta è indirettamente rivolta ai capi del popolo ebraico. Infatti i dottori della legge erano in Israele come gli amministratori stabiliti da Dio, ai quali erano state affidate le chiavi del Regno dei cieli (cfr. Mt 23,13; Lc 11,52). In tale prospettiva la parabola diventa allora un richiamo alla fedeltà. Dio li esaminerà se hanno meritato la fiducia concessa oppure se ne hanno abusato.

Cosa è richiesto a questo servo? Cosa è richiesto a ciascuno di noi? Il Vangelo ce lo dice con un’immagine molto bella: “dare la razione di cibo a tempo debito” (v. 42). Questo servo deve cioè dare ciò che è necessario per il sostentamento degli altri servi. Non basta fare qualcosa di buono; il servo deve fare il bene bene, cioè deve aver cura dei bisogni effettivi dei fratelli e sorelle. Addirittura l’immagine richiama la sazietà: dare il cibo, dare cioè l’amore che abbiamo nel cuore, dare ciò che è necessario perché ogni uomo possa essere saziato con i beni – gli stessi beni che il padrone ha affidato a tale servo –, per una sazietà del cuore, dell’anima del fratello. Deve dare tutto ciò “a tempo debito”, cioè secondo i ritmi e le esigenze non mie, ma della persona concreta che ho di fronte. Questo vuol dire fare il bene bene, ossia un bene che corrisponda alle esigenze concrete delle singole persone. Solo chi ama può avere una tale disponibilità e attenzione.  

Chi è dunque il servo - amministratore – “fedele e saggio...”? Fedele è colui che agisce secondo la volontà del Signore; saggio è colui che la comprende. Luca vede in questa parabola la Chiesa, cioè anzitutto gli Apostoli, ma anche tutti noi cristiani che - a differenza degli altri - conoscono la volontà del loro Signore che ha riposto su di essi la sua fiducia. A noi verrà richiesto un rendiconto esigente, che sarà particolarmente severo nel caso che, indotti dal protrarsi della parusia, siamo lasciati andare, abusando del nostro incarico, della fiducia che il Signore ha riposto in noi. È per questo che Matteo aggiunge la conclusione: “a chiunque fu dato molto, molto sarà richiesto da lui; e a chi fu offerto molto, di più gli sarà chiesto” (v. 48). Tutti abbiamo ricevuto un grande dono. Ci sarà quindi chiesto molto. Esattamente quanto fu donato, accresciuto dai frutti di un buon investimento (cfr. Lc 19,11ss). Il credente è chiamato a prendere seriamente coscienza delle sue responsabilità davanti a Dio e ai fratelli.

In questa festa di S. Teresa Benedetta della Croce, ci viene proposto il vangelo delle dieci vergini. Queste vergini 

rappresentano tutta l’umanità. Il numero 10, infatti, è simbolo dell’assemblea. Tutta l’umanità è quindi chiamata all’incontro con il Signore.

Tutte le dieci vergini - continua la parabola - presero le lampade. La lampada, che deve essere accesa per illuminare, è l’immagine del nostro corpo. Se il cristiano è acceso dallo Spirito del Signore produce luce. Il suo corpo diventa luminoso. Il senso della vita  è proprio questa trasfigurazione del corpo e di tutta la creazione attraverso l’amore responsabile per il Signore.

Tutte e dieci “uscirono”. La vita è tutta un’uscita. Si esce materialmente dal grembo materno. Ma si deve uscire anche dall’Egitto, dalla schiavitù del proprio io (conversione). Alla fine si esce anche da questa vita. Tutta la vita è allora un esodo, un’uscita incontro allo sposo, sia per il saggio come per lo stolto. La differenza tra lo stolto e il sapiente si vede dal risultato finale. Nella parabola cinque vergini erano stolte e cinque prudenti.

“Le stolte presero le lampade, ma non presero con sé l’olio” (v. 3). Chi sono le vergini stolte? Il termine, che letteralmente significa “matte” o “pazze” (mwraˆ) è lo stesso che l’evangelista usa in 7,26 quando parla dell’uomo che costruisce la casa sulla sabbia. Solo un matto fa una cosa del genere: alla prima fiumana la sabbia viene portata via e la casa è crollata. E Gesù diceva: questo “stolto” (μωρῷ) è “chiunque ascolta le mie parole e non le mette in pratica…” (7,26). Quindi le vergini matte rappresentano qui credenti che sono entusiasti del messaggio di Gesù, però non lo praticano.

Le sagge... presero dell’olio con sé in piccoli vasi” (v. 4). A volte l’olio è segno dello Spirito. Qui però indica le opere buone. Gesù aveva detto infatti: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). L’unica cosa che ci dà la capacità di superare la soglia della morte e di entrare nella pienezza della comunione con Dio è il bene concreto che avremo fatto agli altri. Tutto il resto non serve a niente.

Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono” (v. 5). Il festino di nozze nella casa della sposa si concludeva nottetempo; poi la sposa insieme allo sposo si recava nella casa paterna dove si sarebbero celebrate le nozze e un nuovo festino. Le giovani fanciulle che andavano incontro allo sposo più che lanterne tenevano in mano delle fiaccole, cioè quei bastoni di legno - che si usano nelle processioni - con uno stoppino in cima imbevuto di materiale combustibile, da far ardere all’ultimo momento.

Il problema, quindi, non è quello di avere l’olio di riserva, bensì di versarlo quando è l’ora di accendere la fiaccola.

Ora lo sposo tardava (ancora oggi il ritardo è spesso dovuto al tempo di contrattazione sui regali da dare ai parenti stretti della sposa! Tralasciare questa contrattazione spesso aspra sarebbe interpretato come grave indifferenza dei parenti nei confronti della sposa; al contrario, è considerato assai lusinghiero per lo sposo che i suoi futuri parenti mostrino in tal modo che essi gli concedono la sposa solo dopo grandissima esitazione) e tutte caddero in un leggero assopimento (che è il simbolo della morte) e le fiaccole delle stolte si spensero.

A mezzanotte si levò un grido: ecco lo sposo, andategli incontro!” (v. 6). È il grido di risurrezione. Tutti risorgeranno a quel grido. Tutti alla fine del tempo, nella morte, o avranno realizzato o avranno perso la vita. La morte è il banco di prova di come abbiamo vissuto la vita.

“Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade” (v. 7). Cioè presero l’olio (il combustibile), con esso imbevvero le fiaccole e le accesero. Ma alcune di loro si accorsero di non essersi procurate l’olio. Le vergini prudenti avevano “previsto” quello che poteva accadere, vale a dire hanno letteralmente visto in anticipo tutto lo svolgimento delle nozze. Si sono fatte domande, hanno indagato e si sono informate bene sui possibili scenari della cerimonia, hanno fatto appello a chi aveva esperienza in materia, hanno immaginato quello che poteva succedere, si sono preoccupata di poter affrontare ogni eventualità… In altre parole, erano “abitate” dal pensiero di partecipare alle nozze non hanno risparmiato né energia né fantasia per essere all’altezza del loro compito. Erano già dall’inizio partecipi delle nozze.

Le vergini stolte, al contrario, hanno lasciato coabitare il pensiero delle nozze con altri pensieri e hanno fatto solo il loro dovere, o poco più. Hanno assicurato il minimo – la lampada con dentro  l’olio -, hanno messo la coscienza a posto e non ci hanno pensato sopra molto di più.

E le stolte dissero alle sagge. Dateci del vostro olio...” (v. 8). All’arrivo improvviso dello sposo la fiamma delle fiaccole non si poteva accendere tanto rapidamente: bisognava liberare gli stracci dai resti carbonizzati e innaffiare d’olio. Le stolte però si accorgono di non avere olio. Così è alla fine: chi non ha fatto la volontà di Dio, perché ha pensato solo a se stesso, solo alla fine si accorge di “non avere olio”. La parabola ci viene raccontata da Gesù per non accorgerci troppo tardi.

Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi...” (v. 9). È interessante: nessuno ti può dare quest’olio. Ognuno ha il suo. Paradossalmente il tuo olio è l’amore verso il prossimo che hai dato. O ce l’hai o non ce l’hai. È lasciato alla tua libertà.

Ora mentre quelle andavano per comperare l’olio...” (v. 10). È da notare che non è questione di cattiva volontà: anche le vergini stolte vogliono andare incontro allo sposo! Ma, in pratica, tutta la loro vita è stata un allontanarsi dal Signore perché non hanno fatto la volontà divina. Ed è in questo allontanarsi che arriva lo sposo. E, paradossalmente, esse credono di poter ancora fare in tempo...

“... e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa” (v. 10). Ecco il senso della vita: entrare con Lui alle nozze. Nel banchetto di nozze la porta veniva chiusa – sprangata in modo sicuro – quando gli sposi erano entrati con gli invitati – che sono in ogni modo molti – per impedire agli scrocconi e profittatori della regione di venire a mangiare a sbafo. Altro pericolo da evitare: permettere ai ladri, ai borsaioli e ad altri banditi di mescolarsi con la folla degli invitati.

La porta chiusa ci ricorda che viviamo una sola volta. È un’opportunità che non si ripete. In ogni istante, quindi, il cristiano gioca il destino della propria vita.

“Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, Signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco” (v. 11). Tutta la nostra vita dev’essere un riconoscere il Signore nelle singole azioni, cioè far la sua volontà. Allora saremo riconosciuti. L’espressione “non vi conosco” è la stessa che ha detto a quei discepoli che lo hanno assicurato dicendo: “nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuti prodigi” (cfr. Mt 7,22) e Gesù dice “non vi conosco” (Mt 7,23: “Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”). Gesù non riconosce nemmeno le persone che usando il suo nome compiono cose straordinarie, ma non compiono in realtà la volontà di Dio e non si preoccupano di ricercarla.

“Vegliate dunque” - è l’avvertimento finale. Ora sappiamo cosa significa il vegliare: è avere la saggezza. Quella saggezza che fa sì che in tutta  la vita il cristiano si impegna a procurarsi l’olio; è la saggezza di chi – con intelligenza e con la “creatività dell’amore – compie la volontà di Dio momento per momento, non per dovere, ma perché tutto teso ad accogliere il dono finale che Dio vuole darci: farci entrare nella festa di nozze che non avrà termine.

L’incomprensione dell’annuncio della sua passione e risurrezione e la reazione di Pietro danno a Gesù una nuova possibilità di precisare i termini della sequela: “Se qualcuno vuol venire dietro a me...”. Nessuno è costretto. Gesù invita i discepoli ad una nuova scelta. Andare dietro a lui è un atto libero di volontà. La massima volontà dell’uomo non è nel decidere ciò che pare e piace, ma è fare lo stesso cammino del Signore.

Pietro si era posto “davanti” Gesù per condurlo a fare la sua volontà come Satana. Gesù non lo respinge lontano. Lo rimette nella sua posizione giusta “dietro” di lui. Gesù, richiamando lui alla sequela, richiama ogni uomo a seguire la sua stessa via. Il Maestro ha già seguito la via dell’abbassamento, della kenosi, ha voluto (il “deve” di 16,21) risalire la via del male fino alla sorgente, che è l’inganno dell’autonomia dal suo Creatore (cfr. Gen). Se la chiusura dell’uomo è dovuta all’inganno di credere di poter “diventare come Dio”, ora Dio, che non ha bisogno di diventare tale, sceglie di rimanere fedele all’uomo fino alla fine, non scendendo dalla croce, dal nuovo albero della vita, che egli offre per ogni cristiano, perché da esso possiamo cogliere i frutti della salvezza.  Ma per accogliere questo dono dobbiamo seguire lui. Egli ci ha già “cercati”, inseguiti dal suo amore di pastore che non può sopportare che una pecorella rimanga sperduta. Seguire lui significa lasciare che la sua parola di Pastore metta in luce l’inganno che è nascosto nel nostro cuore per affidarci totalmente a Lui, come Egli si è affidato nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.

Possiamo giungere a questo abbandono solo quando cogliamo nello sguardo di Gesù il suo immenso amore per me. Mentre Pietro ha rimproverato Gesù senza guardarlo in faccia, Gesù volge lo sguardo verso Pietro (v. 23): egli deve vedere nel suo volto il volto di un Dio che lo ama immensamente (“chi sono io per voi?” - è ciò che ha chiesto in 16,15) e dà la vita anche per lui. La conversione di Pietro inizia quando, come ci ricorda Luca, dopo aver rinnegato tre volte Gesù, incrocia il Maestro, che volutamente volge il suo sguardo verso di Pietro (cfr Lc 22, 61). Pietro non si sente giudicato, disprezzato, allontanato, ma vede in questo volto sofferente il volto dell’Amore che dà la vita anche per lui. La misericordia di Gesù verso Pietro gli fa ammettere quello che prima non vedeva, non capiva: “ricordandosi delle parole che il Signore gli aveva detto…” (Lc 22,61).

Anche noi, come Pietro, portiamo nel nostro cuore un amore sincero per Gesù. Ma nonostante ciò l’inganno nascosto nel cuore ci può spingere, in tante scelte, a seguire vie che non sono quelle del Maestro. Lasciamo che il volto del Maestro educhi il nostro cuore, faccia crollare le barriere che ancora ci sono in noi…

E Gesù precisa: “... rinneghi se stesso”, ossia rinneghi il proprio “io egoistico”, “prenda la sua croce e mi segua”. La “croce” di chi segue il Signore è lottare anzitutto contro il male che c’è nel suo cuore. In questa lotta però non è solo: è in compagnia con il suo Signore, che lo ha preceduto e lo accompagna.

Poi avverte: “chi vorrà salvare la propria vita la perderà...” (v. 25). Cioè chi è preoccupato solo di scampare alla minaccia della morte e si “difende” da essa con la falsa illusione di sicurezza che gli dà il potere, l’avere e l’apparire, in realtà “la perderà”: a sua vita è già morta e perduta per sempre. Il futuro è già iscritto nel suo presente. “Chi invece perderà la propria vita per me...”, cioè chi è disposto ad amare fino a dare la vita per Cristo, “la troverà”. La vita che egli trova è quella dello Spirito Santo, l’amore tra il Padre e il Figlio, dono reciproco dell’uno e dell’altro. Egli ha già ora la vita che non muore (cf. Gv 3,14). È in questo senso che dobbiamo capire le ultime parole, quelle del v. 28: il “non morranno” riferito ad alcuni tra i presenti non è riferito alla morte fisica, ma indica quella vita del discepolo che già, qui in terra, vive da figlio di Dio: questa è la “vita eterna” che vince la morte.

Gesù ribadisce questo insegnamento: che senso ha possedere tutto nel tentativo di garantirsi la vita? Chi fa così in realtà anticipa con l’affanno la morte fisica e con l’egoismo quella spirituale. O a chi può pagare l’uomo per avere in cambio “la propria anima”? La vita non si può comperare con denaro, né barattare con dei beni. È puro dono, e solo in quanto donata resta viva.

L’episodio è ambientato all’estremo nord, ai piedi dell’Hermon, nel punto più lontano da Gerusalemme, in zona pagana. È qui che Gesù interroga i suoi discepoli. Fin qui erano gli altri a interrogarsi su di lui. L’interrogazione di Gesù non è un “esame” fatto ai discepoli, ma un gesto che rivela il desiderio profondo di Gesù: essere riconosciuto è il desiderio fondamentale dell’amore che si rivela.

È da notare la finezza di Gesù. Non va subito alla domanda diretta. Inizia chiedendo a loro cosa dice la gente nei suoi confronti. Solo poi la domanda si fa diretta. In questo modo Gesù quasi suggerisce di prendere le distanze da ciò che dice la gente. La loro risposta deve essere diversa.

Conosciamo bene la risposta: “Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti” (v. 14). Sono le figure religiose più eminenti del passato, con una storia di azione e di passione per la Parola. Hanno in comune il non essere state capite in vita e l’essere già in morte. Gesù non disprezza queste ipotesi positive fatte dalla gente, sebbene limitate.

“Ma voi chi dite che io sia?” (v. 15). C’è un “ma”: la gente... “ma” voi... Gesù si aspetta che la risposta dei discepoli sia un “ma” rispetto a quella gente, come il pensiero di Dio è un “ma” rispetto a quello dell’uomo: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri; le mie vie non sono le mie vie” (Is 55,8). Questo ci ricorda che troppe volte la gente ha un’idea di Dio troppo umana, deformata! Egli però ha voluto rivelare pienamente se stesso in Gesù. Quanto più penetriamo nel mistero di Gesù, e soprattutto quanto più lo imitiamo vivendo da figli, tanto più lo conosceremo per quello che egli è... E’, ovviamente, soprattutto un’esperienza concreta, come concreta è la persona umana di Gesù. Una conoscenza non semplicemente intellettuale, ma soprattutto “esperienziale”.

 “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (v. 16) - risponde Pietro. Si noti che questa confessione di Pietro era già in parte anticipata nella professione di fede dei discepoli che avevano accolto Gesù nella barca dopo il misterioso incontro notturno sul lago (“Tu sei veramente il Figlio di Dio!”: Mt 14,33). Pietro riconosce in Gesù non soltanto la sua messianicità, ma anche la sua divinità. L'appellativo “vivente” sottolinea la presenza e l'azione efficace di Dio nella storia umana (cfr. Mt 26,63).

“Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (v. 17). Gesù proclama “beato” Pietro perché ha accolto una rivelazione dall'alto, quella del Padre: “La carne e il sangue non te l’hanno rivelato”. Tempo prima Gesù, rispondendo ai discepoli di Giovanni che gli chiedevano: “Sei tu colui che deve venire...?”, aveva risposto, dopo aver elencato le opere messianiche da lui compiute: “... beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,2-6). Beato, quindi, chi lo riconosce per quello che è, come ha fatto Pietro.  Riconoscimento che avviene nella fede, che è dono di Dio. La sua fede è “solida”, sebbene – come vedremo subito sotto – non capisce tutta la portata della sua confessione, non comprende ancora che Gesù è un messia “al contrario” delle attese umane, perché conoscerà il fallimento, la condanna, il rifiuto e la morte.

Allo stesso tempo quella di Pietro è la beatitudine suprema di chi, accogliendo nella fede il Figlio, entra nel Regno del Padre. È quindi la beatitudine dei “piccoli” ai quali il Padre per libera e gratuita iniziativa rivela il progetto salvifico, che rimane invece nascosto ai “sapienti e intelligenti” (cfr. Mt 11,25-26). In tutto questo – lo si noti bene – Pietro non è diverso da qualunque credente che è beato per la sua fede e adesione a Cristo.

Gesù poi aggiunge: “E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (v. 18). Se Pietro ha “detto” la sua fede in Gesù, ora è Gesù a “dire” qualcosa su Pietro. È un dire che richiama una vocazione, quello che Pietro è chiamato ad essere e la sua missione. Secondo la tradizione biblica il cambiamento del nome, infatti - Simone diventa Pietro (kepha’) - sta a indicare una missione particolare da compiere. Su questa roccia che è Pietro – cioè sulla sua persona divenuta “roccia” in forza della sua fede in Cristo – il Signore costruisce la sua Chiesa, ossia il popolo della nuova Alleanza, la comunità di coloro che lo riconoscono Signore, Figlio del Dio vivente. Questa costruzione ha caratteristiche di solidità ed è garantita contro tutti gli attacchi delle “porte degli inferi”, o “porte dell’Ade”. È la solidità di una comunità credente che “rimane” in Gesù, che rimane quindi nella “verità” e partecipa della sua vittoria sul male e sulla morte.

Ad essere più precisi bisogna ricordare che “pietra” è un attributo di Dio. Infatti nel cantico che Mosè pronuncia ormai prossimo alla morte, leggiamo: “Voglio proclamare il nome del Signore: date gloria al nostro Dio! Egli è la Roccia; perfetta è l’opera sua...” (Dt 32,3-4). La roccia è dunque Dio stesso. Per cui la roccia che sorregge la Chiesa è direttamente Cristo, il Figlio di Dio e messia, ma ciò non esclude la cooperazione storica degli uomini. Egli ha scelto l’apostolo Pietro come suo collaboratore e continuatore. Un edificio deve sempre avere un fondamento, e poiché la Chiesa è un edificio visibile, costruita dalla raccolta di tutti gli uomini (Mt 23,15-20), anche il suo fondamento deve essere tale.

Da questa considerazione capiamo allora ancor meglio in cosa consiste la “solidità” della Chiesa. Essa non cade sotto il potere della morte, perché tale potere si infrange anzitutto contro il Dio vivente, il Dio Trinitario (il Padre che vuole la salvezza degli uomini, il Figlio inviato nel mondo che è fedele alla volontà del Padre, lo Spirito Santo donato dal Signore che guida e sostiene la Chiesa e i singoli credenti), la Roccia invisibile ma solida su cui essa è fondata. Questo ci fa capire perché la Chiesa nonostante l’infedeltà e il peccato di Pietro (come del cristiano che ne fa parte) rimane “solida” in forza della fedeltà stessa di Dio.

Si noti anche che se la Chiesa è raffigurata come un edificio, vuol dire che deve avere una compagine solida non solo nella fede, ma anche nella comunione fraterna, per tutto il tempo della sua esistenza. Nel Vangelo di Giovanni Gesù dirà che “da questo”, cioè dall'amore fraterno, “tutti sapranno che siete miei discepoli” (Gv 8,31). Ebbene, se tale fraternità nell'amore è il risultato dell'accoglienza dell'amore di Cristo, non è però insignificante il fatto che Pietro, in quanto fondamento visibile, è colui che, oltre a indicare Cristo per mezzo della sua fede e confermare i suoi fratelli nella fede, è colui che armonizza la diversità nell'unità. Come, cioè, il fondamento regge la casa, tenendo compaginato il vario materiale usato, l'autorità di Pietro unifica, coordina le forze confluite nella comunità e ne fa un organismo operante.

“A te darò le chiavi del regno dei cieli...” (v. 19). La chiave è un simbolo di potere, che riguarda anzitutto l’autorità nell’insegnamento, nell’interpretazione della dottrina.  È da notare che “darò” è al futuro: la promessa vale per il tempo che segue.

“ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli...”. Nel giudaismo i due verbi “legare” e “sciogliere” significa proibire e permettere. Oppure: escludere o reintrodurre nella comunità. Quindi possiamo cogliere due sensi: l’espressione si riferisce anzitutto all’interpretazione autentica della Parola affidata a Pietro[1]. È questo insegnamento autentico, la verità che Gesù ha rivelato, che apre all'uomo che vi aderisce il Regno dei cieli. Insieme all'interpretazione autentica della Parola a Pietro è affidato anche il compito di riconoscere se una persona è in comunione con la Chiesa o se si è separata da essa. Si noti, infatti, che questa sentenza di Mt 16,19 ricorre anche in Mt 18,18, in un contesto ecclesiale disciplinare che è noto alla tradizione giudaica: “escludere/legare, e riammettere/sciogliere” in riferimento alla comunità. In questo consiste il “primato di Pietro”.

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[1] Matteo riporta la critica di Gesù nei confronti dei responsabili giudei, scribi e farisei, che hanno il compito di interpretare autorevolmente la legge di Mosè. Egli smaschera la loro incoerenza perché «legano dei fardelli pesanti e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (23,2). La parola evangelica denuncia queste false autorità spirituali: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarvi» (Mt 23,13).

È un episodio di grande consolazione spirituale per Gesù che si sente confermato dal Padre.

«Otto giorni dopo queste parole…». Questo ottavo giorno – chiara allusione al giorno della risurrezione, è strettamente collegato alle sue parole sulla passione. La trasfigurazione ci mostra questo mistero profondo della croce: la «gloria» di Gesù obbediente che va verso il compimento del suo esodo.

prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo…” Gesù prende con sé tre testimoni, li porta con sé nello spazio segreto della sua comunione con il Padre.

sul monte”: non è un monte qualsiasi, bensì “il” monte, fisicamente ben determinato, perché noto ai discepoli. Ma è anche il monte della preghiera (di Gesù e della nostra), ove avverrà la rivelazione.

«Mentre pregava…». La preghiera – come lo è stato per Gesù - è il luogo dove si vede la gloria di chi va in croce, di chi «perde la vita» a causa di Lui (Lc 9,34). È il luogo dove veniamo generati nella gloria del Figlio perché lì diciamo il nostro «sì» alla volontà divina. Vediamo la trasfigurazione solo se teniamo aperti gli occhi sulla preghiera di Gesù, cioè sul suo amore per il Padre che diventa il suo stesso amore per noi.

«… il suo volto cambiò d’aspetto…». Dal suo volto traspare la sua realtà profonda: è il Figlio in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2,9). La luce – che proviene dal di dentro eliminando ogni ombra – ci fa vedere sul suo volto la sua realtà nascosta, dà visibilità all’invisibile. In lui anche noi siamo per dono ciò che Dio è per natura: siamo partecipi della natura divina (2Pt 1,4). Per accogliere e lasciarci trasfigurare da questo dono che in seme è posto in noi la via è quella di Gesù: l’obbedienza totale alla volontà di Dio.

«La sua veste divenne candida, sfolgorante…». Le “vesti sfolgoranti” di Gesù sono espressione della gloria tanto eccessiva: non si riesce a descrivere non solo il riflesso nel corpo, che è come la veste della persona, ma neanche il riflesso nella veste, che copre il suo corpo.

«…due uomini parlavano con lui: Mosé ed Elia…». Mosè, rappresentante della legge, ed Elia, padre dei profeti, sono gli interlocutori e adeguati di Gesù nel momento in cui si parla ormai apertamente della sua passione. Sono d’accordo sul fatto che l’esodo della passione a cui Egli va incontro a Gerusalemme è, secondo le scritture, il compimento pieno del suo destino messianico.

La morte e la risurrezione di Gesù sono il luogo nel quale la Trinità si rivela definitivamente al mondo come amore che salva. La trasfigurazione rinvia al pieno compimento di tale rivelazione nella suprema consegna dell’amore che si realizza sulla Croce. È lì che «il più bello dei figli dell’uomo» (Sal 44,3) si offre – nel segno paradossale del contrario – come «uomo dei dolori… davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3). La bellezza è l’Amore crocifisso, rivelazione del cuore divino che ama.

La presenza di Mosè e di Elia nella trasfigurazione di Gesù può essere interpretata anche in altro modo. Mosè, come si sa, ha condotto Israele dall'Egitto fino al Giordano, e lì è morto (Dt 34,1-12). Giosuè, e non Mosè, ha attraversato il Giordano alla testa di Israele per conquistare la terra promessa (Gs 3-4). Gesù sarà il nuovo Giosuè che attraverserà il Giordano della passione. E come Mosè aveva a suo tempo designato Giosuè per la missione di conquistare la terra promessa, così ora designa Gesù come Colui che entrerà definitivamente nella “terra” e inaugurerà il “regno”. Circa Elia, ricordiamo che il profeta era stato rapito sul cocchio di fuoco; la sua presenza, allora, è testimonianza che il Messia obbediente e sofferente non cammina verso l’ignoto, ma verso l’incontro con Dio.

«Maestro, è bello…». L’esperienza fatta da Pietro e compagni è quella della bellezza. La bellezza originaria del volto del Figlio ha alzato un lembo del velo che la ricopre. Lui stesso ha mostrato il suo volto di sposo alla sposa, perché anch’essa gli mostri il suo (cfr. Ct 2,14). «È bello che noi siamo qui», davanti a questo volto, che è l’unico luogo dove possiamo vivere e sostare. Qui siamo di casa. Altrove siamo sempre fuori posto.

«Faremo tre capanne…» (v. 33). tare con Gesù – l’unione nell’amore con Lui è il fine della nostra vita – è concesso solo a chi lo ascolta e lo segue fedelmente in questo suo esodo che passa per la croce. Pietro vorrebbe rimanere di fronte a questa “bellezza”. Come mai questa idea delle “capanne (σκηνάς)”? In Israele si riteneva che nella festa molto popolare “delle capanne” (Sukkòt: cfr. Dt 16,13-15) - festa in ricordo dei 40 anni di peregrinazione di Israele nel deserto, nella quale gli ebrei dimoravano per “sette giorni” in capanne[1] col tetto in frasche - sarebbe apparso il liberatore e ci sarebbe la vittoria finale del “Signore degli eserciti” sugli altri popoli (Zc 14,16-19), probabilmente a Pietro viene l’idea: costruire una capanna per ciascuno. Ma - come commenta l’evangelista Luca - “Egli non sapeva ciò che diceva”. La sua intenzione è buona, ma ancora non comprende. In realtà la sua proposta è ancora il tentativo di “bloccare” il cammino di Gesù verso la croce.

«venne una nube e li avvolse». Mentre Mosè ed Elia si separano da Gesù, una nube – che è segno della gloria di Dio - avvolge Gesù e i suoi discepoli. È la nube che era presente su Israele già dal “primo esodo” e che lo guidava fuori dall’Egitto. Questa stessa nube sottrarrà Gesù agli occhi dei suoi discepoli (cf. At 1,9). Per ora li avvolge con la sua ombra, come Maria, figura del discepolo, che ascoltò e concepì la Parola (cf. 1,35). È la potenza stessa di Dio, nella quale “entrano” con l’obbedienza alla parola del Padre, che dice “Ascoltatelo!”. Saranno questi discepoli – come ciascuno di noi che leggiamo il vangelo – capaci di fare come ha fatto Maria?

 «Questi è il mio figlio, l’Eletto. Ascoltatelo!». Le parole del Padre rivolte ai tre apostoli confermano la fedeltà di Gesù e del suo cammino messianico alle origini della propria vocazione battesimale (espressa nell’immersione nel Giordano) ed indicano a noi il suo stesso cammino di obbedienza. Seguendo il Figlio nel suo cammino anche noi viviamo da figli del Padre.

Appena la voce del Padre cessa, Gesù riappare «solo», cioè senza Mosè ed Elia e senza la gloria, il Gesù di sempre. La consolazione della trasfigurazione e della teofania è servita soprattutto a lui. Immediatamente prima infatti, il Maestro appariva gravato da una desolazione spirituale e psichica. Ora, confermato dal Padre, può «indurire» il suo volto per recarsi a Gerusalemme (cf Lc 9,51).

 

[1]  Cfr. Lv 23,33-36; 39-43; Nm 29,12-38; Dt 16,13-15.

Dopo che la folla ebbe mangiato, “subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva...” (v. 14). Dopo la moltiplicazione dei pani l'entusiasmo della gente per Gesù era alle stelle, tanto che qualcuno pensava addirittura di proclamarlo re (cfr. Gv 6,15). Gesù, però, lungi da ogni forma di gloria umana, si considera “servo”. Per i discepoli era bello indugiare un po' a godere di questo momento. Invece Gesù “ordina” ai discepoli di salire in barca e precederlo all'altra riva. Non vuole che si adagino nel successo e dimentichino quel è il cammino che hanno davanti. Lui, intanto, “congeda” la folla. Poco prima erano stati gli apostoli a suggerire a Gesù di “congedare” la folla. Ma Gesù non li aveva ascoltati; aveva voluto prima sfamare la gente, dando ad essa questo grande “segno”. Ora che i discepoli vogliono “trattenere” la gente, anche qui Gesù fa il contrario: la congeda. Ora che la gente ha ricevuto il pane Gesù può congedarla. Questo pane, infatti, è simbolo del vero pane, quello che ci serve in questa vita per camminare verso la meta, la salvezza. È il pane del cammino. Come è servito a Elia per camminare quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio (cfr. 1Re 19,1-9), così questo pane, che ci è dato da Gesù, serve per camminare nella fede e nella carità come figli di Dio verso la meta.

Congedata la folla, salì sul monte...”. Gesù si ritira in preghiera. Lui, il Messia inviato dal Padre, sta solo, lassù, in comunione con Lui, mentre i discepoli sono giù, nel mare, di notte, con il vento contrario, intenti a remare. È l’immagine della Chiesa che, dopo l’ascensione di Gesù al cielo, è chiamata ad affrontare il cammino della storia. Essa è sballottata come la barca tormentata dalle onde dalle varie prove che macinano il cuore dei cristiani, ma che ne purificano la fede. Anche con il vento contrario dello spirito del male essa procede nel buio della notte.

Ed è verso la fine della notte (dalle tre alle sei del mattino), ancora carica di buio ma insieme preludio del nuovo sole, che Gesù viene loro incontro camminando sul mare.  Al vederlo “i discepoli furono turbati e dissero: ‘È un fantasma’, e si misero a gridare dalla paura” (v. 26). La reazione è il terrore: camminare sulle acque è impossibile. Chi è giocato dalla paura scambia le proprie fantasie per realtà e la realtà per fantasia. I discepoli pensano che il Vivente in mezzo a loro sia un fantasma, un morto (cf. Lc 24,37). Il pane - il suo corpo dato per noi - non è l’incontro con lui che salva, ma è ridotto a pio ricordo di un evento passato che non si vive al presente. Nell’oggi della Chiesa lui, il Gesù terreno non è più con noi se non come l’assente, che ha vinto la morte e cammina sulle acque; è presente però con la sua parola e il suo pane che ci fanno camminare come lui ha camminato.

“Coraggio, sono io, non abbiate paura” (v. 27). La paura è pochezza di fede (cf. 8,26; 9,22). La fede, invece, è il coraggio di osare l’impossibile. Ma ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio. La paura, però, fa ritenere illusione la realtà di Dio. “Se sei tu - grida Pietro - comanda che io venga da te sulle acque”. C’è un “se”: dubita e allora chiede una prova. Il dubbio in sé non è negativo. Esso si pone a metà strada tra incredulità e fede. È un passaggio necessario per tutti. Per giungere a una fede consapevole e adulta, bisogna che il non credente dubiti del suo “non credere” e che il credente dubiti di avere già una fede matura, incrollabile... e chieda sempre il dono: “Aumenta la mia fede!”.

“Vieni!” - lo invita Gesù. Così sceso dalla barca Pietro cammina sulle acque. In obbedienza alla parola di Gesù egli riesce a fare come lui ha fatto, a fare l’impossibile per l’uomo ma possibile per Dio! Ma - ecco qui la sua poca fede - si lascia impaurire dalle circostanze avverse che per nulla sono diventate favorevoli. Dopo un primo momento di coraggio si è accorto che l’acqua è rimasta acqua e non era diventata ghiaccio o asfalto, che le onde, invece di appianarsi, lo investivano con violenza, e la bufera lo schiaffeggiava brutalmente... Finché aveva guardato a Gesù aveva camminato nel mare, ma ora, distogliendo lo sguardo a lui, guardando solo al mare avverso, si fa prendere dalla paura... e comincia ad affondare. Ma la paura che fa sprofondare è il luogo stesso in cui il Signore ci chiama a una fede maggiore; diversamente siamo colti da angoscia e disperazione.

“Signore, salvami”. Mentre affoga nel mare, Pietro grida a Gesù, che significa: il-Signore-salva! (cf. 8,25). Allora Gesù tende il braccio (gesto che indica l’intervento potente di Dio, come nell’Esodo) e lo salva.

“Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (v. 31). Pietro ha voluto partecipare alla potenza di Gesù, ma non sapeva che partecipare a questa potenza significa anche condividere le prove del Maestro, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Sono quelle prove che Gesù ha affrontato lungo tutta la sua vita, e in modo culminante sulla croce, quando la tempesta del male del mondo si è riversata su di lui. Pietro, in realtà, non conosceva se stesso: infatti presumeva di essere ormai capace di affrontare ogni avversità. Come pure non conosceva Gesù, perché ad un certo punto non si è più fidato di Lui. O, meglio, lo aveva conosciuto “nella carne”, nella sua umanità, ma non ancora nella fede. Non lo conosce ancora come il “Dio che salva”.

“Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: Tu sei veramente il Figlio di Dio!” (vv. 32-33). È interessante notare che appena Gesù sale sulla barca tutto intorno si fa calmo. Gesù ha il potere sulla natura e sulle forze del male. Con lui presente non dobbiamo temere... e soprattutto sappiamo che le prove... non portano alla morte, ma ci rafforzano nella certezza che è Lui il Signore della storia. La nostra vita, nelle sue mani, è posta al sicuro. Ma questo cammino di affidamento dura tutta una vita. Chi fa questa esperienza di essere da Lui salvato non può se non fare come i discepoli: piegare le ginocchia e adorarlo. La salvezza porta all’adorazione.

“Tu sei veramente il figlio di Dio!” (v. 33). È l’anticipo della professione di 16,16. Ciò non impedisce che Pietro, ancora debole nella fede, più avanti non lo capisca e lo rinneghi, sperimentando più a fondo la salvezza.

Riflettiamo

- La barca del racconto rappresenta la Chiesa. È simbolo della comunità, luogo della fede. Non ci sono scappatoie nella barca: o si arriva a terra o si va a fondo!

- La fede non spalanca al cristiano un cammino facile, tranquillo. È un equivoco in cui cadono tanti credenti. La fede non ci fa camminare al riparo delle tempeste, ma attraverso di esse. Mi permette di camminare al buio, in mezzo alle difficoltà di tutti, con l’unica sicurezza della sua Parola e del Pane. La fede non mi facilita la strada, ma le dà un senso. La parola “vieni” non mi rende un privilegiato, ma un chiamato. E se ancora sono preso dalle mie paure, dal dubbio, riconosco la mia non-fede e lo invoco: “Aumenta la mia fede!”.

Gesù si ritira in disparte, in un luogo deserto. Questo ritirarsi di Gesù è sottolineato molte volte da Matteo. Per esempio: dopo la persecuzione di Erode (2,14), come pure in seguito dell’imprigionamento del Battista (4,12) e al tentativo dei farisei di prenderlo per fargli del male (12,15).

Perché Gesù si ritira? C’è un motivo immediato: “Avendo udito queste cose”, cioè la tragica notizia dell’uccisione del Battista. Ma c’è anche un secondo motivo, più specifico, che si ricava dal brano parallelo di Marco, che parla del ritorno degli apostoli dalla loro prima missione apostolica. Dunque i motivi di tale ritiro nel deserto sono due: uno riguarda Gesù e il suo bisogno di silenzio e di preghiera, dopo aver saputo della morte violenta del Battista; l’altro riguarda gli apostoli che sono stanchi e hanno bisogno di riposo.

“Ma la folla, saputolo, lo seguì...”. La gente cerca Gesù: sta attenta, si informa e riesce a capire dove è andato. A piedi si incammina, lascia le città - luogo dove si trova tutto - e si inoltra nel deserto pur di poterlo ascoltare. Come Mosé condusse il popolo nel deserto, così ora le folle seguono il Cristo nel deserto, nel cammino verso la libertà.

Gesù, vide le folle e si commuove. Si lascia prendere dalla commozione come gli era già capitato di fronte al figlio morto della vedova di Nain (Lc 7,11-15) e di fronte al lebbroso (Mc 1,40-42). In fin dei conti quando in Luca racconta la parabola del buon samaritano (Lc 10,25-37) che vide il ferito e si commosse, parlava anzitutto di sé. Per questo anziché irritarsi delle folle che lo “disturbano”, si mette “al lavoro” e guarisce molti ammalati. Se non è questo un segno dell’amore misericordioso di Dio che si china sull’uomo ferito come il samaritano si è chinato su quell’uomo lasciato mezzo morto dai briganti! Il miracolo è la comunicazione con gesti di carità il mistero di Dio che ci ama.

“Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli...” (v. 15).  Questa espressione riporta subito alla memoria l’episodio dei discepoli di Emmaus. “Sul far della sera” il viandante sta per allontanarsi, ma i due discepoli lo pregano di rimanere ed egli allora si fa riconoscere (cf. Lc 24,13-32) “Sul far della sera”, allora, non è solo una indicazione temporale, ma è un’espressione carica di significato teologico: è l’ora del riconoscimento eucaristico. A conferma di ciò Matteo stesso descriverà l’inizio della cena pasquale con le stesse parole (cf. 26,20). Ritornando alla nostra scena, tali parole indicano, perciò, l’ora della manifestazione piena di Gesù.

Notiamo le parole dei discepoli: “Licenzia dunque le folle affinché, andando nei villaggi, si comprino dei viveri” (v. 15). Proviamo a metterci nei loro panni. Essi si aspettavano di passare una giornata tranquilli e in intimità con Gesù. Invece il Maestro li aveva quasi dimenticati, tutto attento ai bisogni della gente. Le parole dei discepoli sono anche un richiamo al buon senso: Signore, non ti accorgi che si fa tardi? Perché continui a intrattenere la folla in un luogo deserto dove non c’è più nulla da mangiare? Si coglie così in essi la convinzione di sapere come bisogna comportarsi.

È interessante l’ironia del racconto: coloro che ordinano a Gesù di congedare la folla sono gli stessi che alla fine saranno mandati a sfamare la folla. Proprio essi che incarnano un modo funzionalistico di fare pastorale (ecco la Parola, ecco i Sacramenti, ora vai pure!) sono costretti a... fare comunità. A Gesù non basta aver compiuto guarigioni e parlato del Regno di Dio (cf. Lc 9,11), vuole che nasca una comunione di vita, espressa anzitutto in una comunione di mensa. Qui c’è già una prefigurazione del nuovo popolo di Dio, la Chiesa. I discepoli saranno i servitori di tale comunione.

Gesù prende il comando della situazione: “Non hanno bisogno di andarsene”. Il Signore sa perfettamente ciò di cui l’uomo ha bisogno. Conosce il nostro cuore meglio di noi e non gli sfuggono le nostre vere necessità. E aggiunge: “Voi stessi date loro da mangiare” (v. 16). È un comando che equivale a dire: Siate padri di questa gente, allo stesso modo del dovere umano dei genitori verso i figli. Inoltre la costruzione della frase greca è volutamente ambigua e oltre l'ovvio significato di sfamare la folla, sembra far intendere che i discepoli devono dare se stessi come cibo a quanti seguono il Cristo, come farà Gesù, che si donerà come pane ai propri seguaci (cfr. Mt 26,26).

La risposta dei discepoli è sconfortante: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!” (v. 17). Eppure il Signore si serve di questo poco per sfamare la folla! “Portatemeli qua” - ordina Gesù. È un’espressione carica di significati: Gesù vuole il nostro “poco”, che per lui è già molto. Poi ordina ai discepoli di far sedere le folle per terra. In ciò, oltre al significato immediato che è quello di indurre la gente a un momento di pausa, di tranquillità, c’è anche un significato simbolico: ci si siede come chi sta a mensa. Gesù invita tali folle a un banchetto che, nella reminiscenza dell’AT, è il simbolo del banchetto messianico (cf. Mt 8,11). È lui che si rivelerà come il Messia che nutre il suo popolo. In tale contesto i discepoli si trovano nella stessa situazione di Mosé quando nel deserto il popolo chiede pane e carne. Sono cioè allibiti, perché il loro compito è troppo superiore alle loro forze. Mosè stesso si rivolge a Jahvé dicendo: “L’ho concepito forse io tutto questo popolo? (...) Da dove prenderei la carne da dare a tutto questo popolo?” (Nm 11,11-12). Viene la voglia di scaricarsi di questa responsabilità...

Segue una serie di gesti compiuti da Gesù: prende i cinque pani e i due pesci; alza gli occhi al cielo; pronuncia la benedizione; spezza i pani; li dà ai discepoli. Sono gli stessi gesti dell’ultima cena.

Alla sua azione Gesù associa i discepoli, che sono invitati a prolungare il suo gesto. Distribuendo i pani alla gente, quale segno del dono di sé, i discepoli mettono a disposizione della folla tutto ciò che hanno e se stessi.

Alla folla non è dato solo cibo materiale, ma con esso lo Spirito, l'amore che ha originato il gesto della condivisione di Gesù e dei discepoli.

“Tutti mangiarono e furono saziati” (v. 20). Il “pane” di Gesù, che è il pane vero (cf. Gv 6,32), il pane dato ai figli, sfama tutti. Quella folla sfamata è simbolo di quel nuovo popolo che si nutre di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio, che vive di Cristo, pane vero, pane che è per tutta l’umanità. Nutrirsi di Cristo è accogliere la sua Parola e meditarla, accogliere il suo corpo nell’Eucaristia, entrare nella sua morte e risurrezione. L’abbondanza del pane, al punto che i discepoli ne portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati, una per tribù, indica che tale pane rimane per tutti e per sempre!

È poi chiaro che questo pane, oltre ad alludere a Gesù eucaristia, siamo anche noi quando diventiamo “eucaristia” per gli altri.

Riflettiamo

- Gesù ha il coraggio di ritirarsi nel deserto. È un gesto che mi interpella. Sono capace di tirarmi fuori dalla ruota degli impegni prima di lasciarmi macinare da essa? Che cosa significa per me il “ritirarmi in silenzio”? È un tempo vuoto o un vero fermarmi davanti al Signore?

- La gente segue il Signore. Mi chiedo: la mia ricerca di Lui è sincera, disinteressata, o è frammista con altri obiettivi?

- Gesù di fronte alla folla si commuove. È solo dal cuore contemplativo che nasce la capacità di guardare come Gesù, di commuoversi e di lasciarsi coinvolgere per amore. Allora mi domando: come guardo gli altri? Guardo i fratelli di fretta, distrattamente, pensando solo a me, o viceversa dono capace di “attenzione”?

- L’esempio di Gesù ci invita a superare una pastorale funzionalistica per favorire una pastorale della “comunione”. Credo che in una società dispersiva come quella di oggi tale “comunione” è importante sia per i singoli (c’è un bisogno forte di appartenenza) sia per la visibilità stessa della Chiesa che testimonia la presenza del Risorto. Per questo è bene talvolta “rivedere” i criteri che guidano la pastorale nei vari ambienti.

- Come ai discepoli Gesù mi ordina di portagli le mie “povere e poche” cose. Forse a volte ci tiriamo indietro e gli diciamo: non sono pronto, non sapevo, non immaginavo... Invece vuole la prontezza e soprattutto la fiducia in lui.

- Gesù sfama le folle con il pane. È Dio stesso che si prende cura della vita dell’uomo e la nutre. So affidare la mia vita a Dio e al suo amore? Il Signore un giorno ha detto: “Cercate prima il regno di Dio”: sono preoccupato di ascoltare primariamente la sua parola, di cercare il suo regno, oppure sono preso da altre preoccupazioni?

- Che posto ha nella mia vita l’Eucaristia?

Questa parabola descrive l’uomo che fa consistere la propria sicurezza nell’accumulo dei beni. È il contrario del discepolo la cui sicurezza è nell’amore del Padre e dei fratelli (vv. 22-34). La nostra vita non sta nei beni, ma in Colui che li dona. È vero che è necessario impegnarsi con il lavoro per avere i mezzi necessari per il sostentamento, ma questo è diverso da quell’angoscia e sete di possesso che viene dall’egoismo, come pure dalla paura per il futuro (e in definitiva della morte).

Uno della folla (forse un fariseo), che non sembra essere discepolo di Gesù, lo prega di aiutarlo a risolvere una questione ereditaria. Secondo il costume ebraico del tempo, quando moriva il padre, il primogenito entrava ordinariamente in possesso di tutta l’eredità e i figli minori diventavano salariati del fratello maggiore, dal momento che per la cultura del tempo era importante mantenere insieme tutta la famiglia. Tenere l’eredità unita come unica proprietà del figlio maggiore sembrava garantire l’unità dei fratelli. Evidentemente in questo episodio il fratello minore chiede a Gesù di prendere le sue parti (così come ha fatto il figlio minore della parabola di Lc 15,11-32) e di aiutarlo a convincere il fratello a dargli la parte di eredità che gli spetta. Ma a lui Gesù risponde in un modo che ci può sorprendere, abituati come siamo a parlare di Vangelo come “promozione della giustizia”, o di “scelta dei poveri e degli oppressi”. Gesù dice:

 “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?” (vv. 13-14). Egli rifiuta il ruolo di mediatore di una giustizia umana, e ancor più quello di divisore di eredità. Egli non prende mai le parti di un uomo contro un altro uomo. Ha un’altra missione e l’assolve dicendo a tutti e due i fratelli, come a ciascuno di noi, di non cadere nell’inganno della cupidigia, che fa credere loro che il valore della loro vita dipenda dai beni di cui dispongono. Se il fratello maggiore non vuole dare al fratello minore la sua parte di eredità, perché crede di “essere di più” personalmente perché possiede di più, o perché pensa di procurare alla famiglia un benessere maggiore, si guardi da tale cupidigia. E se il fratello minore pretende la propria parte, perché crede che soltanto quando l’avrà ottenuta potrà essere veramente se stesso, si guardi anch’egli dalla medesima cupidigia.

Se ambedue si convertiranno all’economia dell’essere che precede l’avere e lo condiziona, i due potranno dividere la loro eredità secondo i criteri che liberamente riterranno migliori. Gesù non è venuto a stabilire un modo (evangelico) di dividere l’eredità. Non esiste alcuna dottrina obbligatoria della Chiesa sulla comunione o la divisione dei beni (cfr. At 5,4). A Gesù interessano le coscienze degli uomini che, liberati dalla cupidigia, possano liberamente stabilire da sé, in armonia, ciò che devono fare delle cose necessarie per vivere. La cupidigia è la bandiera di Lucifero, che spinge a cominciare con le ricchezze, per assicurarsi consistenza, rispettabilità e potere[1].

- La parabola dell’uomo ricco dei vv. 16-20 è un racconto in quattro scene che mira ad evidenziale l’atteggiamento di difesa istintivo dell’uomo mosso dalla paura della morte. Egli, la prima cosa che fa per salvarsi, è garantirsi la soddisfazione dei bisogni primari e far dipendere la vita da ciò che ha (vengono usati quattro imperativi: riposati, mangia, bevi e datti alla gioia!), invece che da ciò che è. Si chiude in un egoismo insaziabile che lo fa morire come uomo. Al contrario si è ricchi di ciò che si dà. Dio infatti è tutto perché dà tutto. Così ogni figlio di Dio vive la comunione con il Padre che dona (e non sostituisce il Padre con i doni che egli dà!) e con i fratelli con cui condividiamo. La vera natura dei beni è nella condivisione. Questo è il regno dei figli, il nostro vero tesoro (vv. 33s).

Si noti anche un particolare: Dio dando dello “stolto a quest'uomo” e interrogandolo: “Quello che hai preparato di chi sarà?”, fa anche allusione al fatto che quest'uomo non ha figli. Non ha mai pensato di dare l'eredità ai figli perché non ne ha. Non può dunque fare quello che fa un padre. L'eredità – problema che la persona aveva posto a Gesù all'inizio di questo brano (v. 13) -, qui ritorna, indicando che un uomo senza figli ai quali trasmettere l'eredità non è un “padre”. E noi, se davvero siamo figli di Dio ed abbiamo conosciuto la paternità divina, non possiamo non trasmettere agli altri – secondo una paternità non fisica ma spirituale – l'eredità più preziosa, che non consiste in cose materiali, ma in tutto quel bagaglio di vita, di “esperienza” della paternità di Dio, che ci permette di guidare anche altri e di farli crescere come figli di Dio[2].

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[1]  Cf. Francesco Rossi De Gasperis, Sentieri di vita, vol 2.2, cit, 394.

[2]  Cfr. R. Meynet, Preghiera e filiazione nel Vangelo di Luca, cit., 166.

Questo brano si collega al precedente. Giovanni Battista rappresenta la sorte del profeta in patria. E anticipa la stessa sorte di Gesù. Al banchetto di Erode, dove viene decisa la morte del profeta, si contrappone il banchetto di vita di Gesù (brano successivo: vv. 13-21). Nel primo si taglia la testa a chi dice la Parola, nel secondo si vive di essa. Il primo festeggia la vita con una danza macabra di morte, il secondo fa fiorire il deserto e lo riempie della freschezza del pane.

 Alcune osservazioni:

- se il banchetto è il contesto in cui si decide la morte del Battista, il motivo vero di tale morte è la difesa di fronte alle scomode parole del profeta che accusava il re di adulterio. Il re, infatti, aveva preso con sé Erodiade, già moglie di Filippo, suo fratello. Questo adulterio del re diventa simbolo dell’adulterio del popolo. Adultero è infatti chi tradisce la sua altra parte. Ma l’altra parte dell’uomo è Dio! Tutta la storia di Israele è una storia di adulterio. Tradire “Dio”, la propria parte, significa scegliere altri idoli. Per questo i profeti, che richiamavano il popolo alla fedeltà dell’alleanza, sono sempre stati “scomodi”.

- Al centro della festa c’è una danza. Bellezza e piacere sono ingredienti fondamentali di ogni banchetto. Apparentemente non c’è nulla di male. Ma c’è piacere e piacere. Non tutto ciò che luccica è buono. Il maligno usa delle trappole: fa apparire bello, buono e piacevole ciò che è morte (cf. Gen 3,6). Si serve di tutto come esca... pur di mettere l’uomo in ginocchio, pur di farsi consegnare la sua volontà e se stesso, consegnando il cambio... la sua rovina. E’, in fin dei conti, l’inganno degli idoli. Così Erode arriva a “vendersi” a Erodiade. Gli promette tutto ciò che desidera.

- Alla richiesta di Erodiade “il re ne fu contristato” (v. 9). C’è sempre un momento in cui il male toglie la maschera della bellezza e del piacere. Sotto i veli della fanciulla Erode scopre lo scheletro della morte. Solo che talvolta si è così invischiati dentro il male che non si ha il coraggio di tornare indietro. Il re si scopre schiavo degli altri che lo osservano. Egli, infatti, ha giocato la sua immagine... che non vuole perdere. La sua tristezza viene da Dio che lo chiama a conversione (cf. 2Cor 76,8-10), ma non è disposto a “perdere” la sua faccia. Così preferisce non vivere nella verità.

Riflettiamo

- Abbiamo già parlato di come il male si veste “camuffandosi” di bellezza e bontà. Dobbiamo saper non caderci (vedi commento a Mt 6,16-18).

- Erode è schiavo della propria immagine. Pur desiderando non far del male a Erode, in realtà si sente costretto ad ucciderlo. Questo è interessante, perché ci fa capire che non basta “volere”; bisogna “voler volere”, liberarci da tutti quegli impedimenti che non ci permettono di raggiungere l’obiettivo.

San Paolo stesso dice che: “C’è in me un desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18). Si vede il bene ma non si riesce a realizzarlo. Per questo non è così facile volere. Alcuni non arrivano a controllare il loro volere. Agiscono in modo impulsivo. Ci sono poi delle volontà effimere, passeggere, senza durata, a ridosso delle circostanze. Altre volontà sono “grintose”, senza elasticità, pronte a frantumarsi alla prima difficoltà. Ci sono anche delle volontà divise: si vuole non si vuole, una parte di noi vuole e l’altra no. Per “voler volere” è necessaria un’educazione al desiderio, imparando a interpretare i desideri (ciò che è buono e cattivo), a recuperare quella libertà interiore che permette di indirizzare il nostro cuore verso il bene desiderato[1].

 

[1] A questo proposito può essere utile il seguente testo: A. Manenti, Vivere gli ideali fra paura e desiderio/1, EDB, Bologna 1992 (vedi soprattutto le pp. 191-232).

Con questo episodio si approfondisce sempre più il solco che divide la folla dai discepoli: c’è chi rifiuta e chi si lascia coinvolgere nel cammino di Gesù. Nella sezione che si apre con questo episodio (13,53-17,27) si traccia l’itinerario dall’incredulità alla fede, con il passaggio obbligato attraverso il dubbio, che sempre accompagna sia l’una che l’altra. Ma vediamo ora il testo nei dettagli.

Gesù si trova nella sinagoga a Nazareth. Proprio in questa sinagoga aveva imparato la Parola; ora egli insegna come persona nota per ciò che ha compiuto altrove. C’è uno stupore iniziale dei suoi concittadini: “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli?” (v. 54). In se lo stupore è una cosa buona, in quanto permette all’uomo di aprirsi al mistero. Ma in questo caso non avviene così: tale stupore si chiude nel pregiudizio: “Non è egli forse il figlio del carpentiere?” (vv. 55-56). Pur ponendosi la domanda giusta quelli di Nazareth non sono disposti ad accettare la risposta che metterebbe in questione quanto già sanno. Come può Dio manifestarsi in questo uomo, normale e ordinario, in tutto simile agli altri? Essi, quindi, escludono a priori la possibilità che la sapienza e la potenza di Dio possa essere in “costui” che conoscono bene. Ovviamente è una conoscenza “nella carne”: conoscono cose vere di lui (è figlio del falegname, sua madre si chiama Maria, ecc.) senza capirne il mistero.

“E si scandalizzavano per causa sua”. La pietra di inciampo è l’umanità di Gesù, la debolezza di questa umanità. L’uomo vorrebbe essere come Dio (cf episodio della torre di Babele: Gen 11,1-9), ma non accetta che Dio sia come noi. Eppure è proprio questo che ci salva!

Gesù, allora, vista la loro mancanza di fede, cita un proverbio: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. Cioè: per pigrizia mentale è facile ridurre tutto a ciò che si sa. Per questo un profeta non è ascoltato dai suoi!

“E non fece molti miracoli...” (v. 58). È inevitabile perché il miracolo postula la fede.

Riflettiamo

- L’annuncio del Vangelo deve saper “stupire”, suscitare meraviglia. Sarebbe un guaio se ciò non avvenisse, se chi ascolta rimanesse indifferente. Lo stupore, infatti, o apre all’accoglienza della Parola o si chiude in rifiuto.  Qualcosa deve succedere. Se c’è indifferenza credo che il primo che deve porsi in questione dev’essere proprio chi annuncia: sono capace di trasmettere fedelmente il messaggio del Vangelo? L’ho approfondito nella preghiera per non essere uno che annuncia qualcosa di ‘scontato’? Lo vivo nella vita come testimonianza di ciò che annuncio con la bocca?

- Ci scandalizziamo anche noi di Gesù? Oppure accettiamo la debolezza della sua umanità, e della sua umanità crocifissa? “Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio, e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio” (1Gv 4,2s). La croce è scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, è sapienza e potenza di Dio (1Cor 1,23) che salva tutti.

La prima eresia, sempre latente, è lo gnosticismo. È rifiutare che la salvezza passi attraverso la croce. Sogniamo sempre una salvezza più... spettacolare! Stiamo quindi attenti a quelle forme di falso misticismo che svuotano il significato della croce...

- Ricordiamoci sempre che la fede cristiana non è un’idea, una serie di principi morali, né tanto meno una istituzione, ma un individuo concreto Gesù. Questo è lo scandalo e beato è chi non si scandalizza di lui (11,6).

- La fede e i miracoli. Per chi crede Dio senz’altro si preoccuperà di dare dei “segni” della sua presenza. Forse questi segni non sono sempre così “esteriori”, spettacolari, ma ci sono. Anzi, credo che siano proprio i miracoli “ordinari”, quelli cioè avvengono nella vita quotidiana, che hanno maggior importanza.

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