Articoli filtrati per data: Sabato, 08 Novembre 2025
Il nostro «eccomi» dal profondo di un cuore umile
In questo tempo di Avvento vogliamo accogliere il Cristo che viene, che si fa carne, sintonizzando il nostro cuore al cuore di Cristo. Contempliamo l’umiltà di Colui che – come leggiamo in Fil 2,5-8 – si è abbassato per amore: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce».
Se Dio fosse sceso in mezzo a noi rivestito di gloria e di splendore, nessuno lo avrebbe amato. Se fosse apparso con terribile potenza, chi avrebbe voluto avvicinarsi a lui? Nell’umiltà di Cristo si svela la vera natura di Dio: l’amore. Perché «Dio è amore» (1Gv 4,8.16). L’amore ha come sua espressione nativa il farsi prossimo all’altro, scendendo allo stesso livello dell’altro che si ama. Ed è quello che il Verbo ha fatto. Il Dio che si è fatto carne nel seno di Maria, rendendola madre (il termine mater deriva da materia, nel senso più nobile del termine, che indica realtà, concretezza) è lo stesso che si fa presente nel cuore della materia del mondo, nell’Eucarestia. Maria è diventata l’ostensione dell’umiltà di Dio. Gesù non è quindi disceso sulla terra per umiliarci ma per esaltarci. «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo diventasse Dio»[1].
Insieme a Cristo in questa meditazione vogliamo anche contemplare Maria, prendendo sul serio lo stile di vita povero e umile che ha reso possibile in lei l’azione potente di Dio, come Ella stessa canta nella prima parte del Magnificat (Lc 1,45-50):
L'anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l'umiltà della sua serva.
D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Che senso ha essere umili?
L’umiltà non è mai stata di moda, tanto meno lo è ora. La cultura nella quale viviamo è fortemente competitiva. Fin da piccoli siamo costretti a misurare le nostre capacità e i nostri risultati con un sistema di voti che ci mette a confronto con gli altri: sono insufficiente, buono, ottimo; valgo 4, 5, 6, 7; 18, 25, 30… Bisogna ottenere performance ben determinate! Risultato: siamo tutti in ansia. Il lessico puramente economico delle nostre scuole ne è ulteriore conferma: profitto, rendimento, crediti, debiti.
Spesso nel mondo del lavoro la logica della performance diviene ancora più feroce. L’unico scopo di molte aziende è generare profitto. Manager e sottoposti vengono valutati in base ai risultati del trimestre. Bisogna correre, essere spregiudicati e aggressivi contro la concorrenza. L’umiltà e la mitezza non vengono nemmeno prese in considerazione.
Naturalmente non mancano le eccezioni. Ma è questa la cultura nella quale viviamo. Una cultura narcisistica, nella quale ciò che conta è l’affermazione dell’“io”, la lotta per imporre la propria volontà, il proprio riconoscimento sociale. L’orgoglio ci spinge ad essere vincenti, ad affrontare il duro mondo della competizione globale. Orgoglio è sinonimo di fierezza, coraggio, determinazione. Umile è sinonimo di perdente.
Che senso ha allora essere umili? Ce lo insegna Gesù. E ci è di modello la Vergine Maria. L’umiltà – come abbiamo letto in Fil 2,5-8 - costituisce la forma di vita di Cristo. Potremmo dire: l’umiltà è un altro modo per dire incarnazione. Il più grande di tutti, colui di cui non si può pensare nulla di più grande, si fa il più piccolo, il servo di tutti e, proprio in questa sua abissale umiltà, manifesta la sua sconfinata grandezza. Egli ci invita ad imparare da Lui che è mite e umile di cuore.
Alla domanda: «Che senso ha essere umili?» possiamo rispondere così: anzitutto l’umiltà non è una virtù tra le altre, ma una postura, un atteggiamento profondo dell’anima da cui le virtù fioriscono come da una fertile terra. L’umiltà è da un lato un atteggiamento profondo che viviamo per lo sguardo realistico sull’esistenza – siamo creature deboli e fragili, bisognose – e dall’altra è una qualità stessa di Dio: «L’umiltà in sé stessa è divina e sfugge a ogni comprensione»[2]. Quindi è insieme un atteggiamento di verità su noi stessi e una chiamata – in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio – a somigliare a Dio. Ed è anche – come canta Maria nel Magnifica – la disposizione interiore necessaria affinché Dio compia in noi meraviglie: «ha guardato l’umiltà della sua serva»!
Uno scoglio nascosto
Se già da queste brevi frasi intuiamo il valore dell’umiltà e vogliamo realisticamente vivere così la nostra vita – in modo radicalmente controcorrente nei confronti della cultura che respiriamo – è allora necessario che prendiamo coscienza di ciò che ci ostacola in tale vissuto: lo scoglio nascosto presente nel nostro cuore. San Cassiano ci dice che l’orgoglio è uno scoglio nascosto che nessuno può evitare. Leggiamo: «L’orgoglio è come uno scoglio pericolosissimo coperto dalla schiuma delle onde, che sorprende all’improvviso e fa naufragare miseramente coloro che navigano con vento favorevole, quando non se l’aspettano né possono prevederlo»[3].
Non è così immediato vederlo. Infatti non si nutre solo del nostro egocentrismo, ma anche del bene che facciamo. Gregorio Magno ci insegna: «Quando si vive lottando energicamente contro i vizi, per ciò stesso si generano nel cuore sentimenti di presunzione e quando l’anima, di fuori, sconfigge valorosamente le colpe, spesso in segreto, dentro di sé, si gonfia di orgoglio»[4].
La medesima dinamica può avvenire facendo il bene. La parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-12) è chiara: praticando le opere di bene – l’elemosina, la preghiera e il digiuno, anche oltre a quello che prescrive la legge - il fariseo coltiva dentro di sé la serpe velenosa della superbia. Il male è nascosto nell’ipertrofia dell’io che lo spinge a paragonarsi agli altri uomini, disprezzandoli: «Io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; e neppure come questo pubblicano». Questo fariseo prima condanna il mondo e poi, non contento di ciò, si mette a giudicare il poveretto che gli sta accanto. Concentrato solo su di sé egli rende grazie a Dio non per essere buono, ma per essere il solo. «Non ringrazia Dio per i beni che ha ricevuto, quanto piuttosto dei mali che scorge negli altri»[5].
Difficilmente arriviamo ad un orgoglio così profondo e radicato, tuttavia, ammettiamolo, dentro ognuno di noi abita un piccolo fariseo sempre pronto a giudicare gli altri. Il male è nascosto nel paragone con gli altri. Ci esaltiamo perché ci riteniamo migliori degli altri.
Altri evidenti segnali che non siamo ancora profondamente umili è la presenza del sentimento dell’invidia. Incontrare altri che ci superano ci tormenta, versa sale sulle ferite procurateci dalla scarsa considerazione che abbiamo di noi stessi. Normalmente, per non soffrire, preferiamo isolarci. Altre volte però arriviamo perfino a desiderare la scomparsa di chi con la sua grandezza ci umilia. Pensiamo per esempio all’episodio biblico dell’invidia del re Saul nei confronti di Davide. Se poi ricopriamo un posto di potere, questo desiderio può anche tramutarsi in realtà.
Si noti che l’invidia – al contrario dell’umiltà – è uno sguardo non vero sulla realtà. Perché se può essere vero che ognuno di noi ha doni e ualiqualità diverse, Dio non ci lascia mai senza doni. La parabola delle monete d’oro (Lc 19,12-27) che l’uomo nobile consegna ai suoi servi su questo è illuminante: dà a tutti i servi la stessa quantità di denaro: una moneta. Quando consideriamo l’immenso amore che Dio ha per noi, l’invidia non può attecchire nel nostro cuore. Quello che importa all’anima è di essere amata. Quando nella fede siamo certi dell’amore di Dio, nulla ci manca. Cosa dovremmo invidiare che già non possediamo?
Altri segni che possono manifestare in noi lo scoglio dell’orgoglio sono i seguenti: il non saper collaborare con gli altri (volendo che l’altro faccia come voglio io), oppure il voler fare per conto proprio perché – come dice il detto - «chi fa per se fa per tre»; il non ascoltare gli altri (anche se sento quello che mi dicono in realtà non ascolto) e – oserei aggiungere – lo scoraggiamento. Sì, lo scoraggiamento potrebbe essere un segno di non umiltà, di non fede e abbandono nelle mani del Signore. Perché se una persona confida nei propri risultati, nelle proprie forze, consegue che nelle difficoltà e nelle sconfitte si scoraggia. L’umile, invece, mantiene lo sguardo fisso in Dio. Anche se un dispiacere, un fallimento o uno sgarbo ricevuto inizialmente lo può turbare, far vacillare, in breve tempo ritrova in sé la pace.
Un esempio, che traggo da Silvano del Monte Athos, mi sembra significativo: «L’anima dell’umile è come un mare; se uno butta un sasso nel mare, la superfice dell’acqua si muove per un attimo, poi esso sprofonda nell’abisso. Così ogni pena è sommersa nel cuore dell’umile; perché in lui abita la forza di Dio»[6].
Nel cuore dell’umile ogni pena è sommersa dalla certezza dell’amore infinito di Dio. Quando viviamo sotto il suo sguardo, vediamo con più chiarezza chi siamo. Riconosciamo i nostri limiti, i nostri peccati, ma anche tutto il bene che siamo: «Ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda» (Sal 139,14). Godiamo così di una grande pace. Se veniamo raggiunti da una parola o da un gesto d’incomprensione, rimaniamo feriti come capita a tutti. In poco tempo però riacquistiamo la pace. Conoscendo le nostre debolezze, accettiamo con più facilità quelle degli altri. Se invece ci consideriamo dei grandi, basta un niente perché la nostra anima rimanga turbata per giorni.
Nell’umile abita la forza di Dio. Un bambino amato dai genitori non soffre più di tanto se alcuni compagni lo deridono. L’umile è grato di un sorriso, di una stretta di mano, di un favore. Si ricorda di tutti i doni che hanno reso possibile la sua vita.
Inoltre l’umile – a differenza dell’orgoglioso e del superbo che guarda solo a se stesso – è capace di stupore. Quando contempliamo un tramonto, quando guardiamo la sconfinata distesa del mare, quando siamo sorpresi da un arcobaleno che spunta improvviso tra le nuvole e proviamo stupore e ammirazione è un buon segno (cfr. Sal 8). Perché il sentimento originale e autentico di fronte alla bellezza della creazione è l’umiltà, ci sentiamo quasi indegni. Il bambino è molto più capace di stupirsi del bello. L’orgoglio subentra successivamente quando, crescendo, perdiamo la capacità di sorprenderci, ripiegando lo sguardo su noi stessi. I nostri nemici sono i pensieri di orgoglio che ci impediscono di godere della bellezza che abita il mondo. Quando nel nostro cuore parla l’ambizione, vediamo solo i nostri progetti, i nostri programmi e i mezzi per raggiungerli. Tutti presi da noi stessi, non sappiamo più stupirci di nulla. Se però, come i bambini, torniamo ad aprirci a ciò che è più grande di noi, e a guardare anche gli eventi della vita – di ciò che è inaspettato ed è per il nostro e altrui bene – lo stupore sgorga dal profondo di noi stessi. Non guardiamo più la creazione e gli eventi della vita come qualcosa di conosciuto o di ripetitivo, ma sappiamo cogliere i segni della presenza del Signore.
Sarebbe proprio bello, in questo tempo di Avvento, cogliere con stupore e gratitudine i segni della venuta del Signore nel nostro oggi! Coglierli con l’atteggiamento interiore di Maria che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).
La vera grandezza
Da quanto abbiamo sopra detto cominciamo a scoprire che l’umiltà nasconde, dietro un’apparenza poco attraente, una grande bellezza. Gesù ci ha detto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 12,14). Dobbiamo scendere dalla vanità dell’orgoglio fino all’umiltà, per elevarci di lì fino a conquistare i vertici della vera grandezza[7].
Ma in cosa consiste questa grandezza? In Maria queste meraviglie si dettagliano come le prerogative che per pura grazia lei ha ricevuto con la maternità divina, come immacolatezza d’amore nella verginità, nella maternità e nella sponsalità. Ma, allo stesso tempo, sono segno dell’intenzionalità divina: anche in noi Dio vuole compiere grandi cose! E l’umiltà è la porta stretta per raggiungere la vera grandezza. Per mezzo di essa lasciamo che il Signore – come canta Maria – compia grandi cose in noi e per mezzo di noi. Che ci renda santi. Perché se è vero che la santità esige anche il nostro impegno, essa è prima di tutto dono, azione di Dio in colui che è umile e nella fede si affida incondizionatamente a Lui. Una santità che ci renda riflesso di Cristo (essere luce di Colui che è la Luce: cfr. Mt 5,13) a tal punto che chi ci incontra possa intravedere il volto di Cristo. Diventare persone così belle, armoniose, gioiose, che sappiano dar sapore alla vita di chi ci incontra (essere sale della terra).
Con questo desiderio vogliamo ora guardare a Maria, alla sua bellezza – che è riflesso della sua santità -, affinché possiamo anche noi assomigliargli imparando da lei ad accogliere con piena fede Gesù nella nostra vita. E – con lei e come lei – poter cantare: «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente».
Nell’annunciazione Maria è bella per il suo «sì» incondizionato alla volontà divina. Non ha dubitato dell’azione “impossibile” di Dio, cioè che una vergine generi! E, per aggiunta, che Dio non avrebbe dissolto la sua verginità (cfr. Lc 1,34), ma avrebbe realizzato il suo progetto storico-salvifico proprio attraverso di essa. Giustamente sant’Agostino ci dice: Maria «piena di fede ha concepito Cristo prima nel cuore che nel suo corpo»[8]. Un versetto molto significativo che ci offre uno squarcio sul cuore di Maria è il seguente: «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Maria non solo è stata docile allo Spirito nell’accogliere la volontà divina manifesta, ma è stata anche docile, nell’oscurità della fede, ad accogliere gli eventi nella sua vita – anche quelli che sembravano contraddire le promesse dell’angelo riguardo a Cristo: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre»: Lc 1,31-32 – meditandoli nel suo cuore. La sua fede non vacillava nella certezza che il Signore è fedele, che Egli opera per vie che non sono le vie degli uomini. Così con questa fede meditativa Maria ha dovuto sostenere “lo scandalo della mangiatoia”, la fuga in Egitto, la perdita e il ritrovamento di Gesù nel tempio, i trent’anni di vita nascosta di Gesù nei quali nulla di appariscente sembrava accadere, l’inizio della sua missione pubblica che lo porterà presto alle prime opposizioni, conflittualità che lo porterà alla croce sotto la quale Maria sta come “donna-sposa” unita allo Sposo in contemplazione e totale offerta della sua vita al Padre per la redenzione dell’umanità.
Nel Vangelo di Luca troviamo un altro passo nel quale si parla dell’importanza di saper custodire nel cuore, è il passo finale della spiegazione della parabola del seme. Gesù conclude la sua spiegazione dicendo che il seme caduto «sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza» (Lc 8,15).
Il cuore di Maria è per noi il modello di come, nella fede, va accolta e custodita la Parola. Maria è rimasta capace di riesprimere in tutta la sua vita quell’«eccomi sono la serva del Signore».
Se, secondo Fil 2,6, la decisione di Gesù Cristo di assumere la forma esistenziale del «servo» del Signore ha comportato per lui di non considerare come possesso degno di essere stimato e gelosamente salvaguardato (harpagmòn) la propria condizione divina. E la lettera agli Ebrei precisa che l’intenzione fondamentale di Gesù Cristo, al momento del suo ingresso nel mondo (cfr. 10,5), era di «fare la volontà del Padre» (vv. 7.9). Si può dunque osservare che all’«Ecco, io vengo a fare la tua volontà», che fin dall’Incarnazione anima tutta la vicenda terrena di Cristo, «servo del Signore» (Eb 10,9), in sintonia abbiamo l’«Avvenga per me secondo la tua parola» (cfr. Lc 1,38) che sintetizza – almeno dall’annunciazione in poi - l’intera vita della serva del Signore.
Infine uno sguardo alla croce è doveroso. Sappiamo che la contemplazione cristiana del Natale già intravvede in quell’evento la prefigurazione della croce. Così la mangiatoia che serviva per mettere il cibo per nutrire gli animali diviene segno di Colui che si darà da mangiare come Cibo di vita eterna; la deposizione del bimbo in essa diviene segno della sua deposizione nel sepolcro; le stesse fasce con le quali il bimbo viene amorevolmente avvolto da Maria diventano profezia delle fasce nelle quali verrà avvolto dopo la morte in croce per essere deposto nel sepolcro.
Sappiamo che dall’alto della croce Gesù affida a Maria i propri discepoli, che, qui come a Cana, vede nella sua funzione di donna: «Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26). Maria ai piedi della croce con-soffre con il Figlio ed è al compiersi dell’ora del Figlio suo che essa diventa Madre del nuovo popolo di Dio, della Chiesa di Dio. In essa si realizza quanto disse Isaia: «Nasce forse un paese in un giorno?... Eppure Sion, appena sentiti i dolori, ha partorito i figli» (66,8).
Sotto la croce contempliamo la bellezza trasfigurata di una Madre sofferente che genera i suoi figli in unione e sintonia perfetta con lo Sposo che dà la vita. L’ora di Gesù è anche l’ora della Madre. Quell’ora di cui l’evangelista Giovanni ci ha parlato nell’episodio di Cana è giunta per entrambi. L’«eccomi» di Maria è in perfetto accordo con l’«eccomi» di Gesù che è entrato nel mondo («Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»: Eb 10,7») e che nella sua ora glorifica il Padre (cfr. Gv 17,1-5) donando la sua vita per noi.
Accanto a Maria c’era «il discepolo che Gesù amava», il discepolo che ha potuto vivere la sua più nera giornata non nella solitudine mortale, ma sorretto dalla fede di «colei che ha creduto» (Lc 1,45) e continuava a credere. Anche dopo la morte di Gesù. Benché fosse stata trapassata dalla spada che trafigge l’anima (cfr.Lc 2,35), continuava a credere che, pur deposto il corpo di suo figlio nel sepolcro, il Maestro è il Signore della vita.
Quel discepolo, come ben sappiamo, rappresenta tutti noi. E, come nota la recente Nota Mater Populi fidelis del Dicastero per la dottrina della fede, «solo dopo l’affidamento di Maria come Madre, Gesù riconoscerà che “ogni cosa era compiuta” (Gv 19,28)» (n. 6). In altre parole: in questo suo compimento è compreso anche il ruolo materno di Maria, voluto espressamente dal Signore, dal quale non possiamo farne a meno. Per questo ci affidiamo a lei non solo come atto di fiducia, ma anche per imparare da lei a ridire il nostro «eccomi» nella fede, senza riserve, con piena disponibilità.
Vi auguro di poter vivere questo Avvento con questo atteggiamento interiore di Maria: di ascolto attento e meditante della Parola per cogliere quello che Dio vuole da ciascuno di noi e l’«eccomi» generoso, pieno ad essa, in sintonia con quello di Maria di cui ci sentiamo figli/e.
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[1] Sant’agostino, De Nativitatae Domini, serm. 128, cit. da S. TOMMASO, Summa, III, q. 1, a. 2.
[2] San Doroteo di Gaza, Insegnamenti spirituali, II, 37, in Comunione con Dio e con gli uomini, Qiqajon, Magnano (BI) 2014, p. 107.
[3] San Giovanni Cassiano, Le Istituzioni cenobitiche, XI, 3.
[4] San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, II, LII, 83.
[5] San Bernardo, I gradi dell’umiltà e della superbia, I, 17, a cura di G. Mura, Città Nuova Editrice, Roma 2019, p. 42.
[6] Silvano del Monte Athos, in Mistici russi, cit., p. 106.
[7] Cfr. Sant’Agostino, Epistola CCXXXII, 6, CSEL LVII, 515.
[8] Cf Agostino, Serm. 215,4: PL 38,1074, NBA XXXII/1 (184-229), 241.