Articoli filtrati per data: Martedì, 18 Novembre 2025
Sull'esempio di Giuseppe accogliamo Gesù che viene
In questo tempo di Avvento vogliamo imparare da Giuseppe come accogliere Gesù. Per questo vi propongo una meditazione su Mt 1,18-25: l’annunciazione a Giuseppe e la paternità legale di Gesù
In Mt 1,18 leggiamo: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo…». La traduzione letterale di tale versetto è la seguente: «di Gesù Cristo la genesi fu così: sua madre Maria…». L’evangelista usa la parola “genesi”, che significa anche “nascita”, ma che per noi credenti ci rimanda alla Genesi, alla creazione (Gen 1).
Il termine “genesi” era stato utilizzato anche al v. 1 del vangelo, termine con il quale Matteo, esperto di Scrittura, inizia il suo libro. Letteralmente leggiamo: «Libro della genesi di Gesù il Messia, figlio di Davide, figlio di Abramo». Poi ai vv. 2-16 seguono i nomi della genealogia.
L’evangelista ci lascia intendere che si tratta di una genesi nuova, originale, perché si ha una novità che rompe lo schema classico della genealogia. Infatti la lunga serie del figlio generato dal padre («Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe…») si interrompe con Giuseppe per aprirsi alla sorpresa dell’azione potente di Dio che, come protagonista, entra nella storia e rende feconda Maria (v. 16). In questo seno materno Dio riplasma l’uomo attraverso la potenza dello Spirito Santo. Attraverso Maria si ha un nuovo inizio in Gesù. Questa nuova Genesi, dopo quella della creazione e la successiva storia del peccato, comporta la novità della grazia che Cristo ci procura, della salvezza che ci è offerta con l’incarnazione, morte e risurrezione del Figlio di Dio. In questa nuova genesi Giuseppe e Maria sono pienamente coinvolti.
Certo, Giuseppe – che non poteva sapere tutto questo – si lasciò coinvolgere mediante la sua fede nel piano sconvolgente di Dio. Che sconvolse anche le sue prospettive, facendo sua la prospettiva di Dio.
Il testo evangelico ci dice che di fronte al concepimento verginale di Maria, «Giuseppe suo sposo», che conosceva la purezza d’animo di Maria, intuendo il mistero nascosto dietro il silenzio di Maria, «poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (v. 19). Consapevole che il figlio non è suo, a Giuseppe si presentano diverse soluzioni: far finta di niente e accettarla come sposa, ma evidentemente rimarrebbe l’ombra del tradimento. In alternativa, se Giuseppe dicesse in sinagoga che Myriam, sua futura sposa, prima della celebrazione del matrimonio aspettava un figlio e il figlio non era suo, la avrebbero accusata di adulterio. Sulla sua parola la donna verrebbe portata fuori del paese e lapidata. Giuseppe, invece, da uomo giusto, sceglie di non ripudiarla – non volendo esporre Maria che ama alla condanna e alla morte –, ma di licenziarla in segreto, cioè senza spiegare il motivo, usando una prerogativa che la Torà gli offriva (Pr 18,22; Lv 5,1). Giuseppe può attribuirsi la responsabilità del ripudio; può affermare che ha dei motivi per non sposarla, senza accusarla pubblicamente. A quel punto non è più adultera, ma è ripudiata. Non spiegando il motivo del ripudio gli stessi motivi che hanno spinto Giuseppe a fare tale scelta potrebbero essere messi sotto sospetto. Preferisce esporsi lui all’incomprensione e al disonore, che esporre Maria. Intuiamo anche il dolore di Giuseppe per la separazione da Maria. «Mentre stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore che gli spiega la situazione: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli, infatti, salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (v. 20).
Affidandogli l’incarico di dargli il nome, richiama il ruolo della autorità paterna. Imporgli il nome significa riconoscerlo come figlio. Il discendente di Davide deve trasmettere la parentela con il re Davide e chiamarlo Gesù perché «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Si noti che questo annuncio della missione del Messia – come giustamente annota Ratzinger - «potrebbe apparire anche deludente. L'attesa comune della salvezza è orientata soprattutto verso la concreta situazione penosa di Israele: verso la restaurazione del regno davidico, verso la libertà e l'indipendenza di Israele e con ciò, naturalmente, anche verso un benessere materiale di un popolo in parte impoverito. La promessa del perdono dei peccati appare troppo poco e insieme troppo: troppo, perché si invade la sfera riservata a Dio stesso; troppo poco, perché sembra che non sia presa in considerazione la sofferenza concreta di Israele e il suo reale bisogno di salvezza. In fondo, già in queste parole, è anticipata tutta la controversia sulla messianicità di Gesù: ha veramente redento Israele o forse è rimasto tutto come prima? È la missione, così come Egli l'ha vissuta, la risposta alla promessa o non lo è? Sicuramente non corrisponde all'attesa immediata della salvezza messianica da parte egli uomini, che si sentivano oppressi non tanto dai loro peccati, quanto piuttosto dalle loro sofferenze, dalla loro mancanza di libertà, dalla miseria della loro esistenza»[1]. Tutto ciò avviene nel sogno. Giuseppe – come il suo omonimo in Egitto – sa leggere e interpretare i sogni nei quali Dio parla. Non confonde i suoi sogni – nei quali si esprimono le sue speranze umane - con i sogni nei quali si esprime la volontà di Dio. In questo si manifesta la grandezza di Giuseppe: sa ridimensionare le sue speranze, le sue prospettive di futuro, accogliendo in Lui la volontà salvifica divina, le prospettive di futuro che Dio vuole realizzare nella storia. In questo Giuseppe si manifesta un uomo di grande discernimento. Comprende cosa il Signore gli sta chiedendo. Ma anche comprende che quel bimbo realizzerà la vera salvezza, quella che va davvero desiderata. Si noti che per ben quattro volte Giuseppe coglie nel sogno le indicazioni della volontà divina (cfr. Mt 1,20; 2,13.19.22). Si pone allora la domanda: sono capace di discernimento? Non solo scrutando la volontà di Dio nella parola di Dio, ma anche in tutte quelle mediazioni ed eventi per mezzo delle quali il Signore mi interpella? E in questo vediamo la prontezza di Giuseppe, che appunto unisce la fede e la speranza all’obbedienza: «Quando si destò dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo…» (v. 24). Esegue fedelmente e prontamente quello che gli è stato detto. Cinque volte Matteo adopera il verbo “egheiro” (svegliarsi), che è un verbo della Risurrezione (cfr. Mt 27, 52.63.64 ecc.), qui applicato per indicare la prontezza di Giuseppe di obbedire a Dio nella fede[2]. Aveva deciso in cuor suo di ripudiare Maria in segreto, ma svegliatosi fece diversamente da quel che aveva intenzione di fare. “Accoglie la sposa”, cioè Giuseppe e Maria celebrano il matrimonio. Inoltre mi sembra di cogliere anche un significato più profondo indicato da egheiro: per Giuseppe, come per ogni essere umano, la salvezza viene da Cristo; ma egli la riceve tramite Maria. Non si può accedere, in via ordinaria, al Figlio al di fuori della mediazione storica di colei, Maria, che dall’alto della croce ha ricevuto la vocazione di essere madre del discepolo, madre del corpo mistico di Cristo. Ne segue che ogni cristiano deve, come Giuseppe, accogliere Maria. Chi accoglie lei, accoglie il Figlio, che per la sua potenza dello Spirito in lei è generato dal Padre, e si lascia da Lui salvare. A questo punto l’evangelista commenta: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta…» (vv. 22-23). Eccoci di fronte alla citazione del celebre annunzio della nascita dell’Emmanuele formulato da Isaia (7,14): «Jhwh stesso vi darà un segno. Ecco, la giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
Ricordiamo il contesto storico dell’oracolo di Isaia 7,1-17. Era l’anno 734 a.C. La Siria (gli Aramei), confinante con l’Assiria, avendo di fronte a sé la prospettiva di essere ingoiata dal colosso assiro, gioca una carta politico-militare, cercando di coinvolgere il regno settentrionale d’Israele (Samaria), piuttosto reticente e riluttante, in una coalizione anti-assira. Ma per avere le spalle coperte, Israele deve convincere anche il regno meridionale di Giuda (Gerusalemme) e il suo sovrano Acaz a entrare in coalizione. È a questo punto che entra in scena Isaia, il quale chiede al re di non allearsi con nessuno e di resistere con le proprie forze alle armate siro-efraimitiche. «Ma se non crederete, non avrete stabilità».
- A garanzia della sua proposta Isaia offre al re un segno che certifichi il sostegno divino: «La giovane donna concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Questa creatura che apparirà all’orizzonte fosco di quei giorni nascerà da un ‘almah, un termine ebraico che indica una giovane donna che non ha ancora partorito e che può essere nubile o coniugata (Gen 24,43; Es 2,8; Ct 1,3, 6-7-8; Pro 30,19). In ebraico per indicare “vergine” c’è un termine specifico, betulah. Già san Girolamo osservava che nel testo ebraico è scritto “giovinetta e non “vergine”. È possibile pensare che gli ascoltatori di Isaia tendessero a identificare questa donna, nonostante l’indeterminatezza voluta dal profeta, nella giovane moglie del sovrano, Abia, figlia di Zaccaria (2Cr 29, 1), che fino a quel momento non aveva dato al re un erede. Il segno, perciò, ribadirebbe la fedeltà di Dio alla promessa fatta alla dinastia davidica (2Sam 7), fedeltà che si manifesterà nella nascita di un erede giusto all’empio Acaz. E infatti Ezechia, suo figlio, sarà un re pio e fedele.
- Il secondo elemento del segno è il nome simbolico “Emmanuele”: il neonato incarnerà un messaggio divino di speranza perché ricorderà con le sue azioni che JHWH continua ad accompagnare il suo popolo, a sostenerlo e a salvarlo.
- Al bambino viene poi attribuita una dieta, che compone il terzo dato del segno: «Egli mangerà panna e miele». All’espressione classica “latte e miele”, usata spesso nella Bibbia per celebrare la terra promessa, si sostituisce una variante curiosa e ambigua, quella della “panna” che rende incerto anche il significato simbolico del “miele”. Infatti, la panna o meglio il latte cagliato è immagine di felicità dopo un pranzo abbondante nella calura pomeridiana (Gen 18,6-8; 2Sam 17,28-29), o nella descrizione della fertilità di un territorio (Dt 8,7-9; 2Re 18,31-32). Ma è anche simbolo di cibo di fortuna, come sembrano suggerire gli Annali di Tiglat-pileser, il sovrano assiro. Infatti essi parlano di eliminazione totale delle coltivazioni di Giuda; la popolazione era stata ridotta allo stato nomadico e si era rifugiata nei boschi con gli ultimi capi di bestiame sottratti alla requisizione assira. Da essi otteneva un po’ di latte per dissetarsi e nei favi di miele selvatico ricercava un sostentamento precario. Dato il valore simbolico che il cibo ha in tutte le culture questa dieta dell’Emmanuele non rivela una situazione di splendore economico (come con la più comune locuzione “latte e miele”) ma l’inaugurarsi di un’epoca di instabilità o di insicurezza (“miele e panna”), almeno temporanea.
- Ultima componente del segno è il futuro del bambino. Se per i primi anni di vita del neonato il popolo di Giuda avrà vita difficile (“panna e miele”), quando il figlio della “giovane donna” raggiungerà l’età della ragione e il trono, il paese dei due re del terrore, la Siria e Samaria, sarà abbandonato alla devastazione e quindi per Giuda sorgerà un’aurora di serenità e di pace.
Affermato il significato di base dell’oracolo isaiano, è necessario però intuirne anche la tensione verso quell’orizzonte ulteriore che renderà i cc. 7-12 di Isaia uno dei testi classici del messianismo. Il segno isaiano, divenuto messianico in senso pieno, si fa, così, cristologico: l’Emmanuele perfetto, intravisto in modo limitato in Ezechia, ora sfolgora nel “Dio-con-noi” Gesù di Nazaret, Figlio di Dio in senso pieno e non solo adottivo come per il re davidico (Sal 2,7; 89,27). Egli porterà la pace.
L’applicazione dell’oracolo al Cristo trascina con sé anche quella mariana. La “giovane donna”, madre di Ezechia, si trasfigura e diventa la madre del Messia perfetto, è Maria, non più “giovane donna” soltanto, né sterile, come avveniva in altri racconti di nascite celebri (Isacco, Sansone, Samuele), ma “vergine”, perché il figlio che da lei nascerà non proviene «né da carne né da volere di uomo, ma da Dio». A questa variazione, d’altronde, l’evangelista era già stato condotto dall’antica tradizione greca pre-cristiana della Bibbia, quella cosiddetta dei Settanta, che aveva reso ‘almah, la “giovane donna” di Is 7,14 con parthénos, “vergine”.
Il v. 24 del nostro testo ci racconta l’esecuzione dell’ordine divino: «Svegliatosi dal sonno, Giuseppe fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato». Egli così accoglie Maria, sua “fidanzata”, e con lei accoglie il Figlio.
Ma anche qui oserei dire di più: forse Giuseppe – che è consapevole di essere discendenza di Davide e ha ricevuto dall’angelo il nome di dare il nome a quel bimbo –, ha fatto lui stesso memoria di questa profezia isaiana e forse ha intuito che Gesù il bambino che nascerà da Maria mangerà «panna e miele». Gli episodi che solo Matteo ci racconta, cioè la fuga in Egitto (cfr. Mt 2,13-15), la strage degli innocenti (cfr. Mt 2,16-18), la permanenza in un paese straniero fino alla morte di Erode, poi il ritorno in patria – obbedendo questa volta ad un altro imperativo dell’angelo: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele» (Mt 2,20) –, probabilmente sono stati vissuti da Giuseppe con uno sguardo di fede; forse ha intuito che dopo questi tempi di profonda instabilità e precarietà – da lui vissuti con grande mitezza e speranza – finalmente, grazie a Gesù, sarebbe arrivata la salvezza e la pace. Egli avrebbe finalmente regnato. Certo, Giuseppe non ha visto tutto ciò; ma noi credenti sappiamo che Gesù è venuto a inaugurare sulla terra il Regno di Dio nella sua persona, e che Egli può regnare – non tanto sulle cose della terra, ma sui nostri cuori – quando lo accogliamo come il Signore che, con la sua morte e risurrezione, ci ha salvato dal peccato e dalla morte. Forse non per nulla in Matteo, dopo la morte di Gesù, appare un altro uomo, anche lui con il nome di Giuseppe, che era «diventato discepolo di Gesù» (Mt 27,57). Egli chiede a Pilato il corpo di Gesù e si occupa della sepoltura. Probabilmente non aveva ancora capito – come le molte donne che erano sul Golgota e che avevano seguito dalla Galilea – la portata della morte in croce per amore di Gesù. Maria invece sì – e infatti non è citata tra le donne che l’evangelista elenca – (cfr. Mt 27,56). Questo secondo Giuseppe – figura del discepolo, che prende tra le mani il corpo dato per noi – ci interpella: come accogliamo il mistero della croce per mezzo della quale il Salvatore, che è venuto nella carne, ci ha salvati? In che misura lasciamo ragnare Cristo nei nostri cuori, accettando con fede anche le sofferenze e le croci in unione con lui?
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[1] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 53-54. Ratzinger nota che Gesù nell'episodio del paralitico calato dal tetto, le parole di Gesù (“Figlio, ti sono perdonati i peccati”: Mc 2,5) sono in pieno contrasto con le aspettative dei portatori che l'avevano portato per una guarigione fisica. Se poi, alla fine, questa avviene, è perché Gesù ha voluto che fosse segno di quella interiore.
[2] Si tratta di un atteggiamento di fede che contrasta con una visione umana delle cose e come gli eventi dovrebbero secondo noi andare; visione umana che porta non raramente al pessimismo e allo scoraggiamento.