Articoli filtrati per data: Domenica, 19 Ottobre 2025

Per capire il miracolo di Cana è opportuno ricordare che in questo episodio c’è come una inclusione, cioè uno stretto collegamento con il prologo (Gv 1,1-18). La inclusione è suggerita dalle due parole, presenti sia qui come nel prologo: archè e dòxa, «principio» e «gloria»; il segno operato a Cana è l’inizio, il principio dei segni operati da Gesù e lì egli rivela ai discepoli la sua gloria, permette loro di contemplarla.

C’è poi in questo racconto il tema dell’«ora», così importante nel quarto vangelo. Questo tema è sottolineato non solo dalle parole di Gesù alla madre («Non è ancora giunta la mia ora»), ma anche da quelle rivolte da Gesù ai servi («attingete ora»: nyn) e da quelle rivolte dal maestro di tavola a Gesù («tu hai conservato fino ad ora il vino buono»: hèos àrti).

 A livello cronologico troviamo una espressione cronologica all’inizio: «il terzo giorno». In Gv 1,29.35.43 abbiamo per tre volte l’espressione «il giorno dopo». Quindi prima di questo evento sono passati quattro giorni. L’evangelista si è dato la pena di registrare con tanta cura la successione dei giorni per indicare che la festa delle nozze di Cana ha avuto luogo il sesto giorno a partire dall’incontro iniziale di Gesù con i suoi discepoli.

Ricordando che il vangelo secondo Giovanni inizia con le parole «In principio», come il libro della Genesi, viene spontaneo pensare al racconto della creazione del mondo che ebbe il suo culmine nel sesto giorno. Il sesto giorno Dio creò l’uomo maschio e femmina, li benedisse perché diventassero fecondi e riempissero la terra (Gen 1,27-28). La tradizione ebraica scorgeva in questo passo l’istituzione del matrimonio. A Cana hanno luogo proprio le nozze che fanno pensare a un nuovo matrimonio.

Questo sesto giorno, poi, è anche simbolo dell'alleanza. Secondo la tradizione giudaica, il dono della legge sul Sinai sarebbe avvenuto nel sesto giorno.

Inoltre in Es 19,10 si dice che il Signore il “terzo giorno” promette la manifestazione la sua gloria – che sarà descritta in 19,16ss – e che i figli di Israele crederanno “anche in te”, cioè in Mosè. E il racconto delle nozze di Cana inizia con l'indicazione del “terzo giorno” e termina dicendo che Gesù manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero a lui.

Si noti anche che nei Vangeli «il terzo giorno» è il giorno della risurrezione di Cristo. È il giorno nel quale Gesù ha manifestato in pienezza la sua gloria. Qui si compie ciò che a Cana ha avuto inizio.

Il matrimonio è avvenuto «il terzo giorno»: questa annotazione cronologica ci dice che qui c’è un anticipo della pasqua di Gesù. Qui egli inizia a manifestare la sua gloria, il suo amore per l’uomo. La gloria di Gesù è che l’uomo viva. E la gioia è il segno della presenza di Gesù. Chi lo accoglie vive nella gioia.  

Una festa di matrimonio durava circa una settimana: la gente portava da mangiare e festeggiavano nella casa dello sposo/a. È facile pensare che Gesù, che abitava a Nazareth, a pochi chilometri da Cana, venga invitato, insieme con Maria, ad una festa di nozze. Tenendo conto che Cana e Nazareth erano al tempo dei paesini molto piccoli è facile che ci sia stata una certa conoscenza reciproca tra le persone.

Leggiamo ora attentamente il testo.

Il terzo giorno ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù” (v. 1). Noi saremmo pronti a dire: c’era Maria; ma Giovanni non dice questo. Egli dice che c’era “la madre di Gesù”. È un’espressione che indica il valore simbolico di questa presenza. È la madre che ha la missione di avere questo Figlio (Gv 2,1.3.5.12). Maria sarà nominata quattro volte anche al Calvario, sempre con il suo titolo di madre di Gesù (Gv 19,25.26a.26b.27). In questo modo l’evangelista sottolinea ciò che di primordiale c’è fra Gesù e Maria: la maternità di Maria garantisce che Gesù, il Figlio di Dio, è uno di noi.

Allo stesso tempo questa maternità è chiamata a trasformarsi: divenire madre dei discepoli, madre della Chiesa: «donna, ecco tuo figlio»! Un passaggio necessario, qui anticipato nell’intervento di Maria in favore degli sposi.

Questo matrimonio avviene a Cana. Il verbo ebraico “cana” vuol dire “fondare, creare”; così Giovanni ci suggerisce che in Gesù che si manifesta in questo paesino abbiamo la “fondazione” sulla quale deve basarsi la nostra vita. Tra l'altro si noti l'apertura universalistica del segno che Gesù compie a Cana. La Galilea è infatti il distretto delle genti, per cui già qui è anticipata la destinazione a tutti popoli dell'opera di Gesù.

Venuto a mancare il vino...” (v. 3). Il vino è l’elemento essenziale non solo della festa di nozze, ma simbolicamente lo è anche dell'alleanza (di cui la torah da osservare ne è il segno), del rapporto amoroso tra Dio e il suo popolo, della sua abbondante benedizione; viceversa, la mancanza di vino, causata dall’infedeltà di Israele, era considerata una sciagura (cfr Gl 2,19; Am 9; Is 25; Os 2). La mancanza di vino dice che non c'è più comunione con Dio. L’intervento della Madre è una intercessione di salvezza.

“non hanno vino”. La semplice constatazione di Maria è insieme richiesta e attesa. Si noti che Maria non dice: “Non hanno più vino” (come si legge nella traduzione CEI del 1974), ossia non chiede a Gesù che provveda al vino materiale che è venuto a mancare. Chiede il vino nuovo che solo il Messia, Gesù suo Figlio, può donare. Non c'è comunione con Dio. È questo vino nuovo – simbolo dell’Eucaristia, cioè del dono della vita di Gesù fino a versare il suo sangue per noi – che ristabilisce la comunione dell'umanità peccatrice con Dio. È questo il vino del quale si deve sentire la mancanza, anche se il vino normale scorresse in abbondanza.

La risposta di Gesù a sua Madre (“Che c’è tra me e te?”) non ha niente di irriverente. È una domanda. Troviamo tale espressione 6 volte nell'AT ebraico[1], una volta nell'AT dei Settanta[2], 5 volte nel NT[3], a prescindere dal nostro brano. Tale espressione mostra un rapporto tra il soggetto che parla e un altro soggetto indicato, che al momento subisce un cambiamento[4]. Sussiste tra Gesù e Maria un rapporto consolidato. Essa è la madre di Gesù nel senso della sua maternità fisica, quella di Betlehem, e nel senso di una maternità morale, quella realizzata e maturata a Nazareth. Ella è la persona che è stata più a lungo vicina a Gesù con l'attenzione attiva e desiderosa di comprendere: “conservava tutte queste parole elaborandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Questo rapporto di base subisce ora un cambiamento, subentra qualcosa di nuovo. Quale questa novità? La possiamo comprendere dai due indizi che, sommati insieme, porteranno a identificarla.

Il primo indizio è l'appellativo “donna” (ghyné) con il quale Gesù chiama sua madre. Gesù la chiamerà con questo appellativo ancora una volta, dall’alto della croce. Prima di morire Gesù affiderà la Chiesa, nella persona di Giovanni, alla ‘donna’, sua madre e viceversa (Gv 19,26). Maria è la ‘donna’ annunciata misteriosamente nella ‘donna’ di Gen 3,15 (il protovangelo). Dalla stirpe della donna verrà la salvezza. Il racconto giovanneo lega in questa maniera la ‘donna’ della promessa divina, con la ‘donna’ della croce. Maria è così collocata in modo inscindibile accanto all’opera redentrice del Figlio. Maria avrà la missione di una nuova maternità riguardante i nuovi fratelli di Gesù: dovrà fare crescere in loro i tratti tipici di Cristo. Ed è con questa missione che a partire proprio dall'ora di Gesù, “il discepolo la prese nella sua casa”.

Inoltre la “la donna” è anche figura collettiva dell'Israele credente, della Chiesa-Sposa (cfr. Ap 12,1-6) di cui Maria è il membro eccellente.

Il secondo indizio è dato dalle seguenti parole di Gesù: “Non è ancora giunta la mia ora. Con il termine ‘ora’ l’evangelista Giovanni intende il momento drammatico della croce. A differenza degli altri evangelisti, Giovanni pone nell’ora della croce la manifestazione della gloria di Gesù, quando inizia ad essere innalzato verso il cielo. Nelle nozze di Cana, quindi, Gesù anticipa in qualche modo il momento manifestativo della sua gloria (cfr. v. 11: «manifestò la sua gloria»).

Con l’espressione “Non è ancora giunta la mia ora” Gesù si rivolge a Maria considerandola non più dal punto di vista dei legami familiari. La relazione familiare con Gesù è messa da parte. E di fatto Maria rinuncia a rivolgersi ancora a Gesù in forza del suo ruolo di madre, per divenire madre dei discepoli del Signore. Vocazione che, come detto, si rivelerà pienamente sotto la croce.

La frase “Fate quello che egli vi dirà”, che richiama la formula usata da Israele al Sinai (“Quello che il Signore ha detto noi lo faremo”), sottolinea la sovranità di Gesù: è a lui che il cristiano deve obbedire, allo stesso modo con cui lui obbedisce al Padre. È da notare che, in fin dei conti, Maria rivolgendosi ai servi si rifà alla sua stessa esperienza, quella dell’obbedienza alla Parola, invitandoli a fare altrettanto. L’aiuto che dà nasce anzitutto dall’esperienza che lei ha fatto per prima.

È da notare anche che queste sono le sue ultime parole in questo vangelo e, in quanto tali, suonano quasi come un testamento spirituale, acquistando il valore di lascito per ogni lettore futuro del vangelo e per ogni credente. Maria non ha un messaggio suo, ma rinvia sempre alle parole di Gesù, “l'unico mediatore tra Dio e gli uomini” (1Tm 2,5), rivelazione definitiva di Dio all'umanità.

La scena successiva ruota attorno alle idrie di pietra. Queste sono vuote. Probabilmente sono state utilizzate dai partecipanti della festa per la loro purificazione. A questa pratica rituale subentrerà poi la nuova, vera purificazione, proprio nella persona di Gesù. Non una purificazione esteriore, ma quella del cuore.

Si dice poi che sono in numero di 6. Sei come il sesto giorno. Perché tale numero? Evidentemente oltre ad essere il numero dell’uomo, lo è anche della quotidianità.  E questo è importante perché i matrimoni si sfasciano non tanto per i momenti di festa – come invece sembra avvenire in questo racconto evangelico – ma per il vissuto quotidiano, fatto di routine e di abitudini.

Sotto questo aspetto troviamo in internet diversi suggerimenti da parte di psicologi e consulenti familiari per mantenere sana la relazione coniugale. Per esempio:

Mantenere una comunicazione e un confronto. Per conoscersi, per affrontare i momenti di difficoltà e i vari passaggi della vita è fondamentale saper esprimere i propri bisogni, le proprie idee, quello che ci piace e non ci piace, ricordando che il partner non può leggerci nella mente. Vivere la quotidianità nella speranza che l’altro capisca da solo di cosa ho bisogno, non farà altro che portarci a sperimentare un costante senso di frustrazione. È quindi bene comunicare esplicitamente cosa si desidera. Comunicare porta con sé che dall’altra parte ci sia ascolto, comprensione e disponibilità ad accogliere il punto di vista dell’altro, solo così potrà davvero esserci un confronto, uno scambio di idee e quindi una crescita del singolo e della coppia.

Condividere passioni ed esperienze. All’interno di una relazione è importante trascorrere momenti insieme fuori casa, creare occasioni per evadere dalla quotidianità, condividere interessi e hobby che permettano di divertirsi, passare del tempo insieme e aumentare la complicità di coppia. 

Coltivare la propria indipendenza. Così come è importante dedicare del tempo per fare esperienze insieme, lo è altrettanto dedicare del tempo a sé stessi come individui, al di là della coppia. Stare insieme non significa dover trascorrere tutti i momenti liberi con il partner, al contrario è importante coltivare i propri interessi, le proprie amicizie e relazioni sociali, dedicare dei momenti soltanto a sé anche solo per guardarsi dentro, per mettersi in discussione e non dare all’altro la responsabilità della nostra felicità.  Questo sarà utile per il proprio benessere personale e per il benessere della coppia.

Non dare per scontato il rapporto. Spesso la quotidianità e la routine portano a dare per scontato l’altro, vengono a mancare attenzioni e gesti di affetto che fanno sentire il partner considerato e valorizzato, soprattutto nel caso di una relazione stabile e duratura. È invece importante mantenere nel tempo quei gesti che dimostrano il proprio amore verso l’altro, perché l’amore è un sentimento che va alimentato e coltivato con impegno e pazienza. 

Sostenersi a vicenda. È importante far sentire al partner la propria presenza e il proprio supporto nelle scelte e nei momenti importanti ma anche nella quotidianità. Questo non significa essere sempre d’accordo su tutto, ma saper esserci per l’altro nonostante le differenze individuali.

Avere dei progetti comuni. Portare avanti un progetto comune, pensarsi e vedersi nel futuro con l’altra persona, spinge entrambi verso la stessa direzione e permette di avere degli obiettivi comuni, di impegnarsi e investire energie in qualcosa in cui si crede, superando le eventuali difficoltà insieme. 

Coltivare lintimità di coppia. Non solo a livello sessuale e quindi da un punto di vista fisico, ma anche a livello emotivo, perché l’intimità è strettamente connessa al grado di condivisione, fiducia e confidenza verso l’altro[5].

A questi consigli potremmo aggiungere il perdono (che non sempre è indicato dagli psicologi).

Si tratta certamente di consigli saggi, umani, che non vanno scartati. Perché, in fondo, il vangelo ci dice che il vino – quindi la gioia di coppia – ci viene dato da Gesù. Ma noi – come i servi – dobbiamo versare dentro le giare – ecco il nostro impegno – l’acqua. Lo facciamo non per nostra iniziativa, ma perché motivati dalla sua parola. Ecco qui la grande differenza con una coppia non credente: per noi è importante lasciarci illuminare quotidianamente dalla parola di Gesù. Sia come singoli (momenti di preghiera), sia in certi momenti come coppia (ad esempio la domenica).

Si noti anche che il testo mette in risalto anche la capacità totale delle giare: ciascuna contiene due o tre barili, circa 100 litri, per un totale quindi di 600 litri.

Infine si noti che Giovanni precisa che le giare erano “di pietra”. Questo elemento fisico richiama le tavole della legge, come pure il cuore di pietra nella predicazione dei profeti. Questi avevano profetizzato che la nuova alleanza non sarà più su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne del cuore. Le idrie sono quindi simbolo del cuore di pietra, dell'incapacità umana di incontrare Dio, anche attraverso tutti i riti, tutti i lavaggi di mani che non mettono in comunione con Dio. Difatti le idrie sono 6, numero che indica l'imperfezione, la non completezza, non riescono a raggiungere la finalità dell'autentica purificazione. 

Gesù si rivolge ai servi e comanda: “Riempite d'acqua le giare” (v. 7). Gesù comanda di fare una cosa per nulla straordinaria. Gesù opera il miracolo quando si obbedisce a lui facendo bene quello che quotidianamente si è chiamati a fare. Ci chiede – come ha fatto Maria – di ascoltare, meditare e vivere la sua Parola. Come singoli e come coppia.

E i servi obbediscono, fino in fondo: “le riempirono fino all’orlo”. È l'immagine della pienezza, della totalità.

 L’abbondanza di quest’acqua che si tramuterà in vino richiama la linea profetica che da Amos giunge fino a Geremia: si tratta del vino della gioia escatologica che è versato abbondante nelle coppe dei credenti (cfr. Am 9,13-14; Os 14,7; Ger 31,12). Nei testi apocrifi viene ripresa questa tradizione e ampliata a dismisura: ogni vite avrà cento rami; ogni ramo, mille grappoli; ogni grappolo, mille acini; ogni acino produrrà 460 litri di vino! (cfr. Ireneo).

Gesù dice loro di nuovo: “ora attingete…” (v. 8). L’acqua non si era trasformata ancora in vino… Perché obbedire a questo secondo comando se già l’obbedienza al primo non ha prodotto alcun evento straordinario che risolvesse il problema della mancanza di vino? E poi c’è il rischio della brutta figura davanti al padrone che, di fronte all’acqua da loro portata, come avrebbe reagito? L’obbedienza alla parola di Gesù si fa più difficile. Esige un’adesione incondizionata. Non dobbiamo – come famiglie cristiane – temere di essere diversi, di andare controcorrente.

“... e portatene al maestro di tavola. Ed essi gliene portarono” (v. 8). Anche qui i servi obbediscono prontamente. Obbediscono alla parola.

Qui mi piace fare un’annotazione: nella misura nella quale impariamo ad ascoltare e ad obbedire alla Parola del Signore, noi stessi diventiamo capaci anche ad ascoltare l’altro e a cogliere in lui l’espressione della volontà di Dio. Il dialogo coniugale si fa così anche espressione di ciò che il Signore vuole dire alla coppia attraverso l’altro. L’ascolto della Parola di Dio favorisce anche la qualità della comunicazione coniugale; così si passa da una comunicazione riguardante prevalentemente un proposito immediato ed effimero (per esempio, che qualcuno mi compri un bene o concordi un servizio), dove l’interesse è incentrato in me, ad una comunicazione che riguarda il “noi” di coppia; si passa dalle esigenze immediate ad un interesse per la vita intima e definitiva della vita di coppia.

Trovo interessante che in un ambito ben diverso – quello della vita monastica – San Benedetto nella Regola, subito dopo aver parlato dell’importanza dell’ascolto della Parola di Dio, parla anche dell'ascolto degli altri. L'abate deve “ascoltare il consiglio dei fratelli e poi rifletterci per proprio conto” (RB 3,2). Benedetto richiede quindi che l'abate ascolti i suoi fratelli. E deve aspettarsi che Dio spesso “riveli al più giovane la soluzione migliore” (RB 3,3). Così Dio ci parla attraverso le persone. E quando un monaco straniero viene al monastero e ci critica in umiltà e amore, l'abate deve ascoltare attentamente e considerare con saggezza “se il Signore non lo abbia forse mandato proprio per questo motivo” (RB 61,4).  

 Tornando al nostro testo evangelico, si noti che per designare questi servitori il testo greco usa la parola “diaconi” e non “servi”. Sono quindi coloro che si prestano a collaborare all’opera di Gesù, sono i discepoli, la cui scelta di vita si qualifica con l’obbedienza nella fede. Tra questi naturalmente emerge Maria, che per prima ha compreso la nuova diakonia. Nel mistero dell’alleanza diventa la sposa del Signore, che nel banchetto messianico è il vero sposo. Non per nulla gli sposi non compaiono nella scena, e dove è citato lo sposo (v. 9) sappiamo che l’evangelista implicitamente parla di Gesù.

La terza scena è di rivelazione. Il capo-convito “non sapeva di dove venisse [il vino] (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua)” (v. 9). Sono proprio i servitori a possedere la “sapienza”, cioè la conoscenza che quel vino proviene dall’obbedienza alla parola di Gesù.

Qui il capo–tavola, immagine dei capi di Israele, dice allo sposo cioè a Gesù: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino” (v. 10)[6]. Con la presenza di Gesù l’alleanza con Dio è migliorata, in Lui che dona lo Spirito Santo è diventata il vino buono. Non per nulla l’evangelista Giovanni contempla in quel crocifisso lo Sposo che, dal costato trafitto, effonderà acqua e sangue – lo Spirito Santo e i sacramenti -. Ricordiamo come san Paolo ci dice che la legge dell’alleanza sinaitica ci dice cosa dobbiamo fare, ma non ci dà la forza per farlo.

Hai conservato il vino buono.  Il verbo conservare nel vangelo di Giovanni è sempre in relazione con il termine “parola”: “conservate le mie parole”. Nel capitolo 15, quando Giovanni presenta il discorso della vite, Gesù, che si paragona alla vera vite, dice: “Voi siete puri, purificati, per la parola che vi ho annunziato”. Questa frase detta in un contesto di vite, di grappoli, di uva vuol dire che il vino di Cana è anzitutto la parola di Gesù, che agisce con potenza con la forza dello Spirito Santo in chi l’ascolta e la mette in pratica…

Le considerazioni dell’evangelista sono preziosissime. Il ‘segno’ di Cana non è solo da considerarsi come il ‘primo’ dei segni a livello cronologico, ma anche il ‘principe’ (arché = inizio) o il prototipo dei segni. Gli altri ‘segni’ vanno letti alla luce di questa salvezza ‘abbondantissima’ e ‘migliore’.

Attraverso questo segno Gesù manifesta la sua gloria e “i suoi discepoli credettero in lui”. Il termine “credettero” è un aoristo ingressivo, che indica il primo passo di fede e di accettazione da parte dei discepoli di Gesù come Messia.

La conclusione del brano: Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni” (v. 12). Ci aspetteremmo uno spostamento di Gesù a Nazareth, la sua città di origine. Invece Gesù – come leggiamo in Mt 9,1, aveva scelto Cafarnao come la “sua città”. E Gesù si reca in tale città non da solo: che con lui ci sia la madre, i sui fratelli e i discepoli è particolarmente significativo. Si ha infatti la prima cerchia di Gesù, il primo nucleo che ruota intorno a lui.

La posizione di Maria nella Chiesa non è quindi occasionale, né marginale. Se già nella dinamica del racconto di Cana si deve all'attenzione di Maria e al suo intervento la realizzazione del segno (il suo intervento offre a Gesù l'occasione di anticipare la sua ora), la madre Bethlehem e di Nazareth avrà una nuova maternità da svolgere nella Chiesa. Dovrà generare e far crescere i tratti di Cristo nei suoi nuovi fratelli.

__________

[1] Gdc 11,12; 2Sam 16,10; 19,23; 1Re 17,18, 2Re 3,13; 2Cron 35,21.

[2] 1Esd 1,26.

[3] Mt 8,29; Mc 1,24; 5,7; Lc 4,34; Lc 8,28.

[4] Quando il giudice Jefte apprende che è in atto un'invasione da parte del re degli ammoniti, realizza che il rapporto tranquillo di prima è cambiato e denuncia con forza questo cambiamento: «Che c'è tra me e te perché tu mi abbia mosso guerra e tu sia venuto a invadere la mia terra?» (Gdc 11,12). E quando, in un momento particolarmente drammatico, Davide è costretto a fuggire da Gerusalemme, sul monte degli ulivi un certo Semei lo insulta dicendogli che ha meritato la sciagura che subisce perché è stato un sanguinario. A questo punto i “figli di Zeruià” insorgono contro Semei, ma Davide li blocca: «Che c'è tra me e voi, figli di Zeruià? Se egli maledice e se il Signore gli dice: 'Maledici David', chi potrebbe dire: 'perché fai così?'”» (2Sam 16,10). Il rapporto usuale tra Davide re e questi suoi sudditi comportava una loro reazione di difesa nei riguardi del re. C'è però in questo rapporto qualcosa di nuovo: dato che è il Signore stesso che, tramite Semei, rimprovera Davide, quelle iniziative che in altri tempi sarebbero state normali e doverose, appaiono adesso fuori posto e rischiano addirittura di contrapporsi a Dio.

 Quando in Mt 8,29 e paralleli (Mc 1,24; Lc 4,34) Gesù caccia i demoni, gli indemoniati esclamano: «che c'è tra noi e te, figlio di Dio? Sei venuto a tormentarci prima del tempo?». Il rapporto di Gesù il mondo del demoniaco è quello di un'antitesi completa che comporta a piena disattivazione dei demoni. La variazione che tale rapporto subisce, la novità che si fa sentire e disturba, è un anticipo nel tempo della sua esecuzione.

 Le altre ricorrenze, analizzate minutamente, portano tutte allo stesso risultato.

[5] https://www.psicologiasana.it/terapia-di-coppia/e-vissero-felici-e-contenti-le-buone-abitudini-per-stare-bene-in-coppia/

[6] Questa affermazione del capo-convito però non va interpretata come regola generale, perché esistono alcune testimonianze che ci danno conferma dell’esatto contrario. La frase, comunque, intende mettere in risalto il vino particolarmente buono che viene offerto, secondo il maestro di tavola, nel momento più inaspettato, a sorpresa, al di là delle esigenze contingenti; la quantità e la qualità di vino elargita supera infatti di gran lunga la richiesta della circostanza.

«La vera spiritualità mariana è al servizio del Vangelo» – Papa Leone XIV

Nel fine settimana dell’11 e 12 ottobre si è svolto a Roma il Giubileo della Spiritualità Mariana, un grande evento di fede che ha richiamato oltre 30.000 pellegrini provenienti da circa 100 Paesi del mondo. L’iniziativa, promossa nell’ambito dell’Anno Giubilare, ha riunito rettori e operatori di santuari mariani, movimenti ecclesiali, confraternite e numerosi gruppi di preghiera dedicati alla Vergine Maria.

Le delegazioni più numerose sono giunte da Italia, Polonia, Francia, Spagna, Irlanda, Portogallo, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Colombia, Brasile, Messico, Ecuador, Argentina, Perù, Cile, Indonesia, Filippine e Arabia Saudita, a testimonianza della dimensione universale della devozione mariana e della profonda unità spirituale che unisce i fedeli di ogni continente. (Sala Stampa Vaticana)

Un momento di particolare rilievo è stata la presenza straordinaria della statua originale della Madonna di Fatima, giunta eccezionalmente dal Santuario portoghese per accompagnare i fedeli in queste due giornate di preghiera e comunione. La sua presenza ha suscitato grande emozione e profonda devozione tra i partecipanti, che hanno affidato alla Vergine le proprie intenzioni e speranze.

Anche il Santuario Nostra Signora di Fatima di San Vittorino ha preso parte all’evento con un gruppo numeroso di pellegrini. La giornata è iniziata con la partenza alle 7.30 in direzione della Basilica di San Paolo fuori le Mura, dove i fedeli hanno vissuto il passaggio attraverso la Porta Santa, un’esperienza di grazia e rinnovamento spirituale. Le confessioni, i momenti di preghiera comunitaria e la condivisione fraterna del pranzo hanno reso questa prima parte della giornata intensa e partecipata.

Nel pomeriggio, il gruppo ha raggiunto Piazza San Pietro, unendosi alla moltitudine di pellegrini provenienti da tutto il mondo per accogliere la Madonna di Fatima. In un clima di raccoglimento e profonda emozione, la presenza della Vergine ha richiamato tutti alla speranza, alla pace e alla fiducia nella misericordia di Dio.

Alle 17.00, la statua è stata portata in processione da Santa Maria in Traspontina verso Piazza San Pietro. Il corteo ha attraversato la piazza per permettere ai fedeli di venerare la sacra immagine, con una sosta particolarmente significativa nel punto dell’attentato a San Giovanni Paolo II, avvenuto il 13 maggio 1981.

Alle 18.00 ha avuto inizio la Veglia di preghiera con la recita del Rosario, voluta personalmente da Papa Leone XIV per chiedere il dono della pace. All’inizio della celebrazione, il Santo Padre ha offerto alla Madonna di Fatima e al suo Santuario la Rosa d’Oro, gesto di profonda devozione e segno di affidamento dell’umanità alla sua intercessione.

Durante l’omelia della Santa Messa di domenica 12 ottobre, Papa Leone XIV ha richiamato il cuore del messaggio mariano, sottolineando che «la vera spiritualità mariana è al servizio del Vangelo». Ha ricordato che la devozione alla Vergine non si esaurisce nella preghiera, ma trova la sua pienezza nell’imitazione di Maria, discepola fedele e madre del Redentore:

«La spiritualità mariana, che nutre la nostra fede, ha Gesù come centro. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende, con lei, discepoli del suo Figlio; ci educa a tornare a Lui, a custodire la sua Parola e a testimoniarla nella vita quotidiana».

Il Pontefice ha inoltre esortato i fedeli a vivere una devozione autentica, che si traduca in opere di misericordia e giustizia:

«Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede: la devozione a Maria è crocevia per ritornare a Gesù, per riconoscerlo nei piccoli e nei poveri, per ricolmare di beni gli affamati e innalzare gli umili».

Le parole del Papa hanno risuonato come un invito a riscoprire la spiritualità mariana come cammino di fede vissuto nel concreto, in ascolto della Parola e in servizio verso i fratelli.

Due giornate di grazia, dunque, vissute come un’autentica esperienza di comunione universale e di amore filiale verso Maria, Madre della Chiesa e modello di fede per ogni cristiano.

 

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