L'Ascensione del Signore e il messaggio di Fatima: una sola chiamata alla speranza.
La scena che la liturgia ci mette davanti oggi è di una semplicità disarmante. Gesù sale. Una nube lo avvolge. E gli apostoli rimangono lì, con il collo alzato verso il cielo, come se aspettassero che tornasse da un momento all'altro. Allora due angeli li scuotono con una domanda che suona quasi come un rimprovero affettuoso: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» — At 1,11
Questa domanda, è rivolta anche a noi oggi. Non per dirci che il cielo non esiste, non per toglierci la speranza — tutt'altro. Ma per ricordarci che la speranza cristiana non è fuga dal mondo: è impegno nel mondo, con gli occhi puntati in alto e i piedi ben piantati per terra.
Il mistero dell'Ascensione
Cosa accade, allora, quando Gesù sale al Padre? Non sparisce. Non ci lascia orfani. Anzi, succede qualcosa di straordinario: portando con sé la nostra carne umana — ferita dai chiodi, glorificata dalla Resurrezione — il Figlio di Dio apre una strada nuova. Là dove è entrato Lui, possiamo entrare anche noi.
L'Ascensione non è una fine. È una promessa. È Cristo che dice: «Vado a prepararvi un posto» (Gv 14,2). È il nostro cuore che trova, per la prima volta, la sua vera patria. Come scriveva sant'Agostino: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» — e nell'Ascensione, quel riposo diventa concreto, visibile, certo.
Ma — e qui sta il paradosso meraviglioso del Vangelo — più Gesù si avvicina al Padre, più diventa vicino a noi. Non lontano: vicino. Perché sale per mandarci lo Spirito. Sale per essere presente in modo nuovo: nel pane spezzato, nella parola proclamata, nel volto del povero, nella comunità che si raduna nel suo nome.
Ed è proprio nella luce di questa presenza che si comprende anche un altro cielo che si apre nella storia degli uomini.
È il 13 maggio del 1917 — siamo nel pieno della Prima Guerra Mondiale, l'Europa brucia, i giovani muoiono a milioni nelle trincee. A Fatima, in Portogallo, tre bambini piccoli — Lucia, Francesco e Giacinta — stanno pascolando le loro pecore in un luogo chiamato Cova da Iria. Improvvisamente, un lampo. E poi una figura di luce, una Donna tutta vestita di bianco, più luminosa del sole. È la Madre del Signore. E la sua prima parola, rivolta a quei tre bambini spaventati, è una domanda delicata: «Non abbiate paura. Non vi farò del male. Venite qui per sei mesi di seguito, il 13 di ogni mese. Poi vi dirò chi sono e quello che voglio.» Prima apparizione di Fatima, 13 maggio 1917
E prima di congedarsi, la Madonna chiese loro una cosa sola: recitare il Rosario ogni giorno, per la pace nel mondo e la conversione dei peccatori. Poi si elevò verso il cielo, avvolta in una gloria di luce, e i bambini la videro salire, salire, fino a scomparire nell’azzurro. Anche qui un corpo glorioso che si innalza verso il Padre. Anche qui uno sguardo rivolto al cielo. Anche qui — come sul monte degli Ulivi — una missione affidata a coloro che restano.
L'Ascensione e Fatima ci consegnano, in fondo, lo stesso messaggio. Il cielo non è lontano. Il cielo si è chinato su di noi. E vuole che noi ci alziamo verso di lui — non con la nostalgia di chi ha perso qualcosa, ma con la gioia di chi sa dove sta andando. Gli apostoli sul monte degli Ulivi avrebbero potuto restare lì per sempre, con il naso in su, paralizzati dallo stupore. Invece tornano a Gerusalemme — il Vangelo dice che erano «pieni di gioia» (Lc 24,52) — e si mettono in attesa dello Spirito. Quella attesa non è passività: è preghiera, è comunione, è preparazione alla missione.
I bambini di Fatima avrebbero potuto tacere, per paura di non essere creduti. Invece parlano, nonostante le pressioni, nonostante le umiliazioni, nonostante l'interrogatorio del sindaco che li rinchiuse in prigione. Perché avevano visto qualcosa che non potevano tenere per sé.
E a noi, che cosa chiede il Signore? La stessa cosa che ha chiesto ai suoi discepoli: di non restare fermi a guardare. Di scendere dal monte e portare il Vangelo. Di pregare — come ci ha chiesto Maria a Fatima — per la pace, per i fratelli che si sono allontanati, per un mondo che ha dimenticato il nome di Dio.
Nel tornare alla nostra quotidianità, alle nostre settimane, alle fatiche e ai problemi di ogni giorno, il Signore asceso non ci chiede di rimanere sempre sulla montagna dell’esperienza spirituale. Ci chiede, invece, di portare quella luce nel buio ordinario dei nostri giorni.
Portiamo con noi, allora, la domanda degli angeli: «Perché state a guardare il cielo?». Non come rimprovero, ma come spinta. Il cielo lo costruiamo qui, con le nostre mani, con la nostra preghiera, con la nostra carità.
E se, nella fatica, non sappiamo da dove cominciare — ricordiamoci di Fatima. Ricordiamoci di quella Donna vestita di bianco che scese a incontrare tre bambini poveri, in un paese sperduto, nel mezzo di una guerra. E disse loro: recitate il Rosario. Pregate. Abbiate speranza.
Il Signore è salito. Lo Spirito sta per scendere. La nostra vita può cambiare. Ci crediamo?