Articoli filtrati per data: Martedì, 07 Aprile 2026

In questo Vangelo il Risorto si manifesta ai discepoli. 

“La sera di quello stesso giorno…”. Siamo nel giorno del Signore, il primo giorno della settimana (domenica). È la prima apparizione ai discepoli, preceduta dall’annuncio di Maria di Màgdala: “ho visto il Signore” (Gv 20,18). Essi sono ancora in una specie di sepolcro, riuniti a porte chiuse e bloccati dalla paura: hanno infatti paura dei Giudei. Nell’ultima cena Gesù aveva detto che non li avrebbe lasciati orfani: sarebbe tornato (14,18) per donare loro la sua pace (14,27) e la sua gioia (16,20.22) e renderli suoi testimoni in forza dello Spirito (15,26s). Ora mantiene la parola. Così anch’essi fanno esperienza del risorto, per iniziativa di Gesù stesso, sottolineata da Giovanni anche in questo caso: “venne e si fermò in mezzo a loro”. Il Risorto “viene” dalla “gloria” in cui è presente presso il Padre, ma in realtà è già lì (è del tutto superfluo immaginare che egli abbia la capacità di passare “agilmente” attraverso chiusure e barriere) perché non è più “contenuto o contenibile” entro le nostre mura, e si fa vedere.

Malgrado la dispersione degli apostoli, che lo hanno abbandonato e rinnegato, Gesù si ritrova al loro centro (“si fermò in mezzo a loro”), li raduna, ne ricompone l’unità “stando” tra loro. Ed è con questa unità, cioè in comunione con il Signore e con i fratelli, che dev’essere esercitata la missione che il Risorto affida a loro (v. 21), e quindi alla Chiesa, come prolungamento della missione che il Padre ha affidato al Figlio.

Gesù comunica agli Apostoli anzitutto la shalom. Il triplice augurio, due volte nella prima e una nell’apparizione seguente a Tommaso riunito insieme con gli altri nel Cenacolo (20,19-29), va oltre il semplice saluto ebraico. Indica la pienezza di ogni benedizione messianica. È il dono di Gesù che disse: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27), quella pace che il mondo non conosce. È la pace che vince l’odio: “Abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo; ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo” (16,33).

In Is 9,5 il Messia è chiamato il “principe della pace”. E in Ef 3 viene riportata l’affermazione: “Lui è la nostra pace”. Il Risorto è la pace stessa, accogliere Lui è accogliere la somma dei beni messianici.

Si tenga conto che tra questi discepoli, anche se non menzionato, c'è anche Pietro. E Gesù appare anche per lui senza recriminazione, senza rimprovero, senza amarezza. Anche a lui offre in modo incondizionato la pace. Possiamo immaginare la sorpresa di Pietro, alla sua gioia, nel capire di avere un Salvatore in Gesù Cristo così amabile, così paziente, ricco di perdono. Anche per lui, come per tutti gli altri, Gesù “…mostrò loro le mani ed il costato…”.  Sono i segni di quanto Gesù ci ha amato. Sono i segni di quella “lotta” che rimarranno sempre per ricordarci il suo amore.

Mostrando le mani e il costato, Gesù attua anche le profezie e promesse relative alla sua missione. Anzitutto attua la profezia del tempio distrutto e ricostruito in tre giorni (“Ma egli parlava del tempio del suo corpo”; 2,21). E proprio solo ora trova soddisfazione anche la provocatoria richiesta subito dopo la cacciata dei mercanti dal tempio (“quale segno ci mostri?”, 2,18). Similmente con l’insufflazione dello Spirito Santo, egli compie il suo proclama della festa delle Capanne, con il dono dello Spirito destinato a scaturire da lui stesso: “Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me… Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato” (7,37-39).

Nelle mani esibite da Gesù trova ulteriore conferma anche la promessa della custodia indefettibile sua e del Padre sui credenti. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io dà loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola” (10,27-30). Universalmente, oltre che biblicamente, le mani sono – nel bene o nel male – simbolo del potere e della libertà, che qui si pone come in termini di “amore fino al compimento” (cfr. Gv 3,35; 10,28-29; 13,3).

Anche l’ostensione del costato fissa nel modo più netto possibile l’identità del Risorto con il Crocifisso, nonché la qualità della sua azione salvifica. Di lì, infatti, fluiscono sangue e acqua (19,34): simbolo uno della morte redentiva e sacrificale di Gesù, e l’altra dello Spirito, che del sacrificio è il frutto eminente, emanati dalla trafittura appena successiva della sua morte.

Così il risorto mostra che quello che umanamente sembra un totale fallimento,  in realtà è un autentico compimento, un atto assolutamente vivificante.

“E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (v. 20). Ciò che scatena la gioia dei discepoli sono esattamente le stesse cose che prima li avevano messi in fuga. Le mani e il costato sono i segni della sua passione, che prima, non avevano capito; ora invece capiscono questi segni dell’amore, e non solo non si fugge, ma si è nella gioia. Questo è quanto afferma l’Apocalisse quando dice che per tutta l’eternità loderemo Dio per le piaghe impresse nel corpo dell’Agnello.

Ma non solo: guardando quelle mani e quel costato non si può non incrociare lo sguardo penetrante del Signore. Infatti la gioia pasquale non deriva solo dall’aver visto insieme il Signore, ma altresì dall’essere stati visti da lui, stando alla predizione di Gesù in Giovanni: “Voi ora siete nella tristezza, ma vi vedrò e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22s). Lo sguardo potente e trasfigurante di Gesù Risorto ha raggiunto il cuore dei presenti.

“Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi”. Il Risorto trasmette agli Apostoli la missione ricevuta dal Padre e preannunciata dal Battista (cfr. Gv 1,29-33). Essi ricevono il mandato di continuare la sua stessa missione a livello mondiale. Ma come possono farlo? Se avessero il suo Spirito potrebbero!

Dopo aver detto questo soffiò su di loro...” (v. 22). È proprio un’immagine di animazione vitale, di creazione di un essere vivente. In primo luogo, alla creazione di Adamo, quando il Creatore gli soffiò nelle sue narici lo spirito di vita (Gen 2,7).  Il gesto del Risorto riprende il gesto del Creatore. In secondo luogo, alla grandiosa visione profetica di Ez 37,9 ss circa la sterminata distesa di ossa che riprendono vita. Di qui appare chiaro il gesto di Gesù: soffiò sugli apostoli lo Spirito; comunica lo Spirito Santo rigeneratore dell’uomo, che diventa per gli apostoli l'alito di vita; da esseri deboli ri-creò un popolo nuovo, ne fece la sua Chiesa vivente, capace di trasmettere la vita, di cui Lui continua ad esserne la fonte, soppiantando quello infetto dello spirito del mondo. Nelle prospettive giovannee la nuova nascita è da acqua e da Spirito (cfr. Gv 3,5). Non per niente, tra i poteri comunicati agli apostoli, è qui messa in evidenza la facoltà di rimettere i peccati, che è la prima e più radicale vittoria sulla morte.

Però se il gesto simbolico di Gesù poté durare un momento, la realtà significata è che lo Spirito viene continuamente alitato, cioè inviato. E questo in perfetto accordo con l’idea biblica dello spirito o soffio divino, che non solo dà inizio alla creazione, ma continua ad animare e sostenere il creato (cfr. Sap 1,7; Sal 139, 7.12; Gb 13,14.15 ecc).

In che cosa consiste l'opera che Gesù affida agli apostoli? Lo dice il versetto: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; a chi li rimetterete, saranno ritenuti”. La formula è molto simile a quella che troviamo nel vangelo di Matteo quando Gesù dà a Pietro le chiavi: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19). Gesù affida agli apostoli il potere divino di perdonare il peccato. Se non viene esercitato questo potere divino comunicato ai discepoli il peccato rimane. È un'immagine sacramentale importantissima. È uno degli elementi più forti di fondamento del sacramento del battesimo, inteso come l'intervento della potenza di Cristo attraverso la mediazione dei suoi discepoli. Diventa il segno sacramentale che realizza il perdono dei peccati e la comunione con Dio.

Al di là del battesimo vi si può poi riconoscere il sacramento della riconciliazione.

"Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa...".  Questa apparizione sembra destinata specialmente a Tommaso, assente nella precedente (20,19-23). Tommaso, detto Didimo (= gemello) è un personaggio generoso: è colui che, quando Gesù aveva annunciato ai suoi l’intenzione di “destare” Lazzaro dal sonno della morte, mentre i discepoli si mostrano molto preoccupati dalla prospettiva di tornare in Giudea, dove poco prima Gesù stava per essere lapidato, grida: “Andiamo a morire con lui” (11,16). Ed è anche una persona in ricerca, che vuole capire: infatti quando Gesù annuncia la sua partenza da questo mondo, Tommaso gli chiede: “Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (14,5). Già da quest’ultimo passo comprendiamo che in Tommaso c’è una difficoltà a comprendere, ma c’è anche la capacità di porre e porsi delle domande. Per questo la risposta di Gesù non si fa attendere: “Io sono la via, la verità e la vita e nessuno viene dal Padre se non per mezzo di mio” (14,6).

Affiora in Tommaso una psicologia spiccia, decisa, pronta a intervenire un po’ polemicamente, poco poetica e più pratica, ma profondamente attaccata al “Tu” di Gesù.

Perché la sera in cui il Risorto si è fatto vedere dai “Dieci”, Tommaso non era con loro (v. 24)? Denota questo uno smarrimento singolare a causa della morte del Maestro? Probabilmente sì. E tuttavia, nonostante Tommaso non sia con gli altri apostoli, tanto è vero che sanno dove sta, lo cercano e lo coinvolgono, con lo stesso annuncio della Maddalena a loro: “Abbiamo visto il Signore”. Si noti che in ciò che dicono a Tommaso non puntano sul negativo, magari con toni di rimprovero, dicendo: “Ma tu non c’eri! Tu che facevi grandi discorsi, tu che ci avevi detto di andare a morire, sei pieno zeppo di contraddizioni…”. No, non sono partiti dalle cose che non andavano, perché loro stessi hanno sperimentato la loro personale fragilità. È proprio l’esperienza della nostra fragilità che ci fa essere molto delicati e luminosi con gli altri. Non l’hanno rimproverato per l’assenza, ma gli hanno detto quale era il motivo meraviglioso per il quale invece rendersi presente. Quello che fa venire la voglia di tornare è sapere che ci sono altre persone che lo hanno incontrato. Se non riusciamo a dirci tra noi dove l’abbiamo visto, in quale episodio concreto, in quale situazione, se parliamo di Dio solo in generale, non possiamo fare breccia nel cuore di nessuno.

C’è allora una fondamentale mediazione ecclesiale, che mentre annuncia il Signore testimonia l’incontro con Lui. Una testimonianza che è sempre personale, anche quando è quella di un gruppo.

A questo annuncio Tommaso avanza delle richieste: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e se non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”. Sono tre “se”. La sua esigenza di vedere e toccare i segni dei chiodi e toccare il costato nasce dal desiderio di constatare che il Signore che egli amava, sia davvero risorto, e che il suo corpo martoriato sia ora glorificato.

Anche noi, come Tommaso, abbiamo in noi questa “incredulità”, e abbiamo bisogno di “segni” che ci sostengano nella fede.

“Otto giorni dopo i suoi discepoli stavano di nuovo in casa e Tommaso era con loro. Venne Gesù a porte chiuse. Stette nel mezzo e disse: Pace a voi!”. Gesù non viene per Tommaso, ma per tutta la comunità. Dunque viene per tutti e a tutti dà la pace. Dopo essere venuto per tutti si rivolge anche personalmente a Tommaso per dirgli: “Metti qui il tuo dito e guarda le mia mani; stendi la tua mano e mettila nel costato e non continuare (sarebbe la traduzione più giusta) ad essere incredulo, ma sii credente”. L’insistenza sull’aspetto fisico della prova richiesta da Tommaso è un modo per sottolineare la continuità fra il passato ed il presente di Gesù, espresso per mezzo della realtà umana di quei segni. Gesù raccoglie la sfida di Tommaso e gli consente di verificare: “Metti qua... guarda” – quindi Gesù accetta l’esigenza di Tommaso -, e subito aggiunge la frase “Non essere più incredulo, ma credente”. Tommaso non dovrà essere più scettico, ma diventare credente.

Si noti che questo episodio di Tommaso, avvenuto nella seconda domenica giovannea, mostra chiaramente quale dev’essere il nostro atteggiamento nei confronti del Risorto che si manifesta nell’assemblea domenicale. Egli – come ha fatto con Tommaso – non disdegna di essere “toccato”, anzi lo vuole. Vuole che noi entriamo in comunione intima con lui. Ciò che Gesù aveva rifiutato alla Maddalena, dicendole: “Non mi toccare”, ora viene richiesto da lui stesso con le parole: “Tocca, abbi pure un contatto diretto con me”. Una simile richiesta esprime una valenza assai chiara, proprio in rapporto alla frase rivolta alla Maddalena. La donna non poteva ancora avere un contatto pieno con Gesù, perché per lei quell’uomo era semplicemente paragonabile a Lazzaro dopo il ritorno in vita; dunque non percepiva Gesù nella sua pienezza di vitalità e divinità. Al credente nella sua risurrezione Gesù chiede esplicitamente un contatto diretto con lui, dal quale viene emanata tutta la carica della sua morte e risurrezione. Ma è necessario toccarlo nella “fede”.

Tornando a Tommaso, davanti al Risorto egli dice: “Mio Signore e mio Dio”. Non dice: “Tu sei il Signore”. Tommaso dice: “Mio Signore”. È la più solenne professione di fede che incontriamo nel Vangelo. Le parole di Gesù gli hanno toccato il cuore. Non dice: “Tu sei Dio”, ma dice ancora di più: “Mio Dio”. Si è creato cioè un legame particolare: è Dio e il Signore della sua vita! Una consapevolezza che trasformerà Tommaso da discepolo in fuga ad apostolo della Persia e dell’India, l’unico dei dodici a spingersi in Oriente.

A questo punto Gesù lo rimprovera: “Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno!”. Il senso delle parole rivolte da Gesù a Tommaso è che coloro che credono senza aver visto, sono beati perché hanno ascoltato. Il passaggio dal vedere senza capire al vedere che si dischiude alla relazione vitale con il Signore – quindi il “toccarlo” – è reso possibile dalla parola che appella la nostra risposta di fede. Nel Credo noi proclamiamo che la nostra fede è apostolica perché accettiamo la testimonianza degli apostoli, cosa che Tommaso non ha fatto. Il vero problema di Tommaso è ch’egli pretende di vedere rifiutando di ascoltare e di accogliere la testimonianza dei suoi compagni. Il suo vedere non è un vedere autenticamente biblico, perché è in polemica con l’ascolto. Tommaso si è impuntato, accusando i compagni di essere visionari, o dei bugiardi. Gesù risorto gli usa misericordia e gli viene incontro. Gli consente di vedere e di toccare... (anche se poi il testo non dice che Tommaso abbia effettivamente toccato il costato di Gesù). Tutto passa attraverso la Parola. È attraverso l’ascolto di essa che si giunge a un “vedere” e “toccare” nella fede...

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