Articoli filtrati per data: Martedì, 10 Marzo 2026

Il racconto del vangelo di questa IV domenica di Quaresima inizia con un cieco (v. 1) che conquisterà la vista e termina con i farisei (v. 41) che sono diventati spiritualmente ciechi.

Tale progressione in positivo e in negativo è chiaramente evidenziata dall’evangelista. Infatti:

- Se si osserva il cammino del cieco sanato si nota che le sue affermazioni rivelano una sempre più profonda conoscenza di Gesù. Interrogato dai vicini circa la sua guarigione, egli risponde: “Quell’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango e...” (v. 11). Indagato dai farisei, il cieco lo proclama profeta (v. 17). Nel secondo confronto egli testimonia: “Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla” (v. 33). Infine, nell’incontro con Gesù confessa: “Io credo, Signore” (v. 38).

- A questa illuminazione progressiva corrisponde un altrettanto palese ottenebramento dei farisei/giudei. All’inizio sembrano accettare il fatto della guarigione contestando unicamente che sia stata compiuta in aperta violazione del precetto sabbatico (vv. 15-16). Alcuni vogliono comprendere e per questo interrogano il cieco (v. 17). Nella seconda valutazione incominciano a mettere in discussione il fatto della reale cecità dell’uomo chiedendo informazioni ai genitori sulle condizioni precedenti del figlio, cercando di dimostrare che in realtà non è mai stato cieco (vv. 19-21). Inoltre, chiedono un supplemento di informazioni all’uomo sanato circa le modalità della sua presunta guarigione, con l’intento di trarlo in trappola (vv. 26-28). Appare evidente che non interessa affatto conoscere la verità. Infatti, qualsiasi cosa egli dica non ammetteranno mai l’origine celeste di Gesù (v. 29), anzi squalificano il cieco stesso “nato tutto nei peccati” (v. 34). Si comprende allora il severo giudizio di Gesù sulla loro presunzione e sulla loro incredulità (vv. 39-41).

Un altro motivo di contrasto emerge dall’atteggiamento umile del cieco che confessa ripetutamente la sua ignoranza (vv. 12.25.36) e i farisei che al contrario ostentano sicurezza e presunzione (vv. 16.24.29).

> Queste osservazioni sono sufficienti ad orientare l’interpretazione del racconto che vuole essere testimonianza del difficile percorso della fede, illustrazione e drammatizzazione di quanto Gesù aveva in precedenza affermato: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8,12). Gesù è luce, l’uomo che l’accetta viene gradualmente illuminato e approda alla fede, l’uomo che si chiude ostinatamente e presuntuosamente ne viene accecato.

Ambientazione (vv. 1-5). Il racconto è posto significativamente dopo la dura reazione dei giudei ad un discorso di Gesù, da lui accusati di non accogliere la testimonianza di Abramo in suo favore (cfr. 8,56). La chiusura è totale e astiosa: “Raccolsero pietre per scagliarle contro di lui” (8,59). In questo contesto di opposizione Gesù prende l’iniziativa e “passando vide un uomo cieco dalla nascita”. La situazione dell’uomo non è conseguenza del suo peccato o dei suoi antenati, come riteneva l’opinione comune a quel tempo. L’essere nato cieco non è dovuto a un castigo di Dio. Al contrario, Dio vuole che ogni uomo sia libero dalla situazione di infelicità e goda della luce. La cecità fisica è presa come immagine per indicare la cecità spirituale, propria di chi non sa dov’è, da dove viene e dove va. Il cieco nato è il simbolo di ogni uomo, la cui natura è ferita dal peccato originale, inteso come una privazione, una incapacità di vedere Dio. Nati così, naturalmente così, incapaci di vedere Dio, cioè di incontrarlo, di conoscerlo, di amarlo, di avere una relazione buona con Dio. Per questo la condizione del cieco è il luogo ideale perché “si manifestassero in lui le opere di Dio. L’opera di Dio è definita da Gesù “essere luce nel mondo” (v. 5). Risuona la solenne affermazione del prologo: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (1,9).

Si noti che il cieco non proferisce alcuna parola. Non c’è richiesta di aiuto, non c’è reazione a quanto Gesù sta per compiere. Come era accaduto con la Samaritana, Gesù agisce, anzi provoca, senza essere stato interpellato.

La domanda dei discepoli. Prima del segno che Gesù compirà c’è la domanda dei discepoli. Vogliono capire se è lui o se sono i suoi genitori ad aver peccato. Gesù non solo contrasta questa pseudo-teologia dei discepoli – ossia che la cecità sia segno di una punizione divina -, ma  - come abbiamo già detto - afferma che tale cecità “è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”. In altre parole: il cieco nato è un segno di ciò che è ogni uomo, perché ogni uomo è peccatore; e ciò che Gesù farà a tale cieco è segno di quell’opera di Dio che Egli compirà con il mistero pasquale per chi crede in lui: far diventare tale uomo tabernacolo della gloria di Dio; fare di lui una “nuova creatura”.

Dicendo ciò Gesù mostra peraltro di aver intuito di dover compiere questa sua missione in fretta. Ormai non ha più molto tempo a disposizione per portarla a termine. “Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo”, cioè devo portare a termine la missione che il Padre mio mi ha dato; quando verrà la notte del male non potrà agire; sarà il Padre a dover agire, risuscitandolo.

La narrazione del segno (vv. 6-7). Il racconto è molto sobrio e povero di dettagli. Gesù “fece del fango con la saliva”: era una delle opere proibite in giorno di sabato. Per di più il gesto con cui compie il prodigio è impensabile: il fango sugli occhi, secondo la logica, peggiorerebbe la cecità anziché guarirla. Ma questo gesto, insensato per la logica umana, ha senso solo in riferimento a Cristo. Lo sputo, fluido ed intimo, richiama infatti il fiume d’acqua viva dello Spirito (7,37s), il sangue e l’acqua che scaturiranno dal suo fianco aperto (19,34), l’acqua viva promessa alla Samaritana: è lo Spirito che ci fa nascere dall’alto (3,3). Il gesto di Gesù, cioè il fare del fango con lo sputo, richiama la creazione dell’uomo, fatto dalla terra (Gen 2,7; Is 64,7). Quello che Gesù fa – mimando quando fece il Creatore in Gen 2,7 – è dunque una creazione nuova: il fango non è più impastato con l’acqua ma con lo Spirito.

unse con il suo fango sugli occhi”. La parola ungere (la CEI traduce: “spalmò”) richiama l’Unto, il Cristo. Egli è insieme uomo e Dio, che ci salva dall’oscurità delle tenebre del peccato che ci conducono al fallimento della nostra vita. Gesù pone davanti agli occhi del cieco sé stesso, l’uomo nuovo, perché apra gli occhi, lo guardi, lo lasci entrare nel cuore e diventi così sua vita. Se per gli ebrei il “fare il fango” è una trasgressione del sabato (vv. 14.16), per Gesù è l’azione sabbatica per eccellenza, la nuova creazione. È il fine per cui è venuto nel mondo, il compimento della sua missione.

Poi Gesù ordina: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”. Gesù non guarisce il cieco all’istante. Gli ordina, come Eliseo al lebbroso Naaman, di andare a lavarsi (cfr. 2Re 5,10). Gli ha messo sopra gli occhi il suo fango, gli ha posto davanti l’uomo nuovo. Sta ora al cieco dire sì o no alla proposta: la sua vita dipende dalla sua libertà di ascoltare o meno la Parola. In questo modo Gesù pone nelle mani del cieco la stessa possibilità di ricuperare la vista, di lasciarsi illuminare da Cristo. L’accoglienza di questo dono è insieme azione di Dio (che rende possibile la liberazione) e dell’uomo (che liberamente l’accoglie).

È bene ricordare che Gesù, che invia il cieco alla piscina di Siloe, si è già identificato con questa sorgente (cfr. 7,37ss), dalla quale si attingeva l’acqua per la festa delle Capanne. “Siloe” è tradotto dall’evangelista come “inviato”, uno dei titoli di Gesù, il Figlio inviato dal Padre (cfr. 3,17.34; 5,36.38; 8,42; 11,42; 17,8.21-25). Gesù ordina al cieco di lavarsi, di immergersi in Lui, inviato dal Padre, che si è presentato ai suoi occhi. La fede è accogliere lui, il Figlio venuto dal Padre nel mondo, ottenebrato dal male e dal peccato, proprio per portarvi la “luce”, per donarci la nostra verità di figli.

È chiaro, allora, che Giovanni ci sta dicendo tutto questo per dirci il valore del Battesimo.

“Quegli andò”. Non una parola. Non un “ma”, né un “perché”. Semplicemente obbedisce in silenzio, con la sua fede, a un tempo vacillante e coraggiosa, che si è risvegliata in lui in questo incontro con Gesù. Si noti un particolare: come fa il cieco, che ancora non vede, e che per di più ha la faccia imbrattata di fango, a muoversi in quell’ambiente fino a portarsi alla piscina?  Evidentemente, pur non vedendo l’ambiente in cui si muoveva, nella fede giù vedeva! Vedeva ciò che l’Inviato voleva compiere in lui!

“si lavò e tornò che ci vedeva”. La disponibilità del cieco è premiata con la guarigione. È inimmaginabile la sorpresa e la gioia della luce, soprattutto per chi non ha mai visto nulla. La fede in Gesù lo ha illuminato.

Si noti che nel vangelo di Giovanni, come abbiamo visto in questo brano, c’è una profonda connessione tra il vedere e l’ascoltare. Chi crede sa ascoltare e vivere la parola ascoltata, e, allo stesso tempo, vivendola, giunge alla visione. “Se crederai - dirà Gesù a Marta - vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). La fede è qui tratteggiata come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. Nella misura in cui aderisco e vivo la Parola di Gesù sono capace di “vedere”, di vedere Lui, la sua azione, scorgendolo nelle cose, nelle persone e negli eventi della vita, anche nelle sofferenze, nelle contraddizioni, nelle croci di ogni giorno. Ciò che è invisibile a causa del peccato, diventa visibile per l’uomo nuovo. Divento capace di riconoscere la presenza di Lui che ha già dato la vita per me e mi vuole salvare: mi ha rigenerato nel Battesimo e mi conduce con il suo Spirito ad una pienezza di vita. Lo so riconoscere vedendo “oltre” la banalità di ciò che vedono gli occhi del corpo, dietro il velo delle cose immediate. Lo vedo con gli occhi della fede e con l’amore del cuore.

Ricordo che Papa Francesco nell’udienza del 19.02.2022, commentando il vangelo dell’incontro di Gesù con il cieco nato (Gv 9,1-41) ai numerosi ciechi e ipovedenti che erano lì presenti, disse: «Il paradosso è questo: quell’uomo cieco, incontrando Colui che è la Luce del mondo, diventa capace di vedere, mentre quelli che ci vedono, pur incontrando Gesù, restano ciechi. Questo paradosso attraversa molto spesso la nostra stessa vita e i nostri modi di credere». E, dopo aver citato l’espressione di Saint-Exupéry del Piccolo principe, continua: «Vedere con il cuore è vedere il mondo e i nostri fratelli attraverso lo sguardo di Dio».

Per ora il cammino di fede dell’uomo nato cieco è appena agli inizi. Una guarigione piena avviene nel dialogo successivo, nel quale il cieco ormai guarito è provocato a dare testimonianza, occasione nella quale opera un approfondimento della sua fede, fino a giungere alla professione: “Io credo, Signore!” (v. 38) prostrandosi davanti a Gesù.

Vediamo allora molto brevemente i vari dialoghi con l’ex cieco.

La reazione dei vicini e dei conoscenti (vv. 8-12). La guarigione del mendicante cieco crea spaccatura già tra i “vicini e conoscenti” ai quali era ben nota la sua condizione precedente. C’è, infatti, chi lo riconosce, chi invece nega la sua identità (sarebbe uno che gli assomiglia). E non è sufficiente che lo stesso miracolato dichiari la propria identità (“sono io”: v. 9), ribadendo che la guarigione è avvenuta lavandosi nella piscina di Siloe.

La prima reazione dei farisei (vv. 13-17). Il dissenso che si era verificato tra i conoscenti ora si manifesta anche tra coloro che sono ufficialmente deputati a interpretarne il significato: “Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato” (v. 16), ma altri dicevano: “Come può un peccatore compiere tali prodigi?” (v. 16b). Per alcuni Gesù è colpevole, peccatore (le opinioni – ben altra cosa dalla ricerca sincera – soffocano la verità), per gli altri no.

A motivo di questa divisione i farisei si rivolgono per un parere al guarito: “Tu cosa pensi di colui che ti ha aperto gli occhi?”. È proprio questa domanda dei farisei a indurre il cieco a riflettere sull’identità di colui che gli ha ridato la vista. L’uomo guarito, superando una comprensione ristretta della legge – è peccatore chi opera di sabato –, dichiara che Gesù è un profeta, un inviato da Dio (v. 17). L’ironia giovannea spunta sottilmente: i dotti farisei non sanno capire nulla circa l’origine di Gesù. Il semplice mendicante invece squarcia il velo della realtà di Gesù.

I genitori interrogati dai giudei (vv. 18-23). La testimonianza dell’uomo non è ritenuta credibile, anzi si mette in dubbio che egli sia stato davvero cieco. Vengono allora interrogati i genitori. Pongono a loro tre domande: identificano il miracolato con il loro figlio? Garantiscono che sia nato cieco? Come spiegano la situazione attuale? Alle prime due domande rispondono senza difficoltà, perché si tratta di dati sotto gli occhi di tutti. Sono però evasivi sulla terza risposta che li impegna in prima persona: “Come poi ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di sé stesso” (v. 21). Evidentemente temevano i giudei. “Infatti i giudei avevano stabilito che se uno avesse confessato Gesù come Cristo fosse espulso dalla Sinagoga”. Ricordiamo che l’espulso veniva trattato come un appestato, non si poteva avere rapporti con lui, è la morte sociale.

In questi genitori sono personificati tutti coloro che rifiutano di prendere posizione quando bisogna pagare di persona, coloro che desiderano apparire come tutti gli altri, quando non essere allineati significa essere presi di mira. Meglio l’affinità ipocrita, ma tranquilla, che una diversità sincera, ma scottante.

Seconda interrogazione dei giudei (vv. 24-34). I giudei pretendono dal miracolato una chiara e precisa confessione sulla colpevolezza di Gesù: “dà gloria a Dio!” è una formula biblica per obbligare uno a dire la verità e rendere così onore a Dio che, in caso contrario, verrebbe offeso (cfr. Gs 7,19). In questo secondo confronto con l’autorità l’evangelista rivela che quello spiraglio di disponibilità che si era manifestato nel primo dialogo si è definitivamente chiuso. Viene, infatti, emessa la sentenza: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore» (v. 24). Non c’è alcuna incertezza nel giudicare negativamente l’operato di Gesù. Nella loro ostinazione sono diventati ancora più ciechi.

Al “noi sappiamo” dei capi, l’ex cieco oppone l’“io so” di un uomo che ci vede e non vuol rinunciare a dire ciò che sa. Egli non sa definire con precisione chi sia Gesù, però è altrettanto sicuro che Dio non ascolta i peccatori, anzi solo chi è timorato di Dio e fa la sua volontà è da Dio ascoltato. Fino a giungere a dire: “Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla”. Costui non è solo un “timorato”, ma anche di più: egli può parlare e agire in forza del suo rapporto intimo con Dio.

In questo colloquio drammatico si manifesta la grandezza dell’uomo che può lasciarsi illuminare dalla luce, come al contrario può preferire le tenebre, illudendosi di vedere.

Il colloquio tra Gesù e il cieco (vv. 35-39). È il culmine del racconto. È ancora Gesù che assume l’iniziativa nel momento in cui l’ex cieco è scacciato dalla sinagoga. Non lo lascia nella solitudine – e allo stesso modo non ci lascia nelle nostre solitudini per la nostra fede in Lui -, ma lo incontra una seconda volta per fargli un dono più grande del primo: quello della luce della piena fede, portando così a termine l’opera di illuminazione a cui il guarito aveva positivamente collaborato.

Gesù pone ora la domanda verso cui il segno era orientato sin dall’inizio: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” E alla domanda del miracolato: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”, risponde: “Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui” (vv. 35.37). La sequenza richiama quella della Samaritana: “So che deve venire il Messia: quando egli verrà ci annunzierà cosa”. Le disse Gesù: “Sono io [Io-sono] che ti parlo” (Gv 4,26). Così il cieco: “Io credo Signore! E gli si prostrò innanzi” (v. 38). È questo il momento in cui il cieco è pienamente illuminato: vede il Signore che parla con lui e aderisce a lui. Il cieco ora è pienamente risanato: in lui si è manifestata l’opera di Dio (v. 3). Ora egli vede pienamente con gli occhi della fede.

•  Il giudizio di Gesù (vv. 39-41). Ora si compie il giudizio: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane» (v. 41). La presunzione di non aver bisogno di lui, la pretesa di vedere rende ciechi e incapaci di scorgere la luce vera. I giudei con la loro autosufficienza hanno reso vano il disegno di Dio (cfr. Lc 7,50). Per Giovanni il peccato per eccellenza è quindi l’incredulità di chi resiste ai segni di Gesù e all’azione dello Spirito. Questo spiega la durezza dei giudizi di Gesù nel vangelo di Giovanni: “Morirete nel vostro peccato” (8,21); “il vostro peccato rimane” (9,41); “C’è un peccato che conduce alla morte” (1Gv 5,16).

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