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Seconda domenica di Avvento (anno A)

Viviamo l'Avvento con il desiderio di accogliere la venuta del Signore. Scrivendo ai Romani, san Paolo ricorda che accogliere Cristo significa accogliersi gli uni gli altri (II lettura), precisando che ciò è possibile perché "Cristo accolse voi". Come possiamo noi credenti non accogliere i fratelli se ci sentiamo accolti e amati da Cristo stesso? Ne abbiamo fatto esperienza? 

Nel Vangelo, poi, Giovanni Battista ci invita alla conversione. Egli - come ci racconta l'evangelista - vestiva come il rude Elia, profeta di sangue e di fuoco, anch’egli fasciato da una cintura divina (cfr. 2Re 1,8). La dieta del Battista era tipica degli abitanti del deserto (v. 3) costretti a sopravvivere di cibo selvatico. Ma soprattutto per l’evangelista quel “look” rafforza il senso della missione di Giovanni, richiamata al v. 3 (citazione di Isaia): egli è colui che Dio ha scelto per gli ultimi preparativi e ha il compito di facilitare l’incontro tra Gesù e il suo popolo. Giovanni non si concede nulla che fuoriesca dal minimo indispensabile per soddisfare i bisogni primari (vestito e cibo), tutto proteso alla realizzazione della sua missione.

Le sue parole, alla pari di quelle di Elia, hanno una urgenza scottante, annunciano capovolgimenti radicali. Egli è infatti l’ultimo profeta, quell’Elia che doveva tornare, per chiamare alla conversione prima della venuta del Signore ormai vicina ("il regno dei cieli è vicino", cioè sta venendo). Egli ha il compito di creare l’attesa di Colui che viene dopo di lui.

Le sue parole sono chiare: “convertitevi”! Che significa: cambiare prospettiva, orizzonte, condotta, tornare indietro dalle vie inique rivolgendo il cuore al Signore. È l’esigenza di ri-orientamento della propria esistenza guardando in direzione di Colui che solo può dare significato alla nostra vita. E anche per noi che crediamo al Signore e ci stiamo impegnando in un cammino spirituale, l'invito alla conversione rimane ugualmente impellente, perché siamo chiamati a convertici a tutte quelle forme di incoerenza, o di fuga realtà concrete che siamo chiamati ad affrontare con coraggio, o di apatia e disimpegno, e da tutte quelle realtà che ci distraggono o sono futili, che non ci permettono di rimanere concentrati su ciò che è davvero necessario per la nostra salvezza  - il deserto, infatti, è segno di quello spogliamento che favorisce il ritrovare noi stessi e il Signore -.

Il forte  monito del Battista alla conversione viene accolta dalle folle che vanno da lui a confessare i peccati. Tale confessione non perdona i peccati, né il battesimo ha evidentemente un valore sacramentale. I due segni – l’ammissione delle proprie colpe e l’acqua ricevuta – sono corpose espressioni di volontà di cambiamento. Le persone sono pertanto preparate da Giovanni a ricevere Colui che veramente potrà perdonarle e trasformarle (cfr. vv. 11-12).

Con questo annuncio inoltre Giovanni smaschera quella falsa sicurezza di chi  - farisei e sadducei - credeva di essere garantito dal ceppo di Abramo, e di ricevere come un diritto acquisito il dono del Messia. Ma il messia che sta arrivando considererà la natura dell’albero, osservando i suoi frutti. Come un contadino avveduto (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; 28,23-29), Dio non si lascia ingannare dalla natura del ceppo (Is 6,13; Ez 31,3.12; Dn 4,12) e trovando quell’albero sterile si mostra pronto a levare la scure. In particolare verso i farisei e i sadducei pronuncia parole molto dure: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”.  È come dire: non siete figli di Dio, ma del Serpente (= Satana), prestate orecchio non alla parola del Padre che dà vita, ma a quella della menzogna che uccide. L’essere figli di Abramo, infatti, impegna in una coerenza di vita, come appunto fece il grande patriarca. In caso contrario, non c’è possibilità di salvezza. Parole dure che però non sono di condanna, ma un forte monito alla conversione.

È tuttavia da notare che nelle parole del Battista c'è un respiro universale: il dono della salvezza non è soltanto destinato ai “figli di Abramo”, ma a tutti i popoli. L’immagine della scure va compresa anche in riferimento alla profezia del germoglio di Iesse di Is 11,33-34). Dio aveva piantato un giardino di alberi scelti (Is 5,1-7), la casa di Israele da cui attendeva frutti di giustizia; Israele e il giudaismo sono ora un albero secco che sta per essere reciso, ma dalle radici troncate nascerà un germoglio, che è appunto il Messia davidico. Con l’avvento del Messia si compie dunque la benedizione promessa ad Abramo e rivolte a tutte le genti: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3), a cui fa eco il Sal. 71,17.

In questa domenica sentiamoci provocati dal Battista a fare verità nel nostro cuore per una conversione ancora più profonda. Guardiamo dentro di noi se ci sono ancora delle false sicurezze, degli idoli, delle realtà alle quali non vogliamo fare a meno, degli attaccamenti disordinati, che non ci rendono pienamente liberi di seguire il Signore, di dire il nostro sì pieno, come lo ha detto la Vergine Maria (vedi solennità dell'Immacolata di domani).

 

 

Ultima modifica il 11 Dicembre 2025
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