Mercoledì, 27 Novembre 2019 15:46

«Il Verbo si fece carne… e noi abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1,14)

 

In questa giornata di ritiro propongo la contemplazione del grande mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, e in particolare della Natività in Lc 2,1-20, alla luce del prologo di Giovanni.

Alla fine vi darò anche alcune indicazioni per l’interiorizzazione personale di questo mistero nella nostra vita.

 

La prospettiva dalla quale contemplare il mistero dell’Incarnazione: Gv 1,1-5.11-14

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (v. 1). La parola greca arké, più che indicare un inizio temporale, ha un valore cosmico e metafisico; è “il principio”, come riferimento all’inizio della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra»  (Gen 1,1). Questa espressione significa: prima del mondo, nel momento fontale che è Dio, accanto a Dio Padre c’è anche il Verbo (in greco Logos), cioè la Parola.

«tutto è stato fatto per mezzo di lui» (v. 3). Già nel primo racconto della creazione, che apre la Bibbia, Dio crea mediante la sua Parola, cioè il Figlio eterno. Qui si va oltre: quel «tutto» non ci si riferisce solo alle realtà del creato, ma abbraccia anche la storia: tutto, proprio tutto, tutto ciò che è avvenuto (la creazione e la storia) dipende dalla parola di Dio. Creazione e salvezza sono opera del Padre per mezzo del Logos.

Ora si precisa: questo Logos, che «è rivolto a Dio» (la traduzione della CEI è meno esatta) – espressione che indica che c’è un dialogo tra il Padre e il Figlio – si è rivelato, ha parlato, e ha parlato definitivamente in Gesù, il Verbo fatto carne. Per questo leggiamo nell’inno: «Ciò che è avvenuto in lui era vita» (vv. 3c-4a). Cioè ciò che è avvenuto nella storia, ciò che si è mostrato tramite lui, era la stessa vita di Dio che adesso è stata comunicata a noi.

Lentamente il ragionamento procede:

«e la vita era la luce degli uomini» (4b). Evidentemente il termine luce non è in senso naturale, ma in senso spirituale, è una metafora tradizionale che indica la rivelazione divina, l’illuminazione salvifica degli uomini. La rivelazione divina è la luce affinché gli uomini possano camminare nella via del bene, della vera realizzazione, della vita. Nell’Antico Testamento c’è una stretta connessione tra la parola di Dio e la luce. Dice ad esempio un versetto del Salmo 119: «La tua parola è lampada ai miei passi, luce sul mio cammino».

«E la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta». Qui per «tenebre» si intende mondo perverso, il mondo del peccato, includendo il potere satanico che si oppone a Dio e al suo progetto di salvezza. La Rivelazione, dunque, vuole squarciare le tenebre – quelle che avvolgono l’uomo e quelle interiori – affinché l’uomo venga alla luce, accolga la rivelazione, cammini nella via della vita. Ma c’è una resistenza, ed addirittura un’opposizione. Si allude qui al mistero pasquale: le tenebre sembrano aver vinto, il male sembra trionfante; in realtà con la risurrezione trionfa la vita, trionfa la luce. Il peccato è già sconfitto sebbene continui storicamente ad opporsi alla luce, alla vita, all’opera di Cristo.

«Era nel mondo… eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (vv. 10-11). Qui per «mondo» e per «i suoi» si intende concretamente quegli uomini che, accecati dal peccato, non lo hanno accolto. È la volontà consapevole di non accoglienza della luce, della rivelazione, dell’offerta di salvezza.

«A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Il potere che viene donato è quello di diventare figli di Dio. Lo siamo già per il battesimo, ma dobbiamo diventarlo in maniera esistenziale. Tutto il nostro cammino spirituale è teso a vivere giorno per giorno tale figliolanza.

«E il Logos divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (v. 14a). È il mistero dell’Incarnazione. Letteralmente bisognerebbe tradurre: «e piantò la sua tenda in mezzo a noi». La carne del Logos, cioè la sua umanità, è la tenda di Dio con gli uomini. Quella tenda del convegno, luogo della presenza divina, che accompagnava il popolo nel cammino nel deserto è prefigurazione della vera tenda che ci accompagna nel nostro cammino.

«E noi contemplammo la sua gloria» (v. 14c). C’è un “noi”: sono coloro – i discepoli di Gesù, i testimoni oculari – che hanno contemplato la sua gloria. La “gloria” (kabod, peso) di Dio è il suo agire salvifico a nostro favore. È il “peso” del suo impegno di offrirci la luce e la salvezza in Cristo, nonostante tutte le resistenze e il peccato. Anche noi in questa giornata di ritiro vogliamo contemplare questa gloria. Contemplare come Dio ci salva in Cristo. Quel “come” indica sia la fedeltà di Dio, che continua la sua opera nonostante l’opposizione delle “tenebre” che talvolta ci sono anche in noi; ed indica anche la modalità divina, così diversa dalle modalità umanamente concepibili («le vostre vie non sono le mie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri»: Is 55,8-9) nel realizzare la salvezza, che possiamo cogliere nel ricco simbolismo del racconto della Natività (Lc 2,1-20).

 

La Natività (Lc 2,1-7)

Nei vv. 1-5 Luca si premura di collocare Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Gesù, dunque, non è nato nell'imprecisato “una volta” del mito. Egli appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato. “La fede è legata a questa realtà concreta, anche se poi, in virtù della Risurrezione, lo spazio temporale e geografico viene superato e il “precedere in Galilea” (cfr. Mt 28,7) da parte del Signore introduce nella vastità aperta dell'intera umanità (cfr. Mt 28,16ss)”[1].

In Luca, inoltre, questo riferimento storico ha anche una valenza teologica. Infatti si legge: «... Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra» (v. 1). Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato (οἰκουμένην). Tutto il potere è incentrato su di lui, ignorando che quel che è al di fuori della sua presa. Di fronte a questa volontà di dominio “universale” da parte di Cesare Augusto, nella storia, un universale portatore di salvezza (Gesù) può entrare nel mondo.

Si noti che la presentazione che Luca fa di Cesare Augusto non è affatto una manomissione storica in vista del significato teologico. Infatti l'epigrafe di Pirene risalente all'anno 9 a.C. ci fa capire come Augusto voleva essere visto e compreso: il mondo intero sarebbe andato in rovina senza di lui; “La provvidenza – si legge in tale stele – che divinamente dispone la nostra vita ha colmato quest'uomo, per la salvezza degli uomini, di tali doni da mandarlo a noi e alle generazioni future come salvatore (sōtér)”[2]. Dunque Augusto si ritiene un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto o il bambino che nasce a Betlemme?

C'è poi un particolare molto significativo: «il “salvatore” ha portato al  mondo soprattutto la pace. Egli stesso ha fatto rappresentare questa sua missione di portatore di pace in forma monumentale e per tutti i tempi nell'Ara Pacis Augusti... »[3]. In effetti Cesare Augusto col suo dominio ha pacificato l'impero che ha conosciuto sicurezza giuridica e benessere per circa duecentocinquanta anni. Ma si tratta della pax romana basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere. La storia dell'umanità è una storia di violenza a causa del peccato. Basti leggere le prime pagine della Genesi per constatare che dal primo peccato c'è stato un proliferare del male a tal punto che tutta la terra “era piena di violenza” (Gen 6,13); il racconto eziologico del diluvio esprime come l'uomo nella storia distrugge se stesso a causa della violenza. Tutta la storia d'Israele sarà intrisa dalla violenza. E Dio, che viene a stringere un'alleanza con il suo popolo e le rimane fedele nonostante il peccato, è disposto ad accogliere anche le immagini che l'uomo violento ha proiettato in lui: quella di un Dio violento, che castiga e punisce duramente – anche utilizzando come strumento la guerra - Israele infedele per richiamarlo alla fedeltà all'alleanza. Oltre a portare la vera pace sulla terra – quella che proclamano gli angeli al v. 14 – Gesù ci rivela anche il vero volto di Dio.

«Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio» (v. 2). Probabilmente Giuseppe disponeva una proprietà terriera a Betlemme così che, per la riscossione delle imposte, doveva recarsi lì. Ma c’è anche una seconda interpretazione, quella dell’esegeta Claudio Doglio: Giuseppe va a farsi registrare a Betlemme, cioè al suo paese di origine, perché non vuole risultare residente a Nazareth. Perché? Perché egli si è dissociato da quei fanatici di Betlemme – di discendenza davidica – che più volte hanno cercato di insorgere contro il regnante di turno – al suo tempo Erode – per instaurare sul trono un discendente di Davide. Giuseppe per proteggere la sua famiglia avrebbe allora deciso di non abitare a Betlemme, e così si era trasferito da Nàzareth. Va allora a Betlemme perché nel censimento non vuole risultare dove di fatto abita, ma dove dovrebbe essere.

«Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nàzaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme» (v. 3). Il viaggio che Giuseppe, qui presentato con il ruolo di figlio di Davide, e quindi portatore della promessa messianica, “sale” in Giudea, per raggiungere la “sua” città (cfr. v. 3)[4]. E' quindi un viaggio in “salita”: da Nazareth (luogo basso), punto di partenza, egli sale in direzione di Gerusalemme (luogo alto per la sua altezza e per la sua importanza di capitale e di unico luogo di culto). Si tratta della seconda delle quattro salite che punteggiano i primi due capitoli di Luca: la visitazione (nelle colline di Giuda), la salita di Giuseppe con Maria incinta, le due salite a Gerusalemme (quella circoncisione al Tempio e, 33 giorni dopo, la presentazione di Gesù) che chiuderanno il vangelo dell'infanzia (cfr. 2,21-52). E infine ci sarà la definitiva salita: quella di Gesù verso Gerusalemme, che inizia da quando egli rese duro il volto verso la città santa (cfr. Lc 9,51)[5], cioè decise di intraprendere quel lungo viaggio che lo porterà sulla croce.

Giuseppe sale per raggiungere “la sua città”. L'espressione «città di Davide» è strana, perché la locuzione, usata una cinquantina di volte nella Sacra Scrittura, indica Gerusalemme, la capitale. Luca elimina subito l'ambiguità precisando: «chiamata Betlemme». Evidentemente mediante l'uso di tale locuzione l'evangelista ci dà un messaggio teologico: Gesù è collegato alle umili origini di Davide a Betlemme piuttosto che alla gloria regale di Gerusalemme; la povertà nella quale nasce è segno di una regalità che assume i tratti della povertà – quella assunta per amore dell'umanità[6] -, e del servizio (quello di essere pastore – come lo aveva fatto il giovane Davide prima dell’elevazione alla regalità - che dà la vita per le pecore), a differenza dei re di questo mondo (e di Davide stesso).

Con questa salita a Betlemme si avvera la profezia di Michea: «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele» (Mi 5,1). E' vero che Luca non cita espressamente tale profeta, ma l'abbondanza di termini e temi comuni esprime un chiaro riferimento dell'evangelista ad essa.

Giuseppe, dunque, sale «con Maria sua sposa che era incinta» (v. 5). Giuseppe è congiunto a Maria, congiunto al Messia in gestazione. Il censimento riguarderà dunque due persone e ben presto tre, cioè anche il bambino Gesù che nascerà a Betlemme. Vediamo così compiersi il programma, che era stato posto nell'annuncio dell'angelo a Maria: «Il Signore gli darà il trono di Davide, suo padre» (1,32). Questo oracolo era un'eco della profezia messianica di Natan (2Sam 7,12-17). L'ironia del racconto sta nel fatto che il censimento, cui Gesù si sottomette passivamente (“per essere censito”: 2,5), manifesta la sua qualifica regale e sovrana di Messia. Dio si serve del potere cieco di Augusto (grande manipolatore delle popolazioni) per autenticare il Re-Messia. Luca non aveva fino ad ora manifestato in che modo Gesù, che era figlio di Giuseppe (in senso “legale”, come invece ben ci dice Matteo in 1,18-25), poteva ben meritare il titolo di figlio di Davide. Ma ora la cosa è chiara[7]. Egli sarà il re davidico «il cui regno non avrà fine» (Lc 1,33).

Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché «non c’era posto per loro ἐν τῷ καταλύματι» (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Anzitutto è da escludere l'albergo: infatti per parlare d'un albergo o locanda dove si paga Luca adopera il termine πανδοχεῖον (cfr. Lc 10,34). Cos'è allora? Si tratta della sala ospitale di soggiorno, la “camera alta”, quella che sarà prestata anche per l'ultima cena (anche Lc 22,11 è un katalyma). Probabilmente la casa (in Mt 2,11 dove si dice espressamente che  i magi entrano nella «casa») è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria[8]; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino[9]. Ciò spiegherebbe la presenza della mangiatoia.

C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?

Si noti che, sebbene non c'è stato un rifiuto esplicito da parte dei parenti di Giuseppe, questa nascita in questo luogo umile viene letta come una prefigurazione del futuro di Gesù. “La meditazione, nella fede, di tali parole ha trovato in questa affermazione un parallelismo interiore con la parola, ricca di contenuto profondo, del Prologo di Giovanni che già abbiamo sopra citato: «Venne fra i suoi, e i suoi non l'hanno accolto» (Gv 1,11). Per il Salvatore del mondo, per Colui, in vista del quale tutte le cose sono state create (cfr. Col 1,16), non c'è posto. «Le volpi hanno le loro tane egli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Colui che è stato crocifisso fuori della porta della città (cfr. Eb 13,12) è anche nato fuori della porta della città.

Questo deve farci pensare, deve rimandarci al rovesciamento di valori che vi è nella figura di Gesù Cristo, nel suo messaggio. Fin dalla nascita Egli non appartiene a quell'ambiente che, secondo il mondo, è importante e potente. Ma proprio quest'uomo irrilevante e senza potere si svela come il veramente Potente, come Colui dal quale, alla fine, dipende tutto”[10].

Si noti anche che Gesù viene posto «in una mangiatoia». Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.

Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Nasce là dove c'è la casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona.

Si noti, infine, ad  una lettura attenta, lo stretto parallelismo tra la nascita di Gesù e la sua morte. A Gesù morto viene prestata una tomba, come alla nascita viene offerto a Gesù un luogo provvisorio. Con l’oscurità Gesù viene deposto nel sepolcro e nell’oscurità (cfr. il v. 8) Gesù nasce. Gesù viene “avvolto” e “deposto” nel sepolcro (Lc 23,53) e alla nascita Gesù viene “avvolto” e “deposto” nella mangiatoia[11]. Il Signore, dunque, nasce per morire: nelle pieghe del racconto della nascita il credente già legge la morte in croce del Messia. Se, dunque, Gesù muore per amore nostro (cfr. Rm 5,8: «Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»), per amore nostro il Verbo di Dio si è incarnato[12]. Ma, allo stesso tempo, il credente vede anche la Risurrezione: Maria «partorì il suo figlio primogenito» (v. 7): egli viene chiamato “primogenito” (e non “unigenito”, né tanto meno βρέφος, cioè “infante” o “bambino”, come invece si legge in 2,12.16) perché egli è il primo di una moltitudine di figli[13]. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, per mezzo del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio.

Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato: Cristo viene chiamato il «primogenito di tutta la creazione» (1,15) e il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (1,18). «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui» (1,16). «Egli è principio» (1,18). Il concetto della primogenitura acquisisce una dimensione cosmica: egli è principio e termine della nuova creazione, che ha preso inizio con la Risurrezione.

Infine “la mangiatoia rimanda – come abbiamo detto – agli animali, per i quali essa è il luogo del nutrimento. Nel Vangelo non si parla qui di animali. Ma la meditazione guidata dalla fede, leggendo l'Antico e il Nuovo Testamento collegati tra loro, ha ben presto colmato questa lacuna, rinviando a Is 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende». Peter Stuhlmacher annota che probabilmente anche la versione greca di Ab 3,2 ebbe un certo influsso: «In mezzo ai due esseri viventi […] tu sarai conosciuto, quando sarà venuto il tempo, tu apparirai». Con i due esseri viventi si intendono evidentemente i due cherubini che, secondo Es 25,18-20, sul coperchio dell'arca dell'alleanza indicano e insieme nascondono la misteriosa presenza di Dio. Così la mangiatoia diventerebbe in certo qual modo l'arca dell'alleanza, in cui Dio, misteriosamente custodito, è in mezzo agli uomini, e davanti alla quale per “il bue e l'asino”, per l'umanità composta di Giudei e gentili, è giunta l'ora della conoscenza di Dio. Nella singolare connessione tra Is 1,3; Ab 3,2; Es 25,18-20 e la mangiatoia appaiono quindi i due animali come rappresentazione dell'umanità, di per sé prima di comprensione, che, davanti al Bambino, davanti all'umile comparsa di Dio nella stalla, arriva alla conoscenza e, nella povertà di tale nascita, riceve l'epifania che ora a tutti insegna a vedere»[14].

 

 Alcune indicazioni per l’interiorizzazione personale del mistero

Come accogliere questo mistero, questa rivelazione della gloria di Dio che anche i pastori, accorsi al luogo della natività, in seguito alla apparizione dell’angelo e alla moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio (cfr. Lc 2,13-14), hanno contemplato? Come lasciarci coinvolgere da questa gloria?

Santa Teresa del Bambin Gesù ci indica una strada, o meglio, un atteggiamento interiore molto importante: l'umiltà. Chi non è  umile - umiltà e verità vanno insieme: è presente in chi accetta il proprio “nulla” di fronte a Dio, ed è paziente con le proprie imperfezioni - non può incrociare lo sguardo di Cristo, che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo…» (Fil 2,6-7); solo l’umile – che riconosce che tutto ha ricevuto da Dio e che tutto gli appartiene - può mettersi al suo livello e incontrarlo. Chi ancora di sente sicuro di sé, chi è superbo di quello che è - e se lo è  davvero è solo per grazia - o si vanta di quello che crede  di avere; chi è egocentrico, e quindi incapace di amare, non incontra Cristo e non accoglie il suo amore. Per vederlo è necessario scendere dai nostri piedistalli, e prostraci davanti a lui. È necessario farci «piccoli», di quella piccolezza che in realtà è la vera grandezza. Piccoli accettando con pazienza le proprie povertà – chi non le accetta si spazientisce, si arrabbia, perché ciò contrasta con l’immagine “grande” che ha di sé –, anzi amandola: «Quello che piace a lui è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la cieca speranza che ho nella sua misericordia… Ecco il mio solo tesoro» (LT 197, OC, 538-539). Non si tratta, ovviamente, di rassegnarsi alle nostre povertà, non significa non impegnarsi a migliorare per quanto possibile, a crescere in virtù; significa semplicemente che alcune povertà ci accompagneranno sempre. E dobbiamo accettarle con umiltà: «Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9).

Ci sono occasioni che ci provocano a non reagire, ma a rimanere nella piccolezza. È ciò che anche Teresa ha fatto: che riceva lodi o rimproveri, si conosce abbastanza per accettarsi così com’è, cosa che diverse persone non riescono a fare, perché hanno un’immagine idealizzata di se stesse e si angosciano all’idea di quello che gli altri possono pensare di loro.

Anzi, Teresa desidera essere sempre più piccola: non solo come accettazione delle proprie debolezze, che diventavano per lei il luogo della comunicazione con Gesù, che la istruiva con il suo amore, ma anche piccola di fronte al mondo: non calcolata, dimenticata… importante solo agli occhi del Signore che si piega sugli umili e li innalza e – come canta Maria nel Magnificat – disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (cfr. Lc 1,51-52); atteggiamento in totale opposizione con quanto i “grandi” invece desiderano…

Il rischio è che continuiamo a guardare con distacco – o al massimo con un certo “romanticismo” - il mistero dell'incarnazione, senza in realtà lasciarci coinvolgere da esso. E allora passa un altro Natale senza che cambi niente, che cambi la mia vita, e perdo un'occasione preziosa! Facciamo verità davanti al Verbo incarnato. A lui che si è fatto povero, presento la mia povertà esistenziale... «Riconoscere la nostra imperfezione significa situarci nella verità profonda del nostro essere, dunque nell’umiltà e, a partire da questa verità, offrirci al fuoco trasformante della misericordia divina: “Se qualche volta cado per debolezza – scrive Teresa di Lisieux – il tuo sguardo divino purifichi subito la mia anima, consumando tutte le mie imperfezioni, come il fuoco che trasforma ogni cosa in se stesso” (Pre 6, OC, 942)»[15].

Si noti che chi si sente amato da Gesù con le proprie imperfezioni diventa anche capace di amare e sopportare anche le imperfezioni altrui. Diventa capace di un autentico amore fraterno. Riflettendo sul comandamento nuovo dato da Gesù nell’ultima cena, Teresa si chiede come Gesù ha amato i suoi discepoli e perché li ha amati. Egli – scrive Teresa - «non parla più di amare il prossimo come se stessi, ma di amarlo come lui, Gesù, l’ha amato, come lo amerà fino alla fine dei secoli…» (Ms C, SA, 261).

Ricordiamo che il Natale del 1886 è stato un evento di grazia per Teresa. Ella scrive: «Fu necessario che il Buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi crescere in un attimo» (Ms A, SA, 123). Teresa descrive così questa esperienza di fede, che appartiene al mistero della sua maturazione umana e spirituale: «Sentii la carità entrare nel mio cuore, il bisogno di dimenticare me stessa per far piacere e da allora fui felice!...» (Ms A, SA, 124-125).

Con l’augurio che questo Natale sia una grazia per tutti voi!

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[1] J. Ratzinger (Benedetto XVI), L'infanzia di Gesù, Rizzoli, Milano 2012, 77.

[2] Ibid., 72.

[3] Ibid., 73-74.

[4]  Al v. 3, infatti, si dice che la regola generale del censimento è che «andarono tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città». Questo aggettivo possessivo (“sua città”) è in apparente contraddizione con 1,27 e soprattutto 2,39, ove Nazareth è indicata come la città dei genitori di Gesù: “loro città”. Evidentemente questa “sua” sottolinea che Betlemme è il luogo di origine e di discendenza di Giuseppe. Quindi l'evangelista insiste sul fatto che Giuseppe è figlio di Davide.

[5] L’espressione «indurì il volto» indica la decisione ferma di Gesù, la direzione precisa del suo cammino.

[6]  Scrive Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9; cfr. anche Fil 2,6-8).

[7]  Cfr. R. Laurentin, I Vangeli dell’infanzia di Cristo. La verità del Natale al di là dei miti, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1985, 244-245.

[8] Nella casa-grotta il vano principale – quello del soggiorno – è la prima parte della grotta, l'ambiente più ampio; più in fondo della grotta c'era invece  normalmente la stalla.

[9]  Nella regione intorno a Betlemme si usano da sempre grotte come stalla.

[10] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 80.

[11]  Inoltre vediamo un parallelo tra Lc 2,16 (i pastori «vennero in fretta e trovarono il bambino») e 24,3.12 (Pietro... corse»; le donne «non trovarono il corpo del Signore Gesù»).

[12]  Possiamo qui intravvedere anche in riferimento eucaristico. Etimologicamente  “Betlemme”, ove Gesù nasce, significa  “la casa del pane”. Ecco dunque l’allusione forte con l’Eucaristia: Gesù, posto in quella mangiatoia, si offre come cibo, perché possiamo nutrirci di Lui. Gesù è il pane degli angeli, il cibo disceso dal cielo, che dà vita... E dobbiamo nutrirci all’unica mensa come fratelli... come famiglia!

[13]  Proprio per sottolineare questo Luca usa l'articolo determinativo: τὸν πρωτότοκον.

[14]  J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 82-83.

[15] J. Gauthier, La grandezza della piccolezza. La spiritualità di Teresa di Lisieux, Paoline, Milano 2014, 40-41.

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