La Spiritualità del Santuario
Venerdì, 22 Marzo 2019 18:43

La gioia del cristiano

La gioia che Dio vuole per ciascuno di noi

La gioia, sembrano volerci dire le Scritture nel loro insieme, è qualità divina e caratteristica precipua del Dio dei cristiani; non è qualcosa di esterno a Dio, ma è parte di lui o, come disse una giovane santa carmelitana, la cilena Teresa de los Andes, «Dio è gioia infinita». Non solo Dio è bellezza, come ripete sempre più frequentemente la teologia moderna, ma è gioia.

E non solamente è gioia, ma è proprio di Dio dare gioia. L’Alleanza è manifestazione esplicita di tale volontà divina di condivisione della gioia; essa avviene in vista di essa. Perché Dio non può godere da solo né sopporta la visione della sua creatura triste. Dunque la gioia è anche modo di essere, realtà interiore e manifestazione esteriore di colui che crede in questo Dio. Con mille ragioni per essere felice. E mille inviti a vivere così, e a manifestare questo modo di essere e di relazionarsi dei credenti, come appare nel Primo e nel Secondo Testamento.

Se diamo uno sguardo alla società in cui viviamo ci accorgiamo che c’è ben poca gioia.  I giovani sono i primi a sentirne la mancanza, ad avvertire il vuoto, l’insoddisfazione. Sono in aumento i suicidi. Eppure nella nostra cultura ci sono tante promesse di gioia, legate soprattutto al possesso dei beni. Ma sono promesse false. Per di più spesso non si si sente più nemmeno l’esigenza di accostarsi a Dio, di cercarlo. Certe pratiche religiose sono fatte più per abitudine che per convinzione.

Da un lato, come può parlare di felicità la Chiesa, coi suoi divieti, le sue penitenze e la croce come suo simbolo, a una società del benessere, dello sballo e delle emozioni estreme? Dall’altro, è esattamente l’attenzione a questo mondo odierno che ci fa scoprire come la felicità oggi sia diventata uno stress, un obbligo continuamente ribadito da mass media e pubblicità in un mondo ove l’ottimismo serve a indurre al consumo, e quanta tristezza profonda vi sia dietro una gioia superficiale e falsa, artificiale e passeggera, ove non si sorride quasi più, e il ridere – tutt’al più – è diventato rito televisivo collettivo e ripetitivo, di fronte alla solita, noiosa e imbecille battuta sul sesso. Inoltre, sempre nella cultura odierna, una volta la felicità era forse troppo lontana, magari rimandata al paradiso ove la cultura risentiva di una qualche radice cristiana; oggi si tenta invece di far credere che si possa raggiungere, a basso prezzo e in tempi brevi, nei nostri giorni sempre più frenetici. Salvo poi vedersela sfuggire di mano per un nonnulla, e doverla riconquistare sempre daccapo.

E allora, se questa è la situazione, i cristiani, uomini della gioia, del sorriso e del buon umore, devono diventare apostoli di essa. E la Chiesa, proprio perché «casa della Parola», deve diventare insieme casa e scuola di comunione nella gioia vera, tanto più umana quanto divina.

Insomma, la gioia è una cosa… seria, molto più di quanto pensiamo.

La vera fonte della gioia è radicata più profondamente, cioè nel cuore stesso, nella sua più remota intimità. Ivi abita Dio e Dio stesso è la fonte della vera gioia»6.

La gioia che ci dà Gesù non è quindi pura sensazione euforica, che passa. E’ una la gioia di cui parliamo, gioia cristiana non è legata alla soddisfazione dei sensi, è ben più profonda e sempre anche inedita.  Vediamo perché.

Tentiamo allora di vedere come radicare e recuperare questa gioia quale parte essenziale dell’identità del credente.

 

«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33)

Gesù è venuto ad annunciare il Regno. «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo!» (Mc 1,15). Si tratta di accoglierlo. Il Regno è Gesù. E Gesù – illuminandoci con la via del Vangelo e sostenendo il nostro cammino con la sua grazia – vuole che in noi regni la gioia. Egli stesso ha detto: «Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Per chi cerca il regno di Dio, cioè Gesù, e vive il suo vangelo, cioè compie la volontà di Dio («la sua giustizia), oltre alla gioia Egli ci dà anche «tutte quelle cose… in aggiunta» (Mt 6,33). In altre parole a chi dedica le migliori energie alla ricerca del Regno e della sua giustizia, Dio ci dà le cose di cui, è un’aggiunta che viene data a chi vive da figlio e fratello.

Ma torniamo alla gioia. Le società occidentali hanno registrato miglioramenti notevoli su alcuni aspetti della vita rispetto a soli 50 anni fa: longevità, possibilità alimentari, cure mediche, accesso all’istruzione, libertà di spostamenti, libertà di scelta, diffusione capillare dei diritti. Nonostante ciò la percentuale di infelicità percepita è – secondo le ricerche statistiche - notevolmente aumentata. Negli ultimi anni la depressione è cresciuta di 10 volte; se un tempo il suo primo episodio si verificava attorno ai 30 anni, ora fa la sua comparsa a 13 anni. L’aumento di ricchezza non ha reso le persone più contente di prima, eppure la corsa al benessere economico rimane un mantra indiscusso, sordo a qualunque smentita[1].

C’è poi chi continua a cercare la felicità nell’autorealizzazione di sé, come carriera al lavoro, affermazione nell’ambito della politica e del sociale, nel narcisismo di chi ricerca il successo, ecc. Sono tentazioni che Gesù ha vinto nel deserto prima di iniziare la sua missione pubblica. Sono illusioni.

C’è anche chi ha cercato di  eliminare lo stato d’animo speculare alla felicità: la tristezza. Così, ad esempio, modo R. Nozick, un filosofo della politica, ha ipo­tizzato la creazione di una macchina capace di dare sensazioni gra­devoli su richiesta; eppure, invece di provare gioia, «collegarsi alla macchina è una specie di suicidio. […] Non c'è alcun contatto vero con una qualsiasi realtà più profonda, per quando se ne possa simu­lare l'esperienza. La macchina non soddisfa il nostro desiderio di essere in un certo modo»[2]. Una situazione piacevole ma artefatta finisce per spegnere il gusto di vivere.

La gioia, allora, va cercata nella giusta direzione. Gesù ce l’ha chiaramente indicata: cercare il Regno, cercare Dio e la sua volontà, vivere da figli. E se non abbiamo tale gioia Gesù ci dice: «convertitevi e credete al vangelo!». Ce lo dice anche indicandoci la condizione essenziale: «Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna». Cioè, paradossalmente, l’uomo si realizza ed è felice non nell’autorealizzazione, ma nella trascendenza di sé.

La gioia è possibile solo come conseguenza di una tensione di vita che conduce l’individuo fuori del proprio io, verso l’altro, verso ciò che è vero-bello-buono, verso il Regno, nei termini di Gesù. Allora la gioia gli sarà data – non è solo un effetto psicologico, è un dono dall’alto[3] – come un bene non cercato per sé. È in fondo, di là dell’apparenza, la logica del chicco di grano che cade a terra e muore, e alla fine produce molto frutto (Gv 12,24)… Ed è felice, ci è lecito pensare!

Capiamo allora i motivi per cui la gioia non la si trova: perché la si cerca male, nel modo sbagliato, facendone lo scopo immediato del nostro agire, o perché la si cerca per se stessi (ignorando l’altro o non cercando abbastanza e prima di tutto la sua gioia, e dunque dimenticando che la gioia è relazionale), o perché la si cerca per se stessa, come sensazione positiva, di relax e benessere psicofisico.

Al contrario la gioia, specie quand’è duratura e profonda, svela che il cammino di ricerca di senso (o del tesoro della vita) sta andando nella giusta direzione. Quando la gioia è stabile e intensa, anche se pacata e discreta, o quando resiste alle difficoltà della vita e dà la forza di affrontarne le intemperie, sta a dire che quel cammino è andato nel verso giusto. La gioia è anche segnale autenticante, insomma, del proprio itinerario di crescita, non è solo sensazione passeggera o stato d’animo, magari legato al carattere, più o meno innato o predisposto in tal senso.

 

«Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3,17)

Ed ecco un motivo profondo per gioire anche quando le cose non vanno come noi vogliamo, come ci aspettiamo. Perché spesso siamo arrabbiati con la vita. «La vita non è stata buona con me, da essa ho ricevuto più dolori che gioie... Non sono stato abbastanza compreso dagli amici, o aiutato dalla comunità... Ho anche sbagliato e realizzato poco, ma neanche ho ricevuto quel granché nella mia esistenza...». Sono frasi di persone credenti o consacrate al Dio della vita, ma in rotta con la vita. Certamente non si può pretendere di consolare con le solite pillole pseudo-rassicuratorie (tipo «c’è chi sta peggio di te» o «bisogna accontentarsi, qualche guaio è successo a tutti»), e neppure con la pillola «escatologica» dell’al-di-là che non ha niente in comune con l’al-di-qua («coraggio, la gioia non è di questo mondo, godremo solo nell’altro, dove finalmente sarà fatta giustizia!»). No, una certa gioia di vivere fa già parte del Regno quaggiù. Ed è gioia vera, frutto d’una percezione realistica della vita, non legata solo a ciò che abbiamo raggiunto con le nostre forze (perché sarebbe ancora una volta un’autoaffermazione), né legata alla circostanze favorevoli o meno, ma al nostro essere figli Dio, amati, e al nostro rispondere all’amore di Dio con il nostro sì all’amore di ogni giorno.

Quella voce che risuona da fuori ci vuole coinvolgere nella gioia stessa di Dio, che -  come per Gesù al Battesimo nel Giordano (Mt 3,17) e nell’episodio della Trasfigurazione (Mt 17,5) - si compiace delle nostre scelte, della nostra scelta rinnovata di vivere da figli nell’amore, nel dono sincero di sé.

Gioia è relazione, è sentire queste parole, e sentirle ognuno come rivolte a sé. Sentire che il Padre si compiace dei miei sforzi, del mio impegno, della mia rettitudine di cuore, delle mie scelte. E ci indica come modello il Figlio: ecco perché alla Trasfigurazione aggiungerà: “Ascoltatelo”.

 

«C'è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35)

Il paradosso del dono esprime il paradosso della felicità, più volte riscontrato: essa può giungere soltanto in sovrappiù. Quando si dona a qualcuno, si sperimenta una soddisfazione che non può essere paragonata ad alcun guadagno materiale: la gioia del dare non conosce confronti.

Kierkegaard notava in proposito: «La porta della felicità si apre verso l'esterno; chi tenta di forzarla in senso contrario, finisce per chiuderla sempre di più»[4]. Quanto più si cerca di possedere la feli­cità tanto più essa diventa sfuggente e irraggiungibile. La si trova, invece – come già ditto sopra - nel dono di sé. Ed è sempre possible vivere il dono di sé, anche quando non si dona qualcosa. Per esempio dando il nostro tempo, l’attenzione, ascoltando con amore i problemi, le preoccupazioni, le sofferenze dei fratelli. Come pure valorizzando l'altro. «Si dice che Warden Duffy (un personaggio mitico del carcere di San Quentin) abbia affermato che il modo migliore di aiutare un uomo è permettergli di aiutarvi. La gente ha bisogno di sentirsi necessaria»[5]. Le difficoltà personali non vengono con questo dimenticate, spesso vengono relativizzate; inoltre il fatto di aver fatto del bene agli altri ci fa del bene, ci conferma nel nostro essere figli di Dio; e per di più si gioisce della gioia degli altri.

 

«Il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,4)

Un vangelo molto illuminante che ribadisce quanto abbiamo sopra detto, è quello nel quale Gesù raccomanda al credente non tanto un certo tipo di comportamenti, tutti molto buoni in sé (elemosina, preghiera e digiuno), ma una motivazione coerente alla loro origine (cfr. Mt 6,1-6.16-18). È una chiarificazione importante, perché ci può aiutare a capire dove sia il nostro cuore o il tesoro per il quale godiamo.

Il Maestro qui parla a credenti, a persone che vivono e testimoniano la propria fede con atti corrispondenti: credenti praticanti, che soccorrono il povero, fanno digiuno e pregano il Padre che è nei cieli. Verrebbe da dire: meglio di così!? E invece non basta. Occorre fare tutto ciò con un atteggiamento preciso: senza «suonare la tromba» né «sfigurarsi la faccia», come dice con immagine molto colorita Gesù, né assumendo pose che attirino l’attenzione altrui (come «pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze»). Costoro si comportano così per farsi vedere e ammirare dagli uomini, e forse ci riescono, se gli va bene, ma in tal modo – dice sempre il Maestro – «hanno già ricevuto la loro ricompensa», dagli uomini ovviamente, consistente nell’apprezzamento immediato, di solito non definitivo, e che va di volta in volta riguadagnato, spesso anche faticosamente (con spreco inverecondo di energie). Ma è ricompensa o gioia da poco poiché dura un attimo ed è superficiale, è subito bruciata, perché non apre al mistero della dignità della persona, non ne raggiunge la dignità radicale né dà alcuna sensazione benefica definitiva (dal punto di vista della stima di sé), ma anzi normalmente aumenta ancor più il bisogno, come ben sappiamo, del consenso degli altri e dell’applauso, dell’audience e dell’indice di gradimento, fino a renderne dipendenti (come sempre più spesso succede pure a chi annuncia il vangelo in una società come quella di oggi, ove si è qualcuno solo se si è visibili e conosciuti da tutti).

Per questo il Signore suggerisce un atteggiamento esattamente contrario: fare elemosina, orazione e digiuno nel segreto, con questa motivazione: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Perché la gioia cristiana abita «nel segreto» dell’intimità con il Padre Dio, quello è il suo “luogo”. O rappresenta esattamente la ricompensa da parte di Dio per aver agito «nel segreto», cioè rettamente, cercando solo il suo volto. Il Padre che apprezza la trasparenza di chi fa il bene non per secondi fini, ma semplicemente perché attratto dal bene, anche quando nessuno l’applaude. Gesù ci rivela qui un Dio che si svela solo a chi cerca Lui solo e ha imparato a intercettare il suo sguardo, sguardo dolcissimo e penetrante, che dona alla creatura la certezza di una positività definitiva, le fa sentire un amore che l’avvolge tutta («lo ricompenserà»: azione che continua nel futuro e dà stabilità nella percezione positiva di sé).

Il cristiano è esattamente colui che ha imparato a godere di questo sguardo poiché si ritrova in quegli occhi, o è colui che trova la sua gioia nello stare – da solo – di fronte a Dio e nel lasciarsi da lui guardare, e cerca spesso tale sguardo come ciò che dà un senso alla vita e a tutto quel che fa, senza più bisogno di diventare importante o di cercare visibilità o di compiere cose grandi che facciano colpo e gli attirino consensi. Se Dio è colui che «è» nel segreto, anche il figlio suo ama stare e vivere nel segreto, non farsi notare né cercare le luci della ribalta, per dare invece importanza anche alle cose piccole, quasi avere il culto del piccolo e dei gesti semplici perché in essi è più facile cercare e trovare Dio solo… Non per falsa umiltà né facendosi violenza. Ma perché la sua gioia è nell’incrociare gli occhi di Dio!

La gioia dunque, ribadiamo anche ora, è relazionale, è essere guardati da un occhio amoroso, qualcosa che si riceve, dunque. Ma è anche qualcosa che raggiunge la persona alle fonti dell’io, e che la stessa avverte molto in profondità dentro di sé, nella sua intimità più intima e personale, ed è sensazione profonda e discreta, serena e sicura: relazionale al massimo grado e pure del tutto personale.

Colui, invece, che non ha sperimentato questa gioia o che non ha fatto crescere in sé tale tipo di sensibilità, è condannato a elemosinare come un accattone l’attenzione e il plauso altrui. A volte sembrando vanitoso ed esibizionista. Mentre, in realtà, è “solo” disperato.

 

«Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20): gioia vera e gioia falsa

Gesù si rivolge qui a una precisa categoria di persone, gli apostoli e annunciatori del vangelo, come singoli e come comunità, spesso tentati di cercare la gioia nel posto sbagliato, o in modo falso e illusorio.

Le tentazioni della falsa gioia. Potremmo dire che con queste parole Gesù, almeno implicitamente, invita a riflettere sulle tentazioni della falsa gioia, tentazioni che seducono il singolo credente, ma anche la vita consacrata e la Chiesa come organismo sociale sempre tentata di cercare una certa sua affermazione di fronte al mondo. E qui ne abbiamo un esempio.

I settantadue sono appena tornati da un’esperienza apostolica «pieni di gioia» (Lc 10,17) per i loro successi, perché sta andando tutto meravigliosamente bene; Gesù conferma l’evento, fors’anche compiaciuto, ma si premura, creando in loro un salutare dubbio, di ricordare a ognuno che fonte della vera gioia dell’apostolo non sono le imprese apostoliche, il consenso della folla o dei vari poteri, i numeri di quanti ti seguono o l’entusiasmo di chi ti applaude, né la spettacolarità degli interventi che attirano le folle e nemmeno una certa efficienza e riuscita con relativa “resa” dei nemici (Satana compreso…), ma tutt’altra cosa, da Gesù espressa con linguaggio figurato-metaforico: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». Altrimenti è gioia falsa, effimera e inconsistente, anzi, diabolica.

Il «nome» nella Scrittura è l’identità profonda della persona, e i nomi di coloro che Gesù ha scelto sono «scritti» in cielo: ovvero l’identità della persona non poggia su qualcosa di vago e instabile, di esteriore e apparente, ma è affermata e scritta in modo definitivo nella sua positività, poiché è scritta «in cielo», e il cielo è il simbolo della perennità, in opposizione alla precarietà della terra. Dio, insomma, non solo parla e dice la propria gioia su di noi, non solo ci guarda nel segreto della sua compiacenza illimitata incrociando il nostro sguardo, ma anche «scrive» sul suo cuore il nostro nome, per custodirci nella sua gioia, o proteggerla lui stesso.

Ancora una volta la gioia, dunque, appare legata a una prospettiva di verità e bellezza, e alla corrispondente capacità di coglierla su di sé e dentro di sé, o – come abbiamo detto – alla sensibilità con cui uno ha imparato a godere della verità e del suo splendore. E la verità è che i nostri nomi sono scritti nei cieli, ovvero che la nostra identità è già positiva e al sicuro, poiché è «nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3), è custodita con cura dal Padre, la dignità e positività del credente  è legata a lui, all’essere creatura sua, da lui scelti, pre-diletti, chiamati, benedetti…, ci ha «scritti» sul palmo delle sue mani, con l’inchiostro indelebile dell’amore per sempre. Più forte di ogni contrarietà o negatività, insuccesso o fallimento, prima che potessimo sognare di meritarcelo.

Non è soddisfazione solo umana; è altra la gioia che il Signore ci promette e ci dà. Se la nostra identità è «nascosta con Cristo in Dio», lo è anche la nostra gioia.

La gioia dell’ultimo posto. C’è una bella immagine di credente particolarmente eloquente, in tal senso: il beato Charles de Foucauld, piccolo fratello di Gesù. Egli cercò ostinatamente l’“ultimo posto” e, di fatto, ha vissuto una vita da perdente, sul piano dei risultati concreti. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa fu Nazareth il luogo che più lo impressionò: non si sentiva chiamato a seguire Gesù nella sua vita pubblica; è Nazareth che lo colpì nel più profondo del cuore. Voleva imitare Gesù silenzioso, povero e lavoratore. Voleva seguire alla lettera la parola di Gesù: «Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto» (Lc 14,10). E più ultimo posto di quel villaggio sperduto in pieno deserto certo non avrebbe potuto trovare. Lo si sarebbe detto un fallito, dal punto di vista del successo umano, se pensiamo che De Foucauld non riuscì a fondare in vita la congregazione che pur voleva fondare, quella dei “Piccoli fratelli del Sacro Cuore”, riuscì appena a far riconoscere l’associazione di fedeli, che contava un numero minimo di aderenti. Solo dopo la sua morte avverrà la fioritura. La diffusione dei suoi scritti e la fama circa la radicalità evangelica della sua vita hanno fatto sì che nascessero, nel corso degli anni, ben 19 differenti famiglie di laici, preti, religiosi e religiose che vivono il vangelo nel mondo seguendo le sue intuizioni. Eppure quel suo volto umilmente radioso riproduce lo splendore del Risorto, lo sguardo luminoso e penetrante, il timido sorriso delle labbra, il capo leggermente inclinato a sinistra quasi a ritirarsi…, sembra la traduzione in lineamenti umani di Gal 5,22: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace…».

Potremmo allora, a questo punto, tentare di definire così, in sintesi, la differenza tra gioia vera e gioia falsa: la prima è «ricevuta» da Dio, come una partecipazione alla sua gioia, la seconda è legata a situazioni fortunate per il soggetto; dunque la prima è profonda, la seconda superficiale; la gioia vera è legata all’identità radicale della persona, quella falsa e ingannevole all’apprezzamento eventuale delle sue prestazioni; la gioia sana e duratura è dono non intenzionalmente cercato, chi la vuole a tutti i costi rischia di cadere nello stress e tensione di felicità; gioia vera è certezza stabile, gioia falsa è sensazione passeggera e anche incerta; la prima è pacata e discreta («nascosta in Dio»), la seconda è chiassosa e nervosa.

«In sua voluntate è nostra pace». Infine, mi pare che questo avvertimento di Gesù ai settantadue, reduci dall’apostolato glorioso, sia un mettere in guardia da un’altra analoga tentazione, quella di cercare Dio, e la gioia, non solo nella gloria e nel successo, ma pure nello straordinario, per imparare invece a scoprirlo nel semplice, quotidiano e normale compimento della sua volontà. Il credente ha appreso a godere di fare e nel fare la volontà di Dio; per essere contento gli basta sapere che la sta compiendo, nel posto e nel ruolo che altri gli hanno affidato, con fratelli che lui non ha scelto e da cui non è stato scelto… Non sarebbe egualmente in pace e felice se tutto ciò fosse frutto delle sue proprie macchinazioni, raggiri, condizionamenti, sottili imposizioni della sua volontà, furbe manipolazioni… Che potranno anche dare al soggetto la sensazione soddisfatta di aver ottenuto ciò che voleva o l’illusione compiaciuta di essere “qualcuno” se può imporsi sugli altri, fino a goderne per un po’, ma non il gaudio intenso di quella pace che ti canta in cuore perché sai di aver fatto quel che Dio vuole, «ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2), fidandoti di lui sino al punto di fidarti pure delle sue (imperfette) mediazioni. Questo è gaudio pieno, che riempie la vita, anche se silenzioso e modesto, perché viene da Dio, il quale non vuole semplicemente dei figli obbedienti, ma dei figli felici, e tali ci rende la sua volontà e il compimento di essa.

Grande maturità psicologico-spirituale è dunque quella di chi può in tutta verità pregare così: «Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene… Nella tua volontà è la mia gioia» (Sal 118,14.16); o che sempre rivolto a Dio può asserire, come suggeriva un vecchio detto spirituale, di essere felice perché «Voglio quel che tu vuoi, voglio come tu lo vuoi, voglio perché tu lo vuoi, voglio finché tu lo vuoi».

 

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo…; un uomo lo trova…, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13,44)

In questo notissimo brano evangelico, come in quello successivo (della perla preziosa) la gioia è presentata come la reazione interiore alla scoperta del «tesoro», che è esattamente questa realtà centrale per la persona e per la sua identità. Ma in realtà la gioia è ciò che accompagna tutto il percorso del credente che cammina verso il Regno, in tutte le sue fasi, come ciò che lo rende percorso di libertà. Vediamo.

All’inizio la gioia (la gioia di chi cerca). Anzitutto le due parabole, con le quali Gesù ci racconta il Regno, parlano di un uomo in ricerca, implicitamente la prima parabola, esplicitamente la seconda. Ora se un uomo cerca vuol dire che spera di trovare, anzi, se spera vuol dire che “crede” e, se crede in Dio, la sua fede-speranza gli dà certezza di trovare: per questo si dà da fare a cercare, è libero di cercare. E dunque è una ricerca che implica la gioia, una gioia iniziale, quasi embrionale e non ancora manifesta, ma presente nel profondo del cuore, perché conseguente alla fiducia che il credente ripone in Dio, quel Dio che è mistero buono, non enigma impenetrabile, e si lascia cercare-trovare. È la gioia di cui parla il salmista: «Esultino e gioiscano quanti cercano il tuo volto, Signore» (Sal 39,17).

Per questo motivo cerchiamo Dio, e cercare Dio è già fonte di gioia grande. Cercarlo, ovvero pregare, vivere alla sua presenza, desiderarlo, abitare nella sua casa, ma anche solo bussare alla sua porta, chiedergli il pane di ogni giorno, nutrirsi della sua parola, rivolgergli la propria parola, non solo per lodarlo ma anche per dirgli la propria pena o il disappunto, persino la disperazione, stare con lui, anche quando sembra più «torrente infido» che amico dolcissimo, e lo stare assomiglia a una lotta…

È la gioia dell’orante, poiché la preghiera è la prima naturalissima espressione di chi cerca, e scopre che il suo cercare è già un trovare. Senza tale gioia si possono anche dire un sacco di orazioni ogni giorno senza pregare mai, o riducendole a “pratiche di pietà” imposte da qualcuno o da qualche regola, e da sbrigare in qualche modo, pura burocrazia del funzionario del divino, fino a stufarsene.

Alla fine la gioia (la gioia di chi trova). Colui che trova il tesoro nel campo è così «pieno di gioia» per la scoperta che non esita un attimo a liberarsi di tutti i suoi averi per acquistare il campo.

La cosa interessante è proprio l’intensità di questa reazione, che porta a fare scelte, e scelte totali e determinanti: addirittura l’uomo del vangelo «vende tutti i suoi averi» per quel tesoro, ma lo fa con leggerezza, non con sforzo o perché la persona è in qualche modo costretta, né con quella tensione legata alla rinuncia che spesso dà un senso di frustrazione alla vita del seguace di Gesù. No, qui c’è una persona libera, con una passione forte per un tesoro di fronte al quale nessuna cosa al mondo ha importanza e tutto impallidisce. E per questo ha il coraggio di fare decisioni, anche forti, ma con libertà interiore, per amore.

È un punto centrale nella nostra riflessione sul dinamismo della gioia cristiana: la gioia è ciò che ti consente di fare le cose con libertà, in forza di un’attrazione interna, ricca di energia, che dà la forza della rinuncia e ne rende leggero il peso («il mio giogo è dolce e il carico leggero», Mt 11,30).

In tal senso la gioia è condizione previa per fare delle scelte, è “ciò che viene prima”, ma anche quel che le accompagna e le segue è “ciò che viene dopo” come quel che le autentica perché garanzia di libertà. Nessuno, di conseguenza, può imporsi una rinuncia se non per qualcosa che sente più bello rispetto a ciò cui dice di no, né può imporla agli altri se al tempo stesso non lascia intravedere lo spazio di libertà che quella rinuncia rende accessibile a chi la sceglie.

Per questo «Dio ama chi dona con gioia» (2Cor 9,7), perché solo tale modo di donarsi è sincero e appassionato, non costretto né comunque fatto a malincuore (e dunque insincero)…

Sono tantissimi gli esempi che potremmo citare, più o meno noti. Uno piuttosto recente è quello di suor Emmanuelle, la «Madre Teresa del Cairo», questa donna morta a quasi cento anni dopo una vita totalmente dedicata agli altri, giudicata per due anni consecutivi – lei, alta e asciutta, con quel sorriso che le illuminava il volto segnato da rughe sottili e il vestire dimesso – come la donna più interessante dai francesi, per l’azione umanitaria, l’altruismo, la compassione e la solidarietà manifestate nella sua lunga vita. La sua massima felicità, infatti, era stata l’inaugurazione di un liceo per ragazze povere nella bidonville del Cairo. Ma all’origine della sua dedizione, e della sua gioia, riconosceva la beatificante tensione della ricerca «in Dio di un amore duraturo e senza limiti…, che avrei portato a migliaia di bambini messi da parte dal mondo».

 

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini» (Mt 5,13). Il rischio di perdere la gioia

C’è il forte rischio di perdere la gioia. A causa nostra; ad esempio perché perdiamo lo slancio di vivere nel bene, perché quando gli altri ci offendono ci chiudiamo in noi stessi, ecc. Ma ci sono anche motivi che ci vengono anche suggeriti da colui che è il Tentatore, ed è sempre pronto a rovinare l’opera del Signore in noi. Ne cito alcuni, per capire come certe volte ci lasciamo tentare, facendo nostre le sue “ragioni”. Il nemico, ad esempio:

ci presenta cose che ci turbano. Oscurità e turbamento, inquietudine e agitazione continuano, dunque, a essere le armi di satana. Ci fa dunque dubitare della bontà di Dio, fa di tutto per diminuire in noi la fede come abbandono in Lui e la speranza.

ci spinge ad inorgoglirci perché abbiamo ricevuto delle consolazioni e/o delle illuminazioni, al punto che ci sentiamo superiori agli altri. E magari li critichiamo.

● ci porta, poco a poco, ad adattarci alle “comodità”: perché, infatti, essere così rigoristi, così ascetici? Così si cade nella mediocrità e nell’ozio…

ci fa credere che è sufficiente attenerci all’osservanza esterna (per i religiosi quella stabilita dalle regole), accostandosi anche all’Eucaristia con leggerezza e superficialità, e quindi senza cura dell’interiorità. Così ci sembra di essere a posto… ma sempre più vuoti nel cuore.

● Un altro modo con il quale il Nemico – con i suoi inganni – ci trascina verso il male, è evidente in chi perde il tempo a disquisire su astratti principi di diritto, di giustizia e anche di carità, che a nulla o a poco servono per la soluzione di casi concreti, perdendo così di vista l’impegno per l’agire concreto;

● Non poche volte, facendo leva sulle sane esigenze della natura, il demonio propone di curare la salute, avere il necessario per vivere con digni­tà, decoro e anche gioia, conservare il buon nome, ecc., ma... in maniera da sfrenare tali sane tendenze, fino a fare cadere nella concupiscenza, per cui si diventa salutisti, gelosi, invidiosi, insofferenti, sospettosi.

● Quando una persona è generosa, impegnata, lo spinge a a scegliere il meglio in sé (ma cos’è in realtà?) separandolo dal resto. Gli esempi in questo campo sono infiniti: è in nome del meglio che nelle comunità e nelle famiglie ci si divide, si litiga e si uccide lo stare insieme. Già fin dall’inizio è questo che più ha nociuto alla Chiesa, producendo fazioni, eresie, divisioni, lotte.

 

«Beato chi ascolta la parola di Dio e la osserva» (Lc 11,28): l’amore gioioso e liberante della Parola

Per non perdere la gioia abbiamo una luce: quella della Parola come punto di riferimento del desiderio del credente (la Parola come contenuto), e pure del processo dinamico credente che conduce alla gioia (la Parola come metodo).

«La tua legge è la mia gioia…» (Sal 118,77). Legge qui va inteso come parola, parola-di-Dio. Il salmista ci regala in questo salmo espressioni straordinarie che dicono tutto il suo amore per questa parola, come punto di arrivo di un cammino credente. Una parola attesa e lungamente desiderata («precedo l’aurora e grido aiuto…, per meditare sulle tue promesse», Sal 147-148), perché parola di verità («la verità è principio della tua parola», Sal 160), parola amata («sopra ogni cosa», Sal 167) e assieme temuta (Sal 161), mai dimenticata perché parola di vita, che fa vivere («la tua parola mi fa vivere», Sal 50), è in essa che il credente spera («se la tua legge non fosse la mia gioia sarei perito nella mia miseria», 92), è essa che il credente chiede a Dio («fammi conoscere la via dei tuoi precetti», Sal 27).

Oggi, grazie a Dio, nella comunità dei credenti è cambiato il rapporto con la Parola, ma non ancora al punto di divenire un rapporto di amore e di gioia, come conseguenza. In realtà questo è il punto fondamentale, quel che dovrebbe essere il frutto di una familiarità assidua con la Parola, di una consuetudine diaria con essa: l’amore per la Parola. A nulla varrebbe la lectio se non divenisse dilectio. Ovvero amore tipico e specifico per quella realtà misteriosa che è la Parola, al punto di poter dire: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca… Lampada per i miei passi è la tua parola» (Sal 118,103.105).

È un sentimento nuovo, da non confondere semplicemente con interesse per la Parola, intuito spirituale, gusto per lo studio, capacità di esposizione…, perché è inedito e originale per l’uomo amare la parola, esserne innamorati. Ma è il modo, l’unico modo autentico di rapportarsi alla Parola. Come dice Kierkegaard: «Come un innamorato legge una lettera dell’amata, così devi metterti a leggere la Scrittura… La Bibbia è stata scritta per te». Ma questo accade per chi dietro e dentro ad essa impara a cogliere Colui che non cessa di pronunciarla, Colui che si rivela, attraverso di essa, una presenza viva.

La Parola, infatti, è il segno immediato dell’amore di Dio, e del Dio rivelato da Gesù Cristo, un Dio che ha così tanto amato l’uomo da rivolgergli la sua parola, sia inviando il Verbo, sia instaurando con l’uomo un dialogo ricco di segni e simboli, suoni e voci, visioni e storie, parabole e parole, ora dolcissime ora amarissime…, tutto contenuto nel giardino delle Scritture sante, così simile al giardino del sepolcro, ove solo occhi amanti, infatti, sanno riconoscere il volto dell’Amato (cfr. Gv 20,15s).

E questo per la particolare identità del Dio dei cristiani: se questo Dio è relazione, allora «la Parola di Dio è Dio stesso nel segno della Sua parola! Essa partecipa della Sua potenza»: Dio vive, quasi respira o palpita il suo cuore in essa, e la parola ne è la manifestazione spontanea e subito accessibile, è la relazione in atto, è l’evidenza dell’amore che cerca comunione. Per questo san Gregorio raccomanda: «Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio». Se Dio mi parla vuol dire che mi ama; il suo amore è subito svelato dalla sua parola, qualsiasi essa sia, prim’ancora che dal suo contenuto; ed è amore personale perché è parola rivolta a me, qui e ora, per intessere dialogo con me. Amare la Parola, dunque, è scoprire in essa il Dio amante per lasciarsi da lui amare. E sentirsi nella gioia.

E non solo; amare la Parola è accettare concretamente di entrare in contatto con Colui che mi parla, è iniziare a rispondergli, e con la risposta la più logica e naturale, quella dell’amore e della gratitudine, da un lato, accogliendo e lasciando risuonare nelle profondità del mio piccolo mondo interiore la parola dell’Eterno e – dall’altro – lasciandomi avvolgere da questa corrente di amore che mi abilita a mia volta a parlare, o mi educa a vivere la relazione, a essere pure io relazione, perché così il Creatore mi ha voluto, a dire e ridire a Dio le parole che lui ha detto a me, parole d’amore. Mistero grande!

Qui nasce il credente, come un bambino che impara a parlare in forza dell’amore della mamma e ripetendo le parole della mamma. Ma qui cresce anche l’adulto, quel «bimbo svezzato in braccio a sua madre» (Sal 131,2), che il Padre-Dio ha reso suo partner e interlocutore.

La gioia del compimento. Il dinamismo che potremmo chiamare mariano è tipico di chi si pone dinanzi alla Parola con lo stesso atteggiamento con cui Maria accolse nel suo cuore la parola dell’angelo, perché si compisse nel suo grembo, determinando la sua gioia esplosa nel Magnificat, ma già evocata dall’annunciatore stesso del messaggio divino: «Rallegrati, Maria, hai trovato grazia…, sei la piena di grazia». La Parola sarà conosciuta nel suo senso profondo solo quando il credente avrà il coraggio di scommettere su di essa, un po’ come Pietro quando decide di obbedire a Gesù che lo invita a fare qualcosa di poco convincente e illogico: gettare la rete, in pieno giorno, dall’altra parte della barca. Pietro lo fa, ma solo «sulla tua parola» (Lc 5,5), perché è essa che glielo chiede. Così la Parola-del-giorno si compie, piano piano diventa chiara e comprensibile, si realizza nella vita di ogni giorno, esattamente come nel grembo di Maria: mistero grande e quotidiano!

 

«Beati i poveri in spirito…, gli afflitti…, i miti…» (Mt 5,3-12)

Gesù, il grande predicatore del regno dei cieli, annuncia le beatitudini. Lui, il beato per eccellenza, vuole che anche coloro che accolgono il Regno siano beati, cioè felici, gioiosi. Ma a quali condizioni? E qui appare la singolarità dell’annuncio: saranno felici e contenti in situazioni, umanamente parlando, per nulla contigue alla gioia, anzi, a essa opposte, almeno apparentemente.

In altre parole, la natura della felicità portata da Gesù non ha nulla in comune con la felicità di cui parla il mondo e che sembra naturale. La felicità cristiana è in certo senso contraria a quella del mondo, viene da altra fonte e ha criteri diversi, procede per altre vie, è un sovrappiù di una vita vissuta in pienezza come figli di Dio.

In questa prospettiva Gesù ci vuole sottrarre da quell’inganno nel quale erano caduti i nostri progenitori, per accogliere nella verità la gioia che il nostro cuore desidera e che Egli stesso desidera per ciascuno di noi.

Quale è stato l’inganno nel quale sono caduti i progenitori? È – lo ricordiamo brevemente – la pretesa di trovare la propria sazietà, realizzazione, gioia, nel prendere da sé il frutto dell’albero. Il discorso del serpente è apparso suggestivo ai progenitori perché ha toccato i sentimenti, il senso del limite e la relazione con l’Assoluto. Significativa è la descrizione delle risonanze interiori al discorso del serpente, che precedono la scelta peccaminosa: «Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza» (Gen 3,6).

Il testo della Genesi pone come conseguenza del peccato la morte: «Qualora ne mangiassi moriresti» (2,17). Questa annotazione, in apparenza smentita dai fatti, rivela invece alcune dinamiche paradossali dell’agire umano di ogni tempo. Essa dice anzitutto che il peccato non porta mai ai risultati sperati, ma a una deprivazione delle proprie possibilità di vita. Il seguito del racconto precisa tuttavia che si tratta di una esperienza ben più complessa e articolata della mera morte fisica: la morte simboleggia la punizione che l’uomo dà a sé stesso, essa accompagna le sue azioni, i progetti, i pensieri, gli affetti. Segni chiari di tale morte sono proprio – come insegna anche sant’Ignazio – oscurità, tormenti, inquietudini, tristezza, accidia, disperazione.

Al contrario la beatitudine, la felicità, si realizza in colui che vive, come figlio, nell’amore, alla sequela del suo Signore. E’ una gioia “paradossale”, perché non toglie le contrarietà e le sofferenze: è la gioia concessa a chi, all’interno di tali situazioni, fanno esperienza dell’incontro con il Signore e del  suo amore.

Il Maestro qui vuole dire che l’autentico credente è colui che in tutte quelle situazioni in sé negative (persecuzione, calunnie, ingiustizie, sopraffazioni, violenze…) ha scoperto la felicità, o ha imparato a sperimentare – in fondo ad esse – un’insperata e singolare presenza di Dio. Cristiano è colui che lentamente è cresciuto in questo sorprendente apprendimento esperienziale: ha imparato a godere proprio laddove l’uomo di solito non può che soffrire; a incrociare lo sguardo del Padre nel deserto della solitudine o dell’umana ingratitudine; a sentirsi da lui particolarmente custodito proprio quando si è abbandonati e traditi; prezioso ai suoi occhi quando non conti niente per nessuno; figlio suo pre-diletto quando la vita è violenta e chi hai amato ora ti si rivolta contro…. Al punto che questa esperienza è divenuta sapienza, nel senso latino del verbo sàpere: apprendimento di un nuovo gusto, come avere un nuovo palato o nuove papille gustative, che consentono di provare il gusto di Dio!

C’è del paradosso in tutto ciò, ma solo fino a un certo punto: è già l’intuizione psicologica a ricordarci che la verità è spesso fatta di opposti, e che il senso pieno della vita lo sperimenta solo chi ha il coraggio di affrontare assieme le polarità contrastanti dell’umano esistere, ove l’una polarità convive con l’altra e ne ha bisogno per essere correttamente compresa, la illumina e ne è illuminata. Per questo, ad esempio, colui al quale le cose vanno sempre bene, stimato e benvoluto da tutti, senza problemi e sempre sull’onda del successo…, come potrà sperimentare la fame e sete di Dio, e poi la beatitudine corrispondente? Ma anche su un piano solo umano chi non ha mai assaggiato la solitudine che ne sa dell’intimità della relazione? Chi non ha provato l’abbandono o persino la disperazione come può rivolgersi a Dio e pregarlo come il conforto unico, l’amico sicuro, la speranza rocciosa, con la gioia che ne deriva? O pure chi non ha toccato il fondo della propria debolezza, come potrà scoprire la potenza della Grazia, o vantarsi addirittura della propria debolezza («quando sono debole è allora che sono forte», 2Cor 12,9)? Chi non ha mai rischiato di “annegare” nella constatazione della propria impotenza o nella sconfitta della propria presunzione, come potrà gridare a Dio nella verità: «Signore, salvami!»? (cfr. Mt 14,30). Quanti salmi raccontano la disfatta umana personale a vari livelli, da quello sociale-relazionale a quello psicologico e persino morale, come luogo imprevisto di grazia, come sorprendente inizio di un cammino nuovo, come contatto con un volto inedito di Dio, come purificazione del cuore e della mente, come salvezza e, infine, come esperienza di una gioia non solo umana!

La prova, in tal senso, è il marchio autenticante la gioia cristiana, una sorta di conditio sine qua non, per cui non è gioia cristiana quella che a lungo andare non viene autenticata e garantita dal passaggio provvidenziale della prova. Prova come categoria biblica, che non ha risparmiato la vita di alcun credente «amico di Dio», lungo la quale è cresciuta la fede di Abramo e dei nostri padri nella fede, o della quale ringraziare Dio perché segno del suo stile inconfondibile, perché così «ha fatto coi nostri padri» (Gdt 8,25); prova non come test per verificare la fede, ma come occasione di crescita nell’amore, prova come strumento di cui Dio si serve per chiederci qualcosa che noi non avremmo mai avuto il coraggio di sacrificargli spontaneamente. Per questo la prova è anche scuola di apprendimento della gioia, di una gioia nuova. Senza la prova, infatti, o non c’è gioia, o sarebbe ancora una volta debole e insignificante, vecchia e instabile e non credibile.

Allora la fede diviene sofferta e combattuta, ma solo allora è vera fede, poiché è passata attraverso la lotta con Dio. Prima Dio era conosciuto «per sentito dire» (Gb 42,5), ora il credente può dire di averlo visto coi propri occhi. Ed è passaggio indispensabile non solamente perché solo una fede sofferta diviene fede forte e davvero personale, vissuta sulla propria pelle, ma anche perché solamente chi soffre la propria fede può giungere a goderne, a sperimentarla come ciò che alla fine dà luce e pienezza alla vita, come felicità. Tale fede e solo una fede provata e goduta, a questo punto, può essere condivisa, coi fratelli credenti, anzitutto, per crescere assieme, e poi annunciata con coraggio e creatività a chi non crede.

 

«Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7): la gioia del perdono

La gioia di Dio. Gesù ci rivela quanto il Padre ha a cuore la nostra vita. E quanto Gesù stesso ha a cuore ciascuno di noi, giustificando così il so accogliere i peccatori ed offrire ad essi il perdono. Ce lo dice con la parabola della pecora smarrita. Nel racconto di Gesù stupisce il fatto che il pastore abbandoni il proprio gregge per andare in cerca della pecora che,  testarda e disobbediente al pastore, o desiderosa di autonomia, o tentata da chissà quali altri pascoli, o semplicemente distratta, si è persa. Una corretta impostazione economica non prevede sempre i possibili “scarti di produzione”?

Per di più non è concepibile neppure il fatto che il pastore abbandoni il suo gregge nel deserto, ove le pecore sono esposte, senza alcuna protezione, alla voracità dei lupi o all'assalto dei ladri e briganti; piuttosto doveva affidarlo ai pastori che condividevano con lui il recinto (Lc 2,8), oppure sospingerlo dentro una grotta! Queste pecore avrebbero tutte le ragioni per lamentarsi, come avrà ragione il figlio perbene quando vedrà il padre ridividere il patrimonio con il figlio prodigo ritornato!

Infine come può Dio essere più contento di un solo peccatore che ritorna a lui che di novantanove giusti che ogni giorno gli obbediscono con fedeltà, magari a prezzo di grandi sforzi e sacrifici?

Tutti questi paradossi della “ingiustizia” di Dio, vogliono in realtà sottolineare che ciascuno di noi è preziosissimo agli occhi di Dio. Nessuno deve sentirsi escluso dall'attenzione di Dio. Dio ama ciascuno di noi come se non esistesse nessun altro, e continuamente ci cerca, ci conquista, ci seduce. Adamo ed Eva dopo il peccato si nascondono dal Signore, ma Dio li viene a cercare: “Il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: Dove sei?” (Gen 3,8-9). E' Dio che chiama Abramo (cfr. Gen 12,1-3), che si rivela a Mosè (cfr. Es 3,1-22). E' Dio l'Amante che nel Cantico cerca l'amata (cfr. Ct 2,8-17; 5,1-2). E' Dio che “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E' Dio che sta alla nostra porta e bussa (cfr. Ap 3,20). Quello di Dio è un amore senza riserva che ci precede, ci sostiene e ci chiama lungo il cammino della vita e ha la sua radice nell'assoluta gratuità di Dio.

Se ancora noi pensiamo di essere tra i “giusti”, forse dovremo umilmente riconoscere ancora di essere peccatori... di essere quella pecora cercata... Chi è mai davvero “giusto” di fronte a Dio? Qual è l’uomo vero? È colui che ha il coraggio di ammettere la propria debolezza e miseria, le proprie contraddizioni e negatività, gliene dispiace e le soffre dinanzi a Dio, se ne pente e chiede perdono… Questo e solo questo è l’uomo vero, poiché l’uomo è così.

Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento...” (v. 5). Davanti ai nemici Gesù giustifica perciò il Vangelo che annunzia a favore dei peccatori e degli ultimi. Se è vero che il pastore gioisce per la pecorella ritrovata, così è Dio! Gesù, il “pastore bello” (Gv 10,11ss) per ricercare ogni peccatore perduto è disposto a pagare di persona: è la croce. Egli si rallegra per il peccatore pentito! E' contento di perdonare! E, una volta ritrovata la pecora, il perdono è totale: nessun rimprovero, nessuna percossa. La gioia del cuore è tanta che tutto il passato è dimenticato. Egli è il Pastore che si è fatto agnello: ha portato su di sé il peso della croce, cioè di tutto il peccato dell’umanità.

Evidentemente questo atteggiamento del Padre deve riflettersi anche su tutta la comunità cristiana, che insieme  ai loro responsabili, cerca, trova e gioisce per il ritorno dei fratelli. Perciò la comunità ecclesiale – con il suo atteggiamento di fondo profondamente umano nei confronti dei peccatori (come il mangiare a tavola di Gesù con loro, che è il motivo dello sdegno dei farisei – 15,2) – deve far toccare con mano l’amore che il Padre ha per ogni persona.

 La gioia del perdono.  Se Dio è così, anche il credente, chiamato ad avere “gli stessi sentimenti – e quindi anche la gioia del perdono – che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5), può provare tale gioia. Perdonare non è facile, ma possibile. E’ l’espressione più alta dell’amore.

Per il non credente sono molto più comprensibili le ragioni per non perdonare, che quelle del perdono. Vediamo quali sono le più consuete “ragioni” del non-perdono.

- Se mi vendico, starò meglio. Si tratta di un pregiudizio frequente in coloro che decidono di rifiutare il processo del perdono, ritenendolo — come notava Nietzsche — una rinuncia alla propria dignità, ai propri diritti, che invece verrebbero riaffermati da quella sorta di giustizia fai-da-te che è la vendetta. In realtà, la predisposizione d'animo ispirata alla vendetta conduce a coltivare atteggiamenti — come il risentimento e la ruminazione interiore — che avvelenano l'animo della persona, esasperandola, fino al punto di non riuscire più a trovare soddisfazione nella vita: «Il “regolamento di conti” che la vendetta promette è spesso più apparente che reale, poiché la perpetrazione di un torto crea una situazione di ingiustizia e disequilibrio che le vittime percepiscono non essere completamente compensata da atti di rivalsa»[6].

Difatti il senso di pacificazione interiore, proprio del perdono, non è paragonabile ai sentimenti provati da chi ha vendicato un torto subìto. Il primo è pacificante, il secondo distruttivo. Si tratta di una differenza confermata, anche sperimentalmente, a proposito del rancore e del risentimento. Rancore, odio sono atteggiamenti distruttivi anche sul piano della salute: tendono a far aumentare la pressione sanguigna, causano stress e pericoli di tipo cardiaco, sono alla base di disturbi psicosomatici legati alla tensione e alla ruminazione interiore (gastriti, ulcere). La decisione di perdonare, invece, si fa sentire anche sotto l'aspetto somatico/biologico. Nel momento in cui ci si pone in questo diverso atteggiamento, si percepisce un cambiamento interiore, avvertito anche a livello corporeo.

L’esperienza, inoltre, mostra che vendetta, anche se realizzata con successo, non reca mai la soddisfazione sperata, ma ulteriore sofferenza e dolore. Infatti si prova il rimorso e la sensazione di non essere stati molto diversi da chi si è voluto punire.

- Il perdono è una forma di debolezza. In realtà, esso è esattamente il contrario. Può perdonare solo chi è interiormente forte, chi ha saputo dare spazio a sentimenti e atteggiamenti che consentono di affrontare e apprezzare la vita, come l'empatia, la ristrutturazione cognitiva, il desiderio, la benevolenza. Essi sono indice di una libertà interiore che sfugge al meccanismo di stimolo-risposta, proprio del bambino e delle reazioni emotivamente primitive, ma sa considerare quanto accaduto da un punto di vista più ampio e complesso, notando cose nuove.

- Deve soffrire per ciò che ha fatto. Dietro questa affermazione c'è la credenza, erronea, che rifiutare il perdono sia una maniera di punire l'altro. In realtà accade esattamente il contrario: in tal modo si punisce solo se stessi, torturandosi e impedendo a se stessi di vivere. Non perdonando, ci si illude di esercitare un potere sull'altro, ma di fatto ci si amareggia senza pietà. Cedere questo potere è consentire a se stessi di ricominciare a vivere, di percorrere nuove strade; forse si comincerà anche a capire che l'altro è molto differente da come la fantasia lo raffigurava.

Perdonare è in definitiva un esercizio di realtà, che può far bene all'altro, ma soprattutto a se stessi. A ritrovare la pace. Anzi la gioia. Perché quando il perdono è dato con il cuore, cioè è dato da un cuore liberato dal proprio io e da ogni rancore, partecipa della stessa gioia di Dio.

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[1] Cfr. G. CUCCI, «La felicità. Gustoso anticipo di eternità», in La Civiltà Cattolica, 4000 (2017) 401-413.

[2] R. NOZICK, Anarchia, stato e utopia, Milano, il Saggiatore, 2008, 64; cfr G. SAMEK LODOVICI, L'utilità del bene: Jeremy Bentham, l'utilitarismo e il consequenzia­lisrno, Milano, Vita e Pensiero, 2004, 206.

[3] Sant’Ignazio di Loyola ci ricorda una verità fondamentale: che è proprio di Dio dare la gioia, la consolazione, la pace nell’anima.

[4] S. KIERKEGAARD, «Aut-aut», in ID., Opere, Firenze, Sansoni, 1972, 10.

[5] I. YALOM, Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo, Torino, Boringhieri, 1997, 30. Per un approfondimento, cfr G. Cucci, Altruismo e gratuità. I due polmoni della vita, Assisi (Pg), Cittadella, 2015.

[6]      Ivi, 28.

Venerdì, 22 Marzo 2019 14:37

Scuola di preghiera - Le tre impronte

Vogliamo riflettere in preghiera sul mistero più grande della nostra fede:

L’Unità e la Trinità di Dio. Dio è Indivisa Unità sussistente nella Trinità delle Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Sono Tre eppure sono Uno: Tre Persone, una sola divinità, una sola natura o sostanza divina. Una Unità che non patisce solitudine, una Molteplicità che non patisce divisione. È un mistero grande: il più grande della nostra fede, mistero fondamentale da cui scaturiscono tutti i misteri principali della nostra fede, primo tra essi quello dell’Incarnazione, passione, morte e risurrezione del Figlio di Dio. Padre, Figlio e Spirito Santo non sono tre dèi, ma l’Unico Dio “fuori di Lui non ci sono altri dèi” (Is 45,5.21). È una verità che non possiamo comprendere, ci supera, ci trascende e nello stesso tempo ci avvolge! Tutte le prerogative proprie di Dio sono possedute in pienezza da ciascuna Persona Divina senza diminuzione o variazioni! Ciascuna Persona è pienamente Dio, ma non sono Tre Dèi, bensì l’Unico Eterno Dio! L’unica distinzione che sussiste nella SSma Trinità consiste nelle relazioni interpersonali: il Padre non è il Figlio, ma il Padre del Figlio; il Figlio non è il Padre, ma il Figlio del Padre; lo Spirito Santo non è né il Padre né il Figlio, ma è il loro reciproco amore che li unisce in Unità Assoluta nella Comunione Eterna delle Persone.

La SSma  Trinità è un mistero di pienezza: “Pienezza di essere, pienezza d’intelligenza, pienezza d’amore” (P. Lanteri)! Pienezza che si espande e si dona nella creazione che riflette, come in uno specchio, tutta la sua bellezza e perfezione. Per cui, ecco che tutto il cosmo è meravigliosamente bello e ordinato. Quando guardiamo la bellezza di un semplice fiore, il gioco dei colori di un arcobaleno o il gioco di luci di un tramonto, quando guardiamo la luna, il sole, le stelle… o quando entriamo nella realtà del microcosmo: delle cellule e degli atomi e dell’ordine perfetto che le governa… non possiamo non rimanere stupiti ed estasiati per tanta perfezione e tanta bellezza. Ma nel creato c’è qualcosa di particolarmente bello e stupefacente, qualcosa che non è qualcosa, ma qualcuno: l’uomo, la donna: queste piccole e fragili creature che portano nel proprio intimo una particolare impronta del loro Creatore e Signore: “Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). È appunto perché portiamo nell’intimo quest’impronta divina che non è marginale, superfluo o indifferente per noi sue creature, conoscere o non conoscere il vero Dio, l’unico vero Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Perché solo quando conosciamo il vero Dio possiamo dare una risposta alla domanda che ognuno di noi si porta nel cuore: “Chi sono io? Cosa sono chiamato ad essere?”. Mostrandosi e facendosi conoscere nella sua verità di Padre, Figlio e Spirito Santo, Dio permette all’uomo di conoscere ed entrare dentro le fibre più nascoste della propria entità umana che partecipa intimamente dell’essere del suo Creatore e Signore, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 L’impronta del Padre                                                        

Ogni persona umana è creata a immagine del Padre, il Padre è Padre Eterno del Figlio, genera dall’eternità e nell’eternità il Figlio e di Lui si compiace eternamente. Ogni uomo è chiamato ad essere padre, ogni donna è chiamata ad essere madre. Padri e madri, cioè coloro che generano, che comunicano la vita, che partecipano alla paternità e maternità di Dio. Ciò che realizza l’aspirazione primaria di ogni essere umano non è generare dei figli, ma generare il “Figlio, lo stesso Figlio del Padre. Il Padre ci ha creato per darci la gioia di generare in Lui il suo stesso Figlio. La gioia di generare Lui, “il più bello tra i figli degli uomini” (Sal 45,3), “l’uomo Gesù Cristo” (1Tm 2,5) in cui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). In che modo ad ogni uomo, ad ogni donna è possibile questa generazione divina, in che modo è possibile generare il Figlio? È molto semplice! Basta fare la volontà del Padre: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella  e madre(Mt 12,50). Sì! “Fratello, sorella e madre, “madre”, cioè colei che genera. Facendo la volontà del Padre, entrando nel mistero della sua volontà con fede, abbracciando la sua volontà con amore, Lui, il Padre, ci rende partecipi della generazione eterna del Figlio. In noi e attraverso noi genera il suo Verbo nel tempo e in noi e attraverso di noi si compiace di Lui (cf Mt 17,5). Ogni uomo, ogni donna ha ricevuto dal Padre la vocazione a generare il suo Figlio, ogni essere umano è chiamata ad una vita feconda, non ad una vita sterile e ogni vita è sterile se in essa non nasce Gesù, non fiorisce Gesù, non cresce Gesù. Questa è la sterilità che frustra la vita di tanti, di moltissimi. Una vita piena di tutto: di beni, di agi, di figli, ma priva di Lui, priva del “Figlio”, una vita priva di Gesù è una vita fondamentalmente sterile e sarebbe meglio non essere mai nati (cf Mc 14,21), ma non vivere senza generare Gesù!

L’impronta del Figlio

Portiamo dunque in noi l’impronta della SSma Trinità: l’impronta del Padre che ci chiama a generare il suo Figlio, l’impronta del Figlio che gode di essere generato dal Padre e di stare con Lui. Tutta la Persona del Figlio è relazione al Padre, nulla fa, nulla dice se non quello che il Padre gli ha comandato (cf Gv 12,49-50) e desidera che tutti sappiano questo: che Lui ama il Padre (cf Gv 14,31) e che la sua vita, il suo cibo, il suo respiro “è fare la volontà del Padre (Gv 4,34) perché Lui e il Padre sono una cosa sola” (Gv 10,30) e chi “vede Lui ha visto il Padre”  (Gv 14,9). Quest’impronta del Figlio in noi è la sorgente della nostra inquietudine e insoddisfazione che ci perseguita in ogni cosa che inseguiamo o che abbracciamo. Il nostro cuore non può avere pace né riposo se non nel seno del Padre. È l’impronta del Figlio in noi che non ci permette di avere pace fuori dell’abbraccio del Padre. Ogni fibra del nostro essere è stata creata dal Padre perché faccia la sua volontà che è amore! Quale frustrazione profonda vive la persona umana quando non cerca la volontà del Padre, quando non fa’ la volontà del Padre, quando fugge la volontà del Padre perché abbagliata e ingannata da altre vie facili e comode (cf Mt 7,13), che promettono felicità e soddisfazioni che però svaniscono abbracciandole.

L’impronta dello Spirito Santo

Abbiamo parlato dell’impronta del Padre che ci sollecita a partecipare alla generazione del Figlio e della impronta del Figlio che ci chiama ad abbracciare la volontà del Padre, ma cosa dire dell’impronta dello Spirito Santo in noi? L’impronta dello Spirito Santo in noi consiste proprio in questa duplice impronta del Padre e del Figlio che ferisce il nostro cuore. Lo Spirito Santo ha una duplice dimensione intrinseca: è l’Amore del Padre verso il Figlio, è l’Amore del Figlio verso il Padre. È l’impronta dello Spirito Santo che mi attira verso il Figlio in quanto mi partecipa l’Amore del Padre verso il suo Figlio (cf Gv 6,44). È l’impronta dello Spirito Santo che mi orienta al Padre in quanto Egli è l’Amore del Figlio verso il Padre ed è proprio nello Spirito Santo che i Due, il Padre e il Figlio, non sono più “Due”, ma “Una cosa sola” nella Trinità Eterna. Propriamente dunque l’impronta dello Spirito è l’unità di queste due impronte che abbiamo ricevuto e che ci spingono ad essere “Uno” con tutti, innanzi tutto ci spinge ad essere “Uno” nella Trinità nell’unione d’amore con il Figlio che ci introduce nel Padre e ci fa essere una cosa sola con Lui (cf Gv 14,23; 17,21) e con i suoi fratelli (cf Rm 8,29). Per questo lo Spirito Santo ci spinge ad essere “Uno” con il nostro coniuge e la nostra famiglia  con cui condividiamo l’esistenza: non c’è pace per il nostro cuore finché non siamo in comunione con tutti.

Abbiamo parlato dell’impronta dello Spirito Santo come l’unità dell’impronta del Padre e del Figlio che ferisce il nostro cuore, propriamente il nostro cuore viene ferito per due motivi: Perché in esso venga riversato l’amore: l’amore del Padre e del Figlio che è lo stesso Spirito Santo che ci inserisce nel mistero della SSma Trinità facendoci essere “Uno” in Essa: Rm 5 [5]La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Gv 17 [11]Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi. […] [20]Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; [21]perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.[22]E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. [23]Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. [24]Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo. [25]Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. [26]E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro".

Perché da esso possa sgorgare l’amore: l’amore verso il Figlio che a Lui ci unisce e quindi nel Figlio, con il Figlio e per il Figlio, l’amore verso il Padre e verso tutti.
Gv 19 [33]Venuti i soldati da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, [34]
Ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.

Gv 7 [37]Nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: "Chi ha sete venga a me e beva [38]chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno". [39] Questo Egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificatoCome lo Spirito Santo realizza la reciprocità dell’amore nel Padre e nel Figlio, così realizza anche in noi la capacità di ridare indietro l’amore ricevuto, l’amore, infatti, senza ritorno non è perfetto amore. Da qui la necessità che il nostro cuore venga ferito e quanto più ampia è la sua ferita quanto più ampia è la sua capacità di ricevere e dare amore. La perfezione dell’amore sta poi nella reciprocità: ricevuto e dato senza misura. Poiché “Dio ci ha amati per primo” (1Gv 4,19) nella gratuità più assoluta, la perfezione del nostro ritorno d’amore potrà avvenire solo quando anche noi saremo capaci di amare così come Lui, “per primi” nella gratuità più assoluta e totale. Non potendo amare così Dio in Se Stesso, perché siamo stati amati “per primi”, troppo e di più, possiamo però ricambiare la sua misura (smisurata) d’amore attraverso il nostro coniuge in cui Lui stesso ci ha detto di essere vivo e presente (cf Mt 25,40). Lo Spirito Santo ci comunica proprio la capacità di amare “alla divina” i nostri cari e cioè “per primi”, senza interessi personali, nella più completa gratuità d’amore fino ad essere capaci come Gesù a dare la nostra vita per chi vive con noi nell’amore più grande possibile (cf Gv 15,13).

Per iniziare la preghiera è importante sapere chi siamo, ma è molto più importante avere consapevolezza di Colui di fronte al quale stiamo e con il quale vogliamo intrattenerci.

Bisogna insistere sul fatto della presenza di Dio. Essa è indispensabile, visto che il rapporto personale si stabilisce tra due che si incontrano. L'orazione inizia e si sviluppa solo se ci si mette e si sta alla presenza di Dio presente. La consapevolezza di questa presenza è, per la pre­ghiera, come l'aria senza la quale non si vive. È evi­dente, infatti, che se noi iniziamo la preghiera senza questa attenzione a Dio presente, noi non stiamo ascoltando o parlando con nessuno; con la conse­guenza che la preghiera resta un fatto estraneo alla vita, e tutto diventa formalismo o pura elucubrazione. Finché non si sperimenta il miracolo di essere davanti a Dio, non si è ancora incominciato a pregare, anche se abbiamo pronunciato una infinità di parole.

È meglio passare tutto il tempo a sforzarsi di cre­dere che Dio ci è presente e ci guarda con amore, che moltiplicare parole vuote, dette a nessuno. E di assoluta importanza, dunque, avere consape­volezza che il Signore ci è realmente vicino, presente al nostro spirito, solo così possiamo realmente vivere la comunione con Lui.

Si tratta di una presenza certamente misteriosa, che può essere in qualche modo colta con una certa intuizione, ma che noi possiamo percepire solo at­traverso un atto di fede la quale, si sa, è oscura. Par­lando della fede un giorno Paolo VI ebbe a dire che noi siamo, in un certo senso, nella condizione di una persona che si trova in una stanza completamente buia o di un cieco che non vede, ma che sa di avere davanti a sé una persona che osserva, ascolta, ama. Un altro è qui, e questi è Dio. Stare alla presenza di Dio significa essere attenti a Lui, e questo è già sta­bilire un contatto personale, significa ascoltarlo, si­gnifica iniziare il dialogo della preghiera; qualunque sia il sentimento che in quel momento nutriamo nel cuore o anche esprimiamo a parole.

Anzi, si può dire in tutta verità che pregare, so­stanzialmente, è starsene alla presenza di Dio, sa­pendosi da Lui guardati con amore.

Normalmente la prima reazione che dovremmo sentire nell'essere alla sua presenza, dovrebbe essere la gioia di sapercelo accanto, il desiderio di sentirlo parlare e di ascoltarne la voce. Capire chi è Lui e l'a­more che nutre per noi. E questa la prima scoperta che introduce già nel cuore della preghiera; solo in un secondo momento, sorgerà il desiderio di dover rispondere al suo amore e che cosa fare per, poi, tra­durlo in vita.

Abbiamo già sottolineato che non si tratta di im­maginarci che ci sia, ma convincerci e avere certezza che c'è davvero, e che vuole comunicare con noi. Questo è un punto su cui bisogna particolarmente insistere, perché troppo spesso pensiamo che  il Si­gnore stia lontano o distratto, quasi che il nostro impegno fondamentale sia quello di attirare la sua attenzione su di noi.
Invece è Lui che ci cerca e ci chiama, la nostra è solo una risposta.
Siccome, però, a noi capita di dimenticarlo e di non riconoscerlo, perché spesso col cuore e con la mente siamo lontani da Lui, pensiamo che anche Lui lo sia da noi.
Eb­bene, devo ripetermelo, Lui non mi dimentica, Lui mi riconosce sempre, Lui sta sempre lì a guardarmi, a invitarmi, a farmi compagnia, a istruirmi. Non posso dubitare che Egli mi ama, che in questo mo­mento mi sta amando. Che «mi guarda con amore e umiltà» (C 26,1). Posso forse dubitare del mio amore per Lui, ma non del suo amore per me. Ciò che spesso rende difficile questo atto di fede è anche il pensiero che Gesù ora si trova in cielo, in Paradiso, quindi lontano da noi. Dobbiamo correg­gere tale concezione del cielo e del Paradiso. Pro­prio perché glorioso alla destra del Padre, ora Gesù può essere presente dovunque c'è un cuore che lo accoglie.

Nella sua vita terrena Egli era condizionato dal tempo e dallo spazio. Anche Lui, come tutti noi, non poteva stare in due posti diversi allo stesso tempo, se era a Betlemme non era a Nazareth, se era a Giudea non era in Samaria. Nella sua umanità Gesù non po­teva vivere che in un solo luogo, come in un unico momento non poteva esprimere che un solo atto di amore. Ma dopo la sua risurrezione gloriosa Gesù vive un'esistenza spirituale e, quindi, si può far presente in ogni anima, e unirsi a ciascuno di noi. La presenza spirituale non ha relazione con lo spazio e col tempo. Anche io, che pur sono prigioniero del tempo e dello spazio, sono immensamente più vicino e presente a quelli cui penso e amo, che non a quanti urto e mi spingono nella metropolitana[1].

la presenza di Gesù non è soltanto una pre­senza fatta con la memoria come quando si ricorda qualcosa;

né soltanto una presenza spirituale come la presenza, in noi, del nostro affetto e del nostro amore per tutti coloro che amiamo. La sua non è solo pre­senza intenzionale e affettiva: è una presenza reale. Non è che Gesù è presente, di fronte a me e in me, perché lo penso e lo amo; io sono sempre presente a Lui, anche se non ci penso, anche se non lo amo. Non più legato a luoghi e spazi temporali, Gesù è sempre presente per stabilire un rapporto di reciproco amore con ognuno che è disposto ad accoglierlo.

Egli non ha più nemmeno bisogno di ripetere, come allora, diversi atti di amore secondo le persone che progres­sivamente incontrava; vivendo, in perennità, la pie­nezza dell'amore, totalmente trasfigurato in amore, Egli può sempre venire in ciascuno che ama e convi­vere con ciascuno che gli risponde. E chiaro, però, che il rapporto di amicizia diventa reale e attuale nel momento in cui si stabilisce la comunicazione; se, da parte mia, questa comunica­zione vitale non c'è lo impedisco al Signore di vi­vere con me quella comunione vicendevole che noi chiamiamo amicizia e che la preghiera vuole attuare. E questo per il semplice motivo che per avere un rapporto amichevole bisogna essere in due. Ma per quanto riguarda la presenza di Gesù che ha nei miei riguardi un cuore e un atteggiamento di amico e che, in questo momento, mi chiede di contraccambiarlo, non dovrei avere dubbi.

 È vero, rimane difficile "capire" l'onnipresenza di Gesù, ma ci dobbiamo credere, fino ad averne una assoluta certezza. Gesù ora vive nell'eternità di Dio, e l'eternità non è successione infinita di istanti. L'e­ternità è giustizia perfetta, è verità perfetta, è amore perfetto, è gioia perfetta. Ora, in tutto ciò che è per­fetto non ci può essere un più e un meno, un prima e un dopo, ma tutto è pienamente attuale; e questo non come stasi e immobilismo, ma come pura, as­soluta attività che, proprio perché tale, non ha da aggiungere niente alla sua pienezza.

La distinzione tra l'esistenza gloriosa del Signore e la forma della nostra esistenza terrena non è solo cronologica: nel senso che la nostra è temporale e l'altra senza fine. Quella gloriosa del cielo è una forma di esistenza in cui la pienezza sempre è. Non c'è passato e futuro, ma tutto l'esistente è presente, sempre, da sempre, per sempre. Una pallida idea di ciò la possiamo cogliere nella contemplazione perfetta che ci pone come fuori dal tempo. Dove e nella misura in cui avviene l'incontro con Dio, c'è la vita eterna. Stando nella condizione di eternità ora Gesù può venire a noi e incontrarci ogni momento, se noi glielo permettiamo. Una venuta, pertanto, che dipende da noi rendere possibile aprendo le porte del nostro cuore; una apertura che a sua volta è data dalla nostra fede, semplice, pura, viva.

Credo veramente che Gesù è qui con me, che mi guarda e mi ama come ha guardato e amato coloro che ha incontrato sulle strade della Palestina? Credo davvero che Gesù vuole stare con me e mi chiede di aprirgli la porta del cuore?

Ripetiamolo: è fondamentale e assolutamente pri­mario prendere consapevolezza e avere assoluta cer­tezza del fatto che Gesù è presente a me e io a Lui, e, insieme a Lui, è presente il Padre e lo Spirito. Nel tabernacolo, poi, questo è reso per me anche visibile e constatabile nel segno del pane consacrato.

Nel discorso che stiamo facendo abbiamo cercato di prendere atto della presenza di Gesù, Verbo in­carnato, ma è evidente che Gesù è indissolubilmente unito al Padre nello Spirito. E questo ci porta al con­tenuto centrale della nostra vita di grazia, che è il su­blime mistero dell'Inabitazione, cioè della presenza della Trinità nell'anima dei giusti, e, naturalmente, con la Trinità, di tutto il Paradiso! Con la giustifica­zione Dio viene nel cuore dell'uomo e vi pone la sua dimora, ne prende amoroso possesso per intrecciare un rapporto vitale fatto di conoscenza e di amore. Sta qui l'inizio e il fondamento della vita cristiana, dell'ascesi e della santità. Non possiamo non chiederci se e fino a che punto viviamo nella consapevolezza di questo ineffabile mi­stero della presenza di Dio in noi. Forse dobbiamo riconoscere che nel nostro intimo c'è più spazio per una infinità di altre presenze che occupano e pre­occupano la mente e il cuore, spesso inutilmente, a volte in modo dannoso.

Quando parliamo di Trinità presente in noi vo­gliamo riferirci al fatto che Dio vive in noi la sua vita, una vita di comunione piena tra il Padre e il Figlio in un atto perfetto di infinito ed eterno Amore. Ma perché la Trinità viene a vivere la sua vita in noi? Per rendercene partecipi. Anzi, viene a noi nel fatto stesso che ci rende partecipi della sua vita; si tratta di una presenza dinamica, non statica. Il Padre continua a generare cioè a dire: «Figlio»; il Figlio continua a riceversi e a donarsi dicendo: «Padre». Questo loro eterno "dialogo" si realizza in un atto sostanziale di Amore che è lo Spirito Santo. È dunque l'Amore, lo Spirito Santo, che li unisce, che li fa Uno, che è la loro Comunione.

Ebbene, la presenza dinamica della Trinità in noi vuol dire che lo Spirito Santo ci inserisce in questo dialogo nel quale noi, uniti e insieme al Figlio, siamo messi in grado di dire con Lui: «Padre». E ciò che chiaramente insegna l'Apostolo quando afferma che lo Spirito del Figlio grida in noi: «Abbà, Padre». Pa­rola che dall'eternità esprime tutti i sentimenti del Figlio verso il Padre, a cui il Verbo incarnato ha dato una espressione umana, e che noi ora siamo resi ca­paci di ripetere insieme a Lui, per essere la continua­zione della sua voce nella storia. Questo sottolinea ancora una volta che la pre­ghiera è un dono che ci ritroviamo dentro. Nel fondo della nostra anima di battezzati è vivo il dialogo del Padre con il Figlio nello Spirito Santo. Questo dia­logo di amore è la preghiera primordiale, perfetta, assoluta. Essa ci inabita. La preghiera nostra con­siste nello scoprire, ascoltare, lasciarci coinvolgere in questa "preghiera" dei Tre nel fondo di noi stessi. Ecco perché è lo Spirito, Comunione del Padre e del Figlio, che ci rende capaci di dire: «Padre!». Come il Verbo dice: «Padre!» in un atto di Amore infinito, così anche noi, pos­siamo dire: «Padre!» in un atto di amore temporale. Tutto l'insegnamento teresiano sulla preghiera tende a portare l'orante all'incontro con Dio nell'in­timo del suo cuore. Il simbolismo a cui lei spesso ricorre, del castello, del palazzo, del diamante pu­rissimo di cristallo, al cui centro come in un trono si trova sempre il re della gloria, ha un unico significato: l'anima dimora di Dio. È nell'intimo di sé il luogo privilegiato in cui Dio si incontra più facilmente e «con maggior profitto che non nelle altre creature, e qui afferma di averlo trovato anche sant'Agostino dopo averlo cercato altrove» (4M 3,3).

Vivere il mistero dell'inabitazione è vivere riti­rati nell'eremo interiore dell'amore di Dio. Questo eremo può essere il deserto, la cella, la clausura, ma può essere anche la vita ordinaria, nella misura in cui il senso della presenza di Dio si riesce a colti­varlo. Questo richiamo alla semplice ferialità diventa per noi un incoraggiamento e uno stimolo a vivere il quotidiano con generosità e fiducia, sapendo che nelle pieghe della vita ordinaria, la più semplice e ripetitiva, si nasconde il volto e il cuore del Dio tri­nitario. Se guardiamo all'esperienza di Elisabetta della Trinità vediamo come tutta la sua vita vibri della pre­senza della Trinità dalla quale ella si sente inabitata e nella quale si trova immersa, sepolta come in un oceano di amore. Nella sua celebre "Elevazione" è il rapporto con ogni singola Persona che viene vissuto con particolare intensità e spessore teologico. Questo incontro con Dio nell'intimo non è un ripiegamento su se stessi, non è intimismo. L'espe­rienza di Teresa e di tutti i veri contemplativi ci dice che vivere nel profondo di sé questa comunione intima con Dio, non isola dagli altri, non estranea dalle vicende di questo mondo. Perché chi vive con Dio e vive per Lui vive la libertà pura di un'anima che spazia negli orizzonti divini. Il luogo dell'anima orante è l'immensità di Dio. Vivere in Dio è vivere nell'immensità, come vivere in Cristo è vivere nell'a­more.

Se si prega davvero, anche nel luogo più lontano e de­serto, si porta nel cuore il peso del mondo. Ciò è inevita­bile perché il cuore di Dio è fatto così; ed è solo dal suo cuore che ogni preghiera scaturisce. Del resto - è facile costatarlo - lo zelo apostolico che nasce dalla nostra co­noscenza degli uomini ha le dimensioni del nostro cuore: non di più. Invece lo zelo che nasce dalla fusione della no­stra volontà con quella del Signore ha altri confini, ha dimensioni ben più vaste: quelle del cuore di Dio[2]. Entrare in rapporto con Dio- comunione significa capacità di costruire la comunione nella comunità e nella Chiesa, e avere il desiderio struggente che tutti gli uomini, anche i più lontani, arrivino a farne parte. Un desiderio attivo, fatto di fede, di benevolenza, di perdono, di spirito di sacri­ficio, di grande speranza. Senza dimenticare mai che la sua realizzazione, prima che il nostro quotidiano sforzo di abnegazione e di tenace perseveranza, ri­chiede la nostra fede per scorgere negli altri il volto di Gesù e la presenza stessa della Trinità.

Da quanto detto risulta che imparare a pregare, in fondo, non vuol dire vivere qualche cosa di nuovo, vuol dire vivere con una consapevolezza nuova quella "grazia" ricevuta già nel Battesimo, che è la nostra vita di figli di Dio. Potremmo dire che vivere il mistero dell'inabitazione è vivere il proprio Batte­simo e sperimentare la verità e la bellezza delle pa­role di Gesù: «verremo e prenderemo dimora in lui» (Gv 14,23). È accogliere con gioia la richiesta del Signore: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Il cristiano che vive la vita divina ricevuta nel Battesimo, è uno che, ogni giorno, vive in Dio, vive per Dio, vive di Dio; un vivere per Dio, in Dio, di Dio che, poi, vuol dire vivere in Cristo, abbando­nandosi alla potenza dello Spirito, perché operi in noi quello che ha operato un giorno nel grembo della Vergine, cioè l'incarnazione del Verbo! Per l'azione dello Spirito Santo deve prolungarsi in noi questo mistero, in modo tale che viva in noi Cristo, viva solo Cristo, e vivendo in noi Cristo e solo Cristo, viviamo di Dio, in Dio e per Dio, pro­prio come ha vissuto il Verbo incarnato nella na­tura umana assunta.Tutto questo, naturalmente, sarà possibile in forza di una vicendevole presenza vissuta con piena consapevolezza. In questo senso pregare vuol dire "vedere" Dio, in sé e intorno a sé, e lasciarsi coinvol­gere nel suo mistero. 

Per entrare in questo mistero, come detto, si im­pone prima di tutto la fede. Senza una fede viva, tutto quello che abbiamo detto diviene soltanto parole, che possono essere belle, ma che "lasciano il tempo che trovano". E d'altra parte, è necessario sottoline­arlo, non è la fede che realizza questo mistero, perché Dio è presente e ci ama anche se noi non ci pen­siamo; però, e questo è altrettanto importante, è la fede che ci rende partecipi di questo mistero. I doni di Dio divengono veri e operanti per noi solo nel momento in cui noi, illuminati e mossi dallo Spirito Santo, ne prendiamo coscienza e li accogliamo con fede. Perciò quanto più pura e grande sarà la fede nella presenza e nell'amore del Cristo, tanto più grande sarà l'esperienza di questa realtà nella quale Dio ci introduce. E questa è la preghiera nella sua sostanza e nella sua più profonda verità. Abbiamo detto che questa fede nella presenza di Dio, di per sé, non è legata ad alcun posto par­ticolare; la si può esercitare in ogni momento e in ogni luogo, ma sappiamo con certezza che ci sono due "luoghi" particolarmente indicati dove essa può meglio essere stimolata: la presenza nel sacramento dell'altare dove Gesù ci attende sempre, e, come ab­biamo appena detto, la presenza in noi per il mistero dell'inabitazione in forza del quale le Tre Persone di­vine si offrono a noi per essere conosciute e amate. A partire da ciò può essere sommamente utile pensare e vedere Dio presente anche nel cuore del fratello. Vedere Dio nel fratello, infatti, è una delle caratte­ristiche proprie dell'essere cristiano. «L'avete fatto a me!».

Se è vero che pregare è farsi da Lui guardare e guardarlo, allora con questo atto di fede nella pre­senza dell'amico che ci ama e ci vuol parlare siamo già entrati pienamente nella preghiera, come ricor­davamo.
Potremmo dire che stare consapevolmente davanti a Dio che ci guarda e che ci ama è inizio, progresso e perfezione della preghiera.
«La preghiera è la felice audacia di rimanere sotto lo sguardo di Dio che penetra fino in fondo... Quando l'uomo si sente guardato da Dio, in quel momento sta pregando. Non dice la sua preghiera, ma accetta e assapora il dono di Dio che è comu­nione con Lui. Infatti non si prega per pensare, ma per cercare, per incontrare il Signore, per starsene con Lui [3].

 

[1] Cfr. L. Évely, La preghiera di un uomo moderno, Marietti, Torino 1969, p. 113.

[2] A. Ballestrero, Cerco il tuo volto, cit., p. 81.

[3] Ibid., p. 75.

• Spesso abbiamo l’esperienza di una preghiera personale resa sterile e incolore dall’abitudine, dalla fretta, dalla superficialità, da una certa noia spirituale.

Ecco, questo articolo vuole essere un piccolo aiuto per chi desidera essere introdotto in una esperienza di preghiera più profonda che possa maggiormente incidere nella propria quotidianità di figlio o di figlia di Dio

• Tante sono le definizioni della preghiera, eccone alcune: “Relazione personale con il Dio vivente” (CCC 2558); “Un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si intrattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati” (S. Teresa d’Avila); “È uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia. Insomma è qualcosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù” (S. Teresa di Gesù Bambino); “Che lo sappiamo o no, la preghiera è l’incontro tra la sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di Lui” (S. Agostino); “Lui mi guarda e io lo guardo” (Un vecchietto al curato.d’Ars). Belle vero? Ma forse ce n’è una ancora più bella perché ispirata direttamente da Lui: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). • Pregare è dialogare, è comunicare, intrattenersi con Dio ed è possibile solo per un motivo: perché Lui per primo desidera dialogare, comunicare, intrattenersi con te. Prima ancora che tu voglia, desideri, ti sforzi di pregare, Lui ti sta aspettando, anzi è Lui stesso che suscita in te il desiderio di incontrarlo nella preghiera.• Pregare è aprire a Gesù che bussa, Gesù bussa alla porta del tuo cuore, ma…, attento!, Gesù non bussa da fuori, non cercarlo fuori, non lo troveresti! Lui bussa dall’interno del tuo cuore dove già c’è, è lì, Lui è lì e bussa e chiede spazio per crescere nella tua intimità: vuol cenare con te! Non avere paura di aprirgli la porta, affrettati a farlo e non te ne pentirai mai, anzi lo ringrazierai in eterno!• Si può pregare camminando, lavorando, guidando, giocando, studiando… ma non imparerai mai a pregare in profondità finché non ti fermi in un luogo deserto e fai silenzio. Non si tratta di un deserto esteriore, ma interiore. Certamente un luogo solitario aiuta a pregare, la penombra di una chiesa anche, la viva luce accesa vicino a un tabernacolo ancora di più perché c’è una presenza sacramentale di Lui, ma il luogo dove tu incontri il tuo Dio non è un luogo esterno a te, pur bello, soave, devoto. No, il luogo dove tu preghi è dentro di te: è il centro del tuo cuore, l’intimo più intimo in te. Allora il tuo sforzo iniziale sarà quello di scendere dentro, scendere in basso nelle tue profondità fino al cuore del tuo cuore dove c’è Lui, il tuo Dio, il Dio vivo che vive in te e tu vivi in Lui.• Il Dio vivo è presente nel santuario della tua persona ed è il Padre che ti ha creato, il Figlio che ti ha redento morendo in croce per te, lo Spirito Santo che Loro ti donano per farti entrare nella Loro intimità d’Amore trinitario.• Attenzione! La preghiera si svolge nella fede, è la tua fede viva che afferma questa presenza di Dio in te, non il tuo sentimento, quello se c’è bene, se non c’è meglio. La fede è il faccia a faccia con Dio nell’oscurità.• Si tratta di sentire la presenza di Dio nella fede, non nel sentimento. Puoi pregare in questo modo anche senza esperimentare nessuna dolcezza sentimentale o emotiva, e pregare nell’aridità che renderà la tua aridità dolcissima!• Quando desideri pregare prova a fare così: Chiudi gli occhi e fai silenzio: fai tacere tutto in te, pensieri, immagini, preoccupazioni, affari, desideri… tutto taccia… Taci e scendi…, scendi giù nel cuore del tuo cuore: prendi l’ascensore dello Spirito Santo e scendi…, scendi nelle profondità di te stesso. Lì, nel cuore del tuo cuore, riconosci con gratitudine il Padre che ti ha creato e donagli un palpito d’amore del tuo cuore, e fermati a gustare quel palpito…

Riconosci in te, nel cuore del tuo cuore, il Figlio e unisciti a Lui nell’Amore, Lui che per te si è unito al legno, e fermati a gustare Gesù vivo in te…

Riconosci  in te, nel centro del tuo cuore, lo Spirito Santo e immergiti totalmente in Lui, lascia che il Padre e il Figlio riversino in te tutto il Loro Amore, lasciati prendere,  afferrare, invadere, espropriare da Lui e abbandonati totalmente all’Amore di Dio…, dì al Padre con Gesù e in Gesù:“Eccomi, fa di me ciò che vuoi”…  senti nel tuo cuore la bellezza e il fascino del “SI’” di Maria e fallo tuo. Ripeti nel silenzio, lì nel cuore del tuo cuore, con Gesù e in Gesù il tuo “Amen”, il tuo “Sì”: “Eccomi, fa di me ciò che vuoi”, dillo anche se in te tutto vorrebbe gridare “NO”, e anche se senti il tuo cuore ancora tanto attaccato alle cose vecchie, ripeti forte: “Fammi nuovo/a nel tuo Amore!” e fai silenzio, gusta il silenzio, entra nel silenzio, avvolgi la tua persona nel silenzio per ascoltare quelle parole senza parole che i Tre vorranno dirti. E ti fermi così a gustare la presenza di Dio in te, di Dio che vuole crescere in te, di Dio che vuole farsi spazio in te, di Dio che vuole dilatare il tuo cuore…, dai a Lui ad ogni palpito del tuo cuore il permesso di agire, di fare, di trasformare, di infiammare, di consumare, di travolgere, di sconvolgere, di creare nuovi spazi, nuova vita, nuovi orizzonti…

“Ma come faccio a pregare così quando in verità io pecco in continuazione?…Questa intimità con Dio possono averla solo Maria Vergine e i Santi, non certo io!”.

Nessuno è degno di pregare e di entrare in intimità con Dio, ma è Lui che desidera entrare in intimità con te, ti ha creato proprio per questo: perché tu diventi suo intimo amico e lo ami. Lui sa benissimo che non ne sei capace e allora ti fa capace Lui, ti fa degno Lui, pensa Lui a tutto perchè ti ama, ti ama così come sei e vuole donarsi a te nell’Amore. Neanche il peccato grave impedisce questa intimità perché il Suo Amore è più forte, nessuna miseria può vincere la Sua misericordia. Il papà buono della parabola più bella non aspettò che il figlio fosse pulito e rivestito per abbracciarlo, ma lo abbracciò così com’era quando lo vide, con tutto il brutto odore del lezzo dei maiali che gli aveva penetrato i vestiti e il corpo…, lo accolse così…, lo abbracciò così…, lasciati abbracciare anche tu…, anzi…, abbraccialo tu per primo, è la gioia più bella che tu possa dare a Dio: credere veramente che ti ami, credere nel suo Grande Amore, Infinitamente Grande e Potente! Vorresti presentarti davanti a Dio a mani piene, vorresti potergli dire: “Ecco questo e quest’altro… vedi l’ho fatto per te” e sentirti dire “Bravo”. Mentre Lui vorrebbe solo che tu gli presentassi le tue mani vuote per riempirle di Sé e dirti non “Bravo”, ma “Ti amo… ti amo di amore eterno!”. E se i difetti rimangono… se il peccato si ripete non una volta, ma troppe…, allora con ancora maggiore confidenza e fiducia ti avvicinerai al Padre delle Misericordie e all’Amico dei poveri peccatori chiedendo Loro che riversino in te ancora una volta il Loro Amore che sa far germogliare il deserto, far rivivere le ossa inaridite e far nuove tutte le cose…, senza mai stancarti, senza mai scoraggiarti, senza mai avvilirti, perché…, perché tu ormai sai bene che Loro ti amano di amore eterno!

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