Articoli filtrati per data: Giovedì, 12 Marzo 2020

TESTI BIBLICI PER LA PREGHIERA PERSONALE

1Re 21  Il peccato del re Acab

È un episodio che ci mostra la prepotenza del re Acab, re di Samaria, che non teme il Signore. Acab, pur avendo molti beni, desidera impossessarsi della vigna di Nabot, adiacente al palazzo reale di Izreel, la seconda capitale del regno del nord (1Re 21)[1], nella pianura molto fertile che si estende ai piedi del Carmelo. Chiede a Nabot di cedergli la vigna, per trasformarla in “orto” (cioè in giardino, come ampliamento al giardino già esistente del palazzo di Izreel), proponendogli lo scambio con una vigna migliore, o quanto meno di pagargliela per il prezzo che vale. Si tratta certamente di una proposta onesta, dove però la vigna viene valutata per quello che vale, per il suo valore commerciale, come merce di scambio economico. Nabot, però, si rifiuta di vendere al re la vigna, che per lui rappresenta l’eredità dei suoi padri[2]. In ebraico «eredità dei padri» è detto nahalat ’abôt, un’espressione che ricorda per assonanza il nome di questo personaggio. Nabot è l’uomo della nahalat ’abôt. Questa vigna, in quanto è per lui l’eredità dei padri, costituisce un po’ la sua identità, appartiene al suo stesso nome. Inoltre nel risuona anche la prospettiva religiosa: «mi guardi il Signore», dice innanzitutto. Questo non è semplicemente un modo di dire, ma segnala una prospettiva diversa rispetto a quella di Acab. Il re si preoccupa solo del valore del bene: dimmi quanto vale e te la pagherò. Per Nabot c’è di mezzo il Signore, che va chiamato in causa; la vigna non ha solo un valore economico o commerciale, perché rappresenta l’eredità dei padri. C’è la concezione che la terra appartiene a Dio; lui è il vero proprietario della terra, che è stata donata ai figli di Israele come proprietà da custodire e da trasmettere in eredità, di generazione in generazione. Il concetto di proprietà di Nabot è fondamentalmente religioso: egli possiede una vigna non in nome proprio, ma perché l’ha ricevuta in eredità dai suoi padri e attraverso di loro l’ha ricevuta in dono da Dio stesso, non come un bene da possedere e di cui disporre a proprio piacimento, ma come un bene da custodire e di cui rispondere a Dio stesso. Per Nabot la fedeltà ai padri e alla loro eredità equivale a una fedeltà a Dio stesso! Quindi Nabot non si preoccupa del proprio interesse; non si limita a calcolare se l’offerta di Acab sia per lui più o meno vantaggiosa; entrano in gioco altri criteri di valutazione e di discernimento, che ultimamente chiamano in causa Dio stesso e la fede in lui.

I punti di vista di Acab e di Nabot sono dunque molto distanti.

Di fronte al rifiuto di Nabot, Acab rimane amareggiato e sdegnato. Ciò che lo amareggia non è tanto il non possedere un bene che probabilmente, di fronte alle sue ricchezze, è di poco conto, ma il constatare che pur essendo un re c’è qualcuno che può opporsi alla sua volontà di potenza, che c’è un limite alla sua pretesa di dominio. È un re, ha appena debellato – come narra il capitolo 20 – il potente re di Aram e i suoi trentadue alleati, ma c’è un piccolo Nabot qualsiasi a tenerlo in scacco e a ostacolare il suo dominio.

Davanti a questa reazione di Acab interviene Gezabele, con atteggiamento molto diverso. Se Acab è amareggiato e sdegnato al punto tale da non agire più – si immobilizza su un letto e rifiuta di mangiare (è come un morto) – completamente diversa è la reazione di Gezabele, molto determinata, decisa. Sa ciò che vuole e come raggiungere il suo scopo. Non si limita allo sdegno, come il marito, ma agisce con grande astuzia e determinazione.

Innanzitutto Gezabele ricorda ad Acab: «Tu sei il re di Israele; sei tu che eserciti il dominio». Gezabele fa leva sul fatto che Acab è il re e deve dimostrarlo esercitando il suo dominio. Se sei il re – sembra dire Gezabele – dimostralo: non puoi permettere che Nabot abbia la meglio su di te. In questa frase emerge una visione molto differente della regalità, diversa sia dalla visione di Nabot sia da quella più tradizionale di Israele. Per Gezabele il re ha un potere illimitato. Per Nabot no, perché comunque il re deve rispondere al Signore e al popolo che il Signore gli ha affidato. Qui torna chiaramente a manifestarsi l’idolatria. Il potere stesso diviene un idolo e prende il posto di Dio, si sostituisce a Dio e alla sua sovranità.

Gezabele ordisce un falso processo. Usa la forza, ma con scaltrezza e abilità politica. Non c’è nulla di meglio che ordire un processo giudiziario fondato su una falsa testimonianza.

Osserviamo alcuni tratti di questo modo di fare decisamente scaltro. Gezabele invia le lettere agli anziani e ai capi, cioè a coloro che condividevano con il re l’esercizio della giustizia. La città di Nabot non viene specificata, rimane anonima: è ancora un modo con cui il racconto sottolinea che quanto avviene può accadere ovunque, in qualsiasi città e in ogni tempo. Inoltre non deve sfuggire un particolare: Gezabele non ordina solo un falso processo, ma che venga anche bandito un digiuno. Perché questo ordine? Il digiuno veniva indetto quando si creava qualche situazione particolarmente grave o di crisi, ad esempio una calamità sociale, o una grave minaccia militare, o un peccato che coinvolgeva la collettività nel suo insieme. Bandendo il digiuno Gezabele crea tra gli abitanti della città di Nabot un senso di preoccupazione, di tensione, di timore. È accaduto qualcosa di grave, ma non si sa bene cosa; la situazione è drammatica, non si sa come uscirne. Quando si creano situazioni come questa è estremamente facile trovare un “capro espiatorio” sui cui far ricadere delle presunte colpe, a cui addossare tutte le responsabilità. È davvero abile Gezabele nella sua macchinazione: prima crea, attraverso il digiuno, un sentimento di angoscia tra gli abitanti della città e poi offre loro il presunto colpevole: due uomini iniqui (per la Legge era necessaria e sufficiente la testimonianza concorde di due testimoni, cf Num 35, 30 e Dt 17, 6) «accusino Nabot: hai maledetto Dio e il re! Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia».

Inoltre, se la situazione è così drammatica da richiedere un digiuno, allora occorre agire con determinazione e urgenza, non si possono seguire le procedure giudiziarie ordinarie; bisogna, diremmo oggi, indire un processo per direttissima. In questo modo Gezabele impedisce a Nabot di difendersi dalla falsa accusa sollevata contro di lui, e la popolazione è ben contenta di avere trovato, senza troppa fatica e in fretta, il colpevole su cui far cadere tutte le responsabilità.

L’accusa è di aver maledetto Dio e il re, delitto che comportava la lapidazione. È interessante: Gezabele che non si preoccupa di adorare il vero Dio, per lei il Dio di Israele o Baal sono la stessa cosa, utilizza però la fede in Dio per raggiungere il suo scopo. Strumentalizza la religione piegandola ai suoi fini. È un altro aspetto dell’idolatria: la fede autentica consiste nel servire Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; l’idolatria è l’esatto capovolgimento di questo atteggiamento: significa piegare Dio perché sia lui a servire i nostri interessi. L’idolo è sempre un dio costruito a misura del nostro bisogno. Questo è il dio di Gezabele: un dio che lei piega come vuole e strumentalizza per la “ragion di stato”.

Questi sono gli ordini che Gezabele impartisce a nome del re e con il suo sigillo. A questi ordini come reagiscono i concittadini di Nabot? È illuminante osservare come procede ora il racconto: i vv. 11-13 ripetono esattamente, parola per parola, i vv. 8-10, per sottolineare la pronta e cieca obbedienza a quanto Gezabele aveva ordinato di fare. Nabot viene così condannato e lapidato.

Se torniamo a osservare quanto è successo, notiamo che almeno quattro comandamenti del Decalogo sono stati infranti: «non desiderare la roba d’altri»; «non dire falsa testimonianza»; «non rubare»; «non uccidere». Ma tutto questo è frutto dell’idolatria, cioè della trasgressione del primo e fondamentale comandamento, da cui dipendono e trovano significato tutti gli altri: «Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altro Dio all’infuori di me». Quando si smarrisce il senso del vero e unico Dio, e lo si sostituisce con un idolo da noi costruito o immaginato, ecco allora che scattano le logiche perverse del potere, della brama del dominio, della ricchezza a tutti i costi. Fino alla violenza, all’usurpazione, all’omicidio. Magari anche in nome di Dio. Perché l’accusa per Nabot è di avere bestemmiato il nome di Dio. La stessa accusa con cui Gesù verrà condannato alla croce. L’inganno della idolatria è terribile proprio per questa ragione: perché ci porta ad agire in nome di Dio, e dunque a crederci nel giusto, mentre invece sostituiamo a Dio noi stessi e il nostro autonomo progetto.

Osserviamo un aspetto ulteriore. La dinamica del racconto è costruita su alcune parole che vengono dette o scritte, e su come si reagisce a queste parole. Acab ha ascoltato le parole di Nabot; nelle quali si manifestava il senso di Dio. Ma anziché ascoltare la parola di Nabot in cui risuona la parola di Dio, Acab preferisce ascoltare la parola di Gezabele, in cui invece risuona la parola dell’idolatria. Lo stesso atteggiamento lo ritroviamo nei concittadini di Nabot: anche loro, anziché ascoltare la parola di Dio, ascoltano e obbediscono alla parola di Gezabele. Il problema è tutto qui: quale parola ascoltiamo, da quale parola ci lasciamo illuminare, alla luce di quale parola facciamo discernimento su che cosa sia giusto o non giusto compiere? Se anziché ascoltare la parola di Dio, seguiamo altre parole, quelle degli idoli, le conseguenze sono quelle che il racconto ci mette sotto gli occhi: l’inganno, la menzogna, il furto, l’omicidio.

Nabot, il debole, è stato eliminato, Acab, il potente, può confiscare la vigna desiderata. Ma ora interviene il profeta Elia, colui che sta alla presenza di Dio, cioè colui che custodisce il senso di Dio, ed è in grado di giudicare tutto ciò che accade secondo i suoi criteri di giudizio. Elia non può tollerare l’idolatria, e con grande coraggio e con grande determinazione va da Acab perché così gli ordina il Signore: «Su recati da Acab, re di Israele».

Di questo atteggiamento di Elia vorrei sottolineare un aspetto: la sua grande libertà. Elia non ha paura, non ha nulla da difendere, non ha beni da custodire, neppure la propria vita, e allora è davvero un uomo libero. Non ha timori, non ha condizionamenti che lo trattengano, non ha calcoli da fare, non deve valutare come gli convenga o non convenga agire. Può obbedire prontamente, senza esitazioni, alla parola di Dio, con grande libertà. Adorare il vero Dio ci conduce sempre a questa libertà senza paure, mentre al contrario gli idoli ci rendono sempre schiavi: schiavi di ciò che possediamo, di ciò che desideriamo, di ciò che dobbiamo difendere a tutti i costi. Schiavi anche dei nostri inganni e delle nostre menzogne, mentre, come ricorda Gesù nel vangelo di Giovanni, la verità ci rende sempre liberi. Adorare il vero Dio ci rende liberi.

La parola di Dio per Acab è molto dura – se è vero che è stata Gezabele ad orchestrare il crimine contro Nabot, il re l’ha lasciata fare, è stato connivente, ha abdicato il suo ruolo di essere luogotenente di Dio, difendendo coloro che subiscono l’ingiustizia -; Elia gli annuncia un “castigo” terribile: «nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue». Il sangue versato provoca sempre che altro sangue sia versato. La parola di Dio interviene sempre per denudare, per svelare questa dinamica perversa, e per ricordarci che l’unico modo per interrompere la catena della violenza è la confessione del proprio peccato, è la conversione della vita, è il deporre la propria volontà di potenza per lasciarsi raggiungere dalla giustizia e dalla misericordia di Dio.

Acab si pente e si umilia davanti a JHWH, e la punizione su tutta la sua casa viene dilazionata sotto il regno del suo figlio Ioram (2Re 9,22-10,11.17).

 

 Gv 2,13-22  Il disordine nel tempio

«Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme» (v: 13). Nella pasqua si celebra la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, prefigurazione di quella definitiva che compirà il Messia per la salvezza del mondo. Il racconto inizia dicendo che la Pasqua è vicina e termina preannunciando la Pasqua di Gesù.

«Trovò nel tempio...» (v. 14). In questa «casa di Dio», il luogo più santo in assoluto, il disordine che regna: chiasso, mercanti di buoi, di pecore e colombe, cambiavalute sedotti al banco. Chi ci guadagnavano non erano solo i mercanti, ma anche la classe sacerdotale che permetteva tale mercato.  L’onnipotenza del mercato, che è la causa di tanti mali sociali del mondo, era penetrata in quel luogo santissimo. Anche nella mia vita di cristiano battezzato, tempio dello Spirito Santo, si riflette qualcosa del disordine della società e del mondo. Devo guardarmi dai mercanti che albergano in me, dagli idoli che si nascondono al suo interno... e che a volte seguo anche senza ormai più pensarci, come cosa «normale» (come lo era il mercato).

«Fatta allora una sferza di cordicelle...» (v. 15). Perché una frusta di cordicelle? E' un particolare simbolico che viene dalla tradizione giudaica. La parola “frusta” ha anche, nell'originale semitico, il riferimento al dolore. Si dice che il messia quando verrà avrà la frusta, nel senso che  quando verrà saran dolori! Perché prende il bastone e – noi diremmo – le dà di santa ragione. Il gesto che Gesù compie è simbolico-messianico, indica l'intervento di colui – il messia – che castiga i costumi corrotto in Israele, che colpisce questo atteggiamento negativo. Ma – si faccia attenzione – i dolori del messia, di cui si parlava nella tradizione giudaica, erano intesi come quelli che il messia avrebbe arrecato agli altri, i castighi che addosserà ai colpevoli. Invece nell'esperienza cristiana i dolori del messia sono quelli che Lui ha sofferto. Non è venuto per “darle”, ma per “prenderle”. Il cambiamento, il rinnovamento, è venuto attraverso la sua partecipazione, per i suoi dolori.

Che cosa fa Gesù con questa frusta? Non si dice che frusta i mercanti. Si dice piuttosto che «tutti scacciò tutti fuori dal tempio, e le pecore e i buoi». Quel “tutti”, di genere maschile, non indica gli animali, ma il popolo che era salito al tempio, cioè tutto quel gregge (“e le pecore e i buoi”). Il verbo che viene adoperato per “mandare fuori” è lo stesso che troviamo in Gv 10, là dove si dice che il buon pastore prende le pecore e “le conduce fuori” (vv. 3.4). Rovescia invece il banco di quelli che vivono sugli interessi.

Quest'ultimo gesto di Gesù è simbolo del giudizio di Dio sul «peccato del mondo». Egli, acceso di sdegno, respinge ciò che è male (gli idoli); ma verso le persone mostra l’amabilità del Verbo incarnato (ai venditori di colombe dice, con cortesia e dolcezza: «Portate vie queste cose»). Egli, la Parola eterna di Dio infuocata di amore, vuole contrastare anche il male che c’è nel mio cuore attaccandolo direttamente, frustando e rovesciando. Compie un’azione durissima, che scuote e incute paura, un gesto che esprime la forza straordinaria dell’ira, che poi diventerà la mitezza dell’Agnello immolato. Voglio lasciarmi purificare da Lui, che vuole strappare in me il male trattandomi però con misericordia?

«non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». Il tempio è chiamato da Gesù «la casa del Padre mio». Poi sarà chiamato «santuario» (vv. 19.20.21), che è il luogo più intimo, dove sta «il Santo dei Santi». Gesù identificherà il suo corpo con il santuario. Nella casa del Padre (come nel suo «corpo mistico») dovrebbe invece regnare la fraternità.

«I discepoli si ricordarono...» (v. 17). La azioni di Gesù richiamano i discepoli al ricordo delle Scritture che già conoscono e finalmente capiscono. «Lo zelo della tua casa...» (Sal 69,10), citazione del salmo messianico dove si parla della sofferenza del Cristo, che sarà divorato il giorno della sua Pasqua. L’azione violenta che Gesù fa è semplicemente simbolica della violenza reale che i capi faranno contro di lui, che è venuto a fare del «mercato» la casa del Padre dove i fratelli vivono insieme. L’ira verso il male si riverserà su di sé, perché il suo essere immagine del Padre lo farà reagire in maniera divina, perdonando e giustificando. E’ l’Agnello vittorioso dell’Apocalisse...

«quale segno ci mostri...?» (v. 18). Chi non vuole credere, chiede sempre ulteriori segni; ma non le sarà dato altro segno, se non quello di Giona (cfr. Mt 16,1-4). I capi del popolo chiedono un segno come credenziale dell’autorità di Gesù che si presenta col flagello. Ma questa autorità resta nascosta a chi non vuole accettare il battesimo di Giovanni, che chiama a conversione.

«Distruggete questo tempio...» (v. 19). Gesù usa un imperativo di tipo profetico, che svela ciò che i capi stanno facendo. La distruzione del tempio a causa dell’iniquità degli uomini era stata preannunciata già da Geremia (Ger 7,1ss). Ma proprio questo «male» che lo porterà alla morte sarà il «luogo» da cui sorge l’offerta di salvezza: «io lo farò risorgere» (trad. letterale). In questo corpo siamo tutti entrati con il Battesimo per lodare Dio in lui, con lui e come lui, da figli.

 

Sal 1  Le due vie

Il salmo si divide facilmente in tre parti:

- la prima parte (vv. 1-3) è un ritratto dell’uomo che vive secondo giustizia, che viene paragonato all’albero lungo corsi d’acqua.

- la seconda parte (vv. 4-5) presenta il quadro opposto, il ritratto di colui che è chiamato l’empio.

- la terza parte (v. 6) è una conclusione: come Dio agisce verso l’uomo e verso l’altro.

Chi è l’uomo giusto? È un uomo che il salmista definisce con tre realtà negative e con due realtà positive. Quelle negative sono: non segue il consiglio degli empi, non indugia sulla via dei peccatori, non siede in compagnia degli stolti: sono tre cose che l’uomo giusto non fa.

Nella traduzione ciò non risulta in maniera sufficientemente chiara, ma il testo ebraico descrive le tre cose che l’uomo non fa riferendosi a tre movimenti fondamentali che designano l’uomo nella sua struttura fisica: il camminare, lo stare in piedi e lo stare seduto o sdraiato. Sono tre posizioni nelle quali l’uomo può comportarsi in maniera negativa. Notate bene come è descritto questo triplice modo negativo: non come un qualcosa che l’uomo fa per conto suo, ma nella totalità del suo essere con gli altri in una società. Questo comportamento negativo dell’uomo è presentato come l’immedesimarsi in una società, in una mentalità, in una cultura, diremmo noi oggi, di segno negativo. L’uomo giusto, quindi, non si lascia trascinare da una mentalità, da una cultura, da un ambiente, da una visione del mondo, da una forma di pensare di segno negativo, ingiusto, insipiente.

I due versetti seguenti descrivono invece ciò che è l’uomo giusto. È interessante notare che la descrizione non è quella che ci aspetteremmo a prima vista (cioè è giusto colui che fa certe cose: opera la giustizia, vive l’esperienza della carità, serve il prossimo, prega Dio....). Qui l’uomo giusto è descritto attraverso una sua situazione molto più fondamentale: è descritto in relazione a ciò che ama. La traduzione dice: «Si compiace nella legge del Signore»; il testo ebraico è più forte: «Nella legge del Signore è la sua gioia»; cioè la legge del Signore è la sua amata, è colei che egli predilige, che ha scelto; è la sua scelta preferita, è la sua scelta di vita.

Egli viene poi descritto in relazione a cui pensa giorno e notte; quindi il linguaggio è quello dell’amore, dell’innamoramento, una cosa che è entrata dentro e che non esce più né dal cuore né dalla mente. Egli medita la legge giorno e notte; e la parola tradotta con meditare significa anche un gesto corporeo, cioè il mormorare, il sussurrare con le labbra. Quindi l’idea è quella di un uomo che giorno e notte assapora la legge, ne fa come il suo cibo. Sembra di vedere quelle figure venerabili di rabbini che quasi senza interruzione ripetono a memoria la legge del Signore. Questa è la descrizione dell’uomo giusto, secondo ciò che non fa e secondo ciò che fa, o meglio, secondo ciò che ama e secondo ciò che gli sta a cuore, secondo ciò che ha sempre con sé: la legge del Signore, che medita giorno e notte senza interruzione; non c’è momento in cui non sia innamorato della legge.

Quest’uomo viene poi descritto di nuovo con un paragone: «come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo». Qui l’immagine appare a noi quasi banale; ma sappiamo che in Palestina i corsi d’acqua sono scarsi e un albero piantato lungo l’acqua è un lusso, è una cosa piuttosto rara, ed è perciò una situazione eccezionalmente favorevole. Questo albero piantato lungo corsi d’acqua affonda le sue radici nella terra bagnata dall’acqua e perciò segue il ritmo produttivo delle stagioni. Darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai, cioè non ha il fiorire, il decadere delle stagioni, ma è un sempreverde. Poi questo paragone viene riassunto così: «Riusciranno tutte le sue opere». Concretamente, è la realtà di un uomo che mette a segno ogni cosa che fa o, secondo una versione più aderente all’ebraico, «tutte le sue opere Dio le fa riuscire». Evidentemente, non nel senso di un successo immediato, ma nel senso con cui chiediamo nel Padre nostro: «Venga il tuo Regno» quel Regno di Dio che verrà infallibilmente. Chi ha messo il suo amore nella legge non sarà deluso, tutto ciò che egli fa è collocato sulla strada giusta per la costruzione del Regno, e non avrà da pentirsi di niente di ciò che ha fatto guidato da questo amore interiore. Questa è la prima parte del salmo.

La seconda parte del salmo descrive per contrapposizione l’empio, colui che non pratica la giustizia. «Non così, non così, ma come pula che il vento disperde»: l’immagine è quella di chi non riesce a costruire, vede le cose sfuggirgli dalle mani, non riesce a tenere in pugno niente. Anzi, l’immagine potrebbe richiamare ancora più remotamente la dispersione degli uomini che tentano di costruire la torre di Babele per arrivare fino al cielo. Tentano di farsi un nome attraverso questa torre, ma la loro confusione interiore li disperde e quindi non riescono a costruire una città, a fare unità. «Perciò non reggeranno gli empi nel giudizio», e qui l’allusione è probabilmente al giudizio finale, al giudizio sulla storia. Chi si trova nella categoria degli empi non costruisce nella storia perché il giudizio sulla storia lo troverà carente. Il salmo termina con una parola riassuntiva: «Il Signore veglia sul cammino dei giusti». L’ebraico invece dice: «Il Signore conosce il cammino dei giusti», rileva cioè la conoscenza amorosa, la tenerezza di Dio sul cammino dell’uomo giusto; mentre la via dell’empio non è di per sé descritta come soggetta all’ira di Dio, ma semplicemente come qualcosa che non riesce, che si frantuma, che disperde.

 

I I VIZI CAPITALI: avarizia e accidia

L'avarizia, vizio dello spirito

L’avarizia è un vizio per il desiderio spropositato (quindi per la brama) delle altre cose in genere. In sé il desiderare le cose non è un male, ma piuttosto la mancanza di misura, l’esagerazione che trasforma il desiderio in cupidigia e le cose da mezzo a fine, finendo per diventarne schiavi, in modo molto dolce, quasi senza accorgersene, senza riuscire però a godere veramente dei suoi benefici, dato che l’avidità presenta sempre un gradino successivo che impedisce di essere contenti di ciò che si è raggiunto.

Negli autori spirituali per lo più questo vizio viene trattato nella sua forma specifica di philargyria, letteralmente “amore per l’argento”[3], riconoscendo nel denaro l’elemento rappresentativo di tutto quanto può essere utile (stima, pace, sicurezza, potere…) e servire per ogni circostanza[4]. All’avaro, infatti, non piacciono le cose, ma la possibilità che ha di farne uso, le ha ma si trattiene dall’usarle. Qui si mostra la perversione del vizio; in questo senso si trova agli antipodi rispetto al goloso.

Chi ha riflettuto su questo vizio nota che non è il bisogno a muovere l’avaro ma il potere; egli spera che con l’accumulo potrà disporre come vuole della propria vita, scacciando l’ansia dell’insicurezza e della dipendenza dagli altri, mettendosi al riparo dai capricci della fortuna, dalle possibili calamità stagionali e in ultima analisi anche da Dio. L’avaro cerca nelle cose quella rassicurazione, pace e tranquillità verso il futuro che possono giungere soltanto da Dio, signore del tempo: «Dirò a me stesso: “Anima mia hai a disposizione molti beni per molti anni. Riposati, mangia, bevi e divertiti”» (Lc 12,19). E’ come se l’avaro, guardando e toccando le cose che possiede, senta giungere al suo interno una calda sensazione di sicurezza e stima di sé, come se si sentisse dire dalle sue cose: “guarda quanto vali, come hai saputo ben profittare delle tue capacità!”.

Le molteplici narrazioni letterarie di questo vizio sottolineano in modo pressoché unanime la perversa follia dell’avidità, con la sua ansia di approfittare dell’occasione, un’ansia mortale che si traduce, oltre che nell’accumulo in altri comportamenti “malati”: pensiamo al gioco compulsivo, dove si è talmente presi dal pensiero di vincere o, più spesso, di rifarsi dalle perdite che si arriva a rovinarsi del tutto, senza potersi fermare in alcun modo. Ma anche nel caso di cospicue vincite le cose non vanno certamente meglio: aumento possibile della ricchezza e angoscia di perderla sono infatti i due elementi basilari dell’avarizia. La possibilità e la paura sono due elementi non visibili, né palpabili, come le cose che si bramano, ma piuttosto simbolici ed affettivi che hanno il potere di sedurre con il loro richiamo sia chi possiede molti beni sia chi è indigente; la dipendenza che creano è molto più forte e duratura della droga o dell’alcool: queste ultime infatti hanno solitamente un effetto limitato, mentre l’avarizia è una droga a tempo indeterminato, perché spirituale.

Dio stesso può essere usato come un mezzo per accaparrarsi beni materiali conducendo una vita sicura, al riparo da rischi, senza doversi fidare di nessuno. È la concezione della vita ben rappresentata dal Manzoni nei Promessi sposi mediante il personaggio di don Abbondio[5]: nel suo caso non si tratta della brama di denaro, ma la dinamica che lo caratterizza è simile alla grettezza propria dell’avaro, scegliere uno stato di vita per trovarsi al sicuro da ogni incertezza. L’avarizia, come un fiume che si ramifica, arriva dunque a toccare le situazioni più diverse della vita.

La caratteristica spirituale dell’avarizia si nota anzitutto dal fatto che essa è una botte senza fondo, non dice mai “basta!”, non può riconoscere di aver finalmente raggiunto ciò che con tanto affanno e ingordigia desiderava: «Chi ama il denaro, non si sazia di denaro, chi é attaccato alle ricchezze, non trova entrata sufficiente» (Qo 5,9).

I testi dei padri della Chiesa sono concordi nell’insistere sul pericolo dell’avarizia proprio a motivo di questo carattere di intrinseca insaziabilità, di inesauribilità che la caratterizza e che porta ad autoalimentarsi, crescendo sempre più; mentre altri vizi si placano quando hanno raggiunto il loro oggetto, l’avarizia invece non si dà mai pace, anzi cresce con l’accumulo. Per s. Giovanni Crisostomo essa è come una bulimia insaziabile, incapace di fermarsi: «Non vi è malattia più crudele di questa fame incessante che i medici chiamano bulimia; pur mangiando a iosa, nulla viene a calmarla. Trasportate una tale malattia del corpo all’anima; cosa c’é di più spaventoso? Ora la bulimia dell’anima è l’avarizia; più s’ingozza di alimenti, più essa desidera. Essa estende sempre più i suoi desideri al di là di quanto essa possiede»[6]. S. Gregorio Magno paragona l’avaro all’idropico divorato da una sete spaventosa: egli continua a bere smoderatamente ma questo, invece di ristorarlo, lo tormenta ancora di più[7]. Ambrogio vede l’avarizia come un pozzo senza fine[8].

Questo vizio acceca il cuore, che non sa più distinguere i mezzi dal fine supremo, smarrendo così ogni tipo di virtù. «L’avarizia delle ricchezze acceca veramente l’anima quando toglie la luce della carità, facendo preferire l’amore del danaro all’amore di Dio»[9]. E con il tempo tale vizio rende capaci delle cose più orribili pur di aumentare la propria ricchezza. Egli infatti trova sempre degli ottimi motivi per giustificarsi. E tra le motivazioni si può tranquillamente portare anche l’amore di Dio, della Chiesa, delle buone virtù: in fondo quanto bene si potrebbe fare con quel denaro, anche se di dubbia (o piuttosto di ben certa!) provenienza.

In prospettiva religiosa l’avarizia da semplice legame disordinato più diventare – quando si consacra ad essa tutta la propria vita - vera e propria idolatria.

L’avarizia sembra prosperare maggiormente in chi dispone di molti beni; tale ricchezza tuttavia, ben lungi dal renderlo soddisfatto, lo fa sentire ancora più bisognoso e povero. S. Ambrogio osserva con acume come nell’episodio biblico della vigna di Nabot (cfr. 1Re 21,1-29) è il re Acab ad essere in preda della brama; egli essendo molto ricco e possedendo in gran quantità beni e terre, non aveva certamente necessità di mettere le mani su di un’altra vigna; Nabot al contrario, era padrone solo di quel pezzetto di terra, eppure si mostrava contento della sua vita e non desiderava nulla del patrimonio del re[10].

L’avaro ponendo il cuore e la mente nel denaro, smarrisce il fine della sua vita, perdendo in tal modo la libertà, la dignità e spesso anche la vita, tutto il contrario di quanto si illudeva di poter ottenere con esso. Questo è il paradosso dell’avarizia: essa mira ad aumentare il piacere con l’acquisto di beni e servizi, ma alla fine nuoce – sia materialmente che psicologicamente – a se stessi e agli altri.

Sant’Ignazio di Loyola aveva riconosciuto nella bramosia delle cose il primo laccio che il demonio mette al piede di chi vorrebbe camminare nella vita spirituale, da cui segue ogni altro tipo di male possibile: «Come di solito avviene, cominceranno [= i diavoli] ad attirarli con l’avidità delle ricchezze; così essi giungeranno più facilmente alla ricerca del vano onore del mondo, e infine, a un’immensa superbia»[11].

Ambrogio Autperto, equiparando avarizia a superbia, riprende l’insegnamento di Agostino, secondo il quale, quando l’avarizia diventa una più generale cupidigia delle cose, degli onori, della considerazione, alla fine non si differenzia dalla superbia: «Entrambe nascono una dall’altra, la cupidigia dalla superbia e la superbia dalla cupidigia…»[12].

Inoltre essa è anche strettamente associata all’invidia (perché vorrebbe possedere i beni degli altri) e all’ira (qualora si perdano gli agognati beni o non risulti possibile conseguirli).

 

Aspetti sociali dell’avarizia

Non si può certamente sostenere che l’avarizia sia un vizio attualmente biasimato, anzi in una società che si regge sul denaro, sulle transazioni e che cerca di trasformare ogni tipo di avvenimento in valutazione monetaria (tale è in sostanza l’andamento della borsa). Grande spazio i mass media dedicano a coloro che vengono impropriamente chiamati vip, posti al vertice di società, banche, istituti: essi sembrano diventati i nuovi sacerdoti del tempio in cui si presta il culto dell’uomo moderno. Al prestigio economico e sociale raramente però sembra accompagnarsi un'altrettanta evidente ricchezza a livello etico, spirituale e umano. Quando queste persone vengono intervistate o descritte in qualche articolo, raramente viene mostrata “l’altra faccia della medaglia”, e cioè il prezzo pagato per tutto questo, non solo in termini di compromessi, ma soprattutto a proposito delle persone, spesso i più deboli, che hanno fatto le spese di questa vittoriosa ascesa, trovandosi economicamente rovinati.

 

Le conseguenze dell’avarizia

L’avarizia, come si notava, tendendo a scambiare affettivamente i mezzi con il fine, porta ad una perversione di fondo nella maniera di considerare la vita, dal momento che le ricchezze non possono costituire il fine ultimo dell’uomo. Questa caratteristica essenziale di mezzo propria del denaro, che deve restare tale agli occhi dell’uomo saggio, era stata d’altronde riconosciuta in modo chiaro dagli antichi.

Una conseguenza di questa perversione è di smarrire il senso del gratuito e dunque il senso dell’esistere. Si pensi ad es. alla reazione di Giuda di fronte allo spreco di profumo operato dalla donna nei confronti di Gesù (cfr. Gv 12,5); ogni cosa viene valutata per ciò che se ne può ricavare («trecento denari» precisa Giuda), e ogni altro elemento, relazionale o affettivo, passa inosservato. La risposta di Gesù invita piuttosto a rivolgere la propria attenzione alle occasioni di affetto e generosità che si presentano nei confronti delle persone care, occasioni che forse non si ripeteranno più (cfr. Gv 12,8). Gesù sembra con ciò intendere che lo si può incontrare solo nella gratuità e nell’amore, due realtà che, come il genuino senso religioso, sfuggono alla comprensione dell’avaro, perché nascono dallo stupore, dalla constatazione dell’essere nei termini di un dono offerto con generosità a fondo perduto, suscitando sentimenti esattamente opposti all’avarizia. L’amore, la gratuità e il senso religioso suppongono infatti l’assenza di lucro, di un tornaconto personale.

Allo stesso modo all’avaro sfugge il senso della contingenza di ciò che ha, non si accorge che le cose che ha accumulato non gli appartengono veramente, e difatti dovrà lasciarle ad altri; riprendendo una parabola del vangelo (cfr. Lc 16,113), ognuno è soltanto amministratore di ciò che gli è stato affidato affinché possa fare del bene ad altri, e questo bene diventa l’unica ricchezza che gli appartenga veramente, l’unica ricchezza che non può essere rubata o andare perduta.

Se si considera dal punto di vista temporale, la personalità avara conosce una sola dimensione del tempo, il presente, ma tale percezione non gli permette di gustare la vita, anzi si può dire che in questo fissarsi sull’attimo presente egli si è come mummificato.

«Qualunque cosa dica o faccia, il vero avaro si comporta come se dovesse vivere nell’eternità di un mondo immutabile. Se, per esempio, accumula ricchezze, è perfettamente inutile ricordargli che l’uomo è soggetto alla morte e che quindi i beni messi tanto accanitamente insieme, magari togliendosi il pane dalla bocca, non potrà goderseli nella tomba. Egli risponderà, dall’alto della sua avarizia, che la faccenda non lo riguarda e che, comunque, c’è sempre tempo per morire e per pensare a certe cose. L’avaro è l’uomo dell’oggi. La vita, considerata dal suo punto di vista, dovrebbe configurarsi come un immutabile presente»[13].

Anche le relazioni vengono infettate da questa mentalità perversa. L’avaro tende a frequentare soltanto la gente che conta, anche se la detesta, perché possibile fonte di ulteriore guadagno, e disdegna vecchi amici perché non potrebbero offrirgli denaro e potere; un rischio, questo, presente già nelle prime comunità cristiane (cf. Gc 2,1-7).

Eppure il denaro, ben lungi dal rassicurare, quando diventa fine in se stesso aumenta le paure: la paura di perdere ciò che si è guadagnato, la paura che un rivale si aggiudichi prima quell’affare bramato, che balzi innanzi nella scala sociale rendendo vana la fatica di una vita...... Per un curioso meccanismo psicologico, quando si cerca un’eccessiva sicurezza, che il denaro dovrebbe assicurare, si ottiene il risultato esattamente contrario, l’ansia e l’insicurezza si diffondono e prosperano con sempre maggiore intensità. E questo è esattamente lo stato d’animo caratteristico degli avari:

«Essi sono sempre nell’agitazione e la loro anima non ha riposo. La premura di possedere ciò che ancora non hanno fa sí che considerino nulla quello che hanno già. Da un lato, tramano nell’apprensione di perdere ciò che già hanno accumulato e, dall’altro, lavorano per possedere altre cose, il che vuol dire nuovi motivi di paura»[14].

I padri sottolineano spesso l’angoscia mortale che assilla l’avaro, considerata come una serpe che si morde la coda; più possiede e più viene posseduto da ciò che lo spinge ad accumulare, e cioè l’ansia e la paura[15].

Un altro sentimento tipico dell’avaro è la tristezza, legata alla delusione di non poter mai trovare pienamente quello che brama, ma di sentirsi sempre più indigente: «Come il mare non è mai senza flutti e senza onde, allo stesso modo l’avaro non è mai senza tristezza»[16]. C’è una sorta di strano masochismo in questo vizio, in quanto ciò che si ritiene essere l’unica fonte di felicità, rende in realtà angosciati, fino a rovinarsi la vita: «Non solo gli avari si privano della gioia di ciò che hanno e di ciò che non osano usare a loro piacimento, ma anche di quello di cui non sono mai sazi e hanno sempre sete: vi può essere qualcosa di più penoso?»[17].

Anche a livello psicologico è possibile rilevare una vera e propria sindrome dell’avidità che porta a comportamenti compulsivi tesi ad accumulare in modo insensato, senza sapere bene il perché; nello stesso tempo, come una sorta di tela di Penelope, tale comportamento porta ad assorbire e distruggere il resto della propria vita, tutto ciò che vale e che potrebbe renderla realmente bella. In questo modo le cose stesse, l’unico vero amore dell’avaro!, finiscono per perdere le loro differenze specifiche: dal momento che ciò che conta è semplicemente “possedere”, la ricchezza di cui va fiero finisce per diventare una sorta di grande marasma caotico e indifferenziato.

«Entrate nella casa di un avaro e guardatevi intorno. Se è ricco, la prima impressione che ne ricavate è quella di una specie di museo in cui sono affastellate le cose più diverse, dagli oggetti d’arte agli stuzzicadenti. Ma non troverete un ordine in queste cose se non risalite al vizio del padrone. Perché mai, o quasi mai, l’avaro è un collezionista che obbedisce a questa o quella passione. Egli infatti raccoglie tutto ciò che gli capita a tiro per il solo gusto di entrarne in possesso e di toglierlo dalla circolazione»[18].

Il conto che l’avarizia presenta alla vita di chi la coltiva è pesante: nevrosi, incapacità di staccare dal lavoro, di riposarsi, scomparsa di qualunque interesse che sia privo di “interessi”, disturbi del sonno, crisi dei legami matrimoniali e familiari in genere, perdita delle amicizie.

C’è un legame stretto tra avarizia e antisocialità: l’avaro si trova a suo agio solo in compagnia delle sue cose, le uniche di cui può fidarsi: «L’immagine è quella di un personaggio triste, solitario, abbandonato dagli amici, poco loquace, sempre sospettoso, spesso brusco e arrogante, nel migliore dei casi maleducato»[19], perché l’avarizia abbruttisce l’animo, rende grossolani, superficiali, spenti, infelici, soli, in una parola disumani.

L’avarizia, essendo animata dalla grettezza, manifesta la povertà d’animo di chi ne è affetto: egli è incapace di gesti generosi, di coinvolgersi in qualcosa senza aver prima calcolato quanto ci potrà guadagnare. In tal modo si rende meschino: si può dire che è anzitutto la sua anima che ha subito dei “tagli”, dal momento che egli ha risparmiato sulla sua vita, sulle relazioni, sui valori. L’avaro si è fossilizzato, diventando una cosa sola con le ricchezze che ha accumulato, assumendo la medesima fissità impersonale delle cose, il che è come dire che egli è già morto. E difatti è proprio al momento della morte che la solitudine dell’avaro mostra tutta la sua evidenza dal momento che nulla di ciò che lo circonda e a cui si è affezionato lo può davvero sostenere e confortare; egli, barattando le persone con le cose, non ha mai potuto amare nessuno. Ma ciò che più lo rattrista, ovviamente, è che le adorate cose passeranno ad altri.

La solitudine dell’avaro si mostra anche nella sua tendenza all’invidia delle cose altrui, che gli appaiono come più belle e desiderabili delle proprie. E dunque in tal modo l’avaro non è mai soddisfatto di ciò che ha.

Il frutto conclusivo che riassume tutta la sua esistenza è la polvere, la distruzione di ciò che ha di più caro. Il denaro, avendo preso il posto di Dio, si rivela per quel che è: un nulla che ha annientato tutto il suo essere. Della vita di un avaro infatti non si può dire nulla al di fuori delle cose da lui accumulate: esse sono state la sua vita.

 

L'accidia, male del nostro tempo

Che cos’è l’accidia?

«Accidia» significa letteralmente debolezza dell’anima, che si manifesta come assenza di attrazione, di desiderio di vivere, perché considerato privo di senso.

Atonia dell’anima. Tenendo presente questi aspetti più globali che caratterizzano lo stato di accidia, possiamo ora individuare un primo sintomo di tale male in quella sensazione complessiva che Evagrio chiama «atonia dell’anima» e Giovanni Climaco definisce «paresi e rilassatezza dell’anima». Si percepisce che tutta la propria esistenza, dalle dimensioni più profonde alle manifestazioni più esterne e quotidiane, perde di tensione, è come allentata in un senso di vuoto, nella noia e nella svogliatezza, in un’incapacità di concentrarsi su una determinata attività, nella spossatezza e nell’ansietà. Viene a mancare un punto di attrazione, un polo che catalizza tutte le componenti della persona (mente, volontà, desideri, spirito, anima...) per cui tutto ciò che si tenta di fare, tutto ciò che si desidera, si pensa ecc. viene trascinato in una dispersione e frantumazione vorticose. Questa perdita di scopo sembra trascinare tutto in un vuoto senza fine. L’«atonia dell’anima», segno rivelatore dell’accidia, «è la conseguenza di una funzione delle due facoltà dell’anima, il desiderio e l’irascibilità, che non corrisponde più all’intento creazionale. È quanto intende dire Evagrio quando parla di «una perdita di tensione (atonia) dell’anima che non possiede ciò che è conforme alla natura e non si oppone con coraggio alle tentazioni»[20].

Un segno rivelatore di quest’atonia generale è la sensazione di noia che sembra avvelenare ogni tentativo di reagire a tale situazione. Se si manifesta soprattutto nei momenti di solitudine, come conseguenza di un’impossibilità di azione, di fatto si trasforma in un’indolenza generale che trascina con sé un disgusto per tutto e per tutti. Un sintomo concreto che gli antichi monaci sottolineavano è l’uso disordinato delle parole, una spinta a chiacchierare senza un fine preciso solo ‘per ammazzare il tempo’. È la manifestazione di una parola che ha perso il suo significante primario: comunicare un contenuto. Una parola vuota comunica solo la noia da cui prende origine[21].

Asfissia dell’intelletto. Un’altra facoltà intaccata dall’accidia è l’intelletto. In questo senso l’accidia può essere definita «asfissia dell’intelletto», cioè incapacità di utilizzare la facoltà razionale, di vedere chiaro, di discernere, di individuare la realtà e la verità delle cose e di se stessi. Evagrio ci ricorda che l’accidia «è solita avviluppare l’anima tutta intera e soffocare 1’intelletto»[22]. Ecco perché è difficile smascherarla: chi ne soffre, non riesce a riconoscerla, in quanto l’accidia - dice Evagrio - «oscura la luce divina negli occhi»[23]. «Quest’‘asfissia’ dell’intelletto, che è il luogo in cui l’uomo è immagine di Dio e capax Dei, dunque persona, richiama in modo molto chiaro anche quelli che sono gli effetti psicologici dell’accidia. Essa grava come una cappa di piombo su tutte le funzioni vitali e toglie all’uomo l’aria di cui ha bisogno per vivere. Significativamente, ancora oggi, in situazioni di questo genere, diciamo: ‘Soffoco!’»[24].

Una conseguenza di questo ‘schermo’ che si oppone tra gli occhi interiori e la realtà, è l’esperienza del turbamento interiore: non si vede chiaro dentro se stessi e una fitta turba di pensieri crea disordine, confusione, disorientamento, impossibilità di discernimento, contraddizione ecc. È significativo che questa ‘tenebra interiore’ caratterizzi l’accidia nel primo detto attribuito ad Antonio il Grande:

Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso dallo sconforto (akedìa) e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: O Signore! lo voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?[25].

Proprio questo miscuglio di pensieri che si intrecciano, crea un impedimento a cogliere nella verità la propria situazione interiore. Lo descrive molto bene questo apophtegma:

Un fratello disse a un anziano: «Non vedo nessun combattimento nel mio cuore». Gli dice l’anziano: «Tu hai quattro porte, e chi vuole entra ed esce attraverso di te, e tu non te ne accorgi; ma se tu avessi una porta sola e la chiudessi, e non permettessi ai pensieri cattivi di entrarvi, allora li vedresti stare fuori e combattere»[26].

L’incapacità di sapere ciò che accade nel cuore e prendere così coscienza di quello che realmente minaccia proviene dal fatto che lo spazio del proprio cuore è occupato da un insieme inestricabile di pensieri; avendo lasciato la porta spalancata e incustodita, si è permesso a ogni pensiero di trovare posto nel proprio cuore. In questa situazione ci si illude che tutto funzioni bene senza tentazioni e senza lotte. È la tipica situazione del cuore in stato di accidia, soffocato e ormai abituato a un torpore che non gli dà più la possibilità di discernere e giudicare. Si è completamente ripiegato su se stesso.

Insensibilità e indifferenza. Una conseguenza grave di questo stato di torpore e altro sintomo radicale del potere dell’accidia è l’insensibilità, l’indifferenza (anaisthesìa), una sorta di morte spirituale che ‘anestetizza’ ogni senso interiore attraverso cui si prende contatto con le realtà più profonde del proprio io e soprattutto con Dio. Così lo descrive Evagrio:

Che dire poi del demone che rende l’anima insensibile? Temo infatti anche a scrivere di lui, come l’anima, nel tempo della sua visita, esca da proprio stato. Essa si spoglia del timore di Dio e della devozione, non considera più il peccato come peccato, né la trasgressione come trasgressione, pensa al castigo e al giudizio eterno come se si trattasse di semplici parole, e perfino «se la ride del terremoto di fuoco». Confessa Dio, certo, ma ignora ciò che egli ha comandato.

È, dunque, una situazione veramente drammatica: è come essere caduti in balìa di quegli idoli «che hanno occhi e non vedono, orecchie e non ascoltano, narici e non odorano...», cioè incapaci di comunicare e lasciarsi penetrare dalla parola. Tutto ciò rende la vita passiva, trascinata, spenta; nulla suscita interesse, crea tensione o gusto. Sottolineiamo due tipiche reazioni che scaturiscono da tale stato di indifferenza.

La prima reazione consiste in un’amara mormorazione contro Dio, tanto da generare un disgusto per la sua Parola: si passa dall’eucharistia all’acharistia: «l’accidia accusa Dio di essere senza cuore (letteralmente: senza viscere, àsplachnos) e di non essere amico degli uomini (aphilànthropos)»[27]. Una seconda reazione che caratterizza questo stato di insensibilità è la tendenza a banalizzare la realtà. Mascherata da una falsa parresia, si ride di tutto: tutto viene trascurato, tutto perde valore, non si prendono sul serio le cose che compongono la vita. Con l’illusione che sono cose piccole e insignificanti - ammoniscono i Padri - si giunge a disprezzare e banalizzare ciò che è importante.

Instabilità. Una caratteristica, messa grottescamente in rilievo dalle descrizioni degli autori monastici, colpisce l’accidioso: è l’instabilità, l’incapacità di ‘stare in cella’. Certamente tale incapacità è il sintomo esteriore di un’instabilità più profonda: ‘un cuore girovago’, trascinato a destra e a sinistra da turbe di pensieri, un cuore che poggia sulla melma della propria confusione. Certamente quest’instabilità si manifesta in diversi modi: dal cambiare luogo o impegno, al fuggire verso situazioni ritenute ideali: dall’instabilità di umore all’instabilità di giudizio; dall’instabilità nei rapporti interpersonali alla sfiducia verso se stessi. Così Bunge descrive quest’irrequietezza interiore che si manifesta in mille modi:

«Bisogni di cambiar casa, lavoro, amicizie, compagnie... Impossibilità di portare a termine un lavoro iniziato, di finire la lettura di un libro... Tutto quello che si inizia viene abbandonato. Il più delle volte non ci si rende nemmeno conto di quel che ci sta accadendo. Abbiamo un sacco di ragioni plausibili che ci spingono a ‘cambiare aria’ [...]»[28].

Se per il monaco del deserto quest’irrequietezza e instabilità interiore si concentrava nel simbolo di una cella che gli stava troppo stretta, per l’uomo d’oggi assume altri volti: una scalata affannosa alla carriera, la ricerca di sempre nuove emozioni, un’angosciante forma di divertimento, la paura di lasciare spazi vuoti da impegni, l’instabilità nei rapporti ecc. Sono tutti palliativi di fronte a una fuga dal vuoto che si nasconde dentro di noi, e di cui l’accidia è il segno: stare da soli diventa terribile e crea paura, la paura di scoprire quale è lo stato del nostro volto interiore.

Dunque, si può, comprendere l’importanza dell’invito degli antichi monaci di ‘rimanere fermi’, stabili: cioè aver il coraggio di affrontare la battaglia della verità di se stessi.

Disagio spazio-temporale. Proprio l’instabilità denota una particolare modalità con cui l’accidia pone chi ne è colpito in rapporto con il tempo e lo spazio. Le descrizioni del monaco accidioso fatte da Evagrio ruotano, in parte, su quest’incapacità a vivere nella verità il tempo e lo spazio che sono donati. Sia il tempo che lo spazio sono percepiti in una dimensione falsa, minacciosa: non corrispondono alla situazione ideale che si va cercando e quindi diventano soffocanti. O sono troppo diluiti o sono troppo stretti! Così il tempo diviene senza fine, e ogni minuto che si aggiunge, crea angoscia, evidenzia la mancanza di prospettiva, di scopo. E' la situazione descritta in Dt 28,64-67:

La tua vita ti sarà dinanzi come sospesa a un filo; temerai notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: Se fosse sera! e alla sera dirai: Se fosse mattina! A causa del timore che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno.

Gli autori monastici sottolineano una particolare modalità con cui il pensiero dell’accidia fa vivere il rapporto col tempo: la paura della vecchiaia, una vecchiaia lunga, interminabile, come espressione logorante di quest’oppressione. A questo, poi, si aggiunge una visione negativa del tempo che sta davanti: preoccupazioni, imprevisti e angoscia non hanno più fine.

Inoltre, il tempo diventa opprimente, come una cappa che racchiude e soffoca tutta la vita. Anche il passato ne viene intaccato: non si vede nulla di buono e si ha disgusto di tutto ciò che si ha fatto. Ed è significativo che la tradizione monastica abbia chiamato questo pensiero il ‘demone del mezzogiorno’.

Scoraggiamento radicale. Un ultimo sintomo di questa grave situazione è un radicale scoraggiamento, una progressiva visione di se stessi, degli altri, della vita attraverso lo schermo del pessimismo e del dubbio. L’accidia, in questo senso, è l’impossibilità per l’uomo di vedere qualcosa di buono e di positivo: tutto viene oscurato e ridotto al negativismo e al pessimismo.

Questa visione negativa su tutto e su tutti fa percepire la propria vita come giunta a un vicolo cieco. L’avversione e il disgusto nei confronti di tutto ciò che si è, si ha e si fa, legata a una bramosia diffusa per ciò che non è a portata di mano, paralizza a tal punto la vita da non lasciar spazio a nulla. Essere continuamente scoraggiati e insoddisfatti, dunque, diventa la modalità normale di affrontare l’esistenza. «È una sorta di asfissia - scrive E. Bianchi - o soffocamento dell’anima che condanna l’uomo all’infelicità portandolo a disdegnare ciò che ha, la situazione (di lavoro, affettiva, sociale) in cui vive e a sognarne una irraggiungibile, lo rende preda di paure svariate (per esempio, di malattie più immaginarie che reali), inefficiente sul lavoro, intollerante e incapace di sopportazione verso ‘gli altri’ (che diventano spesso il bersaglio su cui scaricare frustrazioni e aggressività), impotente a governare i pensieri che si affollano nella propria anima e che lo gettano nello scoramento, in una tale insoddisfazione di sé che egli si interroga se non abbia sbagliato tutto nella propria vita»[29].

Di conseguenza, anche ogni possibilità di futuro diventa inimmaginabile: chi si sente a un vicolo cieco non ha più progetti, non ha più mete da raggiungere. E se anche si intravede una via d’uscita, questa diventa troppo lontana, irraggiungibile. E lo scoraggiamento aumenta. Se tale situazione si trasforma in uno stato continuo e duraturo in cui chi è colpito dall’accidia non trova vie di uscita, allora si soccombe in una profonda depressione, in cui si è tentati di annullare sia la propria vita passata (rottura di vincoli o distruzione di una vita sociale) sia, addirittura, di azzerare ogni possibile futuro (suicidio).

 

Accidia, radice di altri vizi

L’accidioso ha smarrito l’atteggiamento propriamente biblico della prudenza. Si è spiritualmente addormentato e non riesce ad avvertire la gravità della propria situazione. In tal modo, come ricorda a più riprese il Vangelo, rischia di spegnere il fuoco dello spirito e di perdere la vigilanza, la virtù che aiuta a riconoscere l’imminenza di un pericolo: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze, e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso» (Lc 21,34; cfr Rm 13,13; 1 Ts 5,3). Questo è il motivo per cui, secondo i Padri, dall’accidia provengono molti altri vizi, come la lussuria, l’invidia, l’ira, espressioni di uno stato di noia e distrazione continue dell’anima[30]. La noia conduce alla ricerca morbosa di emozioni forti per sentirsi vivi a qualunque costo, per riempire un vuoto angosciante, che dà origine a dipendenze e comportamenti estremamente pericolosi per sé e per altri, con esiti spesso tragici: gesti di violenza estrema, crudeltà perpetrate con indifferenza, dipendenza da sostanze, dall’alcool, da internet, nonché la pornografia trovano la loro radice in questa situazione di solitudine interiore.

 

Il male del nostro tempo

L’accidia e la depressione sembrano essere le conseguenze più evidenti di una cultura e mentalità narcisista, che fa di se stessi il centro di ogni realtà. La presenza diffusa di questo vizio può essere letta come un potente segno di avvertimento: essa ricorda che è falso il sogno di una civiltà felice, realizzato grazie alla tecnologia e all’abbondanza dei beni. La crescita tecnologica non può compensare la povertà della vita interiore, la perdita del senso di gratuità delle cose, di quello stupore che, secondo gli antichi, caratterizzava l’origine della sapienza e dell’esperienza spirituale. Quando Bunge presentò la riflessione su questo vizio compiuta da Evagrio Pontico, gli studenti osservarono meravigliati: «Ciò che il suo padre del deserto descrive lì è il male del nostro tempo»[31].

Gli studi condotti in sede psicologica confermano quanto depressione e tristezza si presentino come fenomeni preoccupatamente in crescita nelle società occidentali, colpendo in particolare la fascia di età che dovrebbe essere la più aperta alla vita. Uno studio sui comportamenti suicidari tra i giovani ha mostrato una notevole escalation, a partire dagli anni Sessanta, interessando in modo particolare gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, i Paesi in cui l’ideale della vita all’insegna della sicurezza e dell’abbondanza di beni sembra essere maggiormente diffuso e praticato. Ciò che allarma in particolare coloro che studiano il suicidio giovanile è «l’andamento in continua ascesa di tali valori, soprattutto in alcuni Paesi, e la mancanza di idee precise su come arginare o prevenire il fenomeno. Se infatti trent’anni fa nei Paesi occidentali le condotte suicidarie adolescenziali rappresentavano circa un ottavo dell’intero fenomeno suicidario, oggi esse ne costituiscono un quinto. Gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più colpiti: fra gli anni Cinquanta e gli Ottanta l’incidenza del suicidio tra i giovani è triplicata. La classe di età più fortemente implicata è quella dei «giovani adulti" (20-24 anni) che raggiunge il ragguardevole tasso specifico di 30 per 100.000; tendenza che non sembra arrestarsi»[32].

Tra le motivazioni di tale incremento la ricerca mostrava una correlazione tra fenomeno suicidario e trasformazioni sociali avvenute nello stesso periodo, quali la crisi dell’istituto familiare, la dissoluzione del tessuto sociale, l’aumento di comportamenti distruttivi a livello giovanile. Si tratta di elementi in crescita anche a motivo di proposte culturali sempre più propagandate e diffuse a livello di media, il cui messaggio di fondo è che qualunque cosa ci si senta di fare diventa perciò stesso lecita: tale fenomeno secondo l’autore mostra «le contraddizioni e le antinomie di un mondo sempre meno basato su fondamenti e punti di riferimento etici»[33].

Si pensi ancora alla diffusione, sempre più ampia e incoraggiata a livello pubblico, di droghe, alcool, farmaci per sopperire alla tristezza di vivere, all’incapacità di dare stabilità alle proprie scelte, alle relazioni, a impegni di qualsiasi genere... Al fondo di tale situazione si nota il disagio e l’impotenza di poter riempire un vuoto radicale, ontologico, della costituzione umana: l’accidia, essendo un male dello spirito, si mostra refrattaria a soluzioni meramente tecniche.

Forse questo vizio appare così diffuso perché riflette l’odierna mancanza di speranza. Di fronte alle difficoltà sorge, inevitabile, l’interrogativo sul senso di un impegno che si rivela incapace di oltrepassare risultati immediati e possibili frustrazioni: «Nel nostro mondo l’accidia non prende più il volto della pigrizia, ma quello del lasciare fare, dell’abbozzare. Tanto, si dice: ”Sono tutti uguali e migliorare è impossibile”. Questo modo di ragionare evita costantemente di mettere in questione la propria condotta [...]. Viviamo nel mondo del fare, ma l’agire è spesso accompagnato dalla disaffezione: la smania di distrazione prevale sulla capacità di attenzione [...]. L’accidioso non sa faticare. Soprattutto non si sa dedicare. Nel nostro tempo vi sono uomini che non sanno coltivare a lungo neppure un amore. Dicono: che noia!»[34].

 

Per i prossimi giorni

- Grazia da chiedere nella preghiera

Signore, donami uno sguardo profondo di fede per contemplare il mistero del male con i tuoi occhi e il tuo cuore, e sappia accogliere la salvezza che il tuo amore dona all’umanità.

Per la preghiera personale

1Re 21; Gv 2,13-22: Sal 1. Immedesimarmi nelle ribellioni dell’uomo, rendermi conto delle loro conseguenze (contemporaneamente considero le mie ribellioni e le loro conseguenze su di me e sugli altri), ma contemplando soprattutto la reazione di Dio, accogliendo ciò che Dio mi rivela di se stesso in tutto questo: Egli è sempre fedele alla promessa di portare l’uomo alla pienezza di vita.

 -  Riflessione sull'attualità e sulle conseguenze dei vizi capitali

 -  Altri testi per la preghiera personale

Lc 12,13-21: parabola del ricco stolto; Ap 3,14-22: Il Risorto rimprovera la tiepidezza della chiesa di Laodicea;  1Gv 1,1-10: camminare nella luce; Sal 95: “Non indurite il vostro cuore

 

___ note ___

[1] Cf. 1Re 18,45-46; 2Re 8,29; 9,15-17.21.30; 2Re 10,11.

[2] La legge ebraica proibiva di vendere la terra dei padri. Nel caso che uno fosse costretto a venderla perché non aveva mezzi di sussistenza, quando scattava il giubileo, c’era il diritto di riscatto.

[3] Cf. Evagrio, Gli otto spiriti della malvagità, 8; G. Cassiano, Conferenze ai monaci, V, 11; Le istituzioni cenobitiche, VIII, 1.

[4] Cf. S. Agostino, De libero arbitrio, I, XV, 32; S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 117, a 1 ad 2; De malo, q. 13, a. 1; Aristotele, Etica nicomachea, IV, 1, 1119b, 26.

[5] Per dir la verità, [= Don Abbondio] non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli erano sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta [...]. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel credere, in quelli che non poteva scansare» (A. Manzoni, I promessi sposi, Rizzoli, Milano 1988, 98).

[6] San Giovanni Crisostomo, Omelie su 2 Timoteo, VII, 2.

[7] Cf. San Gregorio Magno, Moralia, XV, 19, 23.

[8] Cf. San Ambrogio, De Nabuthae, VI, IV, 4.

[9] S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 118, a. 4 ad 3 e a. 3.

[10] Cf. S. Ambrogio, De Nabuthae, II, 5.

[11] S. Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 142.

[12]Ambrogio Autperto, Sermo de cupiditate.

[13] G. Greco, I 7 vizi capitali. Viaggio nel pianeta delle passioni umane, San Paolo, Milano 1990, 57.

[14] San Giovanni Crisostomo, Commento al vangelo di Matteo, LXXXI, 4.

[15] Cf. San Gregorio Magno, Moralia, XV, 19

[16] San Giovanni Climaco, La scala del paradiso, XVI, 21.

[17] San Giovanni Crisostomo, Omelie su 1 Corinzi, XXII, 5.

[18] G. Greco, I 7 vizi capitali, cit., 56-57.

[19] C. Casagrande – S. Vecchio, I sette vizi capitali. Storia dei peccati nel medioevo, Einaudi, Torino 2000, 120.

[20] G. Bunge, Akedia..., cit., 68.

[21] Cfr. Regula Benedicti, 48,18. Il monaco che invece di darsi alle lettura si dà alle chiacchiere e all’ozio, viene definito frater acediosus.

[22] Evagrio Pontico, Praktikos, 36.

[23] Evagrio Pontico, Antirrhetikos, VI,16.

[24] G. Bunge, Akedia..., cit., 62.

[25] Antonio, Vita e detti dei padri del deserto, I, cit., 83.

[26] L. Mortari (a cura di), Padri del Deserto: detti , Roma 1980, 232-233.

[27] Giovanni Climaco, Scala Paradisii, XIIL, 90, PG 88, col 860A.

[28] G. Bunge, Akedia..., cit., 69-71.

[29]  E. Bianchi, Le parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Rizzoli, Milano 1999, 44.

[30] Cfr GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe, Roma, Città Nuova, 2001, XXXI, 45, 89.

[31] G. BUNGE, Akedia. Il male oscuro, Magnano (Bi), Qiqajon, 1999, 34.

[32] P. CREPET, Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio, Milano, Feltrinelli, 1993, 35. Dati molto simili si trovano in ricerche più recenti (cfr Hardwired to Connect: The New Scientific Case for Authoritative Communities, New York, Institute for American Values, 2003; C. WALLACE, «Kids These Days: Tbc Changing State of Childhood», in The Christian Century 122 [2005] n. 6, 26-40), o svolte in atri Paesi, come la Francia (A. ANATRELLA, Non à la société dépressive, Paris, Flammarion, 1993, 249) e 1’Italia (C. BUZZI - A. CAVALLI - A. DE LILLO, Giovani nel nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, il Mulino, 2002; A. MAGGIOLINI, Sballare per crescere?, Milano. FrancoAngeli, 2003, 31).

[33]  Ivi, 52.

[34]  S. NATOLI, Dizionario dei vizi e delle virtù, Milano, Feltrinelli, 1997, 12 s.

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