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Lunedì, 23 Marzo 2020 12:11

L'esame di consapevolezza

Vogliamo qui trattare di quello che normalmente chiamiamo “esame di coscienza”, che – in prospettiva ignaziana – è più corretto chiamarlo “esame di consapevolezza”.

 

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Come intendere rettamente l’esame di consapevolezza

Esame e discernimento

Per molti oggi la vita non è altro che spontaneità. Se la spontaneità è trascurata o soffocata, la vita stessa è morte. Da questo punto di vista, l’esame è la vita vera privata della spontaneità. Per queste persone lo Spirito è nella spontaneità; per cui qualunque cosa militi contro la spontaneità non è spirituale.

Questa idea non tiene conto del fatto – come ben sappiamo – che nella coscienza ed esperienza di ciascuno di noi sono radicate due spontaneità: una buona, secondo Dio, e una cattiva, non secondo Dio. Questi due tipi di impulsi e movimenti capitano a tutti noi. Per una persona desiderosa di amare Dio con tutto il proprio essere, il problema è la capacità di vagliare i vari impulsi spontanei per dare piena approvazione quelli che sono da e per Dio e respingere gli altri che ci allontanano da Lui e dalla sua volontà. In tutto questo l’esame ha un ruolo centrale.

Quando l’esame è collegato al discernimento, diviene esame di consapevolezza più che di coscienza. L’esame di coscienza ha un tono strettamente moralistico. Nell’esame di consapevolezza la prima cosa da guardare non è la moralità di azioni buone o cattive, ma piuttosto come il Signore ha agito nel nostro cuore cercando di illuminare la mente (ricordiamo l’importanza di discernere i pensieri che vengono da Dio) di fronte a certe situazioni quotidiane, e toccando e muovendo in profondità la nostra affettività. Ciò che sta accadendo nella nostra coscienza procede ed è più importante delle nostre azioni, che giuridicamente possono essere catalogate come buone  o cattive. Come stiamo sperimentando il disegno del Padre (Gv 6,44) nella nostra coscienza esistenziale e come la nostra natura corrotta ci sta tentando pian piano e ci sta attirando lontano dal Padre nostro attraverso i sottili raggiri del Nemico: è questo l’oggetto del nostro esame quotidiano, prima di guardare al modo in cui noi corrispondiamo attraverso le azioni. Certo, l’esame non deve dimenticare o trascurare i nostri mancamenti, non solo perché sono moralmente condannabili, bensì in quanto rappresentano dei momenti di infedeltà alla voce del Signore.

L’esame di coscienza così inteso non si ridurrà allora a una pia “pratica” quotidiana (Ignazio la richiede due volte al giorno), ma troverà la sua più solida giustificazione e il suo più valido sbocco in quell’“habitus” di vigilanza: la “pratica” mira a crearlo e a farlo crescere e diventare sempre più attivo.

Sant’Ignazio fece uso costante dell’esame di coscienza, come ne danno testimonianza i suoi più intimi e familiari. Esaminava sempre ogni movimento e inclinazione del suo cuore, il che vuol dire che discerneva quanto ogni cosa fosse congruente con il suo vero io incentrato in Cristo, al fine di progredire.

Nell’annotazione 1 degli Esercizi sant’Ignazio accenna alla differenza tradizionale tra il camminare il correre nella vita spirituale. Il semplice fedele cammina nella via del Signore, il discepolo vuole invece correre, rimuovendo ogni impedimento, superando ogni intralcio.

 

Una forma di preghiera

L’esame di coscienza va quindi considerato una forma di preghiera, non solo un mezzo di disciplina ascetica. E’ l’uno e l’altro insieme. L’esame fa sì che la nostra esperienza di contemplazione quotidiana di Dio dia una spinta reale al nostro vivere di ogni giorno: è un mezzo importante per trovare Dio in ogni cosa, e non solo nel tempo formale della preghiera. Senza questo contatto contemplativo con la rivelazione che il Padre fa della realtà in Cristo, la pratica quotidiana dell’esame diventa vuota, avvizzisce e muore. Senza questa relazione, l’esame – se proprio si continua a farlo – scivola a livello di riflessione su di sé in vista di un autoperfezionismo. L’esame senza una regolare contemplazione, è quindi futile.

 

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Articolazione dell’esame di coscienza

Sant’Ignazio articola l’esame di coscienza in 5 punti o 5 tappe(Esercizi n. 43), che vanno visti e gradualmente sperimentati nella fede, come dimensioni della coscienza cristiana formata da Dio.

 

RENDIMENTO DI GRAZIE

Il primo movimento dell’esame di coscienza – rendere grazie – è anzitutto un rinnovare la propria fede nella divina Provvidenza, che con la sua azione benefica piena, paterna  e continua fa concorrere tutto a mio vantaggio. Il suo amore è personale, è un amore che mi colma di doni, che previene le mie attese e interviene in mio favore con premura. Questa fede rinnovata nell’attività provvidenziale del Signore basta da sola a lenire ogni inquietudine, a spegnere ogni risentimento. Ogni creatura, ogni particolare della giornata mi è stato di aiuto nella misura in cui non mi sono chiuso all’intenzione divina e non mi sono rinchiuso nell’orizzonte terreno, resistendo al disegno divino.

Se fondata così sulla fede assoluta e luminosa nella Provvidenza, la memoria dei benefici fa parte del riconoscimento evangelico concreto delle verità vedute. Riconoscere i doni del Signore, la sua presenza affet­tuosa nella mia vita, mi radica nel suo amore e mi permette di guardare alla vita con ottimi­smo, fiducia, speranza, voglia di fare.

Questa fase dell’esercizio esprime dunque un ringraziamento motivato e cosciente per tutti i doni ricevuti. Così svilupperò un atteggiamento vigilante, attento a scoprire il bello, il buono, il bene, il positivo presenti nella mia vita.

- E’ opportuno innanzitutto ricordare, volta per volta, uno dei grandi doni della fede che mi aiutano nel mio cammino spirituale: le «benedizioni» di Efesini 1, 3-14 (la creazione, l’ele­zione, la redenzione, la filiazione, la ricapitolazione, lo Spirito); ancora: la fede, i sacramen­ti, la provvidenza, la Chiesa, la vita, il mondo, gli altri, ....

- Quindi passare in rassegna tutti i doni ricevuti in questo giorno: i piccoli-grandi fatti, cioè, nei quali ho letto l’amore di Dio per me (momenti positivi, relazioni fruttuose, avvenimenti gioiosi, semplici, fraterni) e quelli nei quali ho visto nascere e vivere, nei rapporti tra le persone, i doni dello Spirito: «amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé» (Gal 5, 22-23).

- Infine, direi, è bello ringraziare il Signore anche per i favori “temporali”. Così notando tale benevolenza divina il nostro cuore si riscalda, s’infervora nell’amore di Dio. Perché – ad esempio – ringraziare raramente per la buona salute? Se mai sfogliamo un manuale di patologia medica, presto ci rendiamo conto che la buona salute è come un miracolo permanente, un continuo scampo ai mille pericoli e squilibri che stanno come in agguato. Se i genitori, pur disinteressati, accolgono con speciale gioia il grazie dei figli, quando questi si accorgono delle premure, di ciò che fanno per loro; così e quanto più il Signore, da cui discende ogni sentimento paterno tra gli uomini, non accoglierà il nostro grazie? E finalmente se considero me stesso attualmente creato, donato a me stesso, il ringraziamento finisce in adorazione.

Preghiera. Ti ringrazio, Signore:
- per questo particolare dono della fede...
- per questi piccoli-grandi doni che mi hai fatto oggi...

 

DOMANDA DI LUCE ALLO SPIRITO SANTO

La domanda di luce allo Spirito ha un duplice scopo: per conoscere me stesso, e per riconoscere nella mia giornata le chiamate del Signore.

 
1. Per conoscere me stesso

Già gli antichi saggi ammettevano che la sapienza sta in primo luogo nel conoscere se stessi. All’ingresso del tempio di Delfo era scritto: «Gnôti seauón», che i latini traducevano «nosce teipsum» (conosci te stesso).

Da parte sua, la fede conferma e fa intravedere ancor più profondo il mistero dell’uomo: la dottrina del peccato originale allude a un caos interiore subentrato fin dagli inizi della storia nel nostro cuore; l’affermazione che siamo fatti «ad immagine e somiglianza di Dio» rivela virtualità inaudite. Solo Dio conosce perfettamente se stesso e può sondare fino in fondo anche gli abissi della nostra miseria e della nostra dignità, delle nostre infedeltà e delle nostre potenzialità: «Signore, tu mi scruti e mi conosci» (Sal 139/140). La nostra domanda si può allora tradurre più determinatamente: «Signore, fa’ che io mi conosca come tu mi conosci. Che nella misura del possibile io diventi trasparente ai miei occhi come lo sono ai tuoi! Che possa in verità conoscere il mio cuore, le motivazioni e intenzioni delle mie azioni». Si può rievocare lo sguardo di Gesù a Pietro durante la passione e affidarci a quel raggio di luce che penetrò nel cuore dell’apostolo, non come fredda e impietosa luce ma cole calore che ne scioglieva la durezza (cfr. Lc 22,61-62).

 
2. Per riconoscere nella giornata le chiamate del Signore

La preghiera di discernimento ha come scopo principale appunto quello di aiutarmi a discer­nere la volontà di Dio sulla mia vita, ossia come affrontare le situazioni della vita che mi si presentano, in modo che con le mie scelte, i miei atteggiamenti, i miei comportamenti io possa costruire la mia risposta d’amore all’amore di Dio per me, dare il mio personale con­tributo alla realizzazione del Regno di Dio.

In che modo posso dunque capire quale scelta assumere, quale atteggiamento adottare, come comportarmi in quella determinata situazione? Prestando attenzione ai movimenti interiori che provo come reazione interiore a quella situazione, per cui è necessario discer­nerli per decidere se assecondarli o meno.

Se la scelta, l’atteggiamento, il comportamento che essi mi spingono ad assumere in quella situazione mi porta a conseguenze positive per me e per gli altri e mi lascia nella serenità e nella pace (anche se mi costa), significa che questi sentimenti è Dio ad ispirarmeli per il mio bene. Accolgo dunque questa mozione che mi spinge a scegliere o agire in un certo modo come chiamata di Dio a crescere nella libertà e nell’amore ad immagine di suo figlio Gesù Cristo.

Se, al contrario, prevedo che le scelte ed azioni che mi sento spinto a fare avranno delle conseguenze negative ed inoltre non mi fanno sentire tranquillo, in armonia con me stesso, con gli altri e con Dio, si tratta di una mozione dello spirito del male per farmi allontanare dalla strada del bene autentico e la respingerò come tentazione dei demonio che mi allonta­nerebbe dal mio bene autentico

Ora siccome nell’esame ci consapevolezza ho bisogno di rileggere ciò che già è avvenuto in me, chiedo luce allo Spirito perché sappia cogliere i movimenti più significativi che hanno attraversato il mio cuore, sia come conseguenza degli eventi che mi si sono posti davanti, sia come azione diretta dello Spirito del Signore o del Nemico.

Preghiera. Signore, dammi il tuo Spirito, perché possa vedere me stesso e il mio vissuto di oggi come tu lo vedi, con i tuoi occhi ed il tuo cuore.

 

DOMANDARE CONTO ALLA COSCIENZA

In questo terzo punto dell’esame di solito ci affrettiamo a rivedere in qualche particolare le azioni di quella parte della giornata appena conclusa, per poterle catalogare come buone o cattive. Proprio quello che non dovremmo fare! Lo ribadiamo: la nostra prima preoccupazione è invece quella di riconoscere quello che è accaduto in noi dall’ultimo esame, come il Signore ha operato nel nostro cuore, che cosa ci ha chiesto. E solo in un secondo momento saranno considerate le azioni.

Questa parte dell’esame suppone che siamo attenti alle illuminazioni, ai sentimenti, agli stati d’animo, agli impulsi più piccoli – cioè gli «spiriti» - che devono essere esaminati e vagliati, perché possiamo riconoscere la chiamata di Dio a noi nella profondità del nostro essere.

L’esame di coscienza, dunque, non è introversivo. E’ interessato al servizio divino compiuto dal soggetto e nel soggetto, come si controlla un lavoro portato a termine: sia al servizio del Signore. Paolo usa termini commossi quando parla della coscienza: «buona coscienza» (1Tim 1,5.9; Eb 13,18), «coscienza pura» (1Tim 3,9), coscienza cioè divenuta diafana di Dio, profumata di Dio, interprete dello Spirito Santo. Veramente la coscienza serena nel Signore è la Terra promessa della vita cristiana. L’esame è mezzo «per conservarsi nella pace e nella vera umiltà interna».

La nostra prima attenzione qui è perciò rivolta verso ciò che è successo nel nostro cuore: per prendere coscienza delle motivazioni e intenzioni del mio agire, sentimenti ed emozioni; e inoltre per valutare in che misura ho colto e risposto alle chiamate del Signore.


1. Motivazioni e intenzioni, sentimenti ed emozioni, mente e cuore

1.1.  Motivazioni e intenzioni

Nell'esame di coscienza – come spesso si fa - non è sufficiente osservare le azioni, esterne o interne, ma è indispensabile indagare sulle motivazioni che spingono ad agire e sulle intenzioni che attraggono il nostro fare. Oltre a chiedermi cosa ho fatto devo sapere perché e per chi l’ho fatto. Solo a questa condizione comincia a farsi luce nel nostro psichismo, e possiamo sperare di scoprire — un po’ alla volta — quelle intenzioni nascoste, e meno rette che tanto spesso s’infiltrano indisturbate nelle nostre azioni, anche in quelle buone, fino a diventare motivazione più influente o addirittura principio di decisione e d’azione.

Ricordiamolo: ciò che abbiamo sempre più ignorato diventa lentamente padrone del nostro cuore. È un processo quasi impercettibile di sedimentazione progressiva, che parte dalle prime veniali concessioni e leggerezze, si radica in profondità quanto più genera abitudini sempre meno controllate e sempre più «autorizzate», e diventa motivazione inconscia quando innesca nel nostro modo di vivere un dinamismo automatico, resistente al cambiamento e ogni giorno più esigente nelle sue pretese. Ora, come ben sappiamo, è difficile scrutare e «liberare» l’inconscio, ma è possibile prevenirlo, ossia impedire quel processo di sedimentazione attraverso una quotidiana attenzione a ciò che in effetti ci spinge ad agire. Oltre tutto è proprio lì, nel «cuore», che si situa il peccato (cf. Mc 7,21-23).

L’esame di coscienza è la provvidenziale sosta nella giornata nella quale diventiamo più coscienti e dunque più liberi e meno automi, più responsabili di noi stessi e meno schiavi del passato.

1.2.  Sentimenti ed emozioni

Un altro mal vezzo dell’esame d’incoscienza è quello d’indagare solo sui comportamenti e sui fatti concreti, ignorando tutto quel mondo interiore di sensazioni, sentimenti, emozioni, ecc., che pure fa parte — eccome! — di noi. Non che tutto questo sia peccato, intendiamoci, ma è indubbiamente una pista utilissima per scoprirci e conoscere le reali motivazioni che muovono il nostro agire. Se, ad es., un fratello in comunità mi è cordialmente antipatico non è sufficiente che nell’esame di coscienza io controlli il comportamento tenuto con costui, magari congratulandomi con me stesso o giustificandomi perché «non gli ho mica fatto niente di male!», ma devo avere l’onestà di ammettere questo sentimento, d’interrogarmi sulla sua origine e sul suo significato, d’intuire come al di là di gesti concreti esso abbia condizionato il mio rapporto con lui e la comunità intera. Non c’è dubbio che farei delle scoperte interessanti sul mio egoismo latente, sul mio modo troppo umano di vedere gli altri, sulla mia tendenza pagana ad amare solo chi mi sta bene, ecc...

Lo stesso vale per i sentimenti positivi o troppo positivi (simpatie, attrazioni varie), o per le emozioni e sensazioni in genere che avverto in me. I momenti di gioia e di dolore, in particolare, costituiscono dei passaggi in cui emerge senz’altro qualcosa del mio io più profondo. Dunque sono aree obbligate d’indagine. Verificando che cosa in concreto mi fa godere e soffrire, fino a che punto mi lascio condizionare da queste emozioni e condiziono gli altri col mio umore, che cosa c’è dietro a certe sofferenze... io scopro una realtà del mio io che spesso resta nascosta, ma nondimeno influente. Potrei scoprire, ad es., che se soffro così tanto perché sono stato calunniato o trattato a parer mio ingiustamente, potrò anche avere le mie buone ragioni, ma oltre un certo livello m’accorgerò che la mia angoscia è segno d’eccessivo bisogno della stima altrui, di false aspettative nei confronti degli altri, d’un esagerato sentire di me stesso e della mia dignità. E mi guarderò bene allora dall’offrire, magari con sussiego e vittimismo, certe mie «sofferenze» al Signore!

Un buon esame di coscienza, in tali casi, è più che un termometro: mi misura la «febbre», e mi dice anche da dove viene. E probabilmente mi fa soffrire meno e meglio...

1.3. Mente e cuore

Chissà se i farisei facevano l’esame di coscienza; se lo facevano, certamente non andavano oltre la verifica della loro osservanza legale. Così fa oggi chi s’accontenta di controllare le trasgressioni senza interrogarsi sulle convinzioni. Aderire a un valore significa sperimentarlo sulla propria pelle, farne il principio ispiratore del decidere e dell’agire, conformare ad esso i propri gusti e i propri criteri valutativi, le aspirazioni e i progetti, insomma essere sempre più in sintonia con esso, amarlo ed innamorarsene. E soprattutto su questa sintonia che devo esaminarmi.

Dobbiamo ammettere, invece, che normalmente i nostri esami di coscienza indagano quasi esclusivamente sull’area della volontà, quasi ignorando mente e cuore. Ecco perché sono sempre sbrigativi, spesso ricchi di luoghi comuni e poveri di dolore vero, e solo raramente fanno nascere in noi un’autentica coscienza di peccato.

Sarà importante, in concreto, cogliere quei dettagli nei quali si nasconde e viene fuori la nostra mentalità: progetti, modi concreti d’attuarli, incidenza effettiva (e affettiva) dei valori nelle scelte, disponibilità a pagare di persona per il valore o ad essergli fedele nel segreto della propria coscienza; come pure sarà opportuno verificare il contenuto di immaginazioni, ricordi, sogni a occhi aperti, distrazioni ricorrenti, desideri intimi inconfessati, ecc.

Tutto questo è materiale utilissimo per scoprire ciò che abbiamo nella mente e nel cuore, e può diventare pericoloso non prestarvi attenzione, perché proprio lì dentro — anche lì dentro — è rintracciabile la mia identità. Nulla, nella nostra vita psichica e spirituale, succede a caso, e tutto, di quel che viviamo, lascia in noi un qualche segno. La stessa nostra coscienza, nella sua capacità di giudicare il bene e il male, ha la sua storia o preistoria; essa è il prodotto d’un laborioso e misterioso processo che ha luogo dentro di noi, a volte a nostra insaputa, e di cui avvertiamo chiaramente più il risultato o le conseguenze (il «sentire» una cosa come buona o cattiva) che non le singole fasi evolutive.

L’esame di coscienza è un vero e proprio confronto quotidiano, «in coscienza», con la Parola e i suoi criteri; più in particolare, è un porre costante attenzione al lento processo di formazione della coscienza stessa, perché non si compia indisturbato nel «sottosuolo» oscuro della nostra psiche, ma avvenga alla luce liberante della Parola di Dio.

In tal senso possiamo senz’altro dire che l’esame di coscienza «forma» la nostra coscienza. La forma al punto da renderla capace di percepire profondamente il peccato, e di soffrirlo come rifiuto della sua Parola e del suo progetto di amore. C’è un nesso evidente, tra queste tre realtà: esame di coscienza, formazione della coscienza, coscienza di peccato; e tale legame carica ancor più d’importanza quel momento di preghiera che ci mette di fronte a Dio nella verità di noi stessi.

 

2. Come ho risposto alle chiamate del Signore? Come ho reagito alle tentazioni del Nemico?

a) Guardando al mio cuore mi chiedo:

- con quali modi sottili, intimi (ispirazioni, illuminazioni, sentimenti suscitati dallo Spirito Santo) il Signore ha trattato con me nelle ore passate?  Forse non l’ho riconosciuto quando mi chiamava in quel momento appena trascorso.

- cosa ho avvertito nel cuore di fronte alle situazioni in cui mi sono trovato: occasioni di amore, di servizio, che si sono presentate davanti a me (l’incontro inaspettato con una persona, una richiesta che mi è giunta, una situazione in cui potevo intervenire positivamente, qualcuno che voleva essere ascoltato), situazioni nelle quali esercitare la pazienza, ecc?

b) Solo dopo aver preso coscienza di ciò che è avvenuto nel mio cuore potrò valutare come sono state le mie risposte alla sua chiamata: dove abbiamo detto il nostro sì o il nostro no? Quando la nostra “carne” o lo spirito del Nemico si sono insinuati e ci hanno ingannati? Qui va fatta una precisazione quanto mai necessaria a proposito dei movimenti disordinati: ne siamo responsabili e ce ne accusiamo solo nella misura in cui sono accettati volontariamente. E’ vero che non è sempre facile riconoscere nella prassi dove comincia l’eventuale consenso; ma non è affatto necessario affliggersi e cadere negli scrupoli. E’ salutare piuttosto – dopo aver fatto del nostro meglio per non acconsentire – rimettersi al Signore che ci conosce più di noi stessi e soprattutto è misericordioso. In ogni caso, l’avvertenza anche ai movimenti del tutto involontari è di grande utilità sia per conoscerci meglio, sia per nutrire una più sincera e profonda umiltà: l’involontarietà, infatti, non toglie che essi in qualche maniera provengano dal fondo del nostro essere, e certo non dal nostro essere migliore.

Può darsi che a qualcuna di queste chiamate o tentazioni abbia già dato risposta nel corso della giornata, magari dando retta allo spirito del male.

In tal caso è questo il momento di accorgermi dell’inganno in cui sono caduto,

* guardando alle conseguenze delle mie scelte / atteggiamenti/comportamenti (senz’altro negative per me stesso o per gli altri o sul rapporto con gli altri e con Dio),
* osservando quel che provo ripensando a ciò che ho fatto (disagio, dispiacere)
* cercando infine di capire come ciò sia potuto accadere (es. attaccamenti disordinati: non voglio assolutamente perdere o cerco a tutti i costi di ottenere qualcosa. Che cosa?).

In dialogo col Signore cercherò di discernere quale chiamata Egli mi rivolge per uscire da questa situazione di peccato e risolvere i problemi che essa ha creato. Appoggiandomi al suo perdono, che mi dà forza, fiducia, ottimismo, fede, speranza, mi rialzerò e riprenderò il cammino, pronto a compiere la sua volontà.

Preghiera

1. Oggi il Signore nella preghiera o durante la giornata, mi ha dato la seguente illuminazione o ispirazione…

2. A casa, al lavoro, nello studio,  tempo libero, durante la preghiera, facendo quella certa atti­vità, ecc.,
a)  * mi sono trovato in questa situazione
     * mi è capitato questo fatto
     * ho incontrato questa persona
     * ho sentito questi discorsi/notizie

b)  ed ho provato un sentimento di...
* gioia, soddisfazione, gratitudine, meraviglia, sorpresa, ammirazione, simpatia, pietà, entusiasmo, speranza, gusto spirituale, commozione, ottimismo, pace, serenità;
* noia, disagio, contrarietà, fastidio, antipatia, inquietudine, disappunto, turbamento, imbarazzo, smarrimento, sgomento, aridità, insoddisfazione, sfiducia, pessimismo, tristez­za, scoraggiamento, amarezza, dolore, sofferenza, disperazione, paura, rimorso, dispiacere.

c) che mi porta ad assumere questa scelta, questo atteggiamento, questo compor­tamento...

d)  con queste conseguenze...

⇒ poiché queste conseguenze sono positive per me e per gli altri, ho accolto questa mozione come chiamata di Dio?
⇒ poiché queste conseguenze sono negative per me e per gli altri, ho respinto questa mozione come tentazione del demonio che mi allontana dal mio bene autentico?

 

CONTRIZIONE E DOLORE DEL CUORE

La contrizione del cuore sgorgherà spontanea dal contrasto avvertito tra la Bontà divina e la propria ingratitudine: il cuore contrito è sintomo di fede viva. In ogni caso dovemmo essere interessati in primo luogo alla sincerità del nostro dispiacere più che all’intensità: non perché questa non abbia valore (tutt’altro!), ma solo perché è mille volte meglio un pentimento modesto ma sincero che un pentimento pompato artificialmente a forza di volontà.

Da qui sgorgherà il canto di un peccatore costantemente consapevole di essere preda delle sue tendenze peccaminose, e tuttavia di essere convertito nella novità, garantita dalla vittoria di Gesù Cristo.

Preghiera

* Signore, in queste mie scelte / atteggiamenti / comportamenti... ho seguito  queste motivazioni e intenzioni non rette, non mature, non consone con il Vangelo; mi sono lasciato trascinare da questi sentimenti, che rivelano un cuore ancora bisognoso di purificazione; mi sono accorto che sto agendo e faccio scelte ancora legate ad una mentalità poco evangelica…

* Signore, in queste mie scelte / atteggiamenti / comportamenti... mi sono lasciato sviare dallo spirito del male. Me ne rendo conto da queste conseguenze... , e dal dispiacere che provo al ripensarci.

* Ho ceduto alla tentazione perché... (per superficialità, per mancanza di onestà, di coraggio, per debolezza…)

* Per uscire da questa situazione di peccato e risolvere i problemi che essa ha creato tu mi chiami a...

* Ti ringrazio perché Tu segui con amore il mio cammino, pronto a rialzarmi tutte le volte che cado. Il tuo perdono mi dà il gusto di riprendere con gioia e fiducia a camminare sulla strada che Tu mi indichi.

 

RISOLUZIONE PIENA DI SPERANZA PER IL FUTURO

Quest’elemento finale dell’esame quotidiano emerge molto naturalmente dai punti precedenti e ci porta a guardare il prossimo futuro perché sia integrato nella nostra vita.

Può forse sembrare che difficilmente il proposito per il futuro possa essere autentico, dato che l’esperienza insegna quanto poco si possa sperare realisticamente in un sensibile miglioramento. La risposta a questa obiezione deve certo fare appello alla grazia di Dio e non semplicemente alla nostra buona volontà. Tuttavia l’obiezione resta, perché la grazia – ne possiamo essere certi – non ci è mancata neanche in passato, eppure ci ritroviamo ancora con molti difetti. Forse una risposta meno inadeguata possiamo ricavarla ricorrendo a due serie di riflessioni:

- la sincerità del proposito può coesistere con la previsione delle nostre cadute. L’analogia con chi sta apprendendo l’arte di sciare può riuscire di qualche utilità: è certissimo che l’apprendista sciatore è sincero nel proporsi di non cadere e tuttavia è altrettanto certo che altre cadute ci saranno;

- l’utilità spirituale del proposito, lungi dal consistere nel solo obiettivo progresso (cioè di avanzamento) sta anche nel non arrendersi per pigrizia o scoraggiamento: il che ci permette di perseverare nonostante tutto nel cammino e di non cadere vittime di un atteggiamento rinunciatario, che facilmente dalla stasi passa al regresso;

- la perseveranza serena e umile nel proposito ci permette un’accettazione serena della nostra peccaminosità, che sia pur in misura diversa è destinata a rimanere comune retaggio anche in quei santi che hanno raggiunto le più alte mete della vita cristiana;

- è buona cosa non moltiplicare i propositi; anzi è meglio farne uno solo (e perseverarvi a lungo), perché da una parte non ci fa disperdere le energie su troppi fronti, e dall’altra il valido combattimento su un fronte – data la fondamentale unità della coscienza – allerta indirettamente la nostra attenzione anche sugli altri. Inoltre il proposito deve essere bene indovinato. Proprio il fatto che ricadiamo in quella mancanza è indice che il proposito ha colto nel segno: un proposito che subito o in breve tempo tolga di mezzo il difetto molto probabilmente non ha centrato un punto davvero significativo del nostro cammino, ma solo qualcosa di accidentale e di non radicato nella nostra persona;

- soprattutto questi ultimi due punti dell’esame devono essere permeati di molta supplica. Non solo petizione di grazia, ma anche espressioni di fiducia e di abbandono nelle mani del Signore. Una grande speranza dovrebbe essere il clima del nostro cuore, una speranza non fondata sui nostri meriti o sulle nostre capacità per l’avvenire, ma piuttosto fondata molto più pienamente su Dio nostro Padre, di cui condividiamo la vittoria gloriosa in Gesù Cristo attraverso la vita dello Spirito Santo in noi. Più ci fidiamo di Dio e gli permettiamo di entrare nella nostra vita, più sperimentiamo una vera speranza soprannaturale in Dio, un’esperienza che passa attraverso le nostre deboli capacità e va abbastanza al di là di esse. San Paolo nella lettera ai Filippesi esprime bene lo spirito di questa conclusione dell’esame di coscienza: «lascio il passato dietro di me, e con le mani protese verso ciò che mi sta davanti corro verso la meta» (Fil 3,7-14).

Preghiera. Confidando nel Tuo aiuto, ti offro, Signore, il mio impegno a rispondere alle chiamate che mi hai rivolto e ti chiedo di sostenere il mio proposito con la tua grazia.

LA DINAMICA DEL PETTEGOLEZZO

 

A un'analisi attenta delle modalità comuni­cative si constata quanto sia diffuso il fenomeno del pettegolezzo, al punto che esso contribuisce a crea­re un vero e proprio stile comunicativo, non solo personale, ma anche di gruppo. Non di rado si è tal­mente coinvolti in questo meccanismo da non per­cepire più il limite tra la constatazione oggettiva dei fatti, che può anche prevedere la critica costruttiva, e il parlare malevolo verso qualcuno. Ciò si verifi­ca lì dove non si condivide più la propria esperien­za di vita, ma piuttosto quella degli altri, soprattut­to degli assenti, dei quali vengono sottolineati aspetti curiosi, difetti, fatti inerenti alla sfera priva­ta e affettiva, con l'intento di riderci sopra; ma nei casi più gravi, anche con lo scopo di denigrare e di­struggere la fama della persona interessata.

Viene da chiedersi quale e quanto sia il gra­do di incidenza della società nel portare avanti la tradizione del pettegolezzo, cioè se prima ci sia la società pettegola, che genera nuovi pettegoli o vi­ceversa. Certamente possiamo stabilire una stret­ta connessione: il pettegolo ha sempre dietro le spalle una tradizione pettegola che spesso viene assunta, anche inconsapevolmente, nel proprio modo di comunicare. Nello stesso tempo il pet­tegolo contribuisce a portarla avanti, a meno che — come vedremo — non prenda la decisione di cam­biare rotta, di rompere con gli schemi abituali, per acquisire uno stile comunicativo nuovo, più ri­spettoso della vita privata dell'altro.

All'interno di questa « catena informativa » che permette al pettegolezzo di acquisire sempre maggior forza e di continuare la sua corsa, si gio­cano ruoli diversificati: « Si va dall'iniziatore, figu­ra difficile da definire e rintracciare, all'interprete, una specie di opinion leader che certifica, se non l'autenticità, almeno la rilevanza della notizia. Ci sono poi gli interessati, ovvero coloro che traggo­no un vantaggio dal pettegolezzo, quindi i divul­gatori, gli entusiasti che lo rilanciano con il loro convinto atteggiamento, fino ad arrivare ai resi­stenti, ovvero a coloro che si impegnano per di­mostrarne l'inconsistenza »[1].

Ma come nasce un pettegolezzo? Quali so­no le dinamiche che lo sostengono e lo alimenta­no fino a farlo diventare un dato acquisito nella comunità?

La risposta non è semplice, in quanto alla ba­se ci possono essere situazioni diverse, che a loro volta cambiano a seconda degli attori che entrano in scena. Inoltre, l'evoluzione di un pettegolezzo può avere tempi e modalità diverse in relazione agli ambienti in cui nasce o alle modalità adoperate per alimentarlo e mantenerlo in circolazione.

Per capire l'evoluzione di un pettegolezzo o di una calunnia possiamo riferirci alla celebre aria del Barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini. Si tratta dell'episodio dove don Basilio suggerisce a don Bartolo di screditare e calunniare il conte. Nel testo scritto da Cesare Sterbini viene descritto, con ricchezza di immagini, l'evoluzione della parola ma­levola, in questo caso di una calunnia, dal suo esor­dio frivolo e apparentemente innocuo, fino al suo epilogo drammatico: «La calunnia è un venticello, un'auretta assai gentile. Che insensibile, sottile, leg­germente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Pia­no piano, terra terra, va scorrendo, va ronzando. Nelle orecchie della gente si introduce destramen­te, e le teste ed i cervelli, fa stordire e fa gonfiar. Dal­la bocca fuori uscendo, lo schiamazzo va crescen­do. Prende forza a poco a poco, scorre già di loco in loco. Sembra il tuono, la tempesta che nel sen della foresta, va fischiando, brontolando e ti fa d'or­ror gelar. Alla fin trabocca e scoppia. Si propaga, si raddoppia. E produce un'esplosione, come un col­po di cannone, un tremuoto, un temporale, un tu­multo generale che fa l'aria rimbombar. E il meschi­no calunniato, avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello, per gran sorte va a crepar »[2].

La lettura attenta del libretto ci fa notare il progressivo prendere forza della parola che, pas­sando di bocca in bocca, di luogo in luogo, si pro­paga e si raddoppia, fino a non poter più essere controllata. Diventa chiaro come tale evoluzione avvenga in quanto trova un terreno favorevole e accondiscendente. Il pettegolezzo infatti può con­tinuare a vivere e a diffondersi solo se trova allea­ti, collaboratori disposti a tenere alto il suo inte­resse, contribuendo alla sua diffusione.

Continuando la lettura di tale fenomeno e delle sue dinamiche, possiamo affermare che mol­ti pettegolezzi nascono da un fatto realmente ac­caduto, una situazione di vita di una persona o di una famiglia di cui si è venuti a conoscenza, un discorso o una semplice parola ascoltata, uno sguardo, un atteggiamento, un comportamento e così via. A volte si è stati anche protagonisti di ta­li avvenimenti o di determinati discorsi, oppure si accoglie quanto riferito da altri.

In alcuni casi la constatazione oggettiva del­le situazioni o la loro narrazione avviene in modo lineare e pacifico, senza sfociare nel pettegolezzo. Taluni infatti, per una correttezza morale e un grande senso della giustizia e della verità, riesco­no a condividere con gli altri le vicende delle per­sone, mediante una narrazione rispettosa del suo significato, mantenendosi al di sopra dei giudizi o delle critiche e quindi evitando di innescare mec­canismi comunicativi degeneranti. Ma non sem­pre le cose stanno così, in quanto le dinamiche co­municative spesso portano a esiti completamente diversi. Sappiamo infatti quanta fatica costa man­tenere alto il livello della comunicazione, conser­vando il giusto riserbo sulle questioni che riguar­dano la vita privata degli altri. Inoltre non bisogna dimenticare che in tale meccanismo entrano in gioco altri elementi: le fragilità umane, le abitu­dini contratte nel tempo, il proprio carattere, gli impulsi, le emozioni non controllate, le ferite o semplicemente una buona dose di cattiveria. Di conseguenza non sempre una situazione, un fat­to, una parola sono condivise in modo rispettoso e coerente, cioè come semplice scambio di infor­mazioni. Anzi queste spesso diventano oggetto di una personale interpretazione dove, per alcuni motivi che analizzeremo, il significato originale viene parzialmente o totalmente stravolto, ampli­ficato, cambiato, rispetto alle situazioni iniziali vissute o ascoltate dalla narrazione di qualcuno. Tale stravolgimento interessa anche l'ambito della comunicazione non verbale, per cui uno sguar­do può non essere colto nel suo vero significato, un atteggiamento o un comportamento possono essere fraintesi e così via.

Dobbiamo precisare che non sempre c'è l'in­tenzione di costruire una diceria con lo scopo di fare del male a qualcuno o di metterlo in cattiva luce. In alcuni casi, invece, questa ri-significazio­ne ha una chiara premeditazione malevola, volta a creare interesse, curiosità, novità, attorno alla vi­ta di qualcuno che non è presente, per screditare le sue scelte, il suo modo di vivere e quindi atten­tare alla sua reputazione. In questo caso parliamo di pettegolezzo maligno, fino ad arrivare alle for­me più degenerative della calunnia e della diffa­mazione.

Pertanto, se i pettegolezzi sono antichi quan­to l'uomo e se nel corso dei secoli hanno sempre trovato nuove strategie per diffondersi, non pos­siamo non sottolineare come tale fenomeno in questi ultimi decenni sia stato particolarmente am­plificato dall'avvento dei social network. In tali piattaforme digitali una notizia, un fatto, una cu­riosità vengono messi in circolazione in maniera esplosiva e in tempo reale, senza neppure imma­ginare le conseguenze che questo può provocare. Il passaparola digitale è talmente libero e senza controllo che facilmente può generare malintesi. Un fatto può essere cambiato, amplificato, stor­piato o anche totalmente stravolto, a discapito so­prattutto delle persone interessate che si ritrovano al centro di quello che possiamo chiamare « cortile virtuale », dove si viene presi di mira, of­fesi, calunniati fino all'estremo. Sono tante le sto­rie drammatiche che potremmo raccontare, fino ai recenti fatti di cronaca che hanno visto prota­gonisti adolescenti e giovani morti suicidi a cau­sa di questo terrorismo pettegolo e bullista[3].

 

LE CAUSE DEL PETTEGOLEZZO

Addentrandoci nei meandri di questo feno­meno così pervasivo e tentacolare, ci rendiamo con­to delle molteplici cause che portano al nascere del pettegolezzo. Alcune di queste sono di carattere so­ciale, dovute all'ambiente in cui si vive, che spesso favorisce il nascere di tale modalità comunicativa deviata, come anche la continuità di quella che ab­biamo chiamato « tradizione pettegola ». All'inter­no di questa tradizione si possono rintracciare altre cause legate a fattori più personali, a predisposizio­ni caratteriali, che favoriscono il nascere di tale con­dotta. Pertanto il pettegolezzo costituisce il riflesso tangibile di un vissuto ferito e segnato da moltepli­ci contraddizioni. Un breve excursus può aiutare a sottolineare alcuni aspetti, che entrano in gioco nel­la dinamica del pettegolezzo, favorendone il suo na­scere, il diffondersi e il perdurare.

L’abitudine

L'usanza di parlare male di qualcuno rientra a pieno titolo tra le cause del pettegolezzo e si colloca tra quei fattori sociali e ambientali di cui ab­biamo parlato. L'abitudine, in quanto ci fa per­cepire come normale tale modo di esprimersi, narcotizza la coscienza morale, per cui non ci si rende conto del male che si sta compiendo e non si percepisce più il confine tra il bene e il male. Ne sono prova alcune espressioni ormai entrate nel lin­guaggio comune, che manifestano chiaramente que­sta anestetizzazione della coscienza: « Che male c'è? Tutti lo fanno ». « È più forte di me; neanche me ne rendo conto », oppure l'espressione proverbiale vol­ta a giustificare il pettegolezzo: « Parlare bene o ma­le di qualcuno, l'importante è parlarne ». L'abitudi­ne contiene un potenziale negativo che lentamente porta alla perdita della speranza, della gioia e dell'en­tusiasmo, lasciando spazio alla tristezza.

In ambito religioso l'abitudine è un grande male, perché produce lentamente un appiattimen­to della vita spirituale, che di conseguenza si tra­sforma in una serie di pratiche rituali, fredde, do­ve prevale la meccanicità delle parole e dei gesti, piuttosto che il sentimento di amore verso Dio. È la logica farisaica di chi vive la fede riducendola all'osservanza fredda e precisa delle regole.

Si può scadere nel facile pettegolezzo per abi­tudine, contribuendo — senza accorgersene — ad alimentare il chiacchiericcio su una determinata situazione o persona, non pensando alle conseguen­ze che ciò può causare. L'abitudine di parlare male degli altri crea un vero e proprio circolo vizioso, una malattia contagiosa difficilmente guaribile se non si prende coscienza delle sue dinamiche per­verse e distruttive. Ecco a tal proposito il pensiero di papa Francesco, in una meditazione tenuta a ca­sa Santa Marta: « Noi siamo abituati alle chiacchie­re, ai pettegolezzi. Ma quante volte le nostre comu­nità, anche la nostra famiglia, sono un inferno dove si gestisce questa criminalità di uccidere il fra­tello e la sorella con la lingua »[4]. Si sottolinea come i pettegolezzi siano diventati un'abitudine, un mo­do di esprimersi che rientra nella normalità dei di­scorsi, un vero e proprio stile di vita, la cui gravità non viene più percepita. Non stupisce che tali mo­dalità comunicative si riscontrino in quei contesti relazionali dove, al contrario, ci si dovrebbe custo­dire a vicenda. Mi riferisco alle famiglie, alle comu­nità cristiane, ai contesti lavorativi e ad altre forme di aggregazioni, dove spesso si verificano situazio­ni gravi, dovute alle gelosie, alle invidie e quant'al­tro, che diventano occasioni di critica e pettegolez­zo e le cui conseguenze ledono la dignità dell'altro, fino al punto da poter parlare di una forma sottile di « criminalità ».

 

L’invidia

Essa costituisce indubbiamente una delle cau­se scatenanti del pettegolezzo. Si tratta di un sentimento che nasce con l'uomo stesso e che manifesta una forte personalità narcisistica, totalmente rivol­ta verso il proprio io. Solitamente l'invidioso è uno che non sa vivere insieme agli altri, perché non sa apprezzare il bello degli altri e non accetta che qual­cuno possa essere migliore o più capace. L'invidio­so, insomma, si tortura e soffre terribilmente se si accorge che l'altro ha più di quanto egli ha o è.

Nell'Esortazione apostolica Amoris laetitia, a questo proposito viene sottolineato come «l'in­vidia è una tristezza per il bene altrui che dimo­stra che non ci interessa la felicità degli altri, poi­ché siamo esclusivamente concentrati sul nostro benessere. Mentre l'amore ci fa uscire da noi stes­si, l'invidia ci porta a centrarci sul nostro io. Il ve­ro amore apprezza i successi degli altri, non li sen­te come una minaccia, e si libera del sapore amaro dell'invidia. Accetta il fatto che ognuno ha doni differenti e strade diverse nella vita. Dunque fa in modo di scoprire la propria strada per esse­re felice, lasciando che gli altri trovino la loro »[5].

L'invidioso quindi nega la fraternità e, prima o poi, mette in atto tutte le strategie possibili per eliminare l'altro, considerato come un rivale. È la storia di Caino che uccide Abele perché non sop­porta un fratello migliore di lui, i cui doni e sacrifi­ci sono più graditi al Signore (cfr. Gen 4,4-5). È la vicenda di Giuseppe che viene venduto dai fratelli perché invidiosi della preferenza che il padre ha nei suoi confronti (cfr. Gen 37,1-36). È la storia di tan­ti uomini e donne, che segna drammaticamente le relazioni fraterne, che spezza i vincoli familiari, che incrina i rapporti di amicizia, che distrugge la co­munione di un gruppo o di una comunità. Essa co­stituisce un grave peccato contro la carità fraterna, ma anche contro Dio, tanto che san Francesco nel­le sue Ammonizioni paragona l'invidia al peccato di bestemmia: « Perciò, chiunque invidia il suo fratel­lo riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene »[6].

L'invidia è capace di tutto, offusca la men­te, è piena di rabbia, di odio e rende capaci di met­tere in atto parole e azioni irragionevoli. E quan­do non può raggiungere i suoi obiettivi, ecco che si vendica sfoderando la sua arma più tagliente: il pettegolezzo in tutte le sue forme, purché l'altro in qualche modo venga colpito e messo in cattiva luce, offendendo la sua dignità con falsità, insi­nuazioni malevole, calunnie e diffamazioni.

 

La ricerca del consenso

Un'altra delle cause che portano al pettego­lezzo è la ricerca smodata del consenso. Si tratta di un atteggiamento che riflette la mancata accet­tazione di se stessi e una insicurezza di fondo, che porta a ricercare continuamente l'approvazione al­trui, per sentirsi confermati nelle proprie scelte e appagati nei propri desideri. Chi cerca il consen­so degli altri è una persona fondamentalmente egocentrica, che ha bisogno di essere sempre al centro dell'attenzione, che non sopporta il con­fronto e la sana competitività. Spesso tale consenso viene ricercato anche attraverso modalità comu­nicative non opportune, dove le parole vengono usate per screditare l'altro, pur di apparire miglio­ri. Per cui il parlare male di qualcuno, attraverso le varie forme di pettegolezzo, permette di met­tersi in risalto, arrogandosi il diritto di dire una parola sull'altro, di proferire sentenze, di giudica­re, di criticare, fino ad arrivare alle forme estreme della calunnia e della diffamazione. Si tratta in fon­do di una forma di volontà di potere sull'altro, che si pretende di porre sotto il proprio controllo, se­guendo i movimenti della sua vita privata. L'obiet­tivo che si vuole raggiungere è quello di trovare nuove informazioni e, nel breve tempo possibile, perché si possa avere l'esclusiva di nuovi pettego­lezzi e quindi ottenere ulteriori consensi. Su que­sto tema trovo interessante il saggio di Stefano Guarinelli, dove vengono elencati i cosiddetti « in­gredienti psicodinamici » del pettegolezzo, e si pre­cisa come esso costituisca « una forma di potere. Piaccia o non piaccia, sembri o non sembri ecces­sivo ricorrere al termine stesso di potere, le cose stanno così. Ove potere, evidentemente, non cor­risponde necessariamente all'ambizione di giun­gere a ruoli di governo »[7].

 

Il rancore

Una delle cause più comuni che portano a parlare male del fratello è il rancore. È un sentimen­to molto diffuso, che nasce da una ferita dovuta a un torto subito, da una delusione, dal mancato chiarimento in seguito a una situazione vissuta male o fraintesa, da una malattia o da un lutto non accettati... Si tratta di un modo malato di vivere la relazione che, per vari motivi, si è incrinata e che si fatica a ricomporre. Esso si declina in mo­di diversificati e si manifesta come rancore verso se stessi, gli altri e Dio.

Quando il rancore viene covato lungamente nel cuore, intacca la qualità stessa della vita relazio­nale, in quanto procura un annebbiamento del giu­dizio critico. Le valutazioni sugli altri non vengo­no fatte nella verità e nella libertà, perché si è divenuti prigionieri del proprio punto di vista « ran­coroso »: tutto viene filtrato in modo restrittivo e negativo attraverso di esso. Il rancore porta a con­centrarsi in modo ossessivo su un determinato av­venimento, su un atteggiamento, su una parola non compresa, su progetti falliti, su aspettative non sod­disfatte, a tal punto da portare a prendere le distanze da tutti coloro che, in qualche modo, sono considerati causa del proprio malessere. Una cosa è certa: il rancore porta alla perdita della pace interiore e non permette di affrontare serenamente la propria vita, in quanto questo sentimento corrode la propria esistenza determinando, in alcuni casi, il sorgere di patologie fisiche e psichiche.

Tra le varie manifestazioni del rancore, ac­canto all'odio, alla rabbia, all'indifferenza, trovia­mo proprio il pettegolezzo, che possiamo definire come espressione verbale del rancore. Quando non si riesce a sanare una relazione, attraverso la ma­nifestazione dei propri sentimenti, la chiarificazio­ne, la correzione fraterna, pervenendo a un perdo­no sincero, è molto probabile che si attivi, anche inconsapevolmente, il pettegolezzo, la critica, la mormorazione. Si tratta di un modo sottile di ven­dicarsi del fratello, un inganno che fa più male a se stessi che a coloro ai quali è rivolta la critica. Infatti non di rado accade che i destinatari del rancore possono ignorare di essere oggetto di pet­tegolezzo, soprattutto quando le colpe loro addos­sate risultano non reali o presunte. Afferma papa Francesco: « Tante volte i nostri sbagli, o lo sguar­do critico delle persone che amiamo, ci hanno fat­to perdere l'affetto verso noi stessi. Questo ci in­duce alla fine a guardarci dagli altri, a fuggire dall'affetto, a riempirci di paure nelle relazioni in­terpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo »[8]. Il perdono pertan­to ha la meglio sul rancore, allontana la tendenza al facile pettegolezzo e nello stesso tempo permette di riacquistare quella serenità e quella libertà necessa­rie per costruire relazioni autentiche[9].

 

La tentazione

Essa rientra a pieno titolo nella dinamica del pettegolezzo e ne è una sua causa. Dal punto di vista spirituale, possiamo parlare di una forma sot­tile di tentazione della lingua o peccato di parola che, attraverso il pettegolezzo, inietta il veleno del­la distruzione e della morte. Essa infatti pregiudi­ca la dignità di una persona, la serenità e l'unità di una famiglia, di una comunità; genera litigi, chiusure egoistiche, sospetti, fraintendimenti e malesseri di ogni sorta.

Non a caso la tentazione delle origini, alla quale hanno ceduto i nostri progenitori, è stata at­tuata proprio attraverso una parola ingannatrice, tagliente e suadente, che ha insinuato il dubbio sulla veridicità della parola di Dio. Non a caso il Diavolo viene chiamato « menzognero e padre della menzogna » (Gv 8,44), divisore, accusatore. Nel pettegolezzo questi tro­va un alleato formidabile per portare avanti le sue perverse macchinazioni. Credo sia importante non tralasciare questa lettura spirituale del pettegolez­zo come tentazione diabolica, per non rischiare di ridurlo a un fenomeno puramente sociale o psi­cologico e quindi ritenerlo solo conseguenza di fragilità psicologiche o inconsistenze caratteriali. Su questo punto non sono mancati interventi au­torevoli, come quello pronunciato da Paolo VI, circa l'azione ordinaria del diavolo che, in modo astuto, lavora indisturbato nel fertile terreno del­le fragilità e delle debolezze dell'uomo: «È lui il perfido e astuto incantatore che in noi sa insinuar­si per via dei sensi, della fantasia, della concupi­scenza, della logica utopistica o di disordinati con­tatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni, altrettanto nocive quanto all'apparenza conformi alle nostre strutture fisi­che o psichiche o alle nostre istintive profonde aspirazioni »[10]. Questo pensiero è stato ripreso da papa Francesco, nell'Esortazione sulla chiamata alla santità, dove si ribadisce che l'esistenza del diavolo è qualcosa di più di un mito, di una rap­presentazione simbolica o di un potere astratto; si tratta di un essere personale che ci tormenta e di fronte al quale non possiamo abbassare la guardia. Per questo il Papa invita a essere vigilanti e a re­sistere alle innumerevoli sollecitazioni del Mali­gno, impugnando le armi della preghiera, della pa­rola di Dio, dei sacramenti e della carità verso i fratelli. A tal riguardo annota: « Lui non ha biso­gno di possederci. Ci avvelena con l'odio, con la tristezza, con l'invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distrug­gere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché “come leone ruggente va in gi­ro cercando chi divorare” ( 1Pt 5,8) »[11].

 

LE CONSEGUENZE DEL PETTEGOLEZZO

Possiamo con certezza affermare che le con­seguenze prodotte dal pettegolezzo vanno sempre molto al di là delle intenzioni di chi lo mette in circolazione, e ciò vale anche per chi pensa che qualche parola di troppo, in fondo, non faccia ma­le a nessuno. L'esperienza invece conferma che i pettegolezzi, anche quando sembrano pronunciati in modo innocuo e inoffensivo, producono sem­pre situazioni negative e incontrollabili, diventan­do come i mozziconi di sigarette ancora accesi gettati d'estate in un bosco. Questo perché il pet­tegolezzo rientra tra quelle parole o espressioni che in ambito linguistico vengono denominate performative, cioè parole che non hanno solo una funzione informativa o descrittiva, ma che, nel momento in cui vengono pronunciate, toccano profondamente la persona e la realtà modifican­dole nel bene o nel male. Non a caso comunemen­te si dice « fare pettegolezzi », e non « dire pette­golezzi », con un chiaro rimando al fatto che si sta svolgendo un'azione ben precisa. Quindi compren­diamo sempre più la pericolosità del pettegolezzo, mai innocuo, proprio perché realizza quello che dice, provoca conseguenze negative sul soggetto al quale è diretto, modificando anche le relazioni. In questo senso, sottolinea Francesco di Sales nella Filotea, « il maldicente, con un sol col­po vibrato dalla lingua, compie tre delitti: uccide spiritualmente la propria anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale sparla »[12].

Il pettegolezzo distrugge la buona fama di una persona, della quale viene compromessa la reputazione, provocando la nascita di so­spetti, di pregiudizi, fino al punto da intac­care la qualità delle relazioni che, in qual­che modo, subiscono delle trasformazioni. Si tratta di una dinamica non rara, che si ve­rifica soprattutto negli ambienti dove si vi­ve un forte clima di competitività. In questi casi la maldicenza diventa la chiara espres­sione dell'invidia che si nutre verso qualcu­no considerato più bravo, più brillante e quindi ritenuto un rivale che in qualche modo si deve mettere in ombra.Il pettegolezzo inquina l'ambiente e intossica la mente e il cuore perché si tratta comunque di un fenomeno tentacolare che progressi­vamente si allarga e va a contaminare i pen­sieri degli altri, stuzzicando la curiosità di sapere qualcosa di nuovo sulla vita privata di qualcuno. Spesso, all'interno di alcuni contesti aggregativi, si vive di pettegolezzi, non si riesce a innalzare il livello qualitati­vo della comunicazione, portandolo su ar­gomenti più edificanti. Così, a lungo andare questo clima degradato finisce per coinvol­gere tutti, anche chi vorrebbe restare fuori da determinate dinamiche.Il pettegolezzo blocca la spontaneità nelle relazioni e abbassa la qualità della vita. Chi percepisce di essere oggetto di maldicenza comincia ad attivare una serie di meccani­smi di difesa che lentamente portano a non avere più fiducia nell'altro, a non parlare più spontaneamente, a chiudersi in se stes­so per paura di essere criticato o frainteso. In alcuni casi, soprattutto per i soggetti più fragili, queste situazioni possono anche se­gnare l'inizio di varie forme di malesseri fi­no a sfociare in uno stato di depressione an­che Il pettegolezzo è un'arma a doppio taglio, in quanto le sue conseguenze ricadono non solo sulla vittima designata, ma anche su chi ne è responsabile o ritenuto tale. Infat­ti, chi è abituato al facile pettegolezzo o ad­dirittura viene eletto, per questa particola­re predisposizione, a essere il leader del gruppo, prima o poi paga il prezzo del suo comportamento, rimanendo sempre più so­lo. Perché a lungo andare il pettegolo comincia a diventare scomodo, inopportuno, pericoloso e quindi da tenere a debita di­stanza, in quanto lo si avverte come un ele­mento destabilizzante per il gruppo.

- Il pettegolezzo rallenta il progresso nella vita spirituale, personale e comunitaria perché of­fusca la dignità dell'essere figli di Dio, crea­ti a sua immagine e somiglianza. Se con il battesimo siamo diventati il tempio santo di Dio, tutte le nostre membra, compresa la lin­gua, devono essere messe a servizio di Dio e devono dare testimonianza del suo amore. Per cui tutte le volte che la bocca non si apre per rendere lode al Signore, ma per giudica­re e calunniare il fratello, noi stiamo traden­do la nostra vocazione e stiamo distruggen­do l'unità della comunità. Ogni pettegolezzo è un attentato alla comunità. Il parlare male dell'altro vanifica il cammino di fede in quan­to contravviene al comandamento dell'amo­re verso il prossimo, verso il quale dobbia­mo mostrare sentimenti di carità, di stima, di affabilità, fino al perdono incondizionato dei nemici e dei persecutori (cfr. Rm 12,14­21). Non ci può essere vita spirituale, né tan­to meno crescita spirituale, se non si prende coscienza del male fatto e non ci si lascia pu­rificare dalla misericordia di Dio. Infatti il sincero pentimento non solo cancella i pec­cati e ristabilisce l'uomo in uno stato di gra­zia, ma spinge ad assumersi le proprie responsabilità riparando il male fatto. E l'impegno diventa quello di riparare le pro­prie colpe chiedendo scusa alla persona ca­lunniata, ristabilendo, per quanto possibile, la reputazione della stessa[13].

 

I RIMEDI AL PETTEGOLEZZO

La prudenza non è mai abbastanza

Nel percorso di conoscenza di se stessi do­vremmo spesso esaminare la qualità e la modalità delle parole che abitualmente usiamo nelle nostre conversazioni. Considerare, ad esempio, quante volte il nostro modo di parlare è stato convenien­te o no, se ha contribuito a innalzare la qualità del­la conversazione, se ha insinuato dubbi sulla vita di qualcuno, denigrato, offeso. Si tratta di verifi­care il valore e il significato che diamo alla paro­la nel processo comunicativo. È importante chie­dersi se, prima di parlare, facciamo un prudente discernimento di quello che stiamo per dire o se piuttosto ci lasciamo guidare dall'istinto, dalla rab­bia, dalla leggerezza, dalle emozioni del momen­to, e finiamo per lasciarci facilmente contagiare dall'ambiente pettegolo.

In questa esperienza di discernimento un ruolo particolare lo riveste la virtù della prudenza, che è stata sempre considerata la virtù che regola e misura tutte le altre — non a caso gli antichi la chiamavano auriga virtutum (cocchiere delle vir­tù). Essa permette di distinguere, tra le cose che vorremmo dire e fare, quelle che portano al bene e quelle che portano al male, ciò che è secondo lo Spirito di Dio è quello che è contrario. Chi è pru­dente è anche sapiente, capace cioè di valutare at­tentamente prima di procedere, secondo quella lungimiranza che permette di prevedere le conse­guenze che possono scaturire da un determinato uso della parola. Per questo il Libro della Sapien­za dirà: « Ho conosciuto tutte le cose nascoste e quelle manifeste, perché mi ha istruito la sapien­za, artefice di tutte le cose » (Sap 7,21). Nel suo li­bro sul combattimento spirituale, a proposito del modo di regolare la lingua, Lorenzo Scupoli così si esprime: « Le cose che ti cadono in cuore per dir­le, siano da te considerate prima che passino alla lingua, perché di molte ti accorgerai che sarebbe bene che da te non fossero mandate fuori »[14]. La prudenza quindi educa a usare saggiamente le pa­role, a dare loro il giusto significato; insegna a sa­perle misurare, a saperle porgere, a saper attende­re il momento opportuno per esprimerle o per tacerle, secondo la massima sapienziale: « C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare » (Qo 3,7). Pertanto, riscoprire la virtù della prudenza signi­fica dare un orientamento preciso alla propria vi­ta, ai propri pensieri e alle proprie azioni, riappro­priandosi di quella capacità di riflessione e di discernimento personale che permette di agire se­condo il bene proprio e quello degli altri e soprat­tutto di distinguerlo dal male. Un confine che il pettegolezzo tende sempre più ad annullare e a confondere, avallando un modo di fare e di dire che sembra sempre più « normale », fino a diven­tare un costume di vita che certamente non rende ragione della verità della persona e delle relazioni.

L'esperienza conferma come ci lasciamo fa­cilmente coinvolgere nelle dicerie e nei pettegolez­zi e come spesso parliamo a ruota libera: tutto di­venta lecito e la menzogna finisce lentamente per sostituirsi alla verità. Tante conversazioni sono ca­ratterizzate da questo modo malato di comunica­re, si va oltre la constatazione dei fatti, si amplifi­ca qualche situazione, si aggiunge qualcosa di falso, si usa una parola allusiva, la cui falsa inno­cenza diventa capace di stuzzicare la curiosità dei presenti. In questi contesti le parole si degradano facilmente, fino a sconfinare nel pettegolezzo.

Cosa fare allora quando ci troviamo in tali si­tuazioni e ci accorgiamo della facilità con la quale si rischia di rimanere intrappolati in queste dinami­che perverse? Se già la prudenza permette di misu­rare e verificare le parole da dire, la stessa virtù può aiutarci a capire quando è il caso di intervenire per depotenziare il pettegolezzo e quando è convenien­te stare in silenzio, ma nel modo giusto. Due armi strategiche che possono aiutare a non rimanere in­trappolati nel fascino bacato del pettegolezzo.

 

Depotenziare il pettegolezzo

È uno dei modi per contribuire a innalzare il livello delle conversazioni, scegliendo di far per­dere forza al pettegolezzo, evitando che il proprio intervento possa in qualche modo contribuire ad alimentare le dicerie, con domande curiose o ag­giungendo ulteriori parole ed espressioni allusive che lasciano percepire qualcos'altro, creando un ulteriore pettegolezzo. Di solito, infatti, si verifica un effetto domino: una parola perversa ne richia­ma un'altra e così via. Depotenziare il pettegolez­zo significa dare un nuovo corso alla comunica­zione, attraverso un nuovo significato dato alle parole. Significa immettere nella conversazione parole ed espressioni cariche di bene, che possa­no frenare la corsa della parola malata e bloccare il contagio. In concreto cercare di portare il discor­so su un livello diverso: cambiando argomento, concentrando l'attenzione su altre questioni, pos­sibilmente più edificanti. Anche la parola di Dio ci fornisce alcuni elementi concreti per contrasta­re il pettegolezzo. Così leggiamo nel Libro del Siracide: « Non contendere con un uomo chiac­chierone e non aggiungere legna al suo fuoco » (Sir 8,3). Mentre il Libro dei Proverbi sottolinea: « Per mancanza di legna il fuoco si spegne; se non c'è il calunniatore, il litigio si calma » (Pr 26,20). Sono testi molto significativi, che usano la stessa immagine per sottolineare la possibilità di dimi­nuire la forza distruttiva del pettegolezzo attraver­so l'uso sobrio e moderato delle parole, per non incrementare il fuoco devastante procurato dalla lingua. Pertanto lì dove qualcuno sarà disposto a immettere questo principio di bene, attraverso l'esercizio sapiente della parola, allora il pettego­lezzo comincerà a indietreggiare, a perdere forza, perché non troverà un alleato disposto a rilanciar­lo, permettendogli di continuare la sua corsa.

 

Il giusto silenzio

Un'altra importante arma per depotenziare il pettegolezzo è il silenzio, ma bisogna essere ca­paci di comprendere quale silenzio adottare; non tutti i silenzi infatti sono uguali, in quanto ognu­no esprime uno stato d'animo ben preciso. Ci so­no silenzi carichi di gioia, di stupore, di attesa; al­tri di tristezza, di dolore; altri ancora di rabbia, di rancore, di arroganza. C'è il silenzio dell'esistenza credente come contemplazione e risposta di fede al mistero di Dio. Ma c'è anche il silenzio nel suo risvolto più deteriore, che si chiama mutismo, che non ha niente a che vedere con il silenzio vero: questo infatti non è mai muto, ma è portatore di una certa profondità. Dirà a proposito Romano Guardini: « Tacere non significa affatto essere mu­to. Il vero tacere è precisamente il correlativo del vero parlare: si appartengono l'un l'altro come l'in­spirazione e l'espirazione (...) il discorso che non implica relazione diventa un cicaleccio »[15].

Il silenzio da adottare per arginare il pettego­lezzo dovrà essere carico di una certa significativi­tà e non essere mai un silenzio sterile o muto, che potrebbe dire altro o essere frainteso. Non basta per­ciò stare in silenzio, ascoltando semplicemente i pettegolezzi degli altri, e pensare di non macchiar­si di alcuna colpa, per il fatto che non stiamo par­tecipando attivamente alla discussione. Questo sa­rebbe un inganno, una scelta che fa diventare complici, in quanto tale silenzio può significare as­senso di quanto si sta semplicemente ascoltando. Ci sono inoltre silenzi che dicono più delle parole, soprattutto quando sono accompagnati da gesti, da smorfie, da sorrisi velati, che lasciano intendere che si sta approvando quello che si sta ascoltando. In alcuni casi, quando il silenzio viene alternato da mezze parole o da espressioni quali: « Meglio che non parlo... », « Se la mia bocca potesse parlare... », « Ah, se sapeste.. ! », ciò fa nascere il sospetto di es­sere depositari di chissà quali verità o segreti ine­renti alla vita privata di una persona. Atteggiamen­to che andrà ad accendere negli altri la curiosità di sapere di più, fino a costringere a svelare situazioni e fatti privati che probabilmente erano stati con­fidati nel segreto o di cui si è venuti a conoscenza, e che da questo momento diventano di dominio pubblico. Sottolinea il Siracide 19,10-12: « Hai udito una parola? Muoia con te! Sta' sicuro, non ti farà scoppiare. Per una parola va in doglie lo stolto, come la partoriente per un bambino. Una freccia conficcata nella coscia: tale una parola in seno allo stolto ». Un chiaro invito a mortificare la propria lin­gua, a saper custodire le parole che abbiamo ascol­tato o che ci sono state confidate in segreto. Il si­lenzio, in alcuni casi, è meglio della parola, in quanto diventa rivelatore di una certa maturità uma­na e di quella profondità spirituale carica di amore e di compassione. Scrive sapientemente un autore contemporaneo: «A Babele ci si salva tacendo... Con il silenzio si attenua la forza devastatrice del­lo scandalo, si spuntano gli artigli della detrazione, si spennano le ali della calunnia, si smorza la vio­lenza dell'odio, mentre aumenta la forza difensiva nei confronti degli urti delle avversità »[16].

 

La via della correzione

Quando si ha certezza di chi sia l'autore di pettegolezzi e dicerie o nel momento in cui si percepisce che i discorsi che si fanno in compagnia di amici, nei gruppi e in altri contesti aggregativi, stan­no degenerando e sconfinando nel pettegolezzo, allora bisogna provare a correggere. Se la situazio­ne lo consente, tale correzione potrà essere prati­cata anche sul momento, trovando naturalmente le parole e le modalità più adeguate. Comunque, è sempre preferibile la via della riservatezza e quindi la correzione fatta in modo personale, a tu per tu con il fratello o la sorella (cfr. Mt 18,15-18).

La pratica della correzione fraterna, condot­ta nella riservatezza e nella discrezione, evita di sbandierare le fragilità del fratello e di farle diven­tare oggetto di pettegolezzo e di critica. La corre­zione pertanto, se da un lato diventa un grande atto di carità, che recupera il fratello alla verità, nello stesso tempo diventa un deterrente al pette­golezzo, in quanto va a bloccare quel meccanismo che contribuisce alla diffusione del pettegolezzo stesso. Tale passaggio contiene anche una indica­zione molto importante, che dovremmo attuare nella correzione, e cioè la capacità di sapersi por­gere all'altro, misurando le parole, esprimendole nei tempi e nei modi più opportuni. Una modali­tà che suppone una grande capacità di discerni­mento e di pazienza per evitare di « mortificare inutilmente il peccatore ». Molto spesso, invece, il nostro modo di correggere diventa un tribuna­le, dove l'altro viene semplicemente accusato, ap­punto “spellato”, senza nessuna misericordia, co­sì da peggiorare la situazione[17].

 

STRATEGIE VIRTUOSE

Vo­gliamo ora sottolineare alcuni atteggiamenti virtuosi da assumere nel proprio cammino per evitare di esse­re travolti dal male prodotto dai pettegolezzi. Si trat­ta di un cammino di fortificazione, per non cedere alla tristezza, allo scoraggiamento o a sentimenti di rancore o di vendetta, che potrebbero portare alla facile tentazione di combattere il male con il male. La battaglia invece deve essere condotta nel campo del bene,  con la poten­za dell'amore e della misericordia.

 

Essere pazienti

In questa lotta contro il pettegolezzo la pri­ma arma da sfoderare è la pazienza. Ce ne vuole veramente tanta! Un vecchio proverbio dice che « la pazienza è la virtù dei forti », eppure anche i più forti in alcuni momenti possono perderla, so­prattutto quando le situazioni diventano talmente insopportabili da portare all'esasperazione. Avere pazienza significa diventare capaci di rimandare la propria reazione alle avversità, sopportando il do­lore con animo sereno, controllando la propria emo­tività e perseverando nelle azioni. Ma avere pazien­za significa soprattutto educarsi ad avere uno sguardo nuovo, misericordioso verso chi ce la fa perdere. Questo in fondo è il significato dell'espres­sione « sopportare pazientemente le persone mole­ste », che tra tutte le opere di misericordia è indub­biamente la più dimenticata, oltre che fraintesa. Dimenticata, per la sua intrinseca difficoltà, in quan­to ci viene chiesto un puro atto di carità, un anda­re oltre i consueti modi di rapportarci con coloro che molestano; fraintesa, perché l'avverbio « pa­zientemente » non è ben interpretato, o forse, vo­lutamente accomodato, secondo il nostro modo li­mitato di concepire il tempo. Essere pazienti infatti significa dare tempo al fratello di ravveder­si, sopportandolo non una sola volta, ma continua­mente, senza rabbia e risentimento. Scrive papa Francesco, commentando l'inno all'amore di san Paolo: « Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l'altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com'è. Non im­porta se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L'amore comporta sempre un senso di profonda compassione »[18]. Questo non significa tollerare o giustificare il peccatore, ma andare oltre il suo er­rore e la sua fragilità così come fa la misericordia di Dio che continua ad amarci e ad aspettarci no­nostante le nostre continue infedeltà. Avere pazien­za nei confronti di chi, come nel nostro caso, ci mo­lesta con le parole, significa acquisire qualcosa della magnanimità di Dio, che ci permette di assu­mere quel « fattore cristiano » di cui parla Bonho­effer, intendendo ciò che è straordinario rispetto all'ordinarietà del nostro modo di fare: « È ciò che supera i farisei in una giustizia maggiore, il di più, ciò che va oltre... Dove non c'è questo fattore sin­golare, straordinario, non c'è nulla di cristiano »[19].

 

Sdrammatizzare

Questa « santa pazienza », da accogliere co­me dono che viene dall'alto, richiede anche un certo lavoro personale, perché non diventi un at­teggiamento passivo, bensì un'esperienza feconda di crescita umana e spirituale. Parliamo di quella pazienza attiva all'interno della quale si cerca di capire come stanno i fatti, di verificare la fonda­tezza degli stessi e di agire di conseguenza con la giusta capacità di attesa, imparando a sdramma­tizzare. E sì! Imparare a sdrammatizzare, per ridi­mensionare il problema e per evitare di far diven­tare quel determinato pettegolezzo il centro dei propri pensieri e della propria esistenza. In effet­ti, il tornare continuamente a rimuginare su quan­to si è sentito dire sul proprio conto, comporta un notevole spreco di energie, soprattutto psicologi­che, che viceversa potrebbero essere impiegate in altri ambiti e in modo molto più fecondo. In que­sto senso la pazienza attiva deve portare a lavora­re sui propri pensieri e sui propri sentimenti, per dirigerli verso nuovi orizzonti, soprattutto verso pensieri positivi di bene e di pace.

In questo percorso di pacificazione e di sem­plificazione non può mancare il momento della ve­rità, che deve essere condotto con intelligenza e franchezza, sia sul versante esterno sia su quello interno. Il momento esterno corrisponde alla lettu­ra della situazione che si è presentata e nella qua­le si è coinvolti. Essa serve a verificare la natura del pettegolezzo, per capire se è fondato su un fat­to realmente accaduto o è frutto di qualche frain­tendimento o semplice e fantasiosa invenzione. Il momento interno corrisponde a quello che potrem­mo chiamare presa di coscienza dei propri limiti, il riconoscere effettivamente di avere mancato in qualcosa, che c'è una colpa reale, sulla quale qual­cuno ha poi costruito una diceria. È il momento della purificazione del cuore, dell'umiliazione, del­la guarigione dai sensi di onnipotenza, dal sentir­si migliori degli altri. Questo duplice aspetto del­la verifica viene sottolineato nel libro del Qoelet, che invita a sdrammatizzare le dicerie, per evitare di sentirne qualcuna sul proprio conto, per poi guardarsi dentro e constatare la propria miseria: « Non fare attenzione a tutte le dicerie che si fan­no, così non sentirai che il tuo servo ha detto ma­le di te; infatti il tuo cuore sa che anche tu tante volte hai detto male degli altri » (Qo 7,21-22).

Essere vittime di pettegolezzi paradossal­mente può costituire un'esperienza vantaggiosa e motivo di crescita. Essa può aiutare a mettere or­dine nella propria vita, individuando ciò che bi­sogna togliere o modificare, imparando con umil­tà a guardare più a se stessi che agli altri. Questa capacità introspettiva manifesta una notevole ma­turità umana e spirituale, che non ha paura di met­tersi di fronte alle proprie colpe per denunciarle in maniera risoluta e continuare il cammino con un cuore libero e purificato da ogni forma di ipo­crisia. Inoltre, se queste esperienze dolorose ven­gono vissute in un atteggiamento di fede, posso­no diventare occasioni preziose per radicarsi sempre più in Dio. Illustrando i benefici spiritua­li che possiamo ricavare dalle colpe altrui così scri­ve padre Jacques Philippe: « A volte è grazie a una delusione patita in una relazione con qualcuno, da cui molto (forse troppo) ci aspettavamo, che impariamo a tuffarci nella preghiera, nella relazio­ne con Dio e ad aspettarci da lui quella pienezza, quella pace e sicurezza che soltanto il suo amore infinito può assicurarci. Le delusioni che abbiamo nelle relazioni con gli altri ci fanno passare da un amore idolatrico a un amore realistico, libero e dunque finalmente felice»[20].

 

Bene-dire

In questo percorso di guarigione, volto- a contenere le conseguenze del pettegolezzo, non bisogna mettere in atto solo la strategia della dife­sa, ma anche quella dell'attacco che non è diretto a sconfiggere il nemico, ma a custodirlo, ad amar­lo, ad affidarlo al Signore perché sia lui a toccare il suo cuore. È la strategia dell'amore che si carat­terizza come preghiera di intercessione, non solo per coloro che soffrono e che vogliamo raccoman­dare al Signore, ma, nel nostro caso, per coloro che ci perseguitano e dicono male di noi, usando imprudentemente la lingua. Nel Discorso della montagna, Gesù raccomanda (Mt 5,43-48) questa forma di preghiera: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguita­no, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buo­ni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se da­te il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Non sarà stato un discorso di facile compren­sione, anzi avrà fortemente urtato la sensibilità di coloro che si ritenevano giusti in quanto fedeli al­le prescrizioni della Legge. È un invito a fare diver­samente rispetto alla mentalità tradizionale nel con­cepire il rapporto con Dio e con i fratelli. Siamo nella logica evangelica dell'amore verso il nemico, dove la Legge trova il suo pieno compimento. Si tratta della più grande provocazione di Gesù da­vanti alla quale avanziamo i nostri « ma », « però » « fino a tanto? ». Ci viene chiesto un atto straordi­nario che non rientra nell'ordine naturale dei no­stri pensieri e dei nostri comportamenti, dove ten­diamo in genere ad amare coloro che rientrano nel nostro orizzonte affettivo e che in qualche modo ci ricambiano. Amare i nemici rimane uno scan­dalo, e potrebbe persino dare adito a una sorta di complicità con il male da loro commesso. Eppure questo atteggiamento diventa il tratto distintivo dei discepoli del Signore che ci insegna a condan­nare in modo irresoluto il peccato, ma a mostrare compassione e misericordia per il peccatore. Per cui quel « Voi, dunque... », con cui Gesù conclu­de il discorso, apre orizzonti completamente di­versi, ci invita a un cambiamento di mentalità, ad assumere nuovi criteri di valutazione del fratello; ci invita in definitiva a entrare nella vita stessa di Dio, per cogliere qualche battito del suo cuore e per imparare da lui il vero amore.

Bonhoeffer, commentando questo brano di Matteo, sottolinea un aspetto particolare di questo amore incondizionato per i nemici, un amore che deve osare tanto, fino a diventare benedizione: « Se ci colpisce la maledizione del nemico perché egli non può sopportare la nostra presenza, noi dobbiamo alzare le mani per benedire: voi, nostri nemici, voi i benedetti del Signore, la vostra male­dizione non ci ferisce; possa la vostra povertà es­sere colmata con la ricchezza di Dio, con la bene­dizione di colui contro il quale voi vi ostinate inutilmente. Vogliamo senz'altro portare la vostra maledizione, purché voi riceviate la benedizione »[21].

Questo commento ci aiuta a comprendere il significato della benedizione, che non è semplice­mente un atto umano, ma scaturisce dall'incontro con Dio, il solo che può benedire le nostre esisten­ze, rendendoci capaci di diventare benedizione per gli altri. Ricordiamo che il primo atto che Dio com­pie sull'uomo creato a sua immagine è proprio la benedizione. Così infatti si legge nel libro della Ge­nesi: « E Dio creò l'uomo a sua immagine; a imma­gine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: siate fecondi e molti­plicatevi » (Gen 1,27-28). All'origine quindi c'è una parola di bene, una trasmissione di vita, un invito a fecondare, diventando benedizione per gli altri. L'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, porta in sé questo principio di bene, questa capa­cità di bene-dire, e in tal modo viene associato al­la stessa opera creatrice di Dio. L'idea biblica di be­nedizione comprende tutto il positivo dell'esistere e del vivere e quindi ogni volta che si benedice si crea, si trasmette vita, si comunica l'amore stesso di Dio: « La parola di benedizione contiene in se stessa la sua forza di attuazione, è di per sé effica­ce e irrevocabile. In questa prospettiva la benedi­zione non è tanto un bene-dire, quanto un bene-dare: trasmettere, comunicare una sorta di “energia di bene”, destinata a esplicarsi in molti modi nel­l'esistenza di chi riceve la benedizione »[22].

Allora la benedizione non è più una sempli­ce preghiera, un gesto, un rito, o come qualcuno la considera, un atto scaramantico per allontana­re chissà quali negatività; essa diventa una espe­rienza di comunicazione vitale, dove la stessa pa­rola viene chiamata in causa per il suo alto valore comunicativo. In questa prospettiva il parlare be­ne del fratello costituisce di per sé una straordi­naria benedizione, in quanto mediante essa si co­munica la bellezza di un Dio Padre che ama i suoi figli e per questo non può che dire e fare cose bel­le per loro. Per cui, quando si parla bene di una persona, si contribuisce a creare vita, a mantene­re viva una relazione, a custodirla, immettendo in essa un principio di bene, di pace e di armonia. Una parola buona e bella risana il cuore, infonde speranza, valorizza l'altro, invitandolo a dare il meglio di sé. Dire-bene promuove la vita, rinsal­da l'amicizia, contribuisce a creare stili di vita li­beri, sani e rispettosi della diversità dell'altro.

Viceversa il dire male e quindi il pettegola­re in tutte le sue declinazioni, esprime la realtà op­posta e introduce tra le persone un principio di morte, dove le relazioni vengono incrinate dal so­spetto, dal giudizio, fino a essere totalmente di­strutte. Questo perché, in riferimento al principio performativo, precedentemente sottolineato, la pa­rola non è mai la semplice pronuncia di un suo­no, ma porta in sé ciò che vuole esprimere e quin­di realizza ciò che dice. Una parola maldicente non sarà mai innocua, ma andrà a incidere negativa­mente sulla persona interessata e sull'ambiente, pregiudicando, in qualche modo, l'armonia delle relazioni.

Bene-dire, come capacità di dire e fare cose belle e buone per l'altro, costituisce una straordi­naria sfida per la società odierna, ma soprattutto per la Chiesa chiamata a manifestare l'amore di Dio attraverso segni concreti che la rendano sempre più credibile. Benedirsi reciprocamente diventa il cri­terio per valutare la maturità di una comunità cri­stiana che ha incarnato il messaggio evangelico della carità. Dice san Paolo: « La carità non sia ipo­crita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nel­lo stimarvi a vicenda » (Rm 12,9-10).

Ecco allora la parola d'ordine: « Gareggiare nello stimarsi a vicenda ». Questa è la strada da percorrere per chi vuole guarire dal male del pet­tegolezzo. Questo è l'antidoto alla maldicenza: ricominciare ad amare, a stimarsi, a considerare l'altro come un fratello che Dio ha posto sul cam­mino di ciascuno per ricordarci la sua stessa be­nedizione. La fraternità quindi diventa il luogo dove vivere e riconoscere la benedizione di Dio e nello stesso tempo essa costruisce la fraternità in tutta la sua bellezza, mediante quell'olio prezioso e quella rugiada, di cui parla il Salmo 133, che scendono dall'alto e portano la vita per sempre. Una parola vera e bella può creare fraternità, può cu­rare le ferite dell'anima, può impreziosire la vita, può ridare speranza. È questo il tempo di ridare dignità alla parola, facendole ritrovare la sua ge­nuina vocazione, quella di essere ponte e non osta­colo, portatrice di verità e non di menzogna, stru­mento di pace e non di guerra.

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[1] D.E. Viganò, Il brusio del pettegolezzo, Forme del discredito nella società e nella Chiesa, EDB, Bologna 2016, pp. 47- 48.

[2] G. Rossini, Il barbiere di Siviglia, Melodramma buffo in due at­ti di C. Sterbini, a cura di E. Rescigno, Ricordi, Milano 1988, pp. 64-65.

[3] Al riguardo cfr. Pontificio consiglio delle comunicazioni so­ciali, Etica in internet, Paoline, Milano 2002.

[4] Francesco, Omelie del mattino, vol. Il, Libreria Editrice Vati­cana, Città del Vaticano 2014, p. 8.

[5] Francesco, Amoris laetitia, Esortazione apostolica postsino­dale sull'amore nella famiglia, Paoline, Milano 2016, n. 95.

[6] Fonti Francescane, Ammonizioni, VIII, a cura di E. Caroli, Editrici Francescane, Padova 2004, p. 112.

[7] S. Guarinelli, La gente mormora. Psicologia del pettegolezzo, Paoline, Milano 2015, p. 138.

[8] Francesco, Amoris laetitia, n.107.

[9] Sul tema cfr. L. Pasqua, Dal rancore al perdono, Edizioni Rin­novamento nello Spirito Santo, Roma 2015.

[10] Paolo VI, Liberaci dal Male, in Insegnamenti di Paolo VI, X, Li­breria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1972, p. 1171.

[11] Francesco, Gaudete et exsultate, Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, Paoline, Milano 2018, n.161.

[12] Francesco di Sales, Filotea. Introduzione alla vita devota, Pao­line, Milano 1984, p. 221

[13] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1459, 2487.

[14] Lorenzo Scupoli, Combattimento spirituale, cap. XXIV, San Pao­lo, Milano 1992, p. 121.

[15] R. Guardini, Lettere sull'autoformazione, p. 132.

[16] M.G. Masciarelli, Abitare il silenzio, Dehoniane, Roma 1998, p. 61.

[17] Cfr. L. Pasqua, Fatta per amore. La correzione fraterna, Paoli­ne, Milano 2016, pp. 35-40.

[18] Francesco, Amoris Laetitia, n. 92.

[19] D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 1975, p. 132.

[20] J. Philippe, La libertà interiore. La forza della fede, della spe­ranza e dell'amore, San Paolo, Milano 2004, p. 71.

[21] D. Bonhoeffer, Sequela, p. 128.

[22] D. Mosso, Benedire, Elledici,Torino 1987, p. 7.

Tu sei quell’uomo!” (2Sam 12,7). Sono le parole con le quali Natan, dopo aver raccontato a Davide la parabola dell’ingiustizia subita dal povero a causa dell’avidità del ricco, svela il peccato del re. Senza tale intervento Davide sarebbe rimasto chiuso nel suo peccato.

Non c’è vero progresso spirituale senza un’adeguata presa di coscienza dei propri peccati personali. Lasciamoci interpellare dalla parola di Dio per riconoscere e confessare umilmente - come Davide - il nostro peccato.

 

TESTI BIBLICI PER LA PREGHIERA PERSONALE

Gv 8,1-11  “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”

Sotto il portico di Salomone, dove solitamente ci si sedeva per giudicare le cause delle persone, viene presentata a Gesù la donna adultera. Peccato patente e grave che rappresenta ogni tipo di infedeltà di Israele al suo Dio, l’adulterio, aggravato dal fatto di essere a Gerusalemme e in tempo in preparazione della festa della pasqua. Vogliono che Gesù faccia da giudice (e sappiamo che Gesù ha sempre voluto togliere l’idea di Dio come giudice): “Tu che ne dici? Mosé ci ha ordinato di lapidarle, tali donne”. Cercavano un motivo per lapidare la donna, ma cercano anche e soprattutto un capo d’accusa per condannare Gesù. A Gesù viene lasciata la parola decisiva, che in qualunque caso lo screditerà: se in nome della misericordia si pronunzia per l’assoluzione, sarà lui stesso accusabile di trasgredire la legge di Mosé; se al contrario vi si dimostra obbligato, allora smentirà la sostanza del suo annuncio. In entrambi i casi sarà esautorato dalla sua stessa parola, tanto ammirata.

Gesù allora sceglie di non proferire parola e si china a scrivere per terra. Misterioso questo scrivere di Gesù… Sembra che l’unico libro dei conti di Gesù è la sabbia. Essa ingoia tutto, cancella tutto, dimentica tutto. Per Gesù il peccato della donna è già perdonato e cancellato… Un tribunale ben strano! E’ il giudice che dall’alto della croce ha detto solo parole di salvezza: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Non è venuto per condannare, ma per salvare…

E poi la risposta, assolutamente sconcertante, di Gesù: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Gesù torna a scrivere, ricomponendo la sua parola nel medesimo silenzio da cui l’ha generata. Quel secondo chinarsi per scrivere a terra è parola di perdono anche per gli accusatori. Ma tale perdono richiede che riconoscano il loro bisogno di essere perdonati, il loro debito impagabile. Che quindi smettano di giudicare gli altri, uccidendoli già nel proprio cuore, per puntare invece il dito verso se stessi…

 

 Lc 15,11-32  Il padre misericordioso

Nella parabola del padre misericordioso Gesù vuol mostrarci cosa significa peccare e qual è l'atteggiamento di Dio nei confronti del peccatore. I due figli impersonano due modi diversi di vivere il peccato; nell'uno e/o nell'altro di essi ogni uomo, ognuno di noi può riconoscersi, ma è contemporaneamente chiamato ad alzare lo sguardo al padre, contemplandone l'atteggiamento: la sua bontà, la sua misericordia che riaggiusta, anzi fa nuova, la relazione di amore che il peccato aveva spezzato.

 La richiesta e l'esperienza del figlio minore

In Israele la situazione legale era la seguente: c’erano allora due forme di trasmissione della proprietà da padre a figli, l’una per testamento, l’altra per donazione tra vivi. In quest’ultimo caso vigeva la regola, secondo la quale il beneficiario riceveva immediatamente il capitale, il godimento dei frutti, invece, solo alla morte del padre. Nel caso di donazione tra vivi, il figlio ottiene il diritto di proprietà, ma non può disporne (se egli vende il compratore non può prenderne possesso prima della morte del padre) e non ha l’usufrutto (questo rimane illimitatamente al padre fino alla sua morte). Il figlio minore della parabola non solo domanda il diritto di proprietà, ma in modo arrogante vuole anche disporre dei beni per poter organizzare indipendentemente la sua vita. Il paese lontano indica infatti questa sottrazione da ogni possibile influenza del padre.

La partenza avviene all’insegna delle più lusinghiere prospettive, perché il figlio minore possiede quegli elementi che in tutti i tempi sono considerati come gli ingredienti indispensabili della felicità: giovinezza, ricchezza e libertà. Quindi il nostro giovane si allontana dal padre con la presunta sicurezza di possedere la chiave che apre tutte le porte della felicità.

Il padre avrebbe potuto appellarsi alle disposizioni di legge per non accogliere la richiesta, oppure avrebbe potuto far ricorso a motivazioni cogenti per convincere il figlio a rimandare a suo tempo la divisione della “fortuna” paterna, o infine avrebbe potuto rivestirsi di autorità e di fermezza e rispondergli con tono altrettanto aspro e negargli quanto egli pretende con arroganza. E invece il testo annota laconicamente: “Il padre divise tra loro le sostanze” (v. 12). Si noti il “tra loro”: ciò vuol dire che il padre non si limita ad assecondare il minore, ma pensa anche al maggiore. Secondo Dt 21,17, al minore spettava un terzo del patrimonio paterno, al maggiore invece i due terzi.

Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue sostanze...” (v. 13). Si riserva soltanto il tempo indispensabile per mettere insieme le sue cose; non vuole attendere ulteriormente, non vede l'ora di partire per cominciare a vivere la vita da uomo libero.

Partì per un paese lontano”. Probabilmente “lontano” vuole sottolineare la distanza fisica dal padre; desidera sottrarsi a ogni controllo, si reca perciò in un paese nel quale la vita quotidiana non è regolata da coordinate religiose, quindi è un paese pagano.

Con una frase lapidaria il testo continua: “Là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”: è la reale possibilità di bruciare in breve tempo anche una ricchezza faraonica. La fretta per la partenza, il paese lontano e la rapidità nella dissipazione dei beni vengono descritti in poche battute dal narratore, quasi a lasciar capire che la vita è ben altra cosa che i sogni di un giovane inesperto e senza criterio. Crede di poter soddisfare impunemente la sete di piacere, come accade anche agli spensierati gaudenti del libro della sapienza (cfr. Sap 2,6-9). Il giovane “vive da dissoluto”, cioè vive una vita disordinata.

Il fatto è aggravato da una situazione imprevista come la carestia. E nella vita gli imprevisti vanno considerati. Le persone sagge ed avvedute in qualche modo si premuniscono per affrontare l’imprevisto, a differenza del figlio che si mostra insipiente vivendo all’insegna della spensieratezza, come se la vita dovesse sempre obbedire alla bizzarra logica dei suoi sogni.

Il giovane è caduto nella miseria più nera; per lui c'è un brusco amaro risveglio alla realtà. L'illusione si è mutata in un'umiliante e cocente delusione. Le tasche, così gonfie di monete fino a pochi giorni avanti, sono ora desolatamente vuote, ed egli si sente terribilmente solo e smarrito in un paese straniero. I compagni festaioli, che l'osannavano nel tempo dell'avere e del potere, si sono dileguati. E quello che sembrava un cammino trionfale di liberazione, si è risolto in un esodo alla rovescia. Il “paese lontano”, la terra promessa di tutte le delizie, diventa terra di schiavitù. Quella che lui credeva la scelta  migliore della vita, si rivela una triste scelta di morte.

Il giovane reagisce bene e cerca un lavoro. Lavorare non è degradante per un ebreo, ma custodire i porci, animali immondi (cfr. Lv 11,7) la cui carne non si poteva mangiare né toccare è una cosa inaccettabile. Ebbene, lui, giudeo, ora se vuole sopravvivere deve smentire i suoi principi religiosi e assumere in tutto lo stile di vita del suo padrone pagano. Quanto è caduto in basso!

Alla cocente umiliazione di tale lavoro si aggiunge quella del disinteresse degli altri per la sua persona: “Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava” (v. 16), ovviamente perché il padrone era più interessato a ingrassare i suoi porci che non a sfamare questo avventuriero di passaggio. Egli deve così procurarsi il cibo, verosimilmente rubandolo.

 Il ripensamento

La incresciosa situazione gli fa scattare un meccanismo di ripensamento: “Allora rientrò in se stesso” (v. 17). Questa espressione è forse sinonimo di conversione? Indica forse un pentimento sincero? No. Il giovane rientra in se stesso perché ne era uscito, era stato portato fuori (dis-tratto) dalla ricerca del godimento immediato, del piacere sfrenato degli istinti più rozzi e si era alienato, estraniato da sé. Adesso la fame ha sbiadito i colori che dipingevano la vita di facile quanto inconsistente felicità, riproponendo una realtà sobria ma essenziale: una protezione, un lavoro e un sicuro sostentamento. Dice infatti: “Quanti salariati in casa di mio padre...”. La motivazione del suo ritorno è la fame.

Si noti che a questo punto affiora per la prima volta il riferimento al padre preceduto dal pronome possessivo “mio”. Però, lui è convinto che per quel che ha fatto non può più riconoscersi come figlio, anzi non riesce neppure a immaginarsi in quanto tale. Ritiene di aver smarrito definitivamente lo statuto di figlio. Si sente inesorabilmente declassato. Suo punto di riferimento sono i servi. Il rapporto con il padre per lui può essere solo quello che intercorre tra un servo e un padrone.

Io qui muoio di fame!”. Ha fame di ciò che è essenziale e indispensabile per la sua vita; si è spenta la fame di sogni, di miraggi, di illusioni, di cose effimere. Desidera allontanarsi nel tempo e nello spazio da quel paese lontano per lasciarlo sbiadire anche nel ricordo. E' solo l'inizio del cammino di conversione.

Mi leverò e andrò da mio padre” (v. 18). Arriva dunque a concrete risoluzioni: tornare a casa dal padre. E' attirato dall'amore e dalla dolcezza della casa paterna, e non da discorsi o minacce: nonostante quello che ha compiuto sente di poter affermare “mio padre”.

... e dirò: Padre, ho peccato...”. E’ capace di riconoscere il proprio fallimento. Ma non si tratta ancora di una conversione: egli guarda solo alla miseria in cui è caduto, non pensa affatto al dolore del padre, non è pentito per le conseguenze che ha provocato con le sue conseguenze verso di lui. Il momento della conversione è ancora lontano. Si deve anche notare che questo figlio fa una confessione interessata; nelle sue parole si coglie una certa capatatio benevolentiae.

Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. E' convinto che per tutto quello che ha combinato è irrimediabilmente scaduto dal rapporto di figlio; anzi, riconosce di non poter rivendicare più alcun diritto, perché nei fatti (e non tanto nelle parole) ha rifiutato di essere figlio, pretendendo di voler essere padrone esclusivo di sé. Ma lui non sa che la realtà di figlio è legata per legge di natura alla paternità.

 L’incontro tra il padre e il figlio minore

“Partì e si incamminò verso suo padre” (v. 20): è la decisione maturata alla luce della riflessione fatta. Ora ritorna dal padre libero della sua sprezzante autosufficienza. Egli ha già ricevuto tutta la sua parte di eredità e non ha ormai più nulla da reclamare. Ma egli ha una certa conoscenza di suo padre che motiva il suo ritorno. Il ritorno del figlio è la risposta all’arte educativa del padre che non aveva mai abbattuto un ponte di fiducia che lo legava al figlio, anche se la fiducia era stata momentaneamente tradita.  Il padre raccoglie i frutti del suo rischio, avvenuto in contesto di amore e di speranza. 

Quando era ancora lontano il padre lo vide”. Il padre rimane padre per l'intera vicenda. Ama teneramente il proprio figlio che si è allontanato e, in nome dell'amore, ha sperato e atteso che un giorno o l'altro lui ritorni; l'amore non si arrende mai, non si rassegna alle distanze, non dispera, non disarma. Il suo cuore paterno è rimasto come vigile sentinella. E chissà quante volte avrà allungato l'occhio sulla strada che porta a casa! E ora, finalmente, scorge qualcosa di indistinto: potrebbe essere lui, il figlio che torna. Finché lo riconosce e un fremito attraversa la sua persona.

Gli corre incontro, lo bacia, lo accoglie.  Solo ora il testo parla dei sentimenti e lo fa con una parola caratteristica: “commosso”. Il termine ricorre qui e in due altri contesti dell’evangelista Luca: a 7,33 quando Gesù si commuove davanti al defunto figlio unico della vedova di Nain e a 10,33 quando il buon samaritano ha compassione dello sventurato caduto in mano dei ladroni. Il termine (splanchnizein) traduce l'ebraico raham, con il significato primo di “grembo materno, utero, viscere”. Indica quindi una commozione profonda.. E’ l’espressione della tenerezza materna (il termine ebraico fa riferimento all’utero materno) e ciò spiega perché manchi nella parabola la figura femminile: il padre è al contempo madre.

Il padre gli “corse incontro”. E' una corsa che lascia comprendere che ha una grande fretta di riaccoglierlo con immensa gioia in casa. E, giunto da lui, “cadde sul suo collo” (trad. letterale) per stringerlo in un forte abbraccio, ma anche per impedire al figlio di umiliarsi mettendosi in ginocchio ai suoi piedi. E' una finezza dell'amore del padre che intende prevenire un eventuale gesto penoso del figlio.

E poi “lo baciò”. Il verbo greco κατεφίλησεν esprime non qualche bacio sia pure molto affettuoso, bensì il gesto di coprire di baci in segno di perdono e di comunione. Il padre non tiene conto nemmeno dell'impurità del figlio per essere stato tra gente pagana e per aver custodito dei porci.

Il padre fa tutto questo senza preoccuparsi se suo figlio -  noi sappiamo che ha pascolato i porci – è puro o impuro. Non si preoccupa di ciò, anzi il suo desiderio di purificare il figlio – e in lui ci identifichiamo tutti noi -  è più importante della propria purezza. Il padre – come ha fatto anche Gesù con i peccatori - accetta di prendersi la lordura, l'impurità del figlio,  pur di trasmettergli questa vita di figlio.

A questo punto il giovane si esprime con le parole che aveva preparato, manifestando la sua convinzione che, dopo quello che è successo, non è più degno di essere chiamato figlio.  Il padre rimane padre, forse lo è ancora di più in questo momento di accoglienza, ma lui non può rimanere figlio perché il suo passato grava su di lui come onta incancellabile.  Egli vive più di passato che di presente o futuro.

Il padre non accetta le conclusioni proposte dal figlio e non lo lascia terminare con quel “Trattami come uno dei tuoi garzoni”: questo è veramente impensabile per il padre, attento più al presente e al futuro che non al passato. Egli non rimprovera, non guarda indietro, perché sarebbe un’inutile riacutizzazione di una ferita non ancora rimarginata. La punizione più grave e il rimprovero più severo se li è dati il giovane stesso che accetta di essere non-figlio.

Alle parole del figlio, il padre risponde con una serie di gesti che valgono assai di più delle parole. Si rivolge ai servi perché si prendano cura del figlio, come avveniva per il passato, anzi, ancora di più. Il vestito bello indica la situazione di straordinarietà (e di salvezza): bisogna ricordare che un re orientale per onorare un dignitario meritevole faceva dono di una veste preziosa; l’anello dove era impresso il sigillo di famiglia: donarlo a qualcuno significa conferire a questi pieni poteri, e quindi anche il potere di compiere tutti gli atti giuridici e amministrativi (è una chiaro segno della stupenda incoscienza di Dio che sempre dà fiducia, qualunque siano i nostri peccati!); i calzari erano un lusso e li portavano solo gli uomini liberi: il figlio non avrebbe dovuto più camminare a piedi nudi come uno schiavo!; e infine l’uccisione del vitello (cosa riservata alle grandi occasioni, come per le nozze del primogenito) e lo stare insieme a mensa, la gioia della festa e della condivisione.

Quale è la motivazione del padre di questa trionfale accoglienza del figlio? “Questo mio figlio era morto ed ora è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 32). Si noti che il padre non riprende la parola “peccato”, per sottolinearla o per minimizzarla. Il figlio minore non avrebbe quindi peccato? Il fatto è che il padre, più che all'offesa arrecatagli, pensa alle sue conseguenze per il figlio, alla morte che lo privava, lui, del proprio figlio! Ecco come ragiona un padre. Si noti anche che il discorso paterno non considera per nulla le ambigue motivazioni che hanno spinto il giovane a ritornare; poco importa che egli sia ritornato per calcolo o spinto dalla fame. Per il padre conta una sola cosa: che sia lì e che possa restituirlo alla vita, alla gioia dei figli.

 Durante tutto il tempo della separazione il padre ha sempre considerato il giovane come suo figlio; in nessun momento ha voluto ripudiarlo e i segni di affetto al suo ritorno indicano chiaramente che l'attesa ha dovuto essere dolorosa. La filiazione non era pertanto legata a un merito, ma veniva da una decisione paterna intangibile, era una condizione che non si poteva perdere: tu sei e resterai mio figlio, dovunque tu sia andato e qualunque cosa tu abbia fatto.

 Il padre e il figlio maggiore

Il figlio maggiore che ritorna a casa sente l'eco della musica e il ritmico battere le mani che accompagna le danze. L’informazione del servo, lungi dal procurargli gioia come era avvenuto per il padre, lo stizzisce: come è possibile che per quello scapestrato spendaccione si organizzi una festa?  E più ancora, come è possibile che per lui sia stato ammazzato il vitello? Non solo non capisce il motivo di quella festa, ma addirittura si sente in qualche modo defraudato di un suo diritto e posposto al minore. “Egli si arrabbiò e non voleva entrare” (v. 28). L’ira del maggiore contrasta con la commozione del padre nel riavere il figlio minore.  Ira, sdegno e dissociazione vengono ad abbattersi sulla festa che voleva essere momento di comunione, di intimità gioiosa per un nuovo rapporto che si era instaurato tra padre e figlio e, si presumeva, all’interno di tutta la famiglia ora ricomposta.  Invece no. La famiglia rimane ancora frantumata dal sentimento di isolamento e di rifiuto del figlio maggiore che non intende prendere parte alla festa.

Il figlio maggiore è l’immagine di una società che non sa perdonare, di una società che soltanto giudica chi ha sbagliato e si scandalizza dei gesti di misericordia; una società vendicativa, punitiva, che non tiene conto della dignità di coloro che hanno sbagliato.

Noi ci incontriamo spesso con questo modo di agire. Temiamo di creare confusione se usiamo misericordia, temiamo di premiare i cattivi e di umiliare i buoni. La parabola non sembra accessibile a un ragionamento del genere e stigmatizza il figlio maggiore che, pur stando in casa, non ha capito chi è il padre suo.

“Il padre allora uscì a pregarlo”. Il padre va incontro a lui come era andato incontro al minore. Il verbo “lo pregava” all'imperfetto fa pensare ai reiterati tentativi per convincerlo a entrare. Ma egli lo investe in modo rabbioso e, mancandogli di rispetto (non gli rivolge neppure l'appellativo di “padre”), gli rovescia addosso tutto il veleno che covava nel cuore. Nelle sue parole si legge la orgogliosa sicurezza del suo perbenismo, la incondizionata e assoluta fedeltà. Il lavoro è da lui vissuto come servile dipendenza. Anche lui intende far festa, però con i suoi amici, con gli altri e non con quelli di casa. Nella sua dura accusa al padre dimentica un fatto importante: che anche lui ha ricevuto la sua parte di patrimonio.

Il discorso prosegue attaccando il fratello minore. Egli parla al padre di ‘questo tuo figlio’, incapace di riconoscere l’altro come fratello, che demolisce agli occhi del padre, ritornando al suo passato ormai sepolto dal padre.

Il padre riconosce le ragioni del maggiore: quanto egli afferma non è né falso né esagerato. Le ragioni ci sono, ma che non diventino un comodo pretesto per alzare palizzate di divisione. Il padre lo ascolta e lo chiama “figlio”(τέκνον). È la stessa parola che utilizzò la madre di Gesù, quando ebbe ritrovato quest'ultimo al tempio, dopo tre giorni di angoscia: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, ti cercavamo, angosciati” (Lc 2,48). Ed è dunque un richiamo fatto con amore, con il cuore di un padre che vuole il bene del figlio[1]; vorrebbe in qualche modo fargli prendere coscienza di quella relazione filiale che il maggiore ha di fatto ma che non ha mai saputo apprezzare; tanto più ora che in un momento di tanta gioia per il padre si estranea e non è capace di condividere con lui i sentimenti. Anche lui, non meno del minore, ha bisogno di capire e scoprire suo padre”. Le sue ragioni valgono, ma nel momento e nel modo in cui vengono rivendicate, manifestano la intrinseca debolezza di relazione con il padre. Di fatto non ha mai goduto dell’amore del padre.

Il padre ricorda che la vera festa, l’unica, è quella che vede riuniti tutti insieme: “Bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 32). La festa autentica ci sarà quando il maggiore riconoscerà e accetterà l’altro non come ‘questo tuo figlio’, bensì come questo mio fratello. Capire il padre è capire il fratello; capire il fratello è capire il padre. Non basta essere sempre rimasti nella casa del padre per partecipare al banchetto; non basta neppure non aver fatto nulla di riprovevole: occorre compiere un passo più avanti del semplice buon senso umano o della logica di elementare compassione. Perdonare, accettare l’altro che ha sbagliato, ridargli fiducia e possibilità di ricominciare, tutto questo equivale a passare dalla logica umana alla logica divina, a passare da quello che tutti capiscono a ciò che attuano solo coloro che stanno dalla parte di Dio.

 

Lc 19,1-10  La conversione di Zaccheo

La storia di Zaccheo ci presenta uno degli episodi in cui Gesù è all'opera con i peccatori: gli rivela il perdono del Padre e gli ridona la sua dignità di figlio di Dio.

Zaccheo è un pubblicano. La professione di esattore delle tasse e la sua posizione di collaborazionista col potere romano lo rende impuro, peccatore pubblico e disprezzato da tutti, in particolare dai farisei che si considerano giusti. E niente ci dice che Zaccheo si senta peccatore per ciò che è e per ciò che fa. Il suo desiderio è semplicemente quello di veder passare Gesù, questo “rabbi” anticonformista che si dice frequenti i peccatori ed abbia tra i suoi discepoli un pubblicano come lui: Matteo. Ed ecco che Gesù prende l'iniziativa di stabilire una relazione con questo Zaccheo emarginato e disprezzato, di lanciargli un segnale d'attenzione e d'amore: “Gesù guardò in alto (verso l'albero su cui Zaccheo si era arrampicato) e disse a Zaccheo: scendi in fretta perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Zaccheo scende in fretta e lo accoglie. La gente mormora: “È andato in casa di uno strozzino!”; ma Gesù non bada al giudizio altrui: gli interessa la persona.

Questo suo gesto, che manifesta il suo amore per Zaccheo, vale per quest'ultimo più di mille parole. In questo, come in altri casi, Gesù non dice niente dei peccati di Zaccheo, non gli ricorda i suoi imbrogli, i suoi sbagli; non denuncia né condanna, si contenta solo di essere misericordioso, di rendere manifesta e accessibile questa misericordia, dandogli così la sicurezza che Lui lo ama. Questo dono d'amore è per Zaccheo il tesoro più grande: se ho l'amore di Dio, che cosa mi interessa del resto? (“Il Regno di Dio è simile a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova, lo nasconde di nuovo, poi, pieno di gioia corre a vendere tutto quello che ha e compera quel campo” Mt 13, 44). L'esperienza di questo messaggio di amore è sufficiente a Zaccheo per riconoscersi peccatore e avere il “gusto” di convertirsi: “Zaccheo, stando davanti al Signore, gli disse: Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, gli restituisco quattro volte tanto”. All'iniziativa del Signore Zaccheo risponde con l'iniziativa del cambiamento di vita. Si noti che Zaccheo non parla esplicitamente dei propri peccati: “...se ho rubato...”. Quello che gli interessa è di rispondere all'amore con una iniziativa di amore: “...la metà dei miei beni la do ai poveri”. Questa trasformazione è stata operata dalla relazione d'amore che si è instaurata, dal “colpo di fulmine” tra Gesù e Zaccheo: i farisei, i giusti disprezzano Zaccheo, ma Gesù lo ama. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa: perché anch’egli è un figlio di Abramo”: Zaccheo ha ritrovato la sua dignità di figlio, di figlio di Abramo. Tutto questo è avvenuto perché l'Amore Onnipotente ha preso l'iniziativa di rivelare il suo perdono: “Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare quelli che erano perduti”. Così avviene anche con quel peccatore che è ciascuno di noi quando ci lasciamo “toccare”, “afferrare” dall'amore gratuito di Dio (Fil 3, 12): allora tutto può ricominciare nella fede.

Non è facile per noi accogliere il perdono: ciò suppone da parte nostra la ricettività, l'abbandono, la gratuità. Spesso è più facile donare che ricevere. Noi preferiamo essere capaci di amare piuttosto che accogliere l'amore altrui: ciò presuppone il riconoscimento del proprio bisogno di amore, della propria “dipendenza” da colui che ci ama, della propria “debolezza”. Non è spontaneo per l'adulto mettersi con confidenza nelle mani di un altro, di ricevere l'amore: lo è per il bambino che non si vergogna della propria debolezza.

Zaccheo sa accogliere l'amore e rispondervi con gioia: “...Vi assicuro: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà” (Lc 18,17).

 

La mormorazione e il pettegolezzo

Tra le facoltà che più caratterizzano l’uomo e lo rendono capace di esprimersi troviamo la parola. Attraverso di essa ci si introduce nell’universo dei rapporti umani, si comunica il proprio vissuto, i pensieri, i desideri, le emozioni. Attraverso di essa si conosce, si approfondisce, si interpreta, si crea, ci si consegna all’altro.

Ma ci può anche essere un uso distorto della parola. Ci sono parole mute, vuote, pervertite, a servizio della menzogna. Parole malate, capaci di contagiare le relazioni, parole che non creano più vita, ma morte. Tra queste la mormorazione e il pettegolezzo.

Nell’Antico Testamento la mormorazione è connessa con la mancanza di fede in Dio o nelle persone che Egli ha inviato. Così ad esempio nel deserto il popolo mormora contro Mosè per la mancanza di acqua e di carne (cfr. Es 15,24; 16,2; 17,3). E’ una chiara mancanza di fiducia nella provvidenza di Dio che con potenza li ha liberati dall’Egitto e li sta guidando nel deserto nel segno della nube e della colonna di fuoco. Nell’episodio di Zaccheo, invece, la mormorazione è segno di disapprovazione del modo nel quale Gesù opera la salvezza, accostandosi ai peccatori con misericordia. La stessa reazione c’è stata anche in Lc 5,30, alla chiamata di Levi. Disapprovazione che rivela l’incomprensione del Vangelo che Gesù ha annunciato, e allo stesso tempo rivela un atteggiamento del cuore dei “giusti” che mormorano: la non accettazione del fratello, che non accettano che Dio sia padre e che ami i suoi figli. E’ in fin dei conti la mormorazione del fratello maggiore della parabola del padre misericordioso. La mormorazione da parte delle religiosità del tempo sfocerà nelle gravi e infamanti accuse che arrivano a considerare il suo modo di porsi e di parlare tipico dei pazzi o degli indemoniati (cfr. Gv 10,1-21), e nell’ostilità con punte estreme soprattutto a conclusione degli scontri con i farisei e i dottori della legge circa le osservanze rituali: “Gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca” (Lc 11,53-54). Anche nel processo di fronte al Sinedrio l’ostilità dei capi dei sacerdoti e degli altri membri del sinedrio si spingerà nella ricerca di false accuse per mettere a morte Gesù (cfr. Mt 26,59). Il pettegolezzo è il parlare male di una persona assente, dando informazioni sul suo conto – vere o false – per denigrarla e metterla in cattiva luce. Questo parlare male genera enormi danni. San Paolo così esortava gli Efesini: “Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone, che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4,29).

⇒ Approfondimento: Il pettegolezzo. Tra malizia e superficialità

 

Le dimensioni della colpevolezza

Tutti siamo peccatori e tutti abbiamo bisogno di perdono. Solo riconoscendo questa nostra realtà, possiamo essere salvati. Non c'è buona notizia di salvezza per chi si ritiene già salvo, a posto, impeccabile. Cristo lo incontriamo all'opera in mezzo ai peccatori, non in mezzo ai giusti (“Il figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” Lc 19,10); è il medico venuto a guarire non i sani ma i malati (Lc 5,32): occorre dunque riconoscersi peccatori e malati per essere salvati e guariti.

La colpevolezza resta sempre una esperienza complessa e polivalente. Essa è costituita da tre diversi livelli, articolati nell'unitarietà dell'esperienza, ma ben distinguibili l'un dall'altro per la funzione che assolvono, per gli effetti che producono, per la sorgente da cui provengono.

Ne risultano tre dimensioni ben caratterizzate:

La colpevolezza psichica oppure senso o sentimento psichico di colpa;La colpevolezza morale oppure senso o sentimento morale di colpa;La colpevolezza religiosa o senso del peccato.

 

Colpevolezza psichica

Si tratta di uno stato affettivo deprimente, più o meno isolante e autodistruttivo, conscio o inconscio, a base di ansietà, angoscia e paura di una punizione a causa di una legge infranta o del timore per la possibile vendetta di una persona significativa offesa. In questa situazione uno si sente colpevole non tanto di aver agito contro le proprie convinzioni o contro ciò cui si sentiva obbligato di fronte alla propria coscienza, quanto di aver fatto qualcosa che non si doveva fare. È come l'angoscia di aver oltrepassato una frontiera invisibile. Ne consegue il desiderio istintivo di sfuggire alle conseguenze della propria trasgressione.

 

Colpevolezza morale

Si ha quando si viene meno, per vari motivi, si agisce contro la propria coscienza, contro i valori in cui si crede, che si è fatti propri. Allora emerge un senso di colpa tipico che mette a disagio il soggetto. È come se egli avesse tradito se stesso e gli altri. Si riconosce l'errore oggettivamente commesso e la propria parte di responsabilità soggettiva.

Il senso di colpa morale o colpevolezza morale contrassegna una persona divenuta moralmente adulta.

 

Colpevolezza religiosa o senso del peccato

Nell’ambito della fede la colpevolezza morale assume una dimensione nuova e originale. Infatti un credente va oltre i valori, risalendo alla loro sorgente e fondamento. È a Dio che si rifà. Emerge infatti una dimensione del senso di colpa consistente in una rottura o in un'attenuazione della relazione con Dio. Il proprio comportamento appare alla luce di Dio, si commisura con lui. E Dio rivela ad un tempo se stesso, il peccato, la lontananza da lui e dal suo progetto da parte della persona e il nostro essere fatti a sua immagine e somiglianza.

Il peccato costituisce una rottura e un ripiegamento su se stessi, un rifiuto degli obblighi impliciti nelle relazioni interpersonali tra Dio, il soggetto interessato e il prossimo.

 

DAVANTI A LUI

L'ascolto della parola

Possiamo comunicare con Dio! La sua parola ci pone di fronte a lui, simbolo di volontà di dialogo, d'amicizia, d'intimità.

Dentro questa Parola, infatti, scopriamo il progetto che il Padre ha su di noi, la nostra vocazione, quello che siamo chiamati ad essere. Una parola diversa che Dio creatore pronuncia su ciascuno e che ognuno può solo ascoltare con gratitudine per impegnarsi poi a viverla. Grato perché quella parola, assieme al nome mio, mi rivela il volto di Dio, come d'un Padre buono che m'indica la strada che conduce a Lui, unica fonte della mia gioia e della mia realizzazione. Non è una parola qualsiasi, ma parola rivolta a me per svelarmi l'interesse e la benevolenza del Padre per me. Cogliere questo amore è condizione indispensabile per far nascere in sé una coscienza di peccato e avvertire il dolore d'aver ignorato, rifiutato,  offeso questa volontà buona. Se non si gusta tale benevolenza sarà impossibile provare poi il dispiacere sincero per averla in qualche modo rifiutata.

II fariseo della parabola di Luca è una prova di quanto stiamo dicendo. Egli non supplica Dio né ha bisogno di ascoltarlo, ha già eliminato lui le distanze con le sue parole e s'illude d'aver un filo diretto con l'Altissimo. E poiché parla solo con se stesso si ritrova solo coi suoi meriti e le sue pretese. Ringrazia Dio perché è senza vizi, non perché se ne senta amato. Non scopre infatti alcun progetto divino su di sé, gli basta sapere che è migliore degli altri. Il suo monologo è un vano parlarsi addosso, ingannevole esibizionismo d'un io che non ha altro dio al di fuori di sé, e che dunque, paradossalmente, non potrà mai «peccare» né provare' alcun dolore...

Entro questo dialogo gratuito e solo all'interno di esso è possibile scoprire il proprio peccato. Peccare, nell'originale ebraico, vuol dire, infatti, «mancare il bersaglio». Quel bersaglio che Dio ha fissato alla mia vita e che corrisponde all'idea sua su di me. La scoperta del peccato è legata alla rivelazione di questa idea. Più questa emerge e si fa precisa proposta d'un modo di essere, di realizzarsi, di amare, di perdersi, di servire, di discernere..., più la persona è come costretta ad accorgersi quant'è lontana da questo progetto esistenziale, da quest'idea divina.

In altre parole: più è vivo il dialogo con Dio e fedele l'ascolto della sua parola-progetto, più acuto sarà il senso del proprio peccato e la costatazione che le sue vie non sono le nostre, né i suoi pensieri e i suoi progetti (cf. Is 55,8). Di fronte alla luce scopriamo d'essere tenebra, dinanzi all'amore ci sentiamo egoisti, al di là dei nostri digiuni e delle nostre osservanze.

È una sensibilità nuova e più vera, capace di leggere in profondità nel cuore dell'uomo e d'intuire cosa si nasconde anche dietro le sue «buone azioni». Grazie ad essa il peccato è non solo scoperto alla radice e nelle sue ramificazioni, ma soprattutto è sentito come offesa e ingratitudine verso la bontà di Dio, un venir meno alla sua idea e un deluderlo nelle sue aspettative, un rinnegarlo come creatore e un render vana la sua parola. È fare ciò che è male ai suoi occhi. E dispiacersene sinceramente...

 

«Abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13)

La preghiera, a questo punto, sgorga spontanea. Semplice ed essenziale, come di chi si trova nell'estremo bisogno; appassionata e vibrante, perché si è capito che solo Lui ci può guarire; ma soprattutto vera e coerente, perché nasce da un'esperienza profonda del proprio peccato e della propria impotenza a liberarsene.

Non è formula rituale o litania da ripetere in gruppo perché... siamo tutti peccatori (soprattutto certuni però...). C'è un che di tragico in quel dirsi «peccatore», perché è la confessione dello scarto incolmabile tra la santità di Dio e la miseria dell'uomo, distanza che sembra destinata ad allontanare inesorabilmente l'essere umano dalla vita. Ma proprio allora, quando avverto il dramma psicologico del mio essere peccatore, posso aprirmi realmente alla richiesta di perdono. Anzi, il chiedere perdono fa parte ancora della coscienza di peccato, ne è elemento fondamentale e integrante. Se, infatti, come abbiamo detto, essa nasce e matura di fronte a Dio e alla sua trascendenza, è inevitabile che a un certo punto incontri la sua misericordia e tenerezza.

Quella parola che Dio m'ha rivolto un tempo annullando ogni distanza, continuerà a raggiungermi eliminando l'inimicizia creata dal mio peccato.

Solo chi riconosce e soffre il suo peccato di fronte a Dio, può scoprire la sua bontà e sperare nel suo perdono. E pregarlo con la preghiera più naturale: «Signore, abbi pietà di me, peccatore»: è quasi un gemito che sale silenzioso dal cuore e affiora spontaneamente sulle labbra, lasciando nell'animo la sensazione serena d'esser costantemente dinanzi a Dio, nella verità del proprio essere bisognoso di riconciliazione.

Davvero questa è la preghiera del cuore. Preghiera di chi ha incontrato il Signore, e ogni giorno lo cerca e lo trova con la supplica più antica e più vera che l'uomo abbia mai rivolto a Dio: Kyrie eleison!

 

Apertura ad un impegno

La salvezza di Dio accolta impegna nei confronti della propria colpa. L'espiazione del cristiano viene dopo il perdono e scaturisce da un cuore profondamente riconoscente.

La riparazione del peccato, strettamente parlando, è una impresa impossibile. L'ordine infranto resta sempre sciupato; potrà essere cicatrizzato, ma non ritornare allo stato anteriore. Pretendere di ristabilire l'ordine anteriore implicherebbe un potere originale ed indispensabile, il superamento dei limiti umani. Viviamo in un'economia di «ricostruzione» e di «misericordia», non già di «creazione».

Il peccatore, perdonato e giustificato, costituito uomo nuovo nel Cristo, divenuto libero in lui, in nome della sua dignità di redento e della libertà di cui è dotato per dono di Dio, ha la possibilità di assumersi le proprie responsabilità, nella misura in cui vive da persona, riguardo agli effetti del peccato, ai valori, alle realtà, alle persone che la sua azione colpevole aveva compromesso. La collaborazione umana, a questa altezza, è ben diversa dalla pretesa farisaica di salvezza tramite l'osservanza.

Qui l'azione e la responsabilità nasce da un contesto di fede, dall'apertura a Dio, dal senso della propria inadeguatezza riabilitata dal perdono ricostruttore di Dio.

Quale sarà l'impegno più autentico e costruttivo dopo il perdono della colpa? Non c'è dubbio: il ritrovare la strada dell'amore. La coscienza che il peccato è una violazione dell'amore (oltre che della giustizia) porta a riscoprire l'amore come cammino di vita, inteso però in modo diverso da chi non ha peccato: la colpa genera un amore più gratuito, più ottimista e fiducioso, più radicale ed irruente, più umile e comprensivo. «Colui al quale si perdona poco, dimostra poco amore» (Lc 7,47).

 

♦ Per i prossimi giorni

Grazia da chiedere nella preghiera

Signore, Tu vuoi portare la mia vita alla pienezza: aiutami a prendere coscienza di ciò che c’è di disordinato nel mio cuore, che, allontanandomi da Te, mi impedisce realmente di realizzarmi come tuo figlio, e di vivere autentiche relazioni fraterne con il prossimo.

Per la preghiera personale

-  Gv 8,1-11 – “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”.

-  Lc 15,11-19: il padre misericordioso (la mia storia di peccato)

-  Lc 19,1-10: la conversione di vita di Zaccheo nell'incontro con Gesù

Altri testi per la preghiera personale

Is 6,1-7: il peccato alla luce della santità di Dio; Ef 4,29-32: Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca; Gc 3,1-12: l’uso della lingua; Fil 2,3-11: Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, né per interesse; 1Cor 13,4-7: Se non avessi la carità, niente mi giova.

 

AMAMI COME SEI

Io conosco la tua miseria, le lotte e le sofferenze del tuo animo,
la debolezza e le malattie del tuo corpo.
Conosco le tue vigliaccherie, i tuoi peccati, le tue cadute...
tuttavia ti dico: dammi il tuo cuore e amami così come sei!

Se tu aspetti di essere un angelo per offrirti all’Amore, non mi amerai mai.

Anche se ricadi spesso in quelle debolezze che vorresti non vedere in te,
anche se sei debole nella pratica delle virtù, Io non ti permetto di non amarmi.

Amami così come sei ad ogni istante e qualunque sia la situazione in cui ti trovi,
nel fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nell’infedeltà.

Amami così come sei. Io voglio l’amore del tuo cuore povero e indigente.

Se, per amarmi, aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai.
Non potrei Io forse trasformare ogni granello di sabbia in un angelo radioso di purezza,
di nobiltà e d’amore? Non potrei, con un solo gesto della mano, far nascere dal niente
migliaia di santi cento volte più perfetti di quelli che già ho creato?
Non sono forse Onnipotente?
E se Io invece preferisco il tuo povero amore?

Figlio mio, lascia che io ti amai. Io voglio il tuo cuore.
Certo, penso di perfezionarlo, ma, nel frattempo, io ti amo così come sei!
Mi auguro solo che tu faccia altrettanto.

Io desidero veder salire l’amore dal fondo della tua miseria.
Io amo in te anche la tua debolezza.

Io amo l’amore dei poveri, e desidero che dal fondo dell’indigenza
si alzi continuamente il grido: “Signore, ti amo!”.

Ciò che mi interessa è il canto del tuo cuore e la tua buona volontà di amarmi così come sei,
ogni giorno un po’ di più, col mio amore che ho messo nel tuo cuore.

Ho forse bisogno della scienza o delle tue qualità? Io non ti domando delle virtù eroiche.

Se io te le concedessi, sono sicuro che la tua debolezza vi metterebbe dentro l’amor proprio
e la superbia. Non preoccuparti delle virtù, quindi!

Avrei potuto destinarti a grandi cose. No, tu sarai il “servo inutile”.
Io ti darò anche quel poco che sei, perché io ti ho creato per l’amore.

Ama! L’amore ti farà fare tutto il resto senza che tu te ne accorga.

Cerca, come meglio puoi, di riempire il momento presente col tuo amore.

Oggi mi fermo alla porta del tuo cuore come un mendicante, Io, il Signore dei signori.
Busso e attendo. Affrettati ad aprirmi senza sbattermi in faccia la scusa della tua miseria.

La tua povertà... se tu la conoscessi fino in fondo saresti ben più triste!

Ma la sola cosa che potrebbe offendermi sarebbe il tuo dubbio sul mio amore
e la mancanza di fiducia in me.
Io voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte.

Non voglio che tu faccia nemmeno l’azione più insignificante se non per amore.
Quando dovrai soffrire, Io ti darò la forza necessaria.

Tu mi hai donato il tuo amore e io ti renderò capace di amare oltre ogni tuo desiderio.
Ma, ricordati, amami così come sei.
Non aspettare di essere un santo per offriti all’amore...
altrimenti non mi amerai mai!

 Signore, a Te la mia vita, a Te i miei giorni. Amen.  

                                                                                            (Marie Claire, “La mia preghiera di oggi”)

 

⇒ L’esame di consapevolezza (vedi scheda 3 sulla preghiera)

 

 

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[1]  Da ciò capiamo che nella preghiera non è solo importante capire il contenuto di ciò che il Padre in Gesù ci dice, ma anche di percepire il tono della sua voce.

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