Padre Michele

Padre Michele

Lunedì, 23 Marzo 2020 12:11

L'esame di consapevolezza

Vogliamo qui trattare di quello che normalmente chiamiamo “esame di coscienza”, che – in prospettiva ignaziana – è più corretto chiamarlo “esame di consapevolezza”.

 

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Come intendere rettamente l’esame di consapevolezza

Esame e discernimento

Per molti oggi la vita non è altro che spontaneità. Se la spontaneità è trascurata o soffocata, la vita stessa è morte. Da questo punto di vista, l’esame è la vita vera privata della spontaneità. Per queste persone lo Spirito è nella spontaneità; per cui qualunque cosa militi contro la spontaneità non è spirituale.

Questa idea non tiene conto del fatto – come ben sappiamo – che nella coscienza ed esperienza di ciascuno di noi sono radicate due spontaneità: una buona, secondo Dio, e una cattiva, non secondo Dio. Questi due tipi di impulsi e movimenti capitano a tutti noi. Per una persona desiderosa di amare Dio con tutto il proprio essere, il problema è la capacità di vagliare i vari impulsi spontanei per dare piena approvazione quelli che sono da e per Dio e respingere gli altri che ci allontanano da Lui e dalla sua volontà. In tutto questo l’esame ha un ruolo centrale.

Quando l’esame è collegato al discernimento, diviene esame di consapevolezza più che di coscienza. L’esame di coscienza ha un tono strettamente moralistico. Nell’esame di consapevolezza la prima cosa da guardare non è la moralità di azioni buone o cattive, ma piuttosto come il Signore ha agito nel nostro cuore cercando di illuminare la mente (ricordiamo l’importanza di discernere i pensieri che vengono da Dio) di fronte a certe situazioni quotidiane, e toccando e muovendo in profondità la nostra affettività. Ciò che sta accadendo nella nostra coscienza procede ed è più importante delle nostre azioni, che giuridicamente possono essere catalogate come buone  o cattive. Come stiamo sperimentando il disegno del Padre (Gv 6,44) nella nostra coscienza esistenziale e come la nostra natura corrotta ci sta tentando pian piano e ci sta attirando lontano dal Padre nostro attraverso i sottili raggiri del Nemico: è questo l’oggetto del nostro esame quotidiano, prima di guardare al modo in cui noi corrispondiamo attraverso le azioni. Certo, l’esame non deve dimenticare o trascurare i nostri mancamenti, non solo perché sono moralmente condannabili, bensì in quanto rappresentano dei momenti di infedeltà alla voce del Signore.

L’esame di coscienza così inteso non si ridurrà allora a una pia “pratica” quotidiana (Ignazio la richiede due volte al giorno), ma troverà la sua più solida giustificazione e il suo più valido sbocco in quell’“habitus” di vigilanza: la “pratica” mira a crearlo e a farlo crescere e diventare sempre più attivo.

Sant’Ignazio fece uso costante dell’esame di coscienza, come ne danno testimonianza i suoi più intimi e familiari. Esaminava sempre ogni movimento e inclinazione del suo cuore, il che vuol dire che discerneva quanto ogni cosa fosse congruente con il suo vero io incentrato in Cristo, al fine di progredire.

Nell’annotazione 1 degli Esercizi sant’Ignazio accenna alla differenza tradizionale tra il camminare il correre nella vita spirituale. Il semplice fedele cammina nella via del Signore, il discepolo vuole invece correre, rimuovendo ogni impedimento, superando ogni intralcio.

 

Una forma di preghiera

L’esame di coscienza va quindi considerato una forma di preghiera, non solo un mezzo di disciplina ascetica. E’ l’uno e l’altro insieme. L’esame fa sì che la nostra esperienza di contemplazione quotidiana di Dio dia una spinta reale al nostro vivere di ogni giorno: è un mezzo importante per trovare Dio in ogni cosa, e non solo nel tempo formale della preghiera. Senza questo contatto contemplativo con la rivelazione che il Padre fa della realtà in Cristo, la pratica quotidiana dell’esame diventa vuota, avvizzisce e muore. Senza questa relazione, l’esame – se proprio si continua a farlo – scivola a livello di riflessione su di sé in vista di un autoperfezionismo. L’esame senza una regolare contemplazione, è quindi futile.

 

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Articolazione dell’esame di coscienza

Sant’Ignazio articola l’esame di coscienza in 5 punti o 5 tappe(Esercizi n. 43), che vanno visti e gradualmente sperimentati nella fede, come dimensioni della coscienza cristiana formata da Dio.

 

RENDIMENTO DI GRAZIE

Il primo movimento dell’esame di coscienza – rendere grazie – è anzitutto un rinnovare la propria fede nella divina Provvidenza, che con la sua azione benefica piena, paterna  e continua fa concorrere tutto a mio vantaggio. Il suo amore è personale, è un amore che mi colma di doni, che previene le mie attese e interviene in mio favore con premura. Questa fede rinnovata nell’attività provvidenziale del Signore basta da sola a lenire ogni inquietudine, a spegnere ogni risentimento. Ogni creatura, ogni particolare della giornata mi è stato di aiuto nella misura in cui non mi sono chiuso all’intenzione divina e non mi sono rinchiuso nell’orizzonte terreno, resistendo al disegno divino.

Se fondata così sulla fede assoluta e luminosa nella Provvidenza, la memoria dei benefici fa parte del riconoscimento evangelico concreto delle verità vedute. Riconoscere i doni del Signore, la sua presenza affet­tuosa nella mia vita, mi radica nel suo amore e mi permette di guardare alla vita con ottimi­smo, fiducia, speranza, voglia di fare.

Questa fase dell’esercizio esprime dunque un ringraziamento motivato e cosciente per tutti i doni ricevuti. Così svilupperò un atteggiamento vigilante, attento a scoprire il bello, il buono, il bene, il positivo presenti nella mia vita.

- E’ opportuno innanzitutto ricordare, volta per volta, uno dei grandi doni della fede che mi aiutano nel mio cammino spirituale: le «benedizioni» di Efesini 1, 3-14 (la creazione, l’ele­zione, la redenzione, la filiazione, la ricapitolazione, lo Spirito); ancora: la fede, i sacramen­ti, la provvidenza, la Chiesa, la vita, il mondo, gli altri, ....

- Quindi passare in rassegna tutti i doni ricevuti in questo giorno: i piccoli-grandi fatti, cioè, nei quali ho letto l’amore di Dio per me (momenti positivi, relazioni fruttuose, avvenimenti gioiosi, semplici, fraterni) e quelli nei quali ho visto nascere e vivere, nei rapporti tra le persone, i doni dello Spirito: «amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé» (Gal 5, 22-23).

- Infine, direi, è bello ringraziare il Signore anche per i favori “temporali”. Così notando tale benevolenza divina il nostro cuore si riscalda, s’infervora nell’amore di Dio. Perché – ad esempio – ringraziare raramente per la buona salute? Se mai sfogliamo un manuale di patologia medica, presto ci rendiamo conto che la buona salute è come un miracolo permanente, un continuo scampo ai mille pericoli e squilibri che stanno come in agguato. Se i genitori, pur disinteressati, accolgono con speciale gioia il grazie dei figli, quando questi si accorgono delle premure, di ciò che fanno per loro; così e quanto più il Signore, da cui discende ogni sentimento paterno tra gli uomini, non accoglierà il nostro grazie? E finalmente se considero me stesso attualmente creato, donato a me stesso, il ringraziamento finisce in adorazione.

Preghiera. Ti ringrazio, Signore:
- per questo particolare dono della fede...
- per questi piccoli-grandi doni che mi hai fatto oggi...

 

DOMANDA DI LUCE ALLO SPIRITO SANTO

La domanda di luce allo Spirito ha un duplice scopo: per conoscere me stesso, e per riconoscere nella mia giornata le chiamate del Signore.

 
1. Per conoscere me stesso

Già gli antichi saggi ammettevano che la sapienza sta in primo luogo nel conoscere se stessi. All’ingresso del tempio di Delfo era scritto: «Gnôti seauón», che i latini traducevano «nosce teipsum» (conosci te stesso).

Da parte sua, la fede conferma e fa intravedere ancor più profondo il mistero dell’uomo: la dottrina del peccato originale allude a un caos interiore subentrato fin dagli inizi della storia nel nostro cuore; l’affermazione che siamo fatti «ad immagine e somiglianza di Dio» rivela virtualità inaudite. Solo Dio conosce perfettamente se stesso e può sondare fino in fondo anche gli abissi della nostra miseria e della nostra dignità, delle nostre infedeltà e delle nostre potenzialità: «Signore, tu mi scruti e mi conosci» (Sal 139/140). La nostra domanda si può allora tradurre più determinatamente: «Signore, fa’ che io mi conosca come tu mi conosci. Che nella misura del possibile io diventi trasparente ai miei occhi come lo sono ai tuoi! Che possa in verità conoscere il mio cuore, le motivazioni e intenzioni delle mie azioni». Si può rievocare lo sguardo di Gesù a Pietro durante la passione e affidarci a quel raggio di luce che penetrò nel cuore dell’apostolo, non come fredda e impietosa luce ma cole calore che ne scioglieva la durezza (cfr. Lc 22,61-62).

 
2. Per riconoscere nella giornata le chiamate del Signore

La preghiera di discernimento ha come scopo principale appunto quello di aiutarmi a discer­nere la volontà di Dio sulla mia vita, ossia come affrontare le situazioni della vita che mi si presentano, in modo che con le mie scelte, i miei atteggiamenti, i miei comportamenti io possa costruire la mia risposta d’amore all’amore di Dio per me, dare il mio personale con­tributo alla realizzazione del Regno di Dio.

In che modo posso dunque capire quale scelta assumere, quale atteggiamento adottare, come comportarmi in quella determinata situazione? Prestando attenzione ai movimenti interiori che provo come reazione interiore a quella situazione, per cui è necessario discer­nerli per decidere se assecondarli o meno.

Se la scelta, l’atteggiamento, il comportamento che essi mi spingono ad assumere in quella situazione mi porta a conseguenze positive per me e per gli altri e mi lascia nella serenità e nella pace (anche se mi costa), significa che questi sentimenti è Dio ad ispirarmeli per il mio bene. Accolgo dunque questa mozione che mi spinge a scegliere o agire in un certo modo come chiamata di Dio a crescere nella libertà e nell’amore ad immagine di suo figlio Gesù Cristo.

Se, al contrario, prevedo che le scelte ed azioni che mi sento spinto a fare avranno delle conseguenze negative ed inoltre non mi fanno sentire tranquillo, in armonia con me stesso, con gli altri e con Dio, si tratta di una mozione dello spirito del male per farmi allontanare dalla strada del bene autentico e la respingerò come tentazione dei demonio che mi allonta­nerebbe dal mio bene autentico

Ora siccome nell’esame ci consapevolezza ho bisogno di rileggere ciò che già è avvenuto in me, chiedo luce allo Spirito perché sappia cogliere i movimenti più significativi che hanno attraversato il mio cuore, sia come conseguenza degli eventi che mi si sono posti davanti, sia come azione diretta dello Spirito del Signore o del Nemico.

Preghiera. Signore, dammi il tuo Spirito, perché possa vedere me stesso e il mio vissuto di oggi come tu lo vedi, con i tuoi occhi ed il tuo cuore.

 

DOMANDARE CONTO ALLA COSCIENZA

In questo terzo punto dell’esame di solito ci affrettiamo a rivedere in qualche particolare le azioni di quella parte della giornata appena conclusa, per poterle catalogare come buone o cattive. Proprio quello che non dovremmo fare! Lo ribadiamo: la nostra prima preoccupazione è invece quella di riconoscere quello che è accaduto in noi dall’ultimo esame, come il Signore ha operato nel nostro cuore, che cosa ci ha chiesto. E solo in un secondo momento saranno considerate le azioni.

Questa parte dell’esame suppone che siamo attenti alle illuminazioni, ai sentimenti, agli stati d’animo, agli impulsi più piccoli – cioè gli «spiriti» - che devono essere esaminati e vagliati, perché possiamo riconoscere la chiamata di Dio a noi nella profondità del nostro essere.

L’esame di coscienza, dunque, non è introversivo. E’ interessato al servizio divino compiuto dal soggetto e nel soggetto, come si controlla un lavoro portato a termine: sia al servizio del Signore. Paolo usa termini commossi quando parla della coscienza: «buona coscienza» (1Tim 1,5.9; Eb 13,18), «coscienza pura» (1Tim 3,9), coscienza cioè divenuta diafana di Dio, profumata di Dio, interprete dello Spirito Santo. Veramente la coscienza serena nel Signore è la Terra promessa della vita cristiana. L’esame è mezzo «per conservarsi nella pace e nella vera umiltà interna».

La nostra prima attenzione qui è perciò rivolta verso ciò che è successo nel nostro cuore: per prendere coscienza delle motivazioni e intenzioni del mio agire, sentimenti ed emozioni; e inoltre per valutare in che misura ho colto e risposto alle chiamate del Signore.


1. Motivazioni e intenzioni, sentimenti ed emozioni, mente e cuore

1.1.  Motivazioni e intenzioni

Nell'esame di coscienza – come spesso si fa - non è sufficiente osservare le azioni, esterne o interne, ma è indispensabile indagare sulle motivazioni che spingono ad agire e sulle intenzioni che attraggono il nostro fare. Oltre a chiedermi cosa ho fatto devo sapere perché e per chi l’ho fatto. Solo a questa condizione comincia a farsi luce nel nostro psichismo, e possiamo sperare di scoprire — un po’ alla volta — quelle intenzioni nascoste, e meno rette che tanto spesso s’infiltrano indisturbate nelle nostre azioni, anche in quelle buone, fino a diventare motivazione più influente o addirittura principio di decisione e d’azione.

Ricordiamolo: ciò che abbiamo sempre più ignorato diventa lentamente padrone del nostro cuore. È un processo quasi impercettibile di sedimentazione progressiva, che parte dalle prime veniali concessioni e leggerezze, si radica in profondità quanto più genera abitudini sempre meno controllate e sempre più «autorizzate», e diventa motivazione inconscia quando innesca nel nostro modo di vivere un dinamismo automatico, resistente al cambiamento e ogni giorno più esigente nelle sue pretese. Ora, come ben sappiamo, è difficile scrutare e «liberare» l’inconscio, ma è possibile prevenirlo, ossia impedire quel processo di sedimentazione attraverso una quotidiana attenzione a ciò che in effetti ci spinge ad agire. Oltre tutto è proprio lì, nel «cuore», che si situa il peccato (cf. Mc 7,21-23).

L’esame di coscienza è la provvidenziale sosta nella giornata nella quale diventiamo più coscienti e dunque più liberi e meno automi, più responsabili di noi stessi e meno schiavi del passato.

1.2.  Sentimenti ed emozioni

Un altro mal vezzo dell’esame d’incoscienza è quello d’indagare solo sui comportamenti e sui fatti concreti, ignorando tutto quel mondo interiore di sensazioni, sentimenti, emozioni, ecc., che pure fa parte — eccome! — di noi. Non che tutto questo sia peccato, intendiamoci, ma è indubbiamente una pista utilissima per scoprirci e conoscere le reali motivazioni che muovono il nostro agire. Se, ad es., un fratello in comunità mi è cordialmente antipatico non è sufficiente che nell’esame di coscienza io controlli il comportamento tenuto con costui, magari congratulandomi con me stesso o giustificandomi perché «non gli ho mica fatto niente di male!», ma devo avere l’onestà di ammettere questo sentimento, d’interrogarmi sulla sua origine e sul suo significato, d’intuire come al di là di gesti concreti esso abbia condizionato il mio rapporto con lui e la comunità intera. Non c’è dubbio che farei delle scoperte interessanti sul mio egoismo latente, sul mio modo troppo umano di vedere gli altri, sulla mia tendenza pagana ad amare solo chi mi sta bene, ecc...

Lo stesso vale per i sentimenti positivi o troppo positivi (simpatie, attrazioni varie), o per le emozioni e sensazioni in genere che avverto in me. I momenti di gioia e di dolore, in particolare, costituiscono dei passaggi in cui emerge senz’altro qualcosa del mio io più profondo. Dunque sono aree obbligate d’indagine. Verificando che cosa in concreto mi fa godere e soffrire, fino a che punto mi lascio condizionare da queste emozioni e condiziono gli altri col mio umore, che cosa c’è dietro a certe sofferenze... io scopro una realtà del mio io che spesso resta nascosta, ma nondimeno influente. Potrei scoprire, ad es., che se soffro così tanto perché sono stato calunniato o trattato a parer mio ingiustamente, potrò anche avere le mie buone ragioni, ma oltre un certo livello m’accorgerò che la mia angoscia è segno d’eccessivo bisogno della stima altrui, di false aspettative nei confronti degli altri, d’un esagerato sentire di me stesso e della mia dignità. E mi guarderò bene allora dall’offrire, magari con sussiego e vittimismo, certe mie «sofferenze» al Signore!

Un buon esame di coscienza, in tali casi, è più che un termometro: mi misura la «febbre», e mi dice anche da dove viene. E probabilmente mi fa soffrire meno e meglio...

1.3. Mente e cuore

Chissà se i farisei facevano l’esame di coscienza; se lo facevano, certamente non andavano oltre la verifica della loro osservanza legale. Così fa oggi chi s’accontenta di controllare le trasgressioni senza interrogarsi sulle convinzioni. Aderire a un valore significa sperimentarlo sulla propria pelle, farne il principio ispiratore del decidere e dell’agire, conformare ad esso i propri gusti e i propri criteri valutativi, le aspirazioni e i progetti, insomma essere sempre più in sintonia con esso, amarlo ed innamorarsene. E soprattutto su questa sintonia che devo esaminarmi.

Dobbiamo ammettere, invece, che normalmente i nostri esami di coscienza indagano quasi esclusivamente sull’area della volontà, quasi ignorando mente e cuore. Ecco perché sono sempre sbrigativi, spesso ricchi di luoghi comuni e poveri di dolore vero, e solo raramente fanno nascere in noi un’autentica coscienza di peccato.

Sarà importante, in concreto, cogliere quei dettagli nei quali si nasconde e viene fuori la nostra mentalità: progetti, modi concreti d’attuarli, incidenza effettiva (e affettiva) dei valori nelle scelte, disponibilità a pagare di persona per il valore o ad essergli fedele nel segreto della propria coscienza; come pure sarà opportuno verificare il contenuto di immaginazioni, ricordi, sogni a occhi aperti, distrazioni ricorrenti, desideri intimi inconfessati, ecc.

Tutto questo è materiale utilissimo per scoprire ciò che abbiamo nella mente e nel cuore, e può diventare pericoloso non prestarvi attenzione, perché proprio lì dentro — anche lì dentro — è rintracciabile la mia identità. Nulla, nella nostra vita psichica e spirituale, succede a caso, e tutto, di quel che viviamo, lascia in noi un qualche segno. La stessa nostra coscienza, nella sua capacità di giudicare il bene e il male, ha la sua storia o preistoria; essa è il prodotto d’un laborioso e misterioso processo che ha luogo dentro di noi, a volte a nostra insaputa, e di cui avvertiamo chiaramente più il risultato o le conseguenze (il «sentire» una cosa come buona o cattiva) che non le singole fasi evolutive.

L’esame di coscienza è un vero e proprio confronto quotidiano, «in coscienza», con la Parola e i suoi criteri; più in particolare, è un porre costante attenzione al lento processo di formazione della coscienza stessa, perché non si compia indisturbato nel «sottosuolo» oscuro della nostra psiche, ma avvenga alla luce liberante della Parola di Dio.

In tal senso possiamo senz’altro dire che l’esame di coscienza «forma» la nostra coscienza. La forma al punto da renderla capace di percepire profondamente il peccato, e di soffrirlo come rifiuto della sua Parola e del suo progetto di amore. C’è un nesso evidente, tra queste tre realtà: esame di coscienza, formazione della coscienza, coscienza di peccato; e tale legame carica ancor più d’importanza quel momento di preghiera che ci mette di fronte a Dio nella verità di noi stessi.

 

2. Come ho risposto alle chiamate del Signore? Come ho reagito alle tentazioni del Nemico?

a) Guardando al mio cuore mi chiedo:

- con quali modi sottili, intimi (ispirazioni, illuminazioni, sentimenti suscitati dallo Spirito Santo) il Signore ha trattato con me nelle ore passate?  Forse non l’ho riconosciuto quando mi chiamava in quel momento appena trascorso.

- cosa ho avvertito nel cuore di fronte alle situazioni in cui mi sono trovato: occasioni di amore, di servizio, che si sono presentate davanti a me (l’incontro inaspettato con una persona, una richiesta che mi è giunta, una situazione in cui potevo intervenire positivamente, qualcuno che voleva essere ascoltato), situazioni nelle quali esercitare la pazienza, ecc?

b) Solo dopo aver preso coscienza di ciò che è avvenuto nel mio cuore potrò valutare come sono state le mie risposte alla sua chiamata: dove abbiamo detto il nostro sì o il nostro no? Quando la nostra “carne” o lo spirito del Nemico si sono insinuati e ci hanno ingannati? Qui va fatta una precisazione quanto mai necessaria a proposito dei movimenti disordinati: ne siamo responsabili e ce ne accusiamo solo nella misura in cui sono accettati volontariamente. E’ vero che non è sempre facile riconoscere nella prassi dove comincia l’eventuale consenso; ma non è affatto necessario affliggersi e cadere negli scrupoli. E’ salutare piuttosto – dopo aver fatto del nostro meglio per non acconsentire – rimettersi al Signore che ci conosce più di noi stessi e soprattutto è misericordioso. In ogni caso, l’avvertenza anche ai movimenti del tutto involontari è di grande utilità sia per conoscerci meglio, sia per nutrire una più sincera e profonda umiltà: l’involontarietà, infatti, non toglie che essi in qualche maniera provengano dal fondo del nostro essere, e certo non dal nostro essere migliore.

Può darsi che a qualcuna di queste chiamate o tentazioni abbia già dato risposta nel corso della giornata, magari dando retta allo spirito del male.

In tal caso è questo il momento di accorgermi dell’inganno in cui sono caduto,

* guardando alle conseguenze delle mie scelte / atteggiamenti/comportamenti (senz’altro negative per me stesso o per gli altri o sul rapporto con gli altri e con Dio),
* osservando quel che provo ripensando a ciò che ho fatto (disagio, dispiacere)
* cercando infine di capire come ciò sia potuto accadere (es. attaccamenti disordinati: non voglio assolutamente perdere o cerco a tutti i costi di ottenere qualcosa. Che cosa?).

In dialogo col Signore cercherò di discernere quale chiamata Egli mi rivolge per uscire da questa situazione di peccato e risolvere i problemi che essa ha creato. Appoggiandomi al suo perdono, che mi dà forza, fiducia, ottimismo, fede, speranza, mi rialzerò e riprenderò il cammino, pronto a compiere la sua volontà.

Preghiera

1. Oggi il Signore nella preghiera o durante la giornata, mi ha dato la seguente illuminazione o ispirazione…

2. A casa, al lavoro, nello studio,  tempo libero, durante la preghiera, facendo quella certa atti­vità, ecc.,
a)  * mi sono trovato in questa situazione
     * mi è capitato questo fatto
     * ho incontrato questa persona
     * ho sentito questi discorsi/notizie

b)  ed ho provato un sentimento di...
* gioia, soddisfazione, gratitudine, meraviglia, sorpresa, ammirazione, simpatia, pietà, entusiasmo, speranza, gusto spirituale, commozione, ottimismo, pace, serenità;
* noia, disagio, contrarietà, fastidio, antipatia, inquietudine, disappunto, turbamento, imbarazzo, smarrimento, sgomento, aridità, insoddisfazione, sfiducia, pessimismo, tristez­za, scoraggiamento, amarezza, dolore, sofferenza, disperazione, paura, rimorso, dispiacere.

c) che mi porta ad assumere questa scelta, questo atteggiamento, questo compor­tamento...

d)  con queste conseguenze...

⇒ poiché queste conseguenze sono positive per me e per gli altri, ho accolto questa mozione come chiamata di Dio?
⇒ poiché queste conseguenze sono negative per me e per gli altri, ho respinto questa mozione come tentazione del demonio che mi allontana dal mio bene autentico?

 

CONTRIZIONE E DOLORE DEL CUORE

La contrizione del cuore sgorgherà spontanea dal contrasto avvertito tra la Bontà divina e la propria ingratitudine: il cuore contrito è sintomo di fede viva. In ogni caso dovemmo essere interessati in primo luogo alla sincerità del nostro dispiacere più che all’intensità: non perché questa non abbia valore (tutt’altro!), ma solo perché è mille volte meglio un pentimento modesto ma sincero che un pentimento pompato artificialmente a forza di volontà.

Da qui sgorgherà il canto di un peccatore costantemente consapevole di essere preda delle sue tendenze peccaminose, e tuttavia di essere convertito nella novità, garantita dalla vittoria di Gesù Cristo.

Preghiera

* Signore, in queste mie scelte / atteggiamenti / comportamenti... ho seguito  queste motivazioni e intenzioni non rette, non mature, non consone con il Vangelo; mi sono lasciato trascinare da questi sentimenti, che rivelano un cuore ancora bisognoso di purificazione; mi sono accorto che sto agendo e faccio scelte ancora legate ad una mentalità poco evangelica…

* Signore, in queste mie scelte / atteggiamenti / comportamenti... mi sono lasciato sviare dallo spirito del male. Me ne rendo conto da queste conseguenze... , e dal dispiacere che provo al ripensarci.

* Ho ceduto alla tentazione perché... (per superficialità, per mancanza di onestà, di coraggio, per debolezza…)

* Per uscire da questa situazione di peccato e risolvere i problemi che essa ha creato tu mi chiami a...

* Ti ringrazio perché Tu segui con amore il mio cammino, pronto a rialzarmi tutte le volte che cado. Il tuo perdono mi dà il gusto di riprendere con gioia e fiducia a camminare sulla strada che Tu mi indichi.

 

RISOLUZIONE PIENA DI SPERANZA PER IL FUTURO

Quest’elemento finale dell’esame quotidiano emerge molto naturalmente dai punti precedenti e ci porta a guardare il prossimo futuro perché sia integrato nella nostra vita.

Può forse sembrare che difficilmente il proposito per il futuro possa essere autentico, dato che l’esperienza insegna quanto poco si possa sperare realisticamente in un sensibile miglioramento. La risposta a questa obiezione deve certo fare appello alla grazia di Dio e non semplicemente alla nostra buona volontà. Tuttavia l’obiezione resta, perché la grazia – ne possiamo essere certi – non ci è mancata neanche in passato, eppure ci ritroviamo ancora con molti difetti. Forse una risposta meno inadeguata possiamo ricavarla ricorrendo a due serie di riflessioni:

- la sincerità del proposito può coesistere con la previsione delle nostre cadute. L’analogia con chi sta apprendendo l’arte di sciare può riuscire di qualche utilità: è certissimo che l’apprendista sciatore è sincero nel proporsi di non cadere e tuttavia è altrettanto certo che altre cadute ci saranno;

- l’utilità spirituale del proposito, lungi dal consistere nel solo obiettivo progresso (cioè di avanzamento) sta anche nel non arrendersi per pigrizia o scoraggiamento: il che ci permette di perseverare nonostante tutto nel cammino e di non cadere vittime di un atteggiamento rinunciatario, che facilmente dalla stasi passa al regresso;

- la perseveranza serena e umile nel proposito ci permette un’accettazione serena della nostra peccaminosità, che sia pur in misura diversa è destinata a rimanere comune retaggio anche in quei santi che hanno raggiunto le più alte mete della vita cristiana;

- è buona cosa non moltiplicare i propositi; anzi è meglio farne uno solo (e perseverarvi a lungo), perché da una parte non ci fa disperdere le energie su troppi fronti, e dall’altra il valido combattimento su un fronte – data la fondamentale unità della coscienza – allerta indirettamente la nostra attenzione anche sugli altri. Inoltre il proposito deve essere bene indovinato. Proprio il fatto che ricadiamo in quella mancanza è indice che il proposito ha colto nel segno: un proposito che subito o in breve tempo tolga di mezzo il difetto molto probabilmente non ha centrato un punto davvero significativo del nostro cammino, ma solo qualcosa di accidentale e di non radicato nella nostra persona;

- soprattutto questi ultimi due punti dell’esame devono essere permeati di molta supplica. Non solo petizione di grazia, ma anche espressioni di fiducia e di abbandono nelle mani del Signore. Una grande speranza dovrebbe essere il clima del nostro cuore, una speranza non fondata sui nostri meriti o sulle nostre capacità per l’avvenire, ma piuttosto fondata molto più pienamente su Dio nostro Padre, di cui condividiamo la vittoria gloriosa in Gesù Cristo attraverso la vita dello Spirito Santo in noi. Più ci fidiamo di Dio e gli permettiamo di entrare nella nostra vita, più sperimentiamo una vera speranza soprannaturale in Dio, un’esperienza che passa attraverso le nostre deboli capacità e va abbastanza al di là di esse. San Paolo nella lettera ai Filippesi esprime bene lo spirito di questa conclusione dell’esame di coscienza: «lascio il passato dietro di me, e con le mani protese verso ciò che mi sta davanti corro verso la meta» (Fil 3,7-14).

Preghiera. Confidando nel Tuo aiuto, ti offro, Signore, il mio impegno a rispondere alle chiamate che mi hai rivolto e ti chiedo di sostenere il mio proposito con la tua grazia.

LA DINAMICA DEL PETTEGOLEZZO

 

A un'analisi attenta delle modalità comuni­cative si constata quanto sia diffuso il fenomeno del pettegolezzo, al punto che esso contribuisce a crea­re un vero e proprio stile comunicativo, non solo personale, ma anche di gruppo. Non di rado si è tal­mente coinvolti in questo meccanismo da non per­cepire più il limite tra la constatazione oggettiva dei fatti, che può anche prevedere la critica costruttiva, e il parlare malevolo verso qualcuno. Ciò si verifi­ca lì dove non si condivide più la propria esperien­za di vita, ma piuttosto quella degli altri, soprattut­to degli assenti, dei quali vengono sottolineati aspetti curiosi, difetti, fatti inerenti alla sfera priva­ta e affettiva, con l'intento di riderci sopra; ma nei casi più gravi, anche con lo scopo di denigrare e di­struggere la fama della persona interessata.

Viene da chiedersi quale e quanto sia il gra­do di incidenza della società nel portare avanti la tradizione del pettegolezzo, cioè se prima ci sia la società pettegola, che genera nuovi pettegoli o vi­ceversa. Certamente possiamo stabilire una stret­ta connessione: il pettegolo ha sempre dietro le spalle una tradizione pettegola che spesso viene assunta, anche inconsapevolmente, nel proprio modo di comunicare. Nello stesso tempo il pet­tegolo contribuisce a portarla avanti, a meno che — come vedremo — non prenda la decisione di cam­biare rotta, di rompere con gli schemi abituali, per acquisire uno stile comunicativo nuovo, più ri­spettoso della vita privata dell'altro.

All'interno di questa « catena informativa » che permette al pettegolezzo di acquisire sempre maggior forza e di continuare la sua corsa, si gio­cano ruoli diversificati: « Si va dall'iniziatore, figu­ra difficile da definire e rintracciare, all'interprete, una specie di opinion leader che certifica, se non l'autenticità, almeno la rilevanza della notizia. Ci sono poi gli interessati, ovvero coloro che traggo­no un vantaggio dal pettegolezzo, quindi i divul­gatori, gli entusiasti che lo rilanciano con il loro convinto atteggiamento, fino ad arrivare ai resi­stenti, ovvero a coloro che si impegnano per di­mostrarne l'inconsistenza »[1].

Ma come nasce un pettegolezzo? Quali so­no le dinamiche che lo sostengono e lo alimenta­no fino a farlo diventare un dato acquisito nella comunità?

La risposta non è semplice, in quanto alla ba­se ci possono essere situazioni diverse, che a loro volta cambiano a seconda degli attori che entrano in scena. Inoltre, l'evoluzione di un pettegolezzo può avere tempi e modalità diverse in relazione agli ambienti in cui nasce o alle modalità adoperate per alimentarlo e mantenerlo in circolazione.

Per capire l'evoluzione di un pettegolezzo o di una calunnia possiamo riferirci alla celebre aria del Barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini. Si tratta dell'episodio dove don Basilio suggerisce a don Bartolo di screditare e calunniare il conte. Nel testo scritto da Cesare Sterbini viene descritto, con ricchezza di immagini, l'evoluzione della parola ma­levola, in questo caso di una calunnia, dal suo esor­dio frivolo e apparentemente innocuo, fino al suo epilogo drammatico: «La calunnia è un venticello, un'auretta assai gentile. Che insensibile, sottile, leg­germente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Pia­no piano, terra terra, va scorrendo, va ronzando. Nelle orecchie della gente si introduce destramen­te, e le teste ed i cervelli, fa stordire e fa gonfiar. Dal­la bocca fuori uscendo, lo schiamazzo va crescen­do. Prende forza a poco a poco, scorre già di loco in loco. Sembra il tuono, la tempesta che nel sen della foresta, va fischiando, brontolando e ti fa d'or­ror gelar. Alla fin trabocca e scoppia. Si propaga, si raddoppia. E produce un'esplosione, come un col­po di cannone, un tremuoto, un temporale, un tu­multo generale che fa l'aria rimbombar. E il meschi­no calunniato, avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello, per gran sorte va a crepar »[2].

La lettura attenta del libretto ci fa notare il progressivo prendere forza della parola che, pas­sando di bocca in bocca, di luogo in luogo, si pro­paga e si raddoppia, fino a non poter più essere controllata. Diventa chiaro come tale evoluzione avvenga in quanto trova un terreno favorevole e accondiscendente. Il pettegolezzo infatti può con­tinuare a vivere e a diffondersi solo se trova allea­ti, collaboratori disposti a tenere alto il suo inte­resse, contribuendo alla sua diffusione.

Continuando la lettura di tale fenomeno e delle sue dinamiche, possiamo affermare che mol­ti pettegolezzi nascono da un fatto realmente ac­caduto, una situazione di vita di una persona o di una famiglia di cui si è venuti a conoscenza, un discorso o una semplice parola ascoltata, uno sguardo, un atteggiamento, un comportamento e così via. A volte si è stati anche protagonisti di ta­li avvenimenti o di determinati discorsi, oppure si accoglie quanto riferito da altri.

In alcuni casi la constatazione oggettiva del­le situazioni o la loro narrazione avviene in modo lineare e pacifico, senza sfociare nel pettegolezzo. Taluni infatti, per una correttezza morale e un grande senso della giustizia e della verità, riesco­no a condividere con gli altri le vicende delle per­sone, mediante una narrazione rispettosa del suo significato, mantenendosi al di sopra dei giudizi o delle critiche e quindi evitando di innescare mec­canismi comunicativi degeneranti. Ma non sem­pre le cose stanno così, in quanto le dinamiche co­municative spesso portano a esiti completamente diversi. Sappiamo infatti quanta fatica costa man­tenere alto il livello della comunicazione, conser­vando il giusto riserbo sulle questioni che riguar­dano la vita privata degli altri. Inoltre non bisogna dimenticare che in tale meccanismo entrano in gioco altri elementi: le fragilità umane, le abitu­dini contratte nel tempo, il proprio carattere, gli impulsi, le emozioni non controllate, le ferite o semplicemente una buona dose di cattiveria. Di conseguenza non sempre una situazione, un fat­to, una parola sono condivise in modo rispettoso e coerente, cioè come semplice scambio di infor­mazioni. Anzi queste spesso diventano oggetto di una personale interpretazione dove, per alcuni motivi che analizzeremo, il significato originale viene parzialmente o totalmente stravolto, ampli­ficato, cambiato, rispetto alle situazioni iniziali vissute o ascoltate dalla narrazione di qualcuno. Tale stravolgimento interessa anche l'ambito della comunicazione non verbale, per cui uno sguar­do può non essere colto nel suo vero significato, un atteggiamento o un comportamento possono essere fraintesi e così via.

Dobbiamo precisare che non sempre c'è l'in­tenzione di costruire una diceria con lo scopo di fare del male a qualcuno o di metterlo in cattiva luce. In alcuni casi, invece, questa ri-significazio­ne ha una chiara premeditazione malevola, volta a creare interesse, curiosità, novità, attorno alla vi­ta di qualcuno che non è presente, per screditare le sue scelte, il suo modo di vivere e quindi atten­tare alla sua reputazione. In questo caso parliamo di pettegolezzo maligno, fino ad arrivare alle for­me più degenerative della calunnia e della diffa­mazione.

Pertanto, se i pettegolezzi sono antichi quan­to l'uomo e se nel corso dei secoli hanno sempre trovato nuove strategie per diffondersi, non pos­siamo non sottolineare come tale fenomeno in questi ultimi decenni sia stato particolarmente am­plificato dall'avvento dei social network. In tali piattaforme digitali una notizia, un fatto, una cu­riosità vengono messi in circolazione in maniera esplosiva e in tempo reale, senza neppure imma­ginare le conseguenze che questo può provocare. Il passaparola digitale è talmente libero e senza controllo che facilmente può generare malintesi. Un fatto può essere cambiato, amplificato, stor­piato o anche totalmente stravolto, a discapito so­prattutto delle persone interessate che si ritrovano al centro di quello che possiamo chiamare « cortile virtuale », dove si viene presi di mira, of­fesi, calunniati fino all'estremo. Sono tante le sto­rie drammatiche che potremmo raccontare, fino ai recenti fatti di cronaca che hanno visto prota­gonisti adolescenti e giovani morti suicidi a cau­sa di questo terrorismo pettegolo e bullista[3].

 

LE CAUSE DEL PETTEGOLEZZO

Addentrandoci nei meandri di questo feno­meno così pervasivo e tentacolare, ci rendiamo con­to delle molteplici cause che portano al nascere del pettegolezzo. Alcune di queste sono di carattere so­ciale, dovute all'ambiente in cui si vive, che spesso favorisce il nascere di tale modalità comunicativa deviata, come anche la continuità di quella che ab­biamo chiamato « tradizione pettegola ». All'inter­no di questa tradizione si possono rintracciare altre cause legate a fattori più personali, a predisposizio­ni caratteriali, che favoriscono il nascere di tale con­dotta. Pertanto il pettegolezzo costituisce il riflesso tangibile di un vissuto ferito e segnato da moltepli­ci contraddizioni. Un breve excursus può aiutare a sottolineare alcuni aspetti, che entrano in gioco nel­la dinamica del pettegolezzo, favorendone il suo na­scere, il diffondersi e il perdurare.

L’abitudine

L'usanza di parlare male di qualcuno rientra a pieno titolo tra le cause del pettegolezzo e si colloca tra quei fattori sociali e ambientali di cui ab­biamo parlato. L'abitudine, in quanto ci fa per­cepire come normale tale modo di esprimersi, narcotizza la coscienza morale, per cui non ci si rende conto del male che si sta compiendo e non si percepisce più il confine tra il bene e il male. Ne sono prova alcune espressioni ormai entrate nel lin­guaggio comune, che manifestano chiaramente que­sta anestetizzazione della coscienza: « Che male c'è? Tutti lo fanno ». « È più forte di me; neanche me ne rendo conto », oppure l'espressione proverbiale vol­ta a giustificare il pettegolezzo: « Parlare bene o ma­le di qualcuno, l'importante è parlarne ». L'abitudi­ne contiene un potenziale negativo che lentamente porta alla perdita della speranza, della gioia e dell'en­tusiasmo, lasciando spazio alla tristezza.

In ambito religioso l'abitudine è un grande male, perché produce lentamente un appiattimen­to della vita spirituale, che di conseguenza si tra­sforma in una serie di pratiche rituali, fredde, do­ve prevale la meccanicità delle parole e dei gesti, piuttosto che il sentimento di amore verso Dio. È la logica farisaica di chi vive la fede riducendola all'osservanza fredda e precisa delle regole.

Si può scadere nel facile pettegolezzo per abi­tudine, contribuendo — senza accorgersene — ad alimentare il chiacchiericcio su una determinata situazione o persona, non pensando alle conseguen­ze che ciò può causare. L'abitudine di parlare male degli altri crea un vero e proprio circolo vizioso, una malattia contagiosa difficilmente guaribile se non si prende coscienza delle sue dinamiche per­verse e distruttive. Ecco a tal proposito il pensiero di papa Francesco, in una meditazione tenuta a ca­sa Santa Marta: « Noi siamo abituati alle chiacchie­re, ai pettegolezzi. Ma quante volte le nostre comu­nità, anche la nostra famiglia, sono un inferno dove si gestisce questa criminalità di uccidere il fra­tello e la sorella con la lingua »[4]. Si sottolinea come i pettegolezzi siano diventati un'abitudine, un mo­do di esprimersi che rientra nella normalità dei di­scorsi, un vero e proprio stile di vita, la cui gravità non viene più percepita. Non stupisce che tali mo­dalità comunicative si riscontrino in quei contesti relazionali dove, al contrario, ci si dovrebbe custo­dire a vicenda. Mi riferisco alle famiglie, alle comu­nità cristiane, ai contesti lavorativi e ad altre forme di aggregazioni, dove spesso si verificano situazio­ni gravi, dovute alle gelosie, alle invidie e quant'al­tro, che diventano occasioni di critica e pettegolez­zo e le cui conseguenze ledono la dignità dell'altro, fino al punto da poter parlare di una forma sottile di « criminalità ».

 

L’invidia

Essa costituisce indubbiamente una delle cau­se scatenanti del pettegolezzo. Si tratta di un sentimento che nasce con l'uomo stesso e che manifesta una forte personalità narcisistica, totalmente rivol­ta verso il proprio io. Solitamente l'invidioso è uno che non sa vivere insieme agli altri, perché non sa apprezzare il bello degli altri e non accetta che qual­cuno possa essere migliore o più capace. L'invidio­so, insomma, si tortura e soffre terribilmente se si accorge che l'altro ha più di quanto egli ha o è.

Nell'Esortazione apostolica Amoris laetitia, a questo proposito viene sottolineato come «l'in­vidia è una tristezza per il bene altrui che dimo­stra che non ci interessa la felicità degli altri, poi­ché siamo esclusivamente concentrati sul nostro benessere. Mentre l'amore ci fa uscire da noi stes­si, l'invidia ci porta a centrarci sul nostro io. Il ve­ro amore apprezza i successi degli altri, non li sen­te come una minaccia, e si libera del sapore amaro dell'invidia. Accetta il fatto che ognuno ha doni differenti e strade diverse nella vita. Dunque fa in modo di scoprire la propria strada per esse­re felice, lasciando che gli altri trovino la loro »[5].

L'invidioso quindi nega la fraternità e, prima o poi, mette in atto tutte le strategie possibili per eliminare l'altro, considerato come un rivale. È la storia di Caino che uccide Abele perché non sop­porta un fratello migliore di lui, i cui doni e sacrifi­ci sono più graditi al Signore (cfr. Gen 4,4-5). È la vicenda di Giuseppe che viene venduto dai fratelli perché invidiosi della preferenza che il padre ha nei suoi confronti (cfr. Gen 37,1-36). È la storia di tan­ti uomini e donne, che segna drammaticamente le relazioni fraterne, che spezza i vincoli familiari, che incrina i rapporti di amicizia, che distrugge la co­munione di un gruppo o di una comunità. Essa co­stituisce un grave peccato contro la carità fraterna, ma anche contro Dio, tanto che san Francesco nel­le sue Ammonizioni paragona l'invidia al peccato di bestemmia: « Perciò, chiunque invidia il suo fratel­lo riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene »[6].

L'invidia è capace di tutto, offusca la men­te, è piena di rabbia, di odio e rende capaci di met­tere in atto parole e azioni irragionevoli. E quan­do non può raggiungere i suoi obiettivi, ecco che si vendica sfoderando la sua arma più tagliente: il pettegolezzo in tutte le sue forme, purché l'altro in qualche modo venga colpito e messo in cattiva luce, offendendo la sua dignità con falsità, insi­nuazioni malevole, calunnie e diffamazioni.

 

La ricerca del consenso

Un'altra delle cause che portano al pettego­lezzo è la ricerca smodata del consenso. Si tratta di un atteggiamento che riflette la mancata accet­tazione di se stessi e una insicurezza di fondo, che porta a ricercare continuamente l'approvazione al­trui, per sentirsi confermati nelle proprie scelte e appagati nei propri desideri. Chi cerca il consen­so degli altri è una persona fondamentalmente egocentrica, che ha bisogno di essere sempre al centro dell'attenzione, che non sopporta il con­fronto e la sana competitività. Spesso tale consenso viene ricercato anche attraverso modalità comu­nicative non opportune, dove le parole vengono usate per screditare l'altro, pur di apparire miglio­ri. Per cui il parlare male di qualcuno, attraverso le varie forme di pettegolezzo, permette di met­tersi in risalto, arrogandosi il diritto di dire una parola sull'altro, di proferire sentenze, di giudica­re, di criticare, fino ad arrivare alle forme estreme della calunnia e della diffamazione. Si tratta in fon­do di una forma di volontà di potere sull'altro, che si pretende di porre sotto il proprio controllo, se­guendo i movimenti della sua vita privata. L'obiet­tivo che si vuole raggiungere è quello di trovare nuove informazioni e, nel breve tempo possibile, perché si possa avere l'esclusiva di nuovi pettego­lezzi e quindi ottenere ulteriori consensi. Su que­sto tema trovo interessante il saggio di Stefano Guarinelli, dove vengono elencati i cosiddetti « in­gredienti psicodinamici » del pettegolezzo, e si pre­cisa come esso costituisca « una forma di potere. Piaccia o non piaccia, sembri o non sembri ecces­sivo ricorrere al termine stesso di potere, le cose stanno così. Ove potere, evidentemente, non cor­risponde necessariamente all'ambizione di giun­gere a ruoli di governo »[7].

 

Il rancore

Una delle cause più comuni che portano a parlare male del fratello è il rancore. È un sentimen­to molto diffuso, che nasce da una ferita dovuta a un torto subito, da una delusione, dal mancato chiarimento in seguito a una situazione vissuta male o fraintesa, da una malattia o da un lutto non accettati... Si tratta di un modo malato di vivere la relazione che, per vari motivi, si è incrinata e che si fatica a ricomporre. Esso si declina in mo­di diversificati e si manifesta come rancore verso se stessi, gli altri e Dio.

Quando il rancore viene covato lungamente nel cuore, intacca la qualità stessa della vita relazio­nale, in quanto procura un annebbiamento del giu­dizio critico. Le valutazioni sugli altri non vengo­no fatte nella verità e nella libertà, perché si è divenuti prigionieri del proprio punto di vista « ran­coroso »: tutto viene filtrato in modo restrittivo e negativo attraverso di esso. Il rancore porta a con­centrarsi in modo ossessivo su un determinato av­venimento, su un atteggiamento, su una parola non compresa, su progetti falliti, su aspettative non sod­disfatte, a tal punto da portare a prendere le distanze da tutti coloro che, in qualche modo, sono considerati causa del proprio malessere. Una cosa è certa: il rancore porta alla perdita della pace interiore e non permette di affrontare serenamente la propria vita, in quanto questo sentimento corrode la propria esistenza determinando, in alcuni casi, il sorgere di patologie fisiche e psichiche.

Tra le varie manifestazioni del rancore, ac­canto all'odio, alla rabbia, all'indifferenza, trovia­mo proprio il pettegolezzo, che possiamo definire come espressione verbale del rancore. Quando non si riesce a sanare una relazione, attraverso la ma­nifestazione dei propri sentimenti, la chiarificazio­ne, la correzione fraterna, pervenendo a un perdo­no sincero, è molto probabile che si attivi, anche inconsapevolmente, il pettegolezzo, la critica, la mormorazione. Si tratta di un modo sottile di ven­dicarsi del fratello, un inganno che fa più male a se stessi che a coloro ai quali è rivolta la critica. Infatti non di rado accade che i destinatari del rancore possono ignorare di essere oggetto di pet­tegolezzo, soprattutto quando le colpe loro addos­sate risultano non reali o presunte. Afferma papa Francesco: « Tante volte i nostri sbagli, o lo sguar­do critico delle persone che amiamo, ci hanno fat­to perdere l'affetto verso noi stessi. Questo ci in­duce alla fine a guardarci dagli altri, a fuggire dall'affetto, a riempirci di paure nelle relazioni in­terpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo »[8]. Il perdono pertan­to ha la meglio sul rancore, allontana la tendenza al facile pettegolezzo e nello stesso tempo permette di riacquistare quella serenità e quella libertà necessa­rie per costruire relazioni autentiche[9].

 

La tentazione

Essa rientra a pieno titolo nella dinamica del pettegolezzo e ne è una sua causa. Dal punto di vista spirituale, possiamo parlare di una forma sot­tile di tentazione della lingua o peccato di parola che, attraverso il pettegolezzo, inietta il veleno del­la distruzione e della morte. Essa infatti pregiudi­ca la dignità di una persona, la serenità e l'unità di una famiglia, di una comunità; genera litigi, chiusure egoistiche, sospetti, fraintendimenti e malesseri di ogni sorta.

Non a caso la tentazione delle origini, alla quale hanno ceduto i nostri progenitori, è stata at­tuata proprio attraverso una parola ingannatrice, tagliente e suadente, che ha insinuato il dubbio sulla veridicità della parola di Dio. Non a caso il Diavolo viene chiamato « menzognero e padre della menzogna » (Gv 8,44), divisore, accusatore. Nel pettegolezzo questi tro­va un alleato formidabile per portare avanti le sue perverse macchinazioni. Credo sia importante non tralasciare questa lettura spirituale del pettegolez­zo come tentazione diabolica, per non rischiare di ridurlo a un fenomeno puramente sociale o psi­cologico e quindi ritenerlo solo conseguenza di fragilità psicologiche o inconsistenze caratteriali. Su questo punto non sono mancati interventi au­torevoli, come quello pronunciato da Paolo VI, circa l'azione ordinaria del diavolo che, in modo astuto, lavora indisturbato nel fertile terreno del­le fragilità e delle debolezze dell'uomo: «È lui il perfido e astuto incantatore che in noi sa insinuar­si per via dei sensi, della fantasia, della concupi­scenza, della logica utopistica o di disordinati con­tatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni, altrettanto nocive quanto all'apparenza conformi alle nostre strutture fisi­che o psichiche o alle nostre istintive profonde aspirazioni »[10]. Questo pensiero è stato ripreso da papa Francesco, nell'Esortazione sulla chiamata alla santità, dove si ribadisce che l'esistenza del diavolo è qualcosa di più di un mito, di una rap­presentazione simbolica o di un potere astratto; si tratta di un essere personale che ci tormenta e di fronte al quale non possiamo abbassare la guardia. Per questo il Papa invita a essere vigilanti e a re­sistere alle innumerevoli sollecitazioni del Mali­gno, impugnando le armi della preghiera, della pa­rola di Dio, dei sacramenti e della carità verso i fratelli. A tal riguardo annota: « Lui non ha biso­gno di possederci. Ci avvelena con l'odio, con la tristezza, con l'invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distrug­gere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché “come leone ruggente va in gi­ro cercando chi divorare” ( 1Pt 5,8) »[11].

 

LE CONSEGUENZE DEL PETTEGOLEZZO

Possiamo con certezza affermare che le con­seguenze prodotte dal pettegolezzo vanno sempre molto al di là delle intenzioni di chi lo mette in circolazione, e ciò vale anche per chi pensa che qualche parola di troppo, in fondo, non faccia ma­le a nessuno. L'esperienza invece conferma che i pettegolezzi, anche quando sembrano pronunciati in modo innocuo e inoffensivo, producono sem­pre situazioni negative e incontrollabili, diventan­do come i mozziconi di sigarette ancora accesi gettati d'estate in un bosco. Questo perché il pet­tegolezzo rientra tra quelle parole o espressioni che in ambito linguistico vengono denominate performative, cioè parole che non hanno solo una funzione informativa o descrittiva, ma che, nel momento in cui vengono pronunciate, toccano profondamente la persona e la realtà modifican­dole nel bene o nel male. Non a caso comunemen­te si dice « fare pettegolezzi », e non « dire pette­golezzi », con un chiaro rimando al fatto che si sta svolgendo un'azione ben precisa. Quindi compren­diamo sempre più la pericolosità del pettegolezzo, mai innocuo, proprio perché realizza quello che dice, provoca conseguenze negative sul soggetto al quale è diretto, modificando anche le relazioni. In questo senso, sottolinea Francesco di Sales nella Filotea, « il maldicente, con un sol col­po vibrato dalla lingua, compie tre delitti: uccide spiritualmente la propria anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale sparla »[12].

Il pettegolezzo distrugge la buona fama di una persona, della quale viene compromessa la reputazione, provocando la nascita di so­spetti, di pregiudizi, fino al punto da intac­care la qualità delle relazioni che, in qual­che modo, subiscono delle trasformazioni. Si tratta di una dinamica non rara, che si ve­rifica soprattutto negli ambienti dove si vi­ve un forte clima di competitività. In questi casi la maldicenza diventa la chiara espres­sione dell'invidia che si nutre verso qualcu­no considerato più bravo, più brillante e quindi ritenuto un rivale che in qualche modo si deve mettere in ombra.Il pettegolezzo inquina l'ambiente e intossica la mente e il cuore perché si tratta comunque di un fenomeno tentacolare che progressi­vamente si allarga e va a contaminare i pen­sieri degli altri, stuzzicando la curiosità di sapere qualcosa di nuovo sulla vita privata di qualcuno. Spesso, all'interno di alcuni contesti aggregativi, si vive di pettegolezzi, non si riesce a innalzare il livello qualitati­vo della comunicazione, portandolo su ar­gomenti più edificanti. Così, a lungo andare questo clima degradato finisce per coinvol­gere tutti, anche chi vorrebbe restare fuori da determinate dinamiche.Il pettegolezzo blocca la spontaneità nelle relazioni e abbassa la qualità della vita. Chi percepisce di essere oggetto di maldicenza comincia ad attivare una serie di meccani­smi di difesa che lentamente portano a non avere più fiducia nell'altro, a non parlare più spontaneamente, a chiudersi in se stes­so per paura di essere criticato o frainteso. In alcuni casi, soprattutto per i soggetti più fragili, queste situazioni possono anche se­gnare l'inizio di varie forme di malesseri fi­no a sfociare in uno stato di depressione an­che Il pettegolezzo è un'arma a doppio taglio, in quanto le sue conseguenze ricadono non solo sulla vittima designata, ma anche su chi ne è responsabile o ritenuto tale. Infat­ti, chi è abituato al facile pettegolezzo o ad­dirittura viene eletto, per questa particola­re predisposizione, a essere il leader del gruppo, prima o poi paga il prezzo del suo comportamento, rimanendo sempre più so­lo. Perché a lungo andare il pettegolo comincia a diventare scomodo, inopportuno, pericoloso e quindi da tenere a debita di­stanza, in quanto lo si avverte come un ele­mento destabilizzante per il gruppo.

- Il pettegolezzo rallenta il progresso nella vita spirituale, personale e comunitaria perché of­fusca la dignità dell'essere figli di Dio, crea­ti a sua immagine e somiglianza. Se con il battesimo siamo diventati il tempio santo di Dio, tutte le nostre membra, compresa la lin­gua, devono essere messe a servizio di Dio e devono dare testimonianza del suo amore. Per cui tutte le volte che la bocca non si apre per rendere lode al Signore, ma per giudica­re e calunniare il fratello, noi stiamo traden­do la nostra vocazione e stiamo distruggen­do l'unità della comunità. Ogni pettegolezzo è un attentato alla comunità. Il parlare male dell'altro vanifica il cammino di fede in quan­to contravviene al comandamento dell'amo­re verso il prossimo, verso il quale dobbia­mo mostrare sentimenti di carità, di stima, di affabilità, fino al perdono incondizionato dei nemici e dei persecutori (cfr. Rm 12,14­21). Non ci può essere vita spirituale, né tan­to meno crescita spirituale, se non si prende coscienza del male fatto e non ci si lascia pu­rificare dalla misericordia di Dio. Infatti il sincero pentimento non solo cancella i pec­cati e ristabilisce l'uomo in uno stato di gra­zia, ma spinge ad assumersi le proprie responsabilità riparando il male fatto. E l'impegno diventa quello di riparare le pro­prie colpe chiedendo scusa alla persona ca­lunniata, ristabilendo, per quanto possibile, la reputazione della stessa[13].

 

I RIMEDI AL PETTEGOLEZZO

La prudenza non è mai abbastanza

Nel percorso di conoscenza di se stessi do­vremmo spesso esaminare la qualità e la modalità delle parole che abitualmente usiamo nelle nostre conversazioni. Considerare, ad esempio, quante volte il nostro modo di parlare è stato convenien­te o no, se ha contribuito a innalzare la qualità del­la conversazione, se ha insinuato dubbi sulla vita di qualcuno, denigrato, offeso. Si tratta di verifi­care il valore e il significato che diamo alla paro­la nel processo comunicativo. È importante chie­dersi se, prima di parlare, facciamo un prudente discernimento di quello che stiamo per dire o se piuttosto ci lasciamo guidare dall'istinto, dalla rab­bia, dalla leggerezza, dalle emozioni del momen­to, e finiamo per lasciarci facilmente contagiare dall'ambiente pettegolo.

In questa esperienza di discernimento un ruolo particolare lo riveste la virtù della prudenza, che è stata sempre considerata la virtù che regola e misura tutte le altre — non a caso gli antichi la chiamavano auriga virtutum (cocchiere delle vir­tù). Essa permette di distinguere, tra le cose che vorremmo dire e fare, quelle che portano al bene e quelle che portano al male, ciò che è secondo lo Spirito di Dio è quello che è contrario. Chi è pru­dente è anche sapiente, capace cioè di valutare at­tentamente prima di procedere, secondo quella lungimiranza che permette di prevedere le conse­guenze che possono scaturire da un determinato uso della parola. Per questo il Libro della Sapien­za dirà: « Ho conosciuto tutte le cose nascoste e quelle manifeste, perché mi ha istruito la sapien­za, artefice di tutte le cose » (Sap 7,21). Nel suo li­bro sul combattimento spirituale, a proposito del modo di regolare la lingua, Lorenzo Scupoli così si esprime: « Le cose che ti cadono in cuore per dir­le, siano da te considerate prima che passino alla lingua, perché di molte ti accorgerai che sarebbe bene che da te non fossero mandate fuori »[14]. La prudenza quindi educa a usare saggiamente le pa­role, a dare loro il giusto significato; insegna a sa­perle misurare, a saperle porgere, a saper attende­re il momento opportuno per esprimerle o per tacerle, secondo la massima sapienziale: « C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare » (Qo 3,7). Pertanto, riscoprire la virtù della prudenza signi­fica dare un orientamento preciso alla propria vi­ta, ai propri pensieri e alle proprie azioni, riappro­priandosi di quella capacità di riflessione e di discernimento personale che permette di agire se­condo il bene proprio e quello degli altri e soprat­tutto di distinguerlo dal male. Un confine che il pettegolezzo tende sempre più ad annullare e a confondere, avallando un modo di fare e di dire che sembra sempre più « normale », fino a diven­tare un costume di vita che certamente non rende ragione della verità della persona e delle relazioni.

L'esperienza conferma come ci lasciamo fa­cilmente coinvolgere nelle dicerie e nei pettegolez­zi e come spesso parliamo a ruota libera: tutto di­venta lecito e la menzogna finisce lentamente per sostituirsi alla verità. Tante conversazioni sono ca­ratterizzate da questo modo malato di comunica­re, si va oltre la constatazione dei fatti, si amplifi­ca qualche situazione, si aggiunge qualcosa di falso, si usa una parola allusiva, la cui falsa inno­cenza diventa capace di stuzzicare la curiosità dei presenti. In questi contesti le parole si degradano facilmente, fino a sconfinare nel pettegolezzo.

Cosa fare allora quando ci troviamo in tali si­tuazioni e ci accorgiamo della facilità con la quale si rischia di rimanere intrappolati in queste dinami­che perverse? Se già la prudenza permette di misu­rare e verificare le parole da dire, la stessa virtù può aiutarci a capire quando è il caso di intervenire per depotenziare il pettegolezzo e quando è convenien­te stare in silenzio, ma nel modo giusto. Due armi strategiche che possono aiutare a non rimanere in­trappolati nel fascino bacato del pettegolezzo.

 

Depotenziare il pettegolezzo

È uno dei modi per contribuire a innalzare il livello delle conversazioni, scegliendo di far per­dere forza al pettegolezzo, evitando che il proprio intervento possa in qualche modo contribuire ad alimentare le dicerie, con domande curiose o ag­giungendo ulteriori parole ed espressioni allusive che lasciano percepire qualcos'altro, creando un ulteriore pettegolezzo. Di solito, infatti, si verifica un effetto domino: una parola perversa ne richia­ma un'altra e così via. Depotenziare il pettegolez­zo significa dare un nuovo corso alla comunica­zione, attraverso un nuovo significato dato alle parole. Significa immettere nella conversazione parole ed espressioni cariche di bene, che possa­no frenare la corsa della parola malata e bloccare il contagio. In concreto cercare di portare il discor­so su un livello diverso: cambiando argomento, concentrando l'attenzione su altre questioni, pos­sibilmente più edificanti. Anche la parola di Dio ci fornisce alcuni elementi concreti per contrasta­re il pettegolezzo. Così leggiamo nel Libro del Siracide: « Non contendere con un uomo chiac­chierone e non aggiungere legna al suo fuoco » (Sir 8,3). Mentre il Libro dei Proverbi sottolinea: « Per mancanza di legna il fuoco si spegne; se non c'è il calunniatore, il litigio si calma » (Pr 26,20). Sono testi molto significativi, che usano la stessa immagine per sottolineare la possibilità di dimi­nuire la forza distruttiva del pettegolezzo attraver­so l'uso sobrio e moderato delle parole, per non incrementare il fuoco devastante procurato dalla lingua. Pertanto lì dove qualcuno sarà disposto a immettere questo principio di bene, attraverso l'esercizio sapiente della parola, allora il pettego­lezzo comincerà a indietreggiare, a perdere forza, perché non troverà un alleato disposto a rilanciar­lo, permettendogli di continuare la sua corsa.

 

Il giusto silenzio

Un'altra importante arma per depotenziare il pettegolezzo è il silenzio, ma bisogna essere ca­paci di comprendere quale silenzio adottare; non tutti i silenzi infatti sono uguali, in quanto ognu­no esprime uno stato d'animo ben preciso. Ci so­no silenzi carichi di gioia, di stupore, di attesa; al­tri di tristezza, di dolore; altri ancora di rabbia, di rancore, di arroganza. C'è il silenzio dell'esistenza credente come contemplazione e risposta di fede al mistero di Dio. Ma c'è anche il silenzio nel suo risvolto più deteriore, che si chiama mutismo, che non ha niente a che vedere con il silenzio vero: questo infatti non è mai muto, ma è portatore di una certa profondità. Dirà a proposito Romano Guardini: « Tacere non significa affatto essere mu­to. Il vero tacere è precisamente il correlativo del vero parlare: si appartengono l'un l'altro come l'in­spirazione e l'espirazione (...) il discorso che non implica relazione diventa un cicaleccio »[15].

Il silenzio da adottare per arginare il pettego­lezzo dovrà essere carico di una certa significativi­tà e non essere mai un silenzio sterile o muto, che potrebbe dire altro o essere frainteso. Non basta per­ciò stare in silenzio, ascoltando semplicemente i pettegolezzi degli altri, e pensare di non macchiar­si di alcuna colpa, per il fatto che non stiamo par­tecipando attivamente alla discussione. Questo sa­rebbe un inganno, una scelta che fa diventare complici, in quanto tale silenzio può significare as­senso di quanto si sta semplicemente ascoltando. Ci sono inoltre silenzi che dicono più delle parole, soprattutto quando sono accompagnati da gesti, da smorfie, da sorrisi velati, che lasciano intendere che si sta approvando quello che si sta ascoltando. In alcuni casi, quando il silenzio viene alternato da mezze parole o da espressioni quali: « Meglio che non parlo... », « Se la mia bocca potesse parlare... », « Ah, se sapeste.. ! », ciò fa nascere il sospetto di es­sere depositari di chissà quali verità o segreti ine­renti alla vita privata di una persona. Atteggiamen­to che andrà ad accendere negli altri la curiosità di sapere di più, fino a costringere a svelare situazioni e fatti privati che probabilmente erano stati con­fidati nel segreto o di cui si è venuti a conoscenza, e che da questo momento diventano di dominio pubblico. Sottolinea il Siracide 19,10-12: « Hai udito una parola? Muoia con te! Sta' sicuro, non ti farà scoppiare. Per una parola va in doglie lo stolto, come la partoriente per un bambino. Una freccia conficcata nella coscia: tale una parola in seno allo stolto ». Un chiaro invito a mortificare la propria lin­gua, a saper custodire le parole che abbiamo ascol­tato o che ci sono state confidate in segreto. Il si­lenzio, in alcuni casi, è meglio della parola, in quanto diventa rivelatore di una certa maturità uma­na e di quella profondità spirituale carica di amore e di compassione. Scrive sapientemente un autore contemporaneo: «A Babele ci si salva tacendo... Con il silenzio si attenua la forza devastatrice del­lo scandalo, si spuntano gli artigli della detrazione, si spennano le ali della calunnia, si smorza la vio­lenza dell'odio, mentre aumenta la forza difensiva nei confronti degli urti delle avversità »[16].

 

La via della correzione

Quando si ha certezza di chi sia l'autore di pettegolezzi e dicerie o nel momento in cui si percepisce che i discorsi che si fanno in compagnia di amici, nei gruppi e in altri contesti aggregativi, stan­no degenerando e sconfinando nel pettegolezzo, allora bisogna provare a correggere. Se la situazio­ne lo consente, tale correzione potrà essere prati­cata anche sul momento, trovando naturalmente le parole e le modalità più adeguate. Comunque, è sempre preferibile la via della riservatezza e quindi la correzione fatta in modo personale, a tu per tu con il fratello o la sorella (cfr. Mt 18,15-18).

La pratica della correzione fraterna, condot­ta nella riservatezza e nella discrezione, evita di sbandierare le fragilità del fratello e di farle diven­tare oggetto di pettegolezzo e di critica. La corre­zione pertanto, se da un lato diventa un grande atto di carità, che recupera il fratello alla verità, nello stesso tempo diventa un deterrente al pette­golezzo, in quanto va a bloccare quel meccanismo che contribuisce alla diffusione del pettegolezzo stesso. Tale passaggio contiene anche una indica­zione molto importante, che dovremmo attuare nella correzione, e cioè la capacità di sapersi por­gere all'altro, misurando le parole, esprimendole nei tempi e nei modi più opportuni. Una modali­tà che suppone una grande capacità di discerni­mento e di pazienza per evitare di « mortificare inutilmente il peccatore ». Molto spesso, invece, il nostro modo di correggere diventa un tribuna­le, dove l'altro viene semplicemente accusato, ap­punto “spellato”, senza nessuna misericordia, co­sì da peggiorare la situazione[17].

 

STRATEGIE VIRTUOSE

Vo­gliamo ora sottolineare alcuni atteggiamenti virtuosi da assumere nel proprio cammino per evitare di esse­re travolti dal male prodotto dai pettegolezzi. Si trat­ta di un cammino di fortificazione, per non cedere alla tristezza, allo scoraggiamento o a sentimenti di rancore o di vendetta, che potrebbero portare alla facile tentazione di combattere il male con il male. La battaglia invece deve essere condotta nel campo del bene,  con la poten­za dell'amore e della misericordia.

 

Essere pazienti

In questa lotta contro il pettegolezzo la pri­ma arma da sfoderare è la pazienza. Ce ne vuole veramente tanta! Un vecchio proverbio dice che « la pazienza è la virtù dei forti », eppure anche i più forti in alcuni momenti possono perderla, so­prattutto quando le situazioni diventano talmente insopportabili da portare all'esasperazione. Avere pazienza significa diventare capaci di rimandare la propria reazione alle avversità, sopportando il do­lore con animo sereno, controllando la propria emo­tività e perseverando nelle azioni. Ma avere pazien­za significa soprattutto educarsi ad avere uno sguardo nuovo, misericordioso verso chi ce la fa perdere. Questo in fondo è il significato dell'espres­sione « sopportare pazientemente le persone mole­ste », che tra tutte le opere di misericordia è indub­biamente la più dimenticata, oltre che fraintesa. Dimenticata, per la sua intrinseca difficoltà, in quan­to ci viene chiesto un puro atto di carità, un anda­re oltre i consueti modi di rapportarci con coloro che molestano; fraintesa, perché l'avverbio « pa­zientemente » non è ben interpretato, o forse, vo­lutamente accomodato, secondo il nostro modo li­mitato di concepire il tempo. Essere pazienti infatti significa dare tempo al fratello di ravveder­si, sopportandolo non una sola volta, ma continua­mente, senza rabbia e risentimento. Scrive papa Francesco, commentando l'inno all'amore di san Paolo: « Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l'altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com'è. Non im­porta se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L'amore comporta sempre un senso di profonda compassione »[18]. Questo non significa tollerare o giustificare il peccatore, ma andare oltre il suo er­rore e la sua fragilità così come fa la misericordia di Dio che continua ad amarci e ad aspettarci no­nostante le nostre continue infedeltà. Avere pazien­za nei confronti di chi, come nel nostro caso, ci mo­lesta con le parole, significa acquisire qualcosa della magnanimità di Dio, che ci permette di assu­mere quel « fattore cristiano » di cui parla Bonho­effer, intendendo ciò che è straordinario rispetto all'ordinarietà del nostro modo di fare: « È ciò che supera i farisei in una giustizia maggiore, il di più, ciò che va oltre... Dove non c'è questo fattore sin­golare, straordinario, non c'è nulla di cristiano »[19].

 

Sdrammatizzare

Questa « santa pazienza », da accogliere co­me dono che viene dall'alto, richiede anche un certo lavoro personale, perché non diventi un at­teggiamento passivo, bensì un'esperienza feconda di crescita umana e spirituale. Parliamo di quella pazienza attiva all'interno della quale si cerca di capire come stanno i fatti, di verificare la fonda­tezza degli stessi e di agire di conseguenza con la giusta capacità di attesa, imparando a sdramma­tizzare. E sì! Imparare a sdrammatizzare, per ridi­mensionare il problema e per evitare di far diven­tare quel determinato pettegolezzo il centro dei propri pensieri e della propria esistenza. In effet­ti, il tornare continuamente a rimuginare su quan­to si è sentito dire sul proprio conto, comporta un notevole spreco di energie, soprattutto psicologi­che, che viceversa potrebbero essere impiegate in altri ambiti e in modo molto più fecondo. In que­sto senso la pazienza attiva deve portare a lavora­re sui propri pensieri e sui propri sentimenti, per dirigerli verso nuovi orizzonti, soprattutto verso pensieri positivi di bene e di pace.

In questo percorso di pacificazione e di sem­plificazione non può mancare il momento della ve­rità, che deve essere condotto con intelligenza e franchezza, sia sul versante esterno sia su quello interno. Il momento esterno corrisponde alla lettu­ra della situazione che si è presentata e nella qua­le si è coinvolti. Essa serve a verificare la natura del pettegolezzo, per capire se è fondato su un fat­to realmente accaduto o è frutto di qualche frain­tendimento o semplice e fantasiosa invenzione. Il momento interno corrisponde a quello che potrem­mo chiamare presa di coscienza dei propri limiti, il riconoscere effettivamente di avere mancato in qualcosa, che c'è una colpa reale, sulla quale qual­cuno ha poi costruito una diceria. È il momento della purificazione del cuore, dell'umiliazione, del­la guarigione dai sensi di onnipotenza, dal sentir­si migliori degli altri. Questo duplice aspetto del­la verifica viene sottolineato nel libro del Qoelet, che invita a sdrammatizzare le dicerie, per evitare di sentirne qualcuna sul proprio conto, per poi guardarsi dentro e constatare la propria miseria: « Non fare attenzione a tutte le dicerie che si fan­no, così non sentirai che il tuo servo ha detto ma­le di te; infatti il tuo cuore sa che anche tu tante volte hai detto male degli altri » (Qo 7,21-22).

Essere vittime di pettegolezzi paradossal­mente può costituire un'esperienza vantaggiosa e motivo di crescita. Essa può aiutare a mettere or­dine nella propria vita, individuando ciò che bi­sogna togliere o modificare, imparando con umil­tà a guardare più a se stessi che agli altri. Questa capacità introspettiva manifesta una notevole ma­turità umana e spirituale, che non ha paura di met­tersi di fronte alle proprie colpe per denunciarle in maniera risoluta e continuare il cammino con un cuore libero e purificato da ogni forma di ipo­crisia. Inoltre, se queste esperienze dolorose ven­gono vissute in un atteggiamento di fede, posso­no diventare occasioni preziose per radicarsi sempre più in Dio. Illustrando i benefici spiritua­li che possiamo ricavare dalle colpe altrui così scri­ve padre Jacques Philippe: « A volte è grazie a una delusione patita in una relazione con qualcuno, da cui molto (forse troppo) ci aspettavamo, che impariamo a tuffarci nella preghiera, nella relazio­ne con Dio e ad aspettarci da lui quella pienezza, quella pace e sicurezza che soltanto il suo amore infinito può assicurarci. Le delusioni che abbiamo nelle relazioni con gli altri ci fanno passare da un amore idolatrico a un amore realistico, libero e dunque finalmente felice»[20].

 

Bene-dire

In questo percorso di guarigione, volto- a contenere le conseguenze del pettegolezzo, non bisogna mettere in atto solo la strategia della dife­sa, ma anche quella dell'attacco che non è diretto a sconfiggere il nemico, ma a custodirlo, ad amar­lo, ad affidarlo al Signore perché sia lui a toccare il suo cuore. È la strategia dell'amore che si carat­terizza come preghiera di intercessione, non solo per coloro che soffrono e che vogliamo raccoman­dare al Signore, ma, nel nostro caso, per coloro che ci perseguitano e dicono male di noi, usando imprudentemente la lingua. Nel Discorso della montagna, Gesù raccomanda (Mt 5,43-48) questa forma di preghiera: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguita­no, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buo­ni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se da­te il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Non sarà stato un discorso di facile compren­sione, anzi avrà fortemente urtato la sensibilità di coloro che si ritenevano giusti in quanto fedeli al­le prescrizioni della Legge. È un invito a fare diver­samente rispetto alla mentalità tradizionale nel con­cepire il rapporto con Dio e con i fratelli. Siamo nella logica evangelica dell'amore verso il nemico, dove la Legge trova il suo pieno compimento. Si tratta della più grande provocazione di Gesù da­vanti alla quale avanziamo i nostri « ma », « però » « fino a tanto? ». Ci viene chiesto un atto straordi­nario che non rientra nell'ordine naturale dei no­stri pensieri e dei nostri comportamenti, dove ten­diamo in genere ad amare coloro che rientrano nel nostro orizzonte affettivo e che in qualche modo ci ricambiano. Amare i nemici rimane uno scan­dalo, e potrebbe persino dare adito a una sorta di complicità con il male da loro commesso. Eppure questo atteggiamento diventa il tratto distintivo dei discepoli del Signore che ci insegna a condan­nare in modo irresoluto il peccato, ma a mostrare compassione e misericordia per il peccatore. Per cui quel « Voi, dunque... », con cui Gesù conclu­de il discorso, apre orizzonti completamente di­versi, ci invita a un cambiamento di mentalità, ad assumere nuovi criteri di valutazione del fratello; ci invita in definitiva a entrare nella vita stessa di Dio, per cogliere qualche battito del suo cuore e per imparare da lui il vero amore.

Bonhoeffer, commentando questo brano di Matteo, sottolinea un aspetto particolare di questo amore incondizionato per i nemici, un amore che deve osare tanto, fino a diventare benedizione: « Se ci colpisce la maledizione del nemico perché egli non può sopportare la nostra presenza, noi dobbiamo alzare le mani per benedire: voi, nostri nemici, voi i benedetti del Signore, la vostra male­dizione non ci ferisce; possa la vostra povertà es­sere colmata con la ricchezza di Dio, con la bene­dizione di colui contro il quale voi vi ostinate inutilmente. Vogliamo senz'altro portare la vostra maledizione, purché voi riceviate la benedizione »[21].

Questo commento ci aiuta a comprendere il significato della benedizione, che non è semplice­mente un atto umano, ma scaturisce dall'incontro con Dio, il solo che può benedire le nostre esisten­ze, rendendoci capaci di diventare benedizione per gli altri. Ricordiamo che il primo atto che Dio com­pie sull'uomo creato a sua immagine è proprio la benedizione. Così infatti si legge nel libro della Ge­nesi: « E Dio creò l'uomo a sua immagine; a imma­gine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: siate fecondi e molti­plicatevi » (Gen 1,27-28). All'origine quindi c'è una parola di bene, una trasmissione di vita, un invito a fecondare, diventando benedizione per gli altri. L'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, porta in sé questo principio di bene, questa capa­cità di bene-dire, e in tal modo viene associato al­la stessa opera creatrice di Dio. L'idea biblica di be­nedizione comprende tutto il positivo dell'esistere e del vivere e quindi ogni volta che si benedice si crea, si trasmette vita, si comunica l'amore stesso di Dio: « La parola di benedizione contiene in se stessa la sua forza di attuazione, è di per sé effica­ce e irrevocabile. In questa prospettiva la benedi­zione non è tanto un bene-dire, quanto un bene-dare: trasmettere, comunicare una sorta di “energia di bene”, destinata a esplicarsi in molti modi nel­l'esistenza di chi riceve la benedizione »[22].

Allora la benedizione non è più una sempli­ce preghiera, un gesto, un rito, o come qualcuno la considera, un atto scaramantico per allontana­re chissà quali negatività; essa diventa una espe­rienza di comunicazione vitale, dove la stessa pa­rola viene chiamata in causa per il suo alto valore comunicativo. In questa prospettiva il parlare be­ne del fratello costituisce di per sé una straordi­naria benedizione, in quanto mediante essa si co­munica la bellezza di un Dio Padre che ama i suoi figli e per questo non può che dire e fare cose bel­le per loro. Per cui, quando si parla bene di una persona, si contribuisce a creare vita, a mantene­re viva una relazione, a custodirla, immettendo in essa un principio di bene, di pace e di armonia. Una parola buona e bella risana il cuore, infonde speranza, valorizza l'altro, invitandolo a dare il meglio di sé. Dire-bene promuove la vita, rinsal­da l'amicizia, contribuisce a creare stili di vita li­beri, sani e rispettosi della diversità dell'altro.

Viceversa il dire male e quindi il pettegola­re in tutte le sue declinazioni, esprime la realtà op­posta e introduce tra le persone un principio di morte, dove le relazioni vengono incrinate dal so­spetto, dal giudizio, fino a essere totalmente di­strutte. Questo perché, in riferimento al principio performativo, precedentemente sottolineato, la pa­rola non è mai la semplice pronuncia di un suo­no, ma porta in sé ciò che vuole esprimere e quin­di realizza ciò che dice. Una parola maldicente non sarà mai innocua, ma andrà a incidere negativa­mente sulla persona interessata e sull'ambiente, pregiudicando, in qualche modo, l'armonia delle relazioni.

Bene-dire, come capacità di dire e fare cose belle e buone per l'altro, costituisce una straordi­naria sfida per la società odierna, ma soprattutto per la Chiesa chiamata a manifestare l'amore di Dio attraverso segni concreti che la rendano sempre più credibile. Benedirsi reciprocamente diventa il cri­terio per valutare la maturità di una comunità cri­stiana che ha incarnato il messaggio evangelico della carità. Dice san Paolo: « La carità non sia ipo­crita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nel­lo stimarvi a vicenda » (Rm 12,9-10).

Ecco allora la parola d'ordine: « Gareggiare nello stimarsi a vicenda ». Questa è la strada da percorrere per chi vuole guarire dal male del pet­tegolezzo. Questo è l'antidoto alla maldicenza: ricominciare ad amare, a stimarsi, a considerare l'altro come un fratello che Dio ha posto sul cam­mino di ciascuno per ricordarci la sua stessa be­nedizione. La fraternità quindi diventa il luogo dove vivere e riconoscere la benedizione di Dio e nello stesso tempo essa costruisce la fraternità in tutta la sua bellezza, mediante quell'olio prezioso e quella rugiada, di cui parla il Salmo 133, che scendono dall'alto e portano la vita per sempre. Una parola vera e bella può creare fraternità, può cu­rare le ferite dell'anima, può impreziosire la vita, può ridare speranza. È questo il tempo di ridare dignità alla parola, facendole ritrovare la sua ge­nuina vocazione, quella di essere ponte e non osta­colo, portatrice di verità e non di menzogna, stru­mento di pace e non di guerra.

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[1] D.E. Viganò, Il brusio del pettegolezzo, Forme del discredito nella società e nella Chiesa, EDB, Bologna 2016, pp. 47- 48.

[2] G. Rossini, Il barbiere di Siviglia, Melodramma buffo in due at­ti di C. Sterbini, a cura di E. Rescigno, Ricordi, Milano 1988, pp. 64-65.

[3] Al riguardo cfr. Pontificio consiglio delle comunicazioni so­ciali, Etica in internet, Paoline, Milano 2002.

[4] Francesco, Omelie del mattino, vol. Il, Libreria Editrice Vati­cana, Città del Vaticano 2014, p. 8.

[5] Francesco, Amoris laetitia, Esortazione apostolica postsino­dale sull'amore nella famiglia, Paoline, Milano 2016, n. 95.

[6] Fonti Francescane, Ammonizioni, VIII, a cura di E. Caroli, Editrici Francescane, Padova 2004, p. 112.

[7] S. Guarinelli, La gente mormora. Psicologia del pettegolezzo, Paoline, Milano 2015, p. 138.

[8] Francesco, Amoris laetitia, n.107.

[9] Sul tema cfr. L. Pasqua, Dal rancore al perdono, Edizioni Rin­novamento nello Spirito Santo, Roma 2015.

[10] Paolo VI, Liberaci dal Male, in Insegnamenti di Paolo VI, X, Li­breria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1972, p. 1171.

[11] Francesco, Gaudete et exsultate, Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, Paoline, Milano 2018, n.161.

[12] Francesco di Sales, Filotea. Introduzione alla vita devota, Pao­line, Milano 1984, p. 221

[13] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1459, 2487.

[14] Lorenzo Scupoli, Combattimento spirituale, cap. XXIV, San Pao­lo, Milano 1992, p. 121.

[15] R. Guardini, Lettere sull'autoformazione, p. 132.

[16] M.G. Masciarelli, Abitare il silenzio, Dehoniane, Roma 1998, p. 61.

[17] Cfr. L. Pasqua, Fatta per amore. La correzione fraterna, Paoli­ne, Milano 2016, pp. 35-40.

[18] Francesco, Amoris Laetitia, n. 92.

[19] D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 1975, p. 132.

[20] J. Philippe, La libertà interiore. La forza della fede, della spe­ranza e dell'amore, San Paolo, Milano 2004, p. 71.

[21] D. Bonhoeffer, Sequela, p. 128.

[22] D. Mosso, Benedire, Elledici,Torino 1987, p. 7.

Tu sei quell’uomo!” (2Sam 12,7). Sono le parole con le quali Natan, dopo aver raccontato a Davide la parabola dell’ingiustizia subita dal povero a causa dell’avidità del ricco, svela il peccato del re. Senza tale intervento Davide sarebbe rimasto chiuso nel suo peccato.

Non c’è vero progresso spirituale senza un’adeguata presa di coscienza dei propri peccati personali. Lasciamoci interpellare dalla parola di Dio per riconoscere e confessare umilmente - come Davide - il nostro peccato.

 

TESTI BIBLICI PER LA PREGHIERA PERSONALE

Gv 8,1-11  “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”

Sotto il portico di Salomone, dove solitamente ci si sedeva per giudicare le cause delle persone, viene presentata a Gesù la donna adultera. Peccato patente e grave che rappresenta ogni tipo di infedeltà di Israele al suo Dio, l’adulterio, aggravato dal fatto di essere a Gerusalemme e in tempo in preparazione della festa della pasqua. Vogliono che Gesù faccia da giudice (e sappiamo che Gesù ha sempre voluto togliere l’idea di Dio come giudice): “Tu che ne dici? Mosé ci ha ordinato di lapidarle, tali donne”. Cercavano un motivo per lapidare la donna, ma cercano anche e soprattutto un capo d’accusa per condannare Gesù. A Gesù viene lasciata la parola decisiva, che in qualunque caso lo screditerà: se in nome della misericordia si pronunzia per l’assoluzione, sarà lui stesso accusabile di trasgredire la legge di Mosé; se al contrario vi si dimostra obbligato, allora smentirà la sostanza del suo annuncio. In entrambi i casi sarà esautorato dalla sua stessa parola, tanto ammirata.

Gesù allora sceglie di non proferire parola e si china a scrivere per terra. Misterioso questo scrivere di Gesù… Sembra che l’unico libro dei conti di Gesù è la sabbia. Essa ingoia tutto, cancella tutto, dimentica tutto. Per Gesù il peccato della donna è già perdonato e cancellato… Un tribunale ben strano! E’ il giudice che dall’alto della croce ha detto solo parole di salvezza: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Non è venuto per condannare, ma per salvare…

E poi la risposta, assolutamente sconcertante, di Gesù: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Gesù torna a scrivere, ricomponendo la sua parola nel medesimo silenzio da cui l’ha generata. Quel secondo chinarsi per scrivere a terra è parola di perdono anche per gli accusatori. Ma tale perdono richiede che riconoscano il loro bisogno di essere perdonati, il loro debito impagabile. Che quindi smettano di giudicare gli altri, uccidendoli già nel proprio cuore, per puntare invece il dito verso se stessi…

 

 Lc 15,11-32  Il padre misericordioso

Nella parabola del padre misericordioso Gesù vuol mostrarci cosa significa peccare e qual è l'atteggiamento di Dio nei confronti del peccatore. I due figli impersonano due modi diversi di vivere il peccato; nell'uno e/o nell'altro di essi ogni uomo, ognuno di noi può riconoscersi, ma è contemporaneamente chiamato ad alzare lo sguardo al padre, contemplandone l'atteggiamento: la sua bontà, la sua misericordia che riaggiusta, anzi fa nuova, la relazione di amore che il peccato aveva spezzato.

 La richiesta e l'esperienza del figlio minore

In Israele la situazione legale era la seguente: c’erano allora due forme di trasmissione della proprietà da padre a figli, l’una per testamento, l’altra per donazione tra vivi. In quest’ultimo caso vigeva la regola, secondo la quale il beneficiario riceveva immediatamente il capitale, il godimento dei frutti, invece, solo alla morte del padre. Nel caso di donazione tra vivi, il figlio ottiene il diritto di proprietà, ma non può disporne (se egli vende il compratore non può prenderne possesso prima della morte del padre) e non ha l’usufrutto (questo rimane illimitatamente al padre fino alla sua morte). Il figlio minore della parabola non solo domanda il diritto di proprietà, ma in modo arrogante vuole anche disporre dei beni per poter organizzare indipendentemente la sua vita. Il paese lontano indica infatti questa sottrazione da ogni possibile influenza del padre.

La partenza avviene all’insegna delle più lusinghiere prospettive, perché il figlio minore possiede quegli elementi che in tutti i tempi sono considerati come gli ingredienti indispensabili della felicità: giovinezza, ricchezza e libertà. Quindi il nostro giovane si allontana dal padre con la presunta sicurezza di possedere la chiave che apre tutte le porte della felicità.

Il padre avrebbe potuto appellarsi alle disposizioni di legge per non accogliere la richiesta, oppure avrebbe potuto far ricorso a motivazioni cogenti per convincere il figlio a rimandare a suo tempo la divisione della “fortuna” paterna, o infine avrebbe potuto rivestirsi di autorità e di fermezza e rispondergli con tono altrettanto aspro e negargli quanto egli pretende con arroganza. E invece il testo annota laconicamente: “Il padre divise tra loro le sostanze” (v. 12). Si noti il “tra loro”: ciò vuol dire che il padre non si limita ad assecondare il minore, ma pensa anche al maggiore. Secondo Dt 21,17, al minore spettava un terzo del patrimonio paterno, al maggiore invece i due terzi.

Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue sostanze...” (v. 13). Si riserva soltanto il tempo indispensabile per mettere insieme le sue cose; non vuole attendere ulteriormente, non vede l'ora di partire per cominciare a vivere la vita da uomo libero.

Partì per un paese lontano”. Probabilmente “lontano” vuole sottolineare la distanza fisica dal padre; desidera sottrarsi a ogni controllo, si reca perciò in un paese nel quale la vita quotidiana non è regolata da coordinate religiose, quindi è un paese pagano.

Con una frase lapidaria il testo continua: “Là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”: è la reale possibilità di bruciare in breve tempo anche una ricchezza faraonica. La fretta per la partenza, il paese lontano e la rapidità nella dissipazione dei beni vengono descritti in poche battute dal narratore, quasi a lasciar capire che la vita è ben altra cosa che i sogni di un giovane inesperto e senza criterio. Crede di poter soddisfare impunemente la sete di piacere, come accade anche agli spensierati gaudenti del libro della sapienza (cfr. Sap 2,6-9). Il giovane “vive da dissoluto”, cioè vive una vita disordinata.

Il fatto è aggravato da una situazione imprevista come la carestia. E nella vita gli imprevisti vanno considerati. Le persone sagge ed avvedute in qualche modo si premuniscono per affrontare l’imprevisto, a differenza del figlio che si mostra insipiente vivendo all’insegna della spensieratezza, come se la vita dovesse sempre obbedire alla bizzarra logica dei suoi sogni.

Il giovane è caduto nella miseria più nera; per lui c'è un brusco amaro risveglio alla realtà. L'illusione si è mutata in un'umiliante e cocente delusione. Le tasche, così gonfie di monete fino a pochi giorni avanti, sono ora desolatamente vuote, ed egli si sente terribilmente solo e smarrito in un paese straniero. I compagni festaioli, che l'osannavano nel tempo dell'avere e del potere, si sono dileguati. E quello che sembrava un cammino trionfale di liberazione, si è risolto in un esodo alla rovescia. Il “paese lontano”, la terra promessa di tutte le delizie, diventa terra di schiavitù. Quella che lui credeva la scelta  migliore della vita, si rivela una triste scelta di morte.

Il giovane reagisce bene e cerca un lavoro. Lavorare non è degradante per un ebreo, ma custodire i porci, animali immondi (cfr. Lv 11,7) la cui carne non si poteva mangiare né toccare è una cosa inaccettabile. Ebbene, lui, giudeo, ora se vuole sopravvivere deve smentire i suoi principi religiosi e assumere in tutto lo stile di vita del suo padrone pagano. Quanto è caduto in basso!

Alla cocente umiliazione di tale lavoro si aggiunge quella del disinteresse degli altri per la sua persona: “Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava” (v. 16), ovviamente perché il padrone era più interessato a ingrassare i suoi porci che non a sfamare questo avventuriero di passaggio. Egli deve così procurarsi il cibo, verosimilmente rubandolo.

 Il ripensamento

La incresciosa situazione gli fa scattare un meccanismo di ripensamento: “Allora rientrò in se stesso” (v. 17). Questa espressione è forse sinonimo di conversione? Indica forse un pentimento sincero? No. Il giovane rientra in se stesso perché ne era uscito, era stato portato fuori (dis-tratto) dalla ricerca del godimento immediato, del piacere sfrenato degli istinti più rozzi e si era alienato, estraniato da sé. Adesso la fame ha sbiadito i colori che dipingevano la vita di facile quanto inconsistente felicità, riproponendo una realtà sobria ma essenziale: una protezione, un lavoro e un sicuro sostentamento. Dice infatti: “Quanti salariati in casa di mio padre...”. La motivazione del suo ritorno è la fame.

Si noti che a questo punto affiora per la prima volta il riferimento al padre preceduto dal pronome possessivo “mio”. Però, lui è convinto che per quel che ha fatto non può più riconoscersi come figlio, anzi non riesce neppure a immaginarsi in quanto tale. Ritiene di aver smarrito definitivamente lo statuto di figlio. Si sente inesorabilmente declassato. Suo punto di riferimento sono i servi. Il rapporto con il padre per lui può essere solo quello che intercorre tra un servo e un padrone.

Io qui muoio di fame!”. Ha fame di ciò che è essenziale e indispensabile per la sua vita; si è spenta la fame di sogni, di miraggi, di illusioni, di cose effimere. Desidera allontanarsi nel tempo e nello spazio da quel paese lontano per lasciarlo sbiadire anche nel ricordo. E' solo l'inizio del cammino di conversione.

Mi leverò e andrò da mio padre” (v. 18). Arriva dunque a concrete risoluzioni: tornare a casa dal padre. E' attirato dall'amore e dalla dolcezza della casa paterna, e non da discorsi o minacce: nonostante quello che ha compiuto sente di poter affermare “mio padre”.

... e dirò: Padre, ho peccato...”. E’ capace di riconoscere il proprio fallimento. Ma non si tratta ancora di una conversione: egli guarda solo alla miseria in cui è caduto, non pensa affatto al dolore del padre, non è pentito per le conseguenze che ha provocato con le sue conseguenze verso di lui. Il momento della conversione è ancora lontano. Si deve anche notare che questo figlio fa una confessione interessata; nelle sue parole si coglie una certa capatatio benevolentiae.

Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. E' convinto che per tutto quello che ha combinato è irrimediabilmente scaduto dal rapporto di figlio; anzi, riconosce di non poter rivendicare più alcun diritto, perché nei fatti (e non tanto nelle parole) ha rifiutato di essere figlio, pretendendo di voler essere padrone esclusivo di sé. Ma lui non sa che la realtà di figlio è legata per legge di natura alla paternità.

 L’incontro tra il padre e il figlio minore

“Partì e si incamminò verso suo padre” (v. 20): è la decisione maturata alla luce della riflessione fatta. Ora ritorna dal padre libero della sua sprezzante autosufficienza. Egli ha già ricevuto tutta la sua parte di eredità e non ha ormai più nulla da reclamare. Ma egli ha una certa conoscenza di suo padre che motiva il suo ritorno. Il ritorno del figlio è la risposta all’arte educativa del padre che non aveva mai abbattuto un ponte di fiducia che lo legava al figlio, anche se la fiducia era stata momentaneamente tradita.  Il padre raccoglie i frutti del suo rischio, avvenuto in contesto di amore e di speranza. 

Quando era ancora lontano il padre lo vide”. Il padre rimane padre per l'intera vicenda. Ama teneramente il proprio figlio che si è allontanato e, in nome dell'amore, ha sperato e atteso che un giorno o l'altro lui ritorni; l'amore non si arrende mai, non si rassegna alle distanze, non dispera, non disarma. Il suo cuore paterno è rimasto come vigile sentinella. E chissà quante volte avrà allungato l'occhio sulla strada che porta a casa! E ora, finalmente, scorge qualcosa di indistinto: potrebbe essere lui, il figlio che torna. Finché lo riconosce e un fremito attraversa la sua persona.

Gli corre incontro, lo bacia, lo accoglie.  Solo ora il testo parla dei sentimenti e lo fa con una parola caratteristica: “commosso”. Il termine ricorre qui e in due altri contesti dell’evangelista Luca: a 7,33 quando Gesù si commuove davanti al defunto figlio unico della vedova di Nain e a 10,33 quando il buon samaritano ha compassione dello sventurato caduto in mano dei ladroni. Il termine (splanchnizein) traduce l'ebraico raham, con il significato primo di “grembo materno, utero, viscere”. Indica quindi una commozione profonda.. E’ l’espressione della tenerezza materna (il termine ebraico fa riferimento all’utero materno) e ciò spiega perché manchi nella parabola la figura femminile: il padre è al contempo madre.

Il padre gli “corse incontro”. E' una corsa che lascia comprendere che ha una grande fretta di riaccoglierlo con immensa gioia in casa. E, giunto da lui, “cadde sul suo collo” (trad. letterale) per stringerlo in un forte abbraccio, ma anche per impedire al figlio di umiliarsi mettendosi in ginocchio ai suoi piedi. E' una finezza dell'amore del padre che intende prevenire un eventuale gesto penoso del figlio.

E poi “lo baciò”. Il verbo greco κατεφίλησεν esprime non qualche bacio sia pure molto affettuoso, bensì il gesto di coprire di baci in segno di perdono e di comunione. Il padre non tiene conto nemmeno dell'impurità del figlio per essere stato tra gente pagana e per aver custodito dei porci.

Il padre fa tutto questo senza preoccuparsi se suo figlio -  noi sappiamo che ha pascolato i porci – è puro o impuro. Non si preoccupa di ciò, anzi il suo desiderio di purificare il figlio – e in lui ci identifichiamo tutti noi -  è più importante della propria purezza. Il padre – come ha fatto anche Gesù con i peccatori - accetta di prendersi la lordura, l'impurità del figlio,  pur di trasmettergli questa vita di figlio.

A questo punto il giovane si esprime con le parole che aveva preparato, manifestando la sua convinzione che, dopo quello che è successo, non è più degno di essere chiamato figlio.  Il padre rimane padre, forse lo è ancora di più in questo momento di accoglienza, ma lui non può rimanere figlio perché il suo passato grava su di lui come onta incancellabile.  Egli vive più di passato che di presente o futuro.

Il padre non accetta le conclusioni proposte dal figlio e non lo lascia terminare con quel “Trattami come uno dei tuoi garzoni”: questo è veramente impensabile per il padre, attento più al presente e al futuro che non al passato. Egli non rimprovera, non guarda indietro, perché sarebbe un’inutile riacutizzazione di una ferita non ancora rimarginata. La punizione più grave e il rimprovero più severo se li è dati il giovane stesso che accetta di essere non-figlio.

Alle parole del figlio, il padre risponde con una serie di gesti che valgono assai di più delle parole. Si rivolge ai servi perché si prendano cura del figlio, come avveniva per il passato, anzi, ancora di più. Il vestito bello indica la situazione di straordinarietà (e di salvezza): bisogna ricordare che un re orientale per onorare un dignitario meritevole faceva dono di una veste preziosa; l’anello dove era impresso il sigillo di famiglia: donarlo a qualcuno significa conferire a questi pieni poteri, e quindi anche il potere di compiere tutti gli atti giuridici e amministrativi (è una chiaro segno della stupenda incoscienza di Dio che sempre dà fiducia, qualunque siano i nostri peccati!); i calzari erano un lusso e li portavano solo gli uomini liberi: il figlio non avrebbe dovuto più camminare a piedi nudi come uno schiavo!; e infine l’uccisione del vitello (cosa riservata alle grandi occasioni, come per le nozze del primogenito) e lo stare insieme a mensa, la gioia della festa e della condivisione.

Quale è la motivazione del padre di questa trionfale accoglienza del figlio? “Questo mio figlio era morto ed ora è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 32). Si noti che il padre non riprende la parola “peccato”, per sottolinearla o per minimizzarla. Il figlio minore non avrebbe quindi peccato? Il fatto è che il padre, più che all'offesa arrecatagli, pensa alle sue conseguenze per il figlio, alla morte che lo privava, lui, del proprio figlio! Ecco come ragiona un padre. Si noti anche che il discorso paterno non considera per nulla le ambigue motivazioni che hanno spinto il giovane a ritornare; poco importa che egli sia ritornato per calcolo o spinto dalla fame. Per il padre conta una sola cosa: che sia lì e che possa restituirlo alla vita, alla gioia dei figli.

 Durante tutto il tempo della separazione il padre ha sempre considerato il giovane come suo figlio; in nessun momento ha voluto ripudiarlo e i segni di affetto al suo ritorno indicano chiaramente che l'attesa ha dovuto essere dolorosa. La filiazione non era pertanto legata a un merito, ma veniva da una decisione paterna intangibile, era una condizione che non si poteva perdere: tu sei e resterai mio figlio, dovunque tu sia andato e qualunque cosa tu abbia fatto.

 Il padre e il figlio maggiore

Il figlio maggiore che ritorna a casa sente l'eco della musica e il ritmico battere le mani che accompagna le danze. L’informazione del servo, lungi dal procurargli gioia come era avvenuto per il padre, lo stizzisce: come è possibile che per quello scapestrato spendaccione si organizzi una festa?  E più ancora, come è possibile che per lui sia stato ammazzato il vitello? Non solo non capisce il motivo di quella festa, ma addirittura si sente in qualche modo defraudato di un suo diritto e posposto al minore. “Egli si arrabbiò e non voleva entrare” (v. 28). L’ira del maggiore contrasta con la commozione del padre nel riavere il figlio minore.  Ira, sdegno e dissociazione vengono ad abbattersi sulla festa che voleva essere momento di comunione, di intimità gioiosa per un nuovo rapporto che si era instaurato tra padre e figlio e, si presumeva, all’interno di tutta la famiglia ora ricomposta.  Invece no. La famiglia rimane ancora frantumata dal sentimento di isolamento e di rifiuto del figlio maggiore che non intende prendere parte alla festa.

Il figlio maggiore è l’immagine di una società che non sa perdonare, di una società che soltanto giudica chi ha sbagliato e si scandalizza dei gesti di misericordia; una società vendicativa, punitiva, che non tiene conto della dignità di coloro che hanno sbagliato.

Noi ci incontriamo spesso con questo modo di agire. Temiamo di creare confusione se usiamo misericordia, temiamo di premiare i cattivi e di umiliare i buoni. La parabola non sembra accessibile a un ragionamento del genere e stigmatizza il figlio maggiore che, pur stando in casa, non ha capito chi è il padre suo.

“Il padre allora uscì a pregarlo”. Il padre va incontro a lui come era andato incontro al minore. Il verbo “lo pregava” all'imperfetto fa pensare ai reiterati tentativi per convincerlo a entrare. Ma egli lo investe in modo rabbioso e, mancandogli di rispetto (non gli rivolge neppure l'appellativo di “padre”), gli rovescia addosso tutto il veleno che covava nel cuore. Nelle sue parole si legge la orgogliosa sicurezza del suo perbenismo, la incondizionata e assoluta fedeltà. Il lavoro è da lui vissuto come servile dipendenza. Anche lui intende far festa, però con i suoi amici, con gli altri e non con quelli di casa. Nella sua dura accusa al padre dimentica un fatto importante: che anche lui ha ricevuto la sua parte di patrimonio.

Il discorso prosegue attaccando il fratello minore. Egli parla al padre di ‘questo tuo figlio’, incapace di riconoscere l’altro come fratello, che demolisce agli occhi del padre, ritornando al suo passato ormai sepolto dal padre.

Il padre riconosce le ragioni del maggiore: quanto egli afferma non è né falso né esagerato. Le ragioni ci sono, ma che non diventino un comodo pretesto per alzare palizzate di divisione. Il padre lo ascolta e lo chiama “figlio”(τέκνον). È la stessa parola che utilizzò la madre di Gesù, quando ebbe ritrovato quest'ultimo al tempio, dopo tre giorni di angoscia: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, ti cercavamo, angosciati” (Lc 2,48). Ed è dunque un richiamo fatto con amore, con il cuore di un padre che vuole il bene del figlio[1]; vorrebbe in qualche modo fargli prendere coscienza di quella relazione filiale che il maggiore ha di fatto ma che non ha mai saputo apprezzare; tanto più ora che in un momento di tanta gioia per il padre si estranea e non è capace di condividere con lui i sentimenti. Anche lui, non meno del minore, ha bisogno di capire e scoprire suo padre”. Le sue ragioni valgono, ma nel momento e nel modo in cui vengono rivendicate, manifestano la intrinseca debolezza di relazione con il padre. Di fatto non ha mai goduto dell’amore del padre.

Il padre ricorda che la vera festa, l’unica, è quella che vede riuniti tutti insieme: “Bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 32). La festa autentica ci sarà quando il maggiore riconoscerà e accetterà l’altro non come ‘questo tuo figlio’, bensì come questo mio fratello. Capire il padre è capire il fratello; capire il fratello è capire il padre. Non basta essere sempre rimasti nella casa del padre per partecipare al banchetto; non basta neppure non aver fatto nulla di riprovevole: occorre compiere un passo più avanti del semplice buon senso umano o della logica di elementare compassione. Perdonare, accettare l’altro che ha sbagliato, ridargli fiducia e possibilità di ricominciare, tutto questo equivale a passare dalla logica umana alla logica divina, a passare da quello che tutti capiscono a ciò che attuano solo coloro che stanno dalla parte di Dio.

 

Lc 19,1-10  La conversione di Zaccheo

La storia di Zaccheo ci presenta uno degli episodi in cui Gesù è all'opera con i peccatori: gli rivela il perdono del Padre e gli ridona la sua dignità di figlio di Dio.

Zaccheo è un pubblicano. La professione di esattore delle tasse e la sua posizione di collaborazionista col potere romano lo rende impuro, peccatore pubblico e disprezzato da tutti, in particolare dai farisei che si considerano giusti. E niente ci dice che Zaccheo si senta peccatore per ciò che è e per ciò che fa. Il suo desiderio è semplicemente quello di veder passare Gesù, questo “rabbi” anticonformista che si dice frequenti i peccatori ed abbia tra i suoi discepoli un pubblicano come lui: Matteo. Ed ecco che Gesù prende l'iniziativa di stabilire una relazione con questo Zaccheo emarginato e disprezzato, di lanciargli un segnale d'attenzione e d'amore: “Gesù guardò in alto (verso l'albero su cui Zaccheo si era arrampicato) e disse a Zaccheo: scendi in fretta perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Zaccheo scende in fretta e lo accoglie. La gente mormora: “È andato in casa di uno strozzino!”; ma Gesù non bada al giudizio altrui: gli interessa la persona.

Questo suo gesto, che manifesta il suo amore per Zaccheo, vale per quest'ultimo più di mille parole. In questo, come in altri casi, Gesù non dice niente dei peccati di Zaccheo, non gli ricorda i suoi imbrogli, i suoi sbagli; non denuncia né condanna, si contenta solo di essere misericordioso, di rendere manifesta e accessibile questa misericordia, dandogli così la sicurezza che Lui lo ama. Questo dono d'amore è per Zaccheo il tesoro più grande: se ho l'amore di Dio, che cosa mi interessa del resto? (“Il Regno di Dio è simile a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova, lo nasconde di nuovo, poi, pieno di gioia corre a vendere tutto quello che ha e compera quel campo” Mt 13, 44). L'esperienza di questo messaggio di amore è sufficiente a Zaccheo per riconoscersi peccatore e avere il “gusto” di convertirsi: “Zaccheo, stando davanti al Signore, gli disse: Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, gli restituisco quattro volte tanto”. All'iniziativa del Signore Zaccheo risponde con l'iniziativa del cambiamento di vita. Si noti che Zaccheo non parla esplicitamente dei propri peccati: “...se ho rubato...”. Quello che gli interessa è di rispondere all'amore con una iniziativa di amore: “...la metà dei miei beni la do ai poveri”. Questa trasformazione è stata operata dalla relazione d'amore che si è instaurata, dal “colpo di fulmine” tra Gesù e Zaccheo: i farisei, i giusti disprezzano Zaccheo, ma Gesù lo ama. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa: perché anch’egli è un figlio di Abramo”: Zaccheo ha ritrovato la sua dignità di figlio, di figlio di Abramo. Tutto questo è avvenuto perché l'Amore Onnipotente ha preso l'iniziativa di rivelare il suo perdono: “Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare quelli che erano perduti”. Così avviene anche con quel peccatore che è ciascuno di noi quando ci lasciamo “toccare”, “afferrare” dall'amore gratuito di Dio (Fil 3, 12): allora tutto può ricominciare nella fede.

Non è facile per noi accogliere il perdono: ciò suppone da parte nostra la ricettività, l'abbandono, la gratuità. Spesso è più facile donare che ricevere. Noi preferiamo essere capaci di amare piuttosto che accogliere l'amore altrui: ciò presuppone il riconoscimento del proprio bisogno di amore, della propria “dipendenza” da colui che ci ama, della propria “debolezza”. Non è spontaneo per l'adulto mettersi con confidenza nelle mani di un altro, di ricevere l'amore: lo è per il bambino che non si vergogna della propria debolezza.

Zaccheo sa accogliere l'amore e rispondervi con gioia: “...Vi assicuro: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà” (Lc 18,17).

 

La mormorazione e il pettegolezzo

Tra le facoltà che più caratterizzano l’uomo e lo rendono capace di esprimersi troviamo la parola. Attraverso di essa ci si introduce nell’universo dei rapporti umani, si comunica il proprio vissuto, i pensieri, i desideri, le emozioni. Attraverso di essa si conosce, si approfondisce, si interpreta, si crea, ci si consegna all’altro.

Ma ci può anche essere un uso distorto della parola. Ci sono parole mute, vuote, pervertite, a servizio della menzogna. Parole malate, capaci di contagiare le relazioni, parole che non creano più vita, ma morte. Tra queste la mormorazione e il pettegolezzo.

Nell’Antico Testamento la mormorazione è connessa con la mancanza di fede in Dio o nelle persone che Egli ha inviato. Così ad esempio nel deserto il popolo mormora contro Mosè per la mancanza di acqua e di carne (cfr. Es 15,24; 16,2; 17,3). E’ una chiara mancanza di fiducia nella provvidenza di Dio che con potenza li ha liberati dall’Egitto e li sta guidando nel deserto nel segno della nube e della colonna di fuoco. Nell’episodio di Zaccheo, invece, la mormorazione è segno di disapprovazione del modo nel quale Gesù opera la salvezza, accostandosi ai peccatori con misericordia. La stessa reazione c’è stata anche in Lc 5,30, alla chiamata di Levi. Disapprovazione che rivela l’incomprensione del Vangelo che Gesù ha annunciato, e allo stesso tempo rivela un atteggiamento del cuore dei “giusti” che mormorano: la non accettazione del fratello, che non accettano che Dio sia padre e che ami i suoi figli. E’ in fin dei conti la mormorazione del fratello maggiore della parabola del padre misericordioso. La mormorazione da parte delle religiosità del tempo sfocerà nelle gravi e infamanti accuse che arrivano a considerare il suo modo di porsi e di parlare tipico dei pazzi o degli indemoniati (cfr. Gv 10,1-21), e nell’ostilità con punte estreme soprattutto a conclusione degli scontri con i farisei e i dottori della legge circa le osservanze rituali: “Gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca” (Lc 11,53-54). Anche nel processo di fronte al Sinedrio l’ostilità dei capi dei sacerdoti e degli altri membri del sinedrio si spingerà nella ricerca di false accuse per mettere a morte Gesù (cfr. Mt 26,59). Il pettegolezzo è il parlare male di una persona assente, dando informazioni sul suo conto – vere o false – per denigrarla e metterla in cattiva luce. Questo parlare male genera enormi danni. San Paolo così esortava gli Efesini: “Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone, che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4,29).

⇒ Approfondimento: Il pettegolezzo. Tra malizia e superficialità

 

Le dimensioni della colpevolezza

Tutti siamo peccatori e tutti abbiamo bisogno di perdono. Solo riconoscendo questa nostra realtà, possiamo essere salvati. Non c'è buona notizia di salvezza per chi si ritiene già salvo, a posto, impeccabile. Cristo lo incontriamo all'opera in mezzo ai peccatori, non in mezzo ai giusti (“Il figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” Lc 19,10); è il medico venuto a guarire non i sani ma i malati (Lc 5,32): occorre dunque riconoscersi peccatori e malati per essere salvati e guariti.

La colpevolezza resta sempre una esperienza complessa e polivalente. Essa è costituita da tre diversi livelli, articolati nell'unitarietà dell'esperienza, ma ben distinguibili l'un dall'altro per la funzione che assolvono, per gli effetti che producono, per la sorgente da cui provengono.

Ne risultano tre dimensioni ben caratterizzate:

La colpevolezza psichica oppure senso o sentimento psichico di colpa;La colpevolezza morale oppure senso o sentimento morale di colpa;La colpevolezza religiosa o senso del peccato.

 

Colpevolezza psichica

Si tratta di uno stato affettivo deprimente, più o meno isolante e autodistruttivo, conscio o inconscio, a base di ansietà, angoscia e paura di una punizione a causa di una legge infranta o del timore per la possibile vendetta di una persona significativa offesa. In questa situazione uno si sente colpevole non tanto di aver agito contro le proprie convinzioni o contro ciò cui si sentiva obbligato di fronte alla propria coscienza, quanto di aver fatto qualcosa che non si doveva fare. È come l'angoscia di aver oltrepassato una frontiera invisibile. Ne consegue il desiderio istintivo di sfuggire alle conseguenze della propria trasgressione.

 

Colpevolezza morale

Si ha quando si viene meno, per vari motivi, si agisce contro la propria coscienza, contro i valori in cui si crede, che si è fatti propri. Allora emerge un senso di colpa tipico che mette a disagio il soggetto. È come se egli avesse tradito se stesso e gli altri. Si riconosce l'errore oggettivamente commesso e la propria parte di responsabilità soggettiva.

Il senso di colpa morale o colpevolezza morale contrassegna una persona divenuta moralmente adulta.

 

Colpevolezza religiosa o senso del peccato

Nell’ambito della fede la colpevolezza morale assume una dimensione nuova e originale. Infatti un credente va oltre i valori, risalendo alla loro sorgente e fondamento. È a Dio che si rifà. Emerge infatti una dimensione del senso di colpa consistente in una rottura o in un'attenuazione della relazione con Dio. Il proprio comportamento appare alla luce di Dio, si commisura con lui. E Dio rivela ad un tempo se stesso, il peccato, la lontananza da lui e dal suo progetto da parte della persona e il nostro essere fatti a sua immagine e somiglianza.

Il peccato costituisce una rottura e un ripiegamento su se stessi, un rifiuto degli obblighi impliciti nelle relazioni interpersonali tra Dio, il soggetto interessato e il prossimo.

 

DAVANTI A LUI

L'ascolto della parola

Possiamo comunicare con Dio! La sua parola ci pone di fronte a lui, simbolo di volontà di dialogo, d'amicizia, d'intimità.

Dentro questa Parola, infatti, scopriamo il progetto che il Padre ha su di noi, la nostra vocazione, quello che siamo chiamati ad essere. Una parola diversa che Dio creatore pronuncia su ciascuno e che ognuno può solo ascoltare con gratitudine per impegnarsi poi a viverla. Grato perché quella parola, assieme al nome mio, mi rivela il volto di Dio, come d'un Padre buono che m'indica la strada che conduce a Lui, unica fonte della mia gioia e della mia realizzazione. Non è una parola qualsiasi, ma parola rivolta a me per svelarmi l'interesse e la benevolenza del Padre per me. Cogliere questo amore è condizione indispensabile per far nascere in sé una coscienza di peccato e avvertire il dolore d'aver ignorato, rifiutato,  offeso questa volontà buona. Se non si gusta tale benevolenza sarà impossibile provare poi il dispiacere sincero per averla in qualche modo rifiutata.

II fariseo della parabola di Luca è una prova di quanto stiamo dicendo. Egli non supplica Dio né ha bisogno di ascoltarlo, ha già eliminato lui le distanze con le sue parole e s'illude d'aver un filo diretto con l'Altissimo. E poiché parla solo con se stesso si ritrova solo coi suoi meriti e le sue pretese. Ringrazia Dio perché è senza vizi, non perché se ne senta amato. Non scopre infatti alcun progetto divino su di sé, gli basta sapere che è migliore degli altri. Il suo monologo è un vano parlarsi addosso, ingannevole esibizionismo d'un io che non ha altro dio al di fuori di sé, e che dunque, paradossalmente, non potrà mai «peccare» né provare' alcun dolore...

Entro questo dialogo gratuito e solo all'interno di esso è possibile scoprire il proprio peccato. Peccare, nell'originale ebraico, vuol dire, infatti, «mancare il bersaglio». Quel bersaglio che Dio ha fissato alla mia vita e che corrisponde all'idea sua su di me. La scoperta del peccato è legata alla rivelazione di questa idea. Più questa emerge e si fa precisa proposta d'un modo di essere, di realizzarsi, di amare, di perdersi, di servire, di discernere..., più la persona è come costretta ad accorgersi quant'è lontana da questo progetto esistenziale, da quest'idea divina.

In altre parole: più è vivo il dialogo con Dio e fedele l'ascolto della sua parola-progetto, più acuto sarà il senso del proprio peccato e la costatazione che le sue vie non sono le nostre, né i suoi pensieri e i suoi progetti (cf. Is 55,8). Di fronte alla luce scopriamo d'essere tenebra, dinanzi all'amore ci sentiamo egoisti, al di là dei nostri digiuni e delle nostre osservanze.

È una sensibilità nuova e più vera, capace di leggere in profondità nel cuore dell'uomo e d'intuire cosa si nasconde anche dietro le sue «buone azioni». Grazie ad essa il peccato è non solo scoperto alla radice e nelle sue ramificazioni, ma soprattutto è sentito come offesa e ingratitudine verso la bontà di Dio, un venir meno alla sua idea e un deluderlo nelle sue aspettative, un rinnegarlo come creatore e un render vana la sua parola. È fare ciò che è male ai suoi occhi. E dispiacersene sinceramente...

 

«Abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13)

La preghiera, a questo punto, sgorga spontanea. Semplice ed essenziale, come di chi si trova nell'estremo bisogno; appassionata e vibrante, perché si è capito che solo Lui ci può guarire; ma soprattutto vera e coerente, perché nasce da un'esperienza profonda del proprio peccato e della propria impotenza a liberarsene.

Non è formula rituale o litania da ripetere in gruppo perché... siamo tutti peccatori (soprattutto certuni però...). C'è un che di tragico in quel dirsi «peccatore», perché è la confessione dello scarto incolmabile tra la santità di Dio e la miseria dell'uomo, distanza che sembra destinata ad allontanare inesorabilmente l'essere umano dalla vita. Ma proprio allora, quando avverto il dramma psicologico del mio essere peccatore, posso aprirmi realmente alla richiesta di perdono. Anzi, il chiedere perdono fa parte ancora della coscienza di peccato, ne è elemento fondamentale e integrante. Se, infatti, come abbiamo detto, essa nasce e matura di fronte a Dio e alla sua trascendenza, è inevitabile che a un certo punto incontri la sua misericordia e tenerezza.

Quella parola che Dio m'ha rivolto un tempo annullando ogni distanza, continuerà a raggiungermi eliminando l'inimicizia creata dal mio peccato.

Solo chi riconosce e soffre il suo peccato di fronte a Dio, può scoprire la sua bontà e sperare nel suo perdono. E pregarlo con la preghiera più naturale: «Signore, abbi pietà di me, peccatore»: è quasi un gemito che sale silenzioso dal cuore e affiora spontaneamente sulle labbra, lasciando nell'animo la sensazione serena d'esser costantemente dinanzi a Dio, nella verità del proprio essere bisognoso di riconciliazione.

Davvero questa è la preghiera del cuore. Preghiera di chi ha incontrato il Signore, e ogni giorno lo cerca e lo trova con la supplica più antica e più vera che l'uomo abbia mai rivolto a Dio: Kyrie eleison!

 

Apertura ad un impegno

La salvezza di Dio accolta impegna nei confronti della propria colpa. L'espiazione del cristiano viene dopo il perdono e scaturisce da un cuore profondamente riconoscente.

La riparazione del peccato, strettamente parlando, è una impresa impossibile. L'ordine infranto resta sempre sciupato; potrà essere cicatrizzato, ma non ritornare allo stato anteriore. Pretendere di ristabilire l'ordine anteriore implicherebbe un potere originale ed indispensabile, il superamento dei limiti umani. Viviamo in un'economia di «ricostruzione» e di «misericordia», non già di «creazione».

Il peccatore, perdonato e giustificato, costituito uomo nuovo nel Cristo, divenuto libero in lui, in nome della sua dignità di redento e della libertà di cui è dotato per dono di Dio, ha la possibilità di assumersi le proprie responsabilità, nella misura in cui vive da persona, riguardo agli effetti del peccato, ai valori, alle realtà, alle persone che la sua azione colpevole aveva compromesso. La collaborazione umana, a questa altezza, è ben diversa dalla pretesa farisaica di salvezza tramite l'osservanza.

Qui l'azione e la responsabilità nasce da un contesto di fede, dall'apertura a Dio, dal senso della propria inadeguatezza riabilitata dal perdono ricostruttore di Dio.

Quale sarà l'impegno più autentico e costruttivo dopo il perdono della colpa? Non c'è dubbio: il ritrovare la strada dell'amore. La coscienza che il peccato è una violazione dell'amore (oltre che della giustizia) porta a riscoprire l'amore come cammino di vita, inteso però in modo diverso da chi non ha peccato: la colpa genera un amore più gratuito, più ottimista e fiducioso, più radicale ed irruente, più umile e comprensivo. «Colui al quale si perdona poco, dimostra poco amore» (Lc 7,47).

 

♦ Per i prossimi giorni

Grazia da chiedere nella preghiera

Signore, Tu vuoi portare la mia vita alla pienezza: aiutami a prendere coscienza di ciò che c’è di disordinato nel mio cuore, che, allontanandomi da Te, mi impedisce realmente di realizzarmi come tuo figlio, e di vivere autentiche relazioni fraterne con il prossimo.

Per la preghiera personale

-  Gv 8,1-11 – “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”.

-  Lc 15,11-19: il padre misericordioso (la mia storia di peccato)

-  Lc 19,1-10: la conversione di vita di Zaccheo nell'incontro con Gesù

Altri testi per la preghiera personale

Is 6,1-7: il peccato alla luce della santità di Dio; Ef 4,29-32: Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca; Gc 3,1-12: l’uso della lingua; Fil 2,3-11: Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, né per interesse; 1Cor 13,4-7: Se non avessi la carità, niente mi giova.

 

AMAMI COME SEI

Io conosco la tua miseria, le lotte e le sofferenze del tuo animo,
la debolezza e le malattie del tuo corpo.
Conosco le tue vigliaccherie, i tuoi peccati, le tue cadute...
tuttavia ti dico: dammi il tuo cuore e amami così come sei!

Se tu aspetti di essere un angelo per offrirti all’Amore, non mi amerai mai.

Anche se ricadi spesso in quelle debolezze che vorresti non vedere in te,
anche se sei debole nella pratica delle virtù, Io non ti permetto di non amarmi.

Amami così come sei ad ogni istante e qualunque sia la situazione in cui ti trovi,
nel fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nell’infedeltà.

Amami così come sei. Io voglio l’amore del tuo cuore povero e indigente.

Se, per amarmi, aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai.
Non potrei Io forse trasformare ogni granello di sabbia in un angelo radioso di purezza,
di nobiltà e d’amore? Non potrei, con un solo gesto della mano, far nascere dal niente
migliaia di santi cento volte più perfetti di quelli che già ho creato?
Non sono forse Onnipotente?
E se Io invece preferisco il tuo povero amore?

Figlio mio, lascia che io ti amai. Io voglio il tuo cuore.
Certo, penso di perfezionarlo, ma, nel frattempo, io ti amo così come sei!
Mi auguro solo che tu faccia altrettanto.

Io desidero veder salire l’amore dal fondo della tua miseria.
Io amo in te anche la tua debolezza.

Io amo l’amore dei poveri, e desidero che dal fondo dell’indigenza
si alzi continuamente il grido: “Signore, ti amo!”.

Ciò che mi interessa è il canto del tuo cuore e la tua buona volontà di amarmi così come sei,
ogni giorno un po’ di più, col mio amore che ho messo nel tuo cuore.

Ho forse bisogno della scienza o delle tue qualità? Io non ti domando delle virtù eroiche.

Se io te le concedessi, sono sicuro che la tua debolezza vi metterebbe dentro l’amor proprio
e la superbia. Non preoccuparti delle virtù, quindi!

Avrei potuto destinarti a grandi cose. No, tu sarai il “servo inutile”.
Io ti darò anche quel poco che sei, perché io ti ho creato per l’amore.

Ama! L’amore ti farà fare tutto il resto senza che tu te ne accorga.

Cerca, come meglio puoi, di riempire il momento presente col tuo amore.

Oggi mi fermo alla porta del tuo cuore come un mendicante, Io, il Signore dei signori.
Busso e attendo. Affrettati ad aprirmi senza sbattermi in faccia la scusa della tua miseria.

La tua povertà... se tu la conoscessi fino in fondo saresti ben più triste!

Ma la sola cosa che potrebbe offendermi sarebbe il tuo dubbio sul mio amore
e la mancanza di fiducia in me.
Io voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte.

Non voglio che tu faccia nemmeno l’azione più insignificante se non per amore.
Quando dovrai soffrire, Io ti darò la forza necessaria.

Tu mi hai donato il tuo amore e io ti renderò capace di amare oltre ogni tuo desiderio.
Ma, ricordati, amami così come sei.
Non aspettare di essere un santo per offriti all’amore...
altrimenti non mi amerai mai!

 Signore, a Te la mia vita, a Te i miei giorni. Amen.  

                                                                                            (Marie Claire, “La mia preghiera di oggi”)

 

⇒ L’esame di consapevolezza (vedi scheda 3 sulla preghiera)

 

 

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[1]  Da ciò capiamo che nella preghiera non è solo importante capire il contenuto di ciò che il Padre in Gesù ci dice, ma anche di percepire il tono della sua voce.

Nonostante lo stop alla celebrazione delle Sante Messe con il popolo per impedire il contagio del coronavirus, ogni giorno in "privato" i sacerdoti della comunità del Santuario continuano a celebrare le Sante Messe in assenza di fedeli. Tutti conosciamo l'immenso valore della Santa Messa. Chi volesse che in queste messe venisse applicata un'intenzione particolare, può inviarla per email all'indirizzo di posta elettronica del santuario  (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) unitamente all'offerta per la Santa Messa sul conto corrente indicato al fondo della home page.

Inoltre, come sempre, e ancor più in questo momento particolarmente grave, ogni giorno noi, sacerdoti Oblati del Santuario, raccomandiamo al Signore tutti i fedeli del santuario e preghiamo per le loro intenzioni e necessità nella preghiera della liturgia delle ore che comunitariamente celebriamo.  

Speriamo di ritrovarci quanto prima possibile nell'assemblea eucaristica domenicale nella lode e nel ringraziamento al Signore, e nella fraternità della fede.

TESTI BIBLICI PER LA PREGHIERA PERSONALE

1Re 21  Il peccato del re Acab

È un episodio che ci mostra la prepotenza del re Acab, re di Samaria, che non teme il Signore. Acab, pur avendo molti beni, desidera impossessarsi della vigna di Nabot, adiacente al palazzo reale di Izreel, la seconda capitale del regno del nord (1Re 21)[1], nella pianura molto fertile che si estende ai piedi del Carmelo. Chiede a Nabot di cedergli la vigna, per trasformarla in “orto” (cioè in giardino, come ampliamento al giardino già esistente del palazzo di Izreel), proponendogli lo scambio con una vigna migliore, o quanto meno di pagargliela per il prezzo che vale. Si tratta certamente di una proposta onesta, dove però la vigna viene valutata per quello che vale, per il suo valore commerciale, come merce di scambio economico. Nabot, però, si rifiuta di vendere al re la vigna, che per lui rappresenta l’eredità dei suoi padri[2]. In ebraico «eredità dei padri» è detto nahalat ’abôt, un’espressione che ricorda per assonanza il nome di questo personaggio. Nabot è l’uomo della nahalat ’abôt. Questa vigna, in quanto è per lui l’eredità dei padri, costituisce un po’ la sua identità, appartiene al suo stesso nome. Inoltre nel risuona anche la prospettiva religiosa: «mi guardi il Signore», dice innanzitutto. Questo non è semplicemente un modo di dire, ma segnala una prospettiva diversa rispetto a quella di Acab. Il re si preoccupa solo del valore del bene: dimmi quanto vale e te la pagherò. Per Nabot c’è di mezzo il Signore, che va chiamato in causa; la vigna non ha solo un valore economico o commerciale, perché rappresenta l’eredità dei padri. C’è la concezione che la terra appartiene a Dio; lui è il vero proprietario della terra, che è stata donata ai figli di Israele come proprietà da custodire e da trasmettere in eredità, di generazione in generazione. Il concetto di proprietà di Nabot è fondamentalmente religioso: egli possiede una vigna non in nome proprio, ma perché l’ha ricevuta in eredità dai suoi padri e attraverso di loro l’ha ricevuta in dono da Dio stesso, non come un bene da possedere e di cui disporre a proprio piacimento, ma come un bene da custodire e di cui rispondere a Dio stesso. Per Nabot la fedeltà ai padri e alla loro eredità equivale a una fedeltà a Dio stesso! Quindi Nabot non si preoccupa del proprio interesse; non si limita a calcolare se l’offerta di Acab sia per lui più o meno vantaggiosa; entrano in gioco altri criteri di valutazione e di discernimento, che ultimamente chiamano in causa Dio stesso e la fede in lui.

I punti di vista di Acab e di Nabot sono dunque molto distanti.

Di fronte al rifiuto di Nabot, Acab rimane amareggiato e sdegnato. Ciò che lo amareggia non è tanto il non possedere un bene che probabilmente, di fronte alle sue ricchezze, è di poco conto, ma il constatare che pur essendo un re c’è qualcuno che può opporsi alla sua volontà di potenza, che c’è un limite alla sua pretesa di dominio. È un re, ha appena debellato – come narra il capitolo 20 – il potente re di Aram e i suoi trentadue alleati, ma c’è un piccolo Nabot qualsiasi a tenerlo in scacco e a ostacolare il suo dominio.

Davanti a questa reazione di Acab interviene Gezabele, con atteggiamento molto diverso. Se Acab è amareggiato e sdegnato al punto tale da non agire più – si immobilizza su un letto e rifiuta di mangiare (è come un morto) – completamente diversa è la reazione di Gezabele, molto determinata, decisa. Sa ciò che vuole e come raggiungere il suo scopo. Non si limita allo sdegno, come il marito, ma agisce con grande astuzia e determinazione.

Innanzitutto Gezabele ricorda ad Acab: «Tu sei il re di Israele; sei tu che eserciti il dominio». Gezabele fa leva sul fatto che Acab è il re e deve dimostrarlo esercitando il suo dominio. Se sei il re – sembra dire Gezabele – dimostralo: non puoi permettere che Nabot abbia la meglio su di te. In questa frase emerge una visione molto differente della regalità, diversa sia dalla visione di Nabot sia da quella più tradizionale di Israele. Per Gezabele il re ha un potere illimitato. Per Nabot no, perché comunque il re deve rispondere al Signore e al popolo che il Signore gli ha affidato. Qui torna chiaramente a manifestarsi l’idolatria. Il potere stesso diviene un idolo e prende il posto di Dio, si sostituisce a Dio e alla sua sovranità.

Gezabele ordisce un falso processo. Usa la forza, ma con scaltrezza e abilità politica. Non c’è nulla di meglio che ordire un processo giudiziario fondato su una falsa testimonianza.

Osserviamo alcuni tratti di questo modo di fare decisamente scaltro. Gezabele invia le lettere agli anziani e ai capi, cioè a coloro che condividevano con il re l’esercizio della giustizia. La città di Nabot non viene specificata, rimane anonima: è ancora un modo con cui il racconto sottolinea che quanto avviene può accadere ovunque, in qualsiasi città e in ogni tempo. Inoltre non deve sfuggire un particolare: Gezabele non ordina solo un falso processo, ma che venga anche bandito un digiuno. Perché questo ordine? Il digiuno veniva indetto quando si creava qualche situazione particolarmente grave o di crisi, ad esempio una calamità sociale, o una grave minaccia militare, o un peccato che coinvolgeva la collettività nel suo insieme. Bandendo il digiuno Gezabele crea tra gli abitanti della città di Nabot un senso di preoccupazione, di tensione, di timore. È accaduto qualcosa di grave, ma non si sa bene cosa; la situazione è drammatica, non si sa come uscirne. Quando si creano situazioni come questa è estremamente facile trovare un “capro espiatorio” sui cui far ricadere delle presunte colpe, a cui addossare tutte le responsabilità. È davvero abile Gezabele nella sua macchinazione: prima crea, attraverso il digiuno, un sentimento di angoscia tra gli abitanti della città e poi offre loro il presunto colpevole: due uomini iniqui (per la Legge era necessaria e sufficiente la testimonianza concorde di due testimoni, cf Num 35, 30 e Dt 17, 6) «accusino Nabot: hai maledetto Dio e il re! Quindi conducetelo fuori e lapidatelo ed egli muoia».

Inoltre, se la situazione è così drammatica da richiedere un digiuno, allora occorre agire con determinazione e urgenza, non si possono seguire le procedure giudiziarie ordinarie; bisogna, diremmo oggi, indire un processo per direttissima. In questo modo Gezabele impedisce a Nabot di difendersi dalla falsa accusa sollevata contro di lui, e la popolazione è ben contenta di avere trovato, senza troppa fatica e in fretta, il colpevole su cui far cadere tutte le responsabilità.

L’accusa è di aver maledetto Dio e il re, delitto che comportava la lapidazione. È interessante: Gezabele che non si preoccupa di adorare il vero Dio, per lei il Dio di Israele o Baal sono la stessa cosa, utilizza però la fede in Dio per raggiungere il suo scopo. Strumentalizza la religione piegandola ai suoi fini. È un altro aspetto dell’idolatria: la fede autentica consiste nel servire Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; l’idolatria è l’esatto capovolgimento di questo atteggiamento: significa piegare Dio perché sia lui a servire i nostri interessi. L’idolo è sempre un dio costruito a misura del nostro bisogno. Questo è il dio di Gezabele: un dio che lei piega come vuole e strumentalizza per la “ragion di stato”.

Questi sono gli ordini che Gezabele impartisce a nome del re e con il suo sigillo. A questi ordini come reagiscono i concittadini di Nabot? È illuminante osservare come procede ora il racconto: i vv. 11-13 ripetono esattamente, parola per parola, i vv. 8-10, per sottolineare la pronta e cieca obbedienza a quanto Gezabele aveva ordinato di fare. Nabot viene così condannato e lapidato.

Se torniamo a osservare quanto è successo, notiamo che almeno quattro comandamenti del Decalogo sono stati infranti: «non desiderare la roba d’altri»; «non dire falsa testimonianza»; «non rubare»; «non uccidere». Ma tutto questo è frutto dell’idolatria, cioè della trasgressione del primo e fondamentale comandamento, da cui dipendono e trovano significato tutti gli altri: «Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altro Dio all’infuori di me». Quando si smarrisce il senso del vero e unico Dio, e lo si sostituisce con un idolo da noi costruito o immaginato, ecco allora che scattano le logiche perverse del potere, della brama del dominio, della ricchezza a tutti i costi. Fino alla violenza, all’usurpazione, all’omicidio. Magari anche in nome di Dio. Perché l’accusa per Nabot è di avere bestemmiato il nome di Dio. La stessa accusa con cui Gesù verrà condannato alla croce. L’inganno della idolatria è terribile proprio per questa ragione: perché ci porta ad agire in nome di Dio, e dunque a crederci nel giusto, mentre invece sostituiamo a Dio noi stessi e il nostro autonomo progetto.

Osserviamo un aspetto ulteriore. La dinamica del racconto è costruita su alcune parole che vengono dette o scritte, e su come si reagisce a queste parole. Acab ha ascoltato le parole di Nabot; nelle quali si manifestava il senso di Dio. Ma anziché ascoltare la parola di Nabot in cui risuona la parola di Dio, Acab preferisce ascoltare la parola di Gezabele, in cui invece risuona la parola dell’idolatria. Lo stesso atteggiamento lo ritroviamo nei concittadini di Nabot: anche loro, anziché ascoltare la parola di Dio, ascoltano e obbediscono alla parola di Gezabele. Il problema è tutto qui: quale parola ascoltiamo, da quale parola ci lasciamo illuminare, alla luce di quale parola facciamo discernimento su che cosa sia giusto o non giusto compiere? Se anziché ascoltare la parola di Dio, seguiamo altre parole, quelle degli idoli, le conseguenze sono quelle che il racconto ci mette sotto gli occhi: l’inganno, la menzogna, il furto, l’omicidio.

Nabot, il debole, è stato eliminato, Acab, il potente, può confiscare la vigna desiderata. Ma ora interviene il profeta Elia, colui che sta alla presenza di Dio, cioè colui che custodisce il senso di Dio, ed è in grado di giudicare tutto ciò che accade secondo i suoi criteri di giudizio. Elia non può tollerare l’idolatria, e con grande coraggio e con grande determinazione va da Acab perché così gli ordina il Signore: «Su recati da Acab, re di Israele».

Di questo atteggiamento di Elia vorrei sottolineare un aspetto: la sua grande libertà. Elia non ha paura, non ha nulla da difendere, non ha beni da custodire, neppure la propria vita, e allora è davvero un uomo libero. Non ha timori, non ha condizionamenti che lo trattengano, non ha calcoli da fare, non deve valutare come gli convenga o non convenga agire. Può obbedire prontamente, senza esitazioni, alla parola di Dio, con grande libertà. Adorare il vero Dio ci conduce sempre a questa libertà senza paure, mentre al contrario gli idoli ci rendono sempre schiavi: schiavi di ciò che possediamo, di ciò che desideriamo, di ciò che dobbiamo difendere a tutti i costi. Schiavi anche dei nostri inganni e delle nostre menzogne, mentre, come ricorda Gesù nel vangelo di Giovanni, la verità ci rende sempre liberi. Adorare il vero Dio ci rende liberi.

La parola di Dio per Acab è molto dura – se è vero che è stata Gezabele ad orchestrare il crimine contro Nabot, il re l’ha lasciata fare, è stato connivente, ha abdicato il suo ruolo di essere luogotenente di Dio, difendendo coloro che subiscono l’ingiustizia -; Elia gli annuncia un “castigo” terribile: «nel punto ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue». Il sangue versato provoca sempre che altro sangue sia versato. La parola di Dio interviene sempre per denudare, per svelare questa dinamica perversa, e per ricordarci che l’unico modo per interrompere la catena della violenza è la confessione del proprio peccato, è la conversione della vita, è il deporre la propria volontà di potenza per lasciarsi raggiungere dalla giustizia e dalla misericordia di Dio.

Acab si pente e si umilia davanti a JHWH, e la punizione su tutta la sua casa viene dilazionata sotto il regno del suo figlio Ioram (2Re 9,22-10,11.17).

 

 Gv 2,13-22  Il disordine nel tempio

«Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme» (v: 13). Nella pasqua si celebra la liberazione dalla schiavitù d’Egitto, prefigurazione di quella definitiva che compirà il Messia per la salvezza del mondo. Il racconto inizia dicendo che la Pasqua è vicina e termina preannunciando la Pasqua di Gesù.

«Trovò nel tempio...» (v. 14). In questa «casa di Dio», il luogo più santo in assoluto, il disordine che regna: chiasso, mercanti di buoi, di pecore e colombe, cambiavalute sedotti al banco. Chi ci guadagnavano non erano solo i mercanti, ma anche la classe sacerdotale che permetteva tale mercato.  L’onnipotenza del mercato, che è la causa di tanti mali sociali del mondo, era penetrata in quel luogo santissimo. Anche nella mia vita di cristiano battezzato, tempio dello Spirito Santo, si riflette qualcosa del disordine della società e del mondo. Devo guardarmi dai mercanti che albergano in me, dagli idoli che si nascondono al suo interno... e che a volte seguo anche senza ormai più pensarci, come cosa «normale» (come lo era il mercato).

«Fatta allora una sferza di cordicelle...» (v. 15). Perché una frusta di cordicelle? E' un particolare simbolico che viene dalla tradizione giudaica. La parola “frusta” ha anche, nell'originale semitico, il riferimento al dolore. Si dice che il messia quando verrà avrà la frusta, nel senso che  quando verrà saran dolori! Perché prende il bastone e – noi diremmo – le dà di santa ragione. Il gesto che Gesù compie è simbolico-messianico, indica l'intervento di colui – il messia – che castiga i costumi corrotto in Israele, che colpisce questo atteggiamento negativo. Ma – si faccia attenzione – i dolori del messia, di cui si parlava nella tradizione giudaica, erano intesi come quelli che il messia avrebbe arrecato agli altri, i castighi che addosserà ai colpevoli. Invece nell'esperienza cristiana i dolori del messia sono quelli che Lui ha sofferto. Non è venuto per “darle”, ma per “prenderle”. Il cambiamento, il rinnovamento, è venuto attraverso la sua partecipazione, per i suoi dolori.

Che cosa fa Gesù con questa frusta? Non si dice che frusta i mercanti. Si dice piuttosto che «tutti scacciò tutti fuori dal tempio, e le pecore e i buoi». Quel “tutti”, di genere maschile, non indica gli animali, ma il popolo che era salito al tempio, cioè tutto quel gregge (“e le pecore e i buoi”). Il verbo che viene adoperato per “mandare fuori” è lo stesso che troviamo in Gv 10, là dove si dice che il buon pastore prende le pecore e “le conduce fuori” (vv. 3.4). Rovescia invece il banco di quelli che vivono sugli interessi.

Quest'ultimo gesto di Gesù è simbolo del giudizio di Dio sul «peccato del mondo». Egli, acceso di sdegno, respinge ciò che è male (gli idoli); ma verso le persone mostra l’amabilità del Verbo incarnato (ai venditori di colombe dice, con cortesia e dolcezza: «Portate vie queste cose»). Egli, la Parola eterna di Dio infuocata di amore, vuole contrastare anche il male che c’è nel mio cuore attaccandolo direttamente, frustando e rovesciando. Compie un’azione durissima, che scuote e incute paura, un gesto che esprime la forza straordinaria dell’ira, che poi diventerà la mitezza dell’Agnello immolato. Voglio lasciarmi purificare da Lui, che vuole strappare in me il male trattandomi però con misericordia?

«non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». Il tempio è chiamato da Gesù «la casa del Padre mio». Poi sarà chiamato «santuario» (vv. 19.20.21), che è il luogo più intimo, dove sta «il Santo dei Santi». Gesù identificherà il suo corpo con il santuario. Nella casa del Padre (come nel suo «corpo mistico») dovrebbe invece regnare la fraternità.

«I discepoli si ricordarono...» (v. 17). La azioni di Gesù richiamano i discepoli al ricordo delle Scritture che già conoscono e finalmente capiscono. «Lo zelo della tua casa...» (Sal 69,10), citazione del salmo messianico dove si parla della sofferenza del Cristo, che sarà divorato il giorno della sua Pasqua. L’azione violenta che Gesù fa è semplicemente simbolica della violenza reale che i capi faranno contro di lui, che è venuto a fare del «mercato» la casa del Padre dove i fratelli vivono insieme. L’ira verso il male si riverserà su di sé, perché il suo essere immagine del Padre lo farà reagire in maniera divina, perdonando e giustificando. E’ l’Agnello vittorioso dell’Apocalisse...

«quale segno ci mostri...?» (v. 18). Chi non vuole credere, chiede sempre ulteriori segni; ma non le sarà dato altro segno, se non quello di Giona (cfr. Mt 16,1-4). I capi del popolo chiedono un segno come credenziale dell’autorità di Gesù che si presenta col flagello. Ma questa autorità resta nascosta a chi non vuole accettare il battesimo di Giovanni, che chiama a conversione.

«Distruggete questo tempio...» (v. 19). Gesù usa un imperativo di tipo profetico, che svela ciò che i capi stanno facendo. La distruzione del tempio a causa dell’iniquità degli uomini era stata preannunciata già da Geremia (Ger 7,1ss). Ma proprio questo «male» che lo porterà alla morte sarà il «luogo» da cui sorge l’offerta di salvezza: «io lo farò risorgere» (trad. letterale). In questo corpo siamo tutti entrati con il Battesimo per lodare Dio in lui, con lui e come lui, da figli.

 

Sal 1  Le due vie

Il salmo si divide facilmente in tre parti:

- la prima parte (vv. 1-3) è un ritratto dell’uomo che vive secondo giustizia, che viene paragonato all’albero lungo corsi d’acqua.

- la seconda parte (vv. 4-5) presenta il quadro opposto, il ritratto di colui che è chiamato l’empio.

- la terza parte (v. 6) è una conclusione: come Dio agisce verso l’uomo e verso l’altro.

Chi è l’uomo giusto? È un uomo che il salmista definisce con tre realtà negative e con due realtà positive. Quelle negative sono: non segue il consiglio degli empi, non indugia sulla via dei peccatori, non siede in compagnia degli stolti: sono tre cose che l’uomo giusto non fa.

Nella traduzione ciò non risulta in maniera sufficientemente chiara, ma il testo ebraico descrive le tre cose che l’uomo non fa riferendosi a tre movimenti fondamentali che designano l’uomo nella sua struttura fisica: il camminare, lo stare in piedi e lo stare seduto o sdraiato. Sono tre posizioni nelle quali l’uomo può comportarsi in maniera negativa. Notate bene come è descritto questo triplice modo negativo: non come un qualcosa che l’uomo fa per conto suo, ma nella totalità del suo essere con gli altri in una società. Questo comportamento negativo dell’uomo è presentato come l’immedesimarsi in una società, in una mentalità, in una cultura, diremmo noi oggi, di segno negativo. L’uomo giusto, quindi, non si lascia trascinare da una mentalità, da una cultura, da un ambiente, da una visione del mondo, da una forma di pensare di segno negativo, ingiusto, insipiente.

I due versetti seguenti descrivono invece ciò che è l’uomo giusto. È interessante notare che la descrizione non è quella che ci aspetteremmo a prima vista (cioè è giusto colui che fa certe cose: opera la giustizia, vive l’esperienza della carità, serve il prossimo, prega Dio....). Qui l’uomo giusto è descritto attraverso una sua situazione molto più fondamentale: è descritto in relazione a ciò che ama. La traduzione dice: «Si compiace nella legge del Signore»; il testo ebraico è più forte: «Nella legge del Signore è la sua gioia»; cioè la legge del Signore è la sua amata, è colei che egli predilige, che ha scelto; è la sua scelta preferita, è la sua scelta di vita.

Egli viene poi descritto in relazione a cui pensa giorno e notte; quindi il linguaggio è quello dell’amore, dell’innamoramento, una cosa che è entrata dentro e che non esce più né dal cuore né dalla mente. Egli medita la legge giorno e notte; e la parola tradotta con meditare significa anche un gesto corporeo, cioè il mormorare, il sussurrare con le labbra. Quindi l’idea è quella di un uomo che giorno e notte assapora la legge, ne fa come il suo cibo. Sembra di vedere quelle figure venerabili di rabbini che quasi senza interruzione ripetono a memoria la legge del Signore. Questa è la descrizione dell’uomo giusto, secondo ciò che non fa e secondo ciò che fa, o meglio, secondo ciò che ama e secondo ciò che gli sta a cuore, secondo ciò che ha sempre con sé: la legge del Signore, che medita giorno e notte senza interruzione; non c’è momento in cui non sia innamorato della legge.

Quest’uomo viene poi descritto di nuovo con un paragone: «come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo». Qui l’immagine appare a noi quasi banale; ma sappiamo che in Palestina i corsi d’acqua sono scarsi e un albero piantato lungo l’acqua è un lusso, è una cosa piuttosto rara, ed è perciò una situazione eccezionalmente favorevole. Questo albero piantato lungo corsi d’acqua affonda le sue radici nella terra bagnata dall’acqua e perciò segue il ritmo produttivo delle stagioni. Darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai, cioè non ha il fiorire, il decadere delle stagioni, ma è un sempreverde. Poi questo paragone viene riassunto così: «Riusciranno tutte le sue opere». Concretamente, è la realtà di un uomo che mette a segno ogni cosa che fa o, secondo una versione più aderente all’ebraico, «tutte le sue opere Dio le fa riuscire». Evidentemente, non nel senso di un successo immediato, ma nel senso con cui chiediamo nel Padre nostro: «Venga il tuo Regno» quel Regno di Dio che verrà infallibilmente. Chi ha messo il suo amore nella legge non sarà deluso, tutto ciò che egli fa è collocato sulla strada giusta per la costruzione del Regno, e non avrà da pentirsi di niente di ciò che ha fatto guidato da questo amore interiore. Questa è la prima parte del salmo.

La seconda parte del salmo descrive per contrapposizione l’empio, colui che non pratica la giustizia. «Non così, non così, ma come pula che il vento disperde»: l’immagine è quella di chi non riesce a costruire, vede le cose sfuggirgli dalle mani, non riesce a tenere in pugno niente. Anzi, l’immagine potrebbe richiamare ancora più remotamente la dispersione degli uomini che tentano di costruire la torre di Babele per arrivare fino al cielo. Tentano di farsi un nome attraverso questa torre, ma la loro confusione interiore li disperde e quindi non riescono a costruire una città, a fare unità. «Perciò non reggeranno gli empi nel giudizio», e qui l’allusione è probabilmente al giudizio finale, al giudizio sulla storia. Chi si trova nella categoria degli empi non costruisce nella storia perché il giudizio sulla storia lo troverà carente. Il salmo termina con una parola riassuntiva: «Il Signore veglia sul cammino dei giusti». L’ebraico invece dice: «Il Signore conosce il cammino dei giusti», rileva cioè la conoscenza amorosa, la tenerezza di Dio sul cammino dell’uomo giusto; mentre la via dell’empio non è di per sé descritta come soggetta all’ira di Dio, ma semplicemente come qualcosa che non riesce, che si frantuma, che disperde.

 

I I VIZI CAPITALI: avarizia e accidia

L'avarizia, vizio dello spirito

L’avarizia è un vizio per il desiderio spropositato (quindi per la brama) delle altre cose in genere. In sé il desiderare le cose non è un male, ma piuttosto la mancanza di misura, l’esagerazione che trasforma il desiderio in cupidigia e le cose da mezzo a fine, finendo per diventarne schiavi, in modo molto dolce, quasi senza accorgersene, senza riuscire però a godere veramente dei suoi benefici, dato che l’avidità presenta sempre un gradino successivo che impedisce di essere contenti di ciò che si è raggiunto.

Negli autori spirituali per lo più questo vizio viene trattato nella sua forma specifica di philargyria, letteralmente “amore per l’argento”[3], riconoscendo nel denaro l’elemento rappresentativo di tutto quanto può essere utile (stima, pace, sicurezza, potere…) e servire per ogni circostanza[4]. All’avaro, infatti, non piacciono le cose, ma la possibilità che ha di farne uso, le ha ma si trattiene dall’usarle. Qui si mostra la perversione del vizio; in questo senso si trova agli antipodi rispetto al goloso.

Chi ha riflettuto su questo vizio nota che non è il bisogno a muovere l’avaro ma il potere; egli spera che con l’accumulo potrà disporre come vuole della propria vita, scacciando l’ansia dell’insicurezza e della dipendenza dagli altri, mettendosi al riparo dai capricci della fortuna, dalle possibili calamità stagionali e in ultima analisi anche da Dio. L’avaro cerca nelle cose quella rassicurazione, pace e tranquillità verso il futuro che possono giungere soltanto da Dio, signore del tempo: «Dirò a me stesso: “Anima mia hai a disposizione molti beni per molti anni. Riposati, mangia, bevi e divertiti”» (Lc 12,19). E’ come se l’avaro, guardando e toccando le cose che possiede, senta giungere al suo interno una calda sensazione di sicurezza e stima di sé, come se si sentisse dire dalle sue cose: “guarda quanto vali, come hai saputo ben profittare delle tue capacità!”.

Le molteplici narrazioni letterarie di questo vizio sottolineano in modo pressoché unanime la perversa follia dell’avidità, con la sua ansia di approfittare dell’occasione, un’ansia mortale che si traduce, oltre che nell’accumulo in altri comportamenti “malati”: pensiamo al gioco compulsivo, dove si è talmente presi dal pensiero di vincere o, più spesso, di rifarsi dalle perdite che si arriva a rovinarsi del tutto, senza potersi fermare in alcun modo. Ma anche nel caso di cospicue vincite le cose non vanno certamente meglio: aumento possibile della ricchezza e angoscia di perderla sono infatti i due elementi basilari dell’avarizia. La possibilità e la paura sono due elementi non visibili, né palpabili, come le cose che si bramano, ma piuttosto simbolici ed affettivi che hanno il potere di sedurre con il loro richiamo sia chi possiede molti beni sia chi è indigente; la dipendenza che creano è molto più forte e duratura della droga o dell’alcool: queste ultime infatti hanno solitamente un effetto limitato, mentre l’avarizia è una droga a tempo indeterminato, perché spirituale.

Dio stesso può essere usato come un mezzo per accaparrarsi beni materiali conducendo una vita sicura, al riparo da rischi, senza doversi fidare di nessuno. È la concezione della vita ben rappresentata dal Manzoni nei Promessi sposi mediante il personaggio di don Abbondio[5]: nel suo caso non si tratta della brama di denaro, ma la dinamica che lo caratterizza è simile alla grettezza propria dell’avaro, scegliere uno stato di vita per trovarsi al sicuro da ogni incertezza. L’avarizia, come un fiume che si ramifica, arriva dunque a toccare le situazioni più diverse della vita.

La caratteristica spirituale dell’avarizia si nota anzitutto dal fatto che essa è una botte senza fondo, non dice mai “basta!”, non può riconoscere di aver finalmente raggiunto ciò che con tanto affanno e ingordigia desiderava: «Chi ama il denaro, non si sazia di denaro, chi é attaccato alle ricchezze, non trova entrata sufficiente» (Qo 5,9).

I testi dei padri della Chiesa sono concordi nell’insistere sul pericolo dell’avarizia proprio a motivo di questo carattere di intrinseca insaziabilità, di inesauribilità che la caratterizza e che porta ad autoalimentarsi, crescendo sempre più; mentre altri vizi si placano quando hanno raggiunto il loro oggetto, l’avarizia invece non si dà mai pace, anzi cresce con l’accumulo. Per s. Giovanni Crisostomo essa è come una bulimia insaziabile, incapace di fermarsi: «Non vi è malattia più crudele di questa fame incessante che i medici chiamano bulimia; pur mangiando a iosa, nulla viene a calmarla. Trasportate una tale malattia del corpo all’anima; cosa c’é di più spaventoso? Ora la bulimia dell’anima è l’avarizia; più s’ingozza di alimenti, più essa desidera. Essa estende sempre più i suoi desideri al di là di quanto essa possiede»[6]. S. Gregorio Magno paragona l’avaro all’idropico divorato da una sete spaventosa: egli continua a bere smoderatamente ma questo, invece di ristorarlo, lo tormenta ancora di più[7]. Ambrogio vede l’avarizia come un pozzo senza fine[8].

Questo vizio acceca il cuore, che non sa più distinguere i mezzi dal fine supremo, smarrendo così ogni tipo di virtù. «L’avarizia delle ricchezze acceca veramente l’anima quando toglie la luce della carità, facendo preferire l’amore del danaro all’amore di Dio»[9]. E con il tempo tale vizio rende capaci delle cose più orribili pur di aumentare la propria ricchezza. Egli infatti trova sempre degli ottimi motivi per giustificarsi. E tra le motivazioni si può tranquillamente portare anche l’amore di Dio, della Chiesa, delle buone virtù: in fondo quanto bene si potrebbe fare con quel denaro, anche se di dubbia (o piuttosto di ben certa!) provenienza.

In prospettiva religiosa l’avarizia da semplice legame disordinato più diventare – quando si consacra ad essa tutta la propria vita - vera e propria idolatria.

L’avarizia sembra prosperare maggiormente in chi dispone di molti beni; tale ricchezza tuttavia, ben lungi dal renderlo soddisfatto, lo fa sentire ancora più bisognoso e povero. S. Ambrogio osserva con acume come nell’episodio biblico della vigna di Nabot (cfr. 1Re 21,1-29) è il re Acab ad essere in preda della brama; egli essendo molto ricco e possedendo in gran quantità beni e terre, non aveva certamente necessità di mettere le mani su di un’altra vigna; Nabot al contrario, era padrone solo di quel pezzetto di terra, eppure si mostrava contento della sua vita e non desiderava nulla del patrimonio del re[10].

L’avaro ponendo il cuore e la mente nel denaro, smarrisce il fine della sua vita, perdendo in tal modo la libertà, la dignità e spesso anche la vita, tutto il contrario di quanto si illudeva di poter ottenere con esso. Questo è il paradosso dell’avarizia: essa mira ad aumentare il piacere con l’acquisto di beni e servizi, ma alla fine nuoce – sia materialmente che psicologicamente – a se stessi e agli altri.

Sant’Ignazio di Loyola aveva riconosciuto nella bramosia delle cose il primo laccio che il demonio mette al piede di chi vorrebbe camminare nella vita spirituale, da cui segue ogni altro tipo di male possibile: «Come di solito avviene, cominceranno [= i diavoli] ad attirarli con l’avidità delle ricchezze; così essi giungeranno più facilmente alla ricerca del vano onore del mondo, e infine, a un’immensa superbia»[11].

Ambrogio Autperto, equiparando avarizia a superbia, riprende l’insegnamento di Agostino, secondo il quale, quando l’avarizia diventa una più generale cupidigia delle cose, degli onori, della considerazione, alla fine non si differenzia dalla superbia: «Entrambe nascono una dall’altra, la cupidigia dalla superbia e la superbia dalla cupidigia…»[12].

Inoltre essa è anche strettamente associata all’invidia (perché vorrebbe possedere i beni degli altri) e all’ira (qualora si perdano gli agognati beni o non risulti possibile conseguirli).

 

Aspetti sociali dell’avarizia

Non si può certamente sostenere che l’avarizia sia un vizio attualmente biasimato, anzi in una società che si regge sul denaro, sulle transazioni e che cerca di trasformare ogni tipo di avvenimento in valutazione monetaria (tale è in sostanza l’andamento della borsa). Grande spazio i mass media dedicano a coloro che vengono impropriamente chiamati vip, posti al vertice di società, banche, istituti: essi sembrano diventati i nuovi sacerdoti del tempio in cui si presta il culto dell’uomo moderno. Al prestigio economico e sociale raramente però sembra accompagnarsi un'altrettanta evidente ricchezza a livello etico, spirituale e umano. Quando queste persone vengono intervistate o descritte in qualche articolo, raramente viene mostrata “l’altra faccia della medaglia”, e cioè il prezzo pagato per tutto questo, non solo in termini di compromessi, ma soprattutto a proposito delle persone, spesso i più deboli, che hanno fatto le spese di questa vittoriosa ascesa, trovandosi economicamente rovinati.

 

Le conseguenze dell’avarizia

L’avarizia, come si notava, tendendo a scambiare affettivamente i mezzi con il fine, porta ad una perversione di fondo nella maniera di considerare la vita, dal momento che le ricchezze non possono costituire il fine ultimo dell’uomo. Questa caratteristica essenziale di mezzo propria del denaro, che deve restare tale agli occhi dell’uomo saggio, era stata d’altronde riconosciuta in modo chiaro dagli antichi.

Una conseguenza di questa perversione è di smarrire il senso del gratuito e dunque il senso dell’esistere. Si pensi ad es. alla reazione di Giuda di fronte allo spreco di profumo operato dalla donna nei confronti di Gesù (cfr. Gv 12,5); ogni cosa viene valutata per ciò che se ne può ricavare («trecento denari» precisa Giuda), e ogni altro elemento, relazionale o affettivo, passa inosservato. La risposta di Gesù invita piuttosto a rivolgere la propria attenzione alle occasioni di affetto e generosità che si presentano nei confronti delle persone care, occasioni che forse non si ripeteranno più (cfr. Gv 12,8). Gesù sembra con ciò intendere che lo si può incontrare solo nella gratuità e nell’amore, due realtà che, come il genuino senso religioso, sfuggono alla comprensione dell’avaro, perché nascono dallo stupore, dalla constatazione dell’essere nei termini di un dono offerto con generosità a fondo perduto, suscitando sentimenti esattamente opposti all’avarizia. L’amore, la gratuità e il senso religioso suppongono infatti l’assenza di lucro, di un tornaconto personale.

Allo stesso modo all’avaro sfugge il senso della contingenza di ciò che ha, non si accorge che le cose che ha accumulato non gli appartengono veramente, e difatti dovrà lasciarle ad altri; riprendendo una parabola del vangelo (cfr. Lc 16,113), ognuno è soltanto amministratore di ciò che gli è stato affidato affinché possa fare del bene ad altri, e questo bene diventa l’unica ricchezza che gli appartenga veramente, l’unica ricchezza che non può essere rubata o andare perduta.

Se si considera dal punto di vista temporale, la personalità avara conosce una sola dimensione del tempo, il presente, ma tale percezione non gli permette di gustare la vita, anzi si può dire che in questo fissarsi sull’attimo presente egli si è come mummificato.

«Qualunque cosa dica o faccia, il vero avaro si comporta come se dovesse vivere nell’eternità di un mondo immutabile. Se, per esempio, accumula ricchezze, è perfettamente inutile ricordargli che l’uomo è soggetto alla morte e che quindi i beni messi tanto accanitamente insieme, magari togliendosi il pane dalla bocca, non potrà goderseli nella tomba. Egli risponderà, dall’alto della sua avarizia, che la faccenda non lo riguarda e che, comunque, c’è sempre tempo per morire e per pensare a certe cose. L’avaro è l’uomo dell’oggi. La vita, considerata dal suo punto di vista, dovrebbe configurarsi come un immutabile presente»[13].

Anche le relazioni vengono infettate da questa mentalità perversa. L’avaro tende a frequentare soltanto la gente che conta, anche se la detesta, perché possibile fonte di ulteriore guadagno, e disdegna vecchi amici perché non potrebbero offrirgli denaro e potere; un rischio, questo, presente già nelle prime comunità cristiane (cf. Gc 2,1-7).

Eppure il denaro, ben lungi dal rassicurare, quando diventa fine in se stesso aumenta le paure: la paura di perdere ciò che si è guadagnato, la paura che un rivale si aggiudichi prima quell’affare bramato, che balzi innanzi nella scala sociale rendendo vana la fatica di una vita...... Per un curioso meccanismo psicologico, quando si cerca un’eccessiva sicurezza, che il denaro dovrebbe assicurare, si ottiene il risultato esattamente contrario, l’ansia e l’insicurezza si diffondono e prosperano con sempre maggiore intensità. E questo è esattamente lo stato d’animo caratteristico degli avari:

«Essi sono sempre nell’agitazione e la loro anima non ha riposo. La premura di possedere ciò che ancora non hanno fa sí che considerino nulla quello che hanno già. Da un lato, tramano nell’apprensione di perdere ciò che già hanno accumulato e, dall’altro, lavorano per possedere altre cose, il che vuol dire nuovi motivi di paura»[14].

I padri sottolineano spesso l’angoscia mortale che assilla l’avaro, considerata come una serpe che si morde la coda; più possiede e più viene posseduto da ciò che lo spinge ad accumulare, e cioè l’ansia e la paura[15].

Un altro sentimento tipico dell’avaro è la tristezza, legata alla delusione di non poter mai trovare pienamente quello che brama, ma di sentirsi sempre più indigente: «Come il mare non è mai senza flutti e senza onde, allo stesso modo l’avaro non è mai senza tristezza»[16]. C’è una sorta di strano masochismo in questo vizio, in quanto ciò che si ritiene essere l’unica fonte di felicità, rende in realtà angosciati, fino a rovinarsi la vita: «Non solo gli avari si privano della gioia di ciò che hanno e di ciò che non osano usare a loro piacimento, ma anche di quello di cui non sono mai sazi e hanno sempre sete: vi può essere qualcosa di più penoso?»[17].

Anche a livello psicologico è possibile rilevare una vera e propria sindrome dell’avidità che porta a comportamenti compulsivi tesi ad accumulare in modo insensato, senza sapere bene il perché; nello stesso tempo, come una sorta di tela di Penelope, tale comportamento porta ad assorbire e distruggere il resto della propria vita, tutto ciò che vale e che potrebbe renderla realmente bella. In questo modo le cose stesse, l’unico vero amore dell’avaro!, finiscono per perdere le loro differenze specifiche: dal momento che ciò che conta è semplicemente “possedere”, la ricchezza di cui va fiero finisce per diventare una sorta di grande marasma caotico e indifferenziato.

«Entrate nella casa di un avaro e guardatevi intorno. Se è ricco, la prima impressione che ne ricavate è quella di una specie di museo in cui sono affastellate le cose più diverse, dagli oggetti d’arte agli stuzzicadenti. Ma non troverete un ordine in queste cose se non risalite al vizio del padrone. Perché mai, o quasi mai, l’avaro è un collezionista che obbedisce a questa o quella passione. Egli infatti raccoglie tutto ciò che gli capita a tiro per il solo gusto di entrarne in possesso e di toglierlo dalla circolazione»[18].

Il conto che l’avarizia presenta alla vita di chi la coltiva è pesante: nevrosi, incapacità di staccare dal lavoro, di riposarsi, scomparsa di qualunque interesse che sia privo di “interessi”, disturbi del sonno, crisi dei legami matrimoniali e familiari in genere, perdita delle amicizie.

C’è un legame stretto tra avarizia e antisocialità: l’avaro si trova a suo agio solo in compagnia delle sue cose, le uniche di cui può fidarsi: «L’immagine è quella di un personaggio triste, solitario, abbandonato dagli amici, poco loquace, sempre sospettoso, spesso brusco e arrogante, nel migliore dei casi maleducato»[19], perché l’avarizia abbruttisce l’animo, rende grossolani, superficiali, spenti, infelici, soli, in una parola disumani.

L’avarizia, essendo animata dalla grettezza, manifesta la povertà d’animo di chi ne è affetto: egli è incapace di gesti generosi, di coinvolgersi in qualcosa senza aver prima calcolato quanto ci potrà guadagnare. In tal modo si rende meschino: si può dire che è anzitutto la sua anima che ha subito dei “tagli”, dal momento che egli ha risparmiato sulla sua vita, sulle relazioni, sui valori. L’avaro si è fossilizzato, diventando una cosa sola con le ricchezze che ha accumulato, assumendo la medesima fissità impersonale delle cose, il che è come dire che egli è già morto. E difatti è proprio al momento della morte che la solitudine dell’avaro mostra tutta la sua evidenza dal momento che nulla di ciò che lo circonda e a cui si è affezionato lo può davvero sostenere e confortare; egli, barattando le persone con le cose, non ha mai potuto amare nessuno. Ma ciò che più lo rattrista, ovviamente, è che le adorate cose passeranno ad altri.

La solitudine dell’avaro si mostra anche nella sua tendenza all’invidia delle cose altrui, che gli appaiono come più belle e desiderabili delle proprie. E dunque in tal modo l’avaro non è mai soddisfatto di ciò che ha.

Il frutto conclusivo che riassume tutta la sua esistenza è la polvere, la distruzione di ciò che ha di più caro. Il denaro, avendo preso il posto di Dio, si rivela per quel che è: un nulla che ha annientato tutto il suo essere. Della vita di un avaro infatti non si può dire nulla al di fuori delle cose da lui accumulate: esse sono state la sua vita.

 

L'accidia, male del nostro tempo

Che cos’è l’accidia?

«Accidia» significa letteralmente debolezza dell’anima, che si manifesta come assenza di attrazione, di desiderio di vivere, perché considerato privo di senso.

Atonia dell’anima. Tenendo presente questi aspetti più globali che caratterizzano lo stato di accidia, possiamo ora individuare un primo sintomo di tale male in quella sensazione complessiva che Evagrio chiama «atonia dell’anima» e Giovanni Climaco definisce «paresi e rilassatezza dell’anima». Si percepisce che tutta la propria esistenza, dalle dimensioni più profonde alle manifestazioni più esterne e quotidiane, perde di tensione, è come allentata in un senso di vuoto, nella noia e nella svogliatezza, in un’incapacità di concentrarsi su una determinata attività, nella spossatezza e nell’ansietà. Viene a mancare un punto di attrazione, un polo che catalizza tutte le componenti della persona (mente, volontà, desideri, spirito, anima...) per cui tutto ciò che si tenta di fare, tutto ciò che si desidera, si pensa ecc. viene trascinato in una dispersione e frantumazione vorticose. Questa perdita di scopo sembra trascinare tutto in un vuoto senza fine. L’«atonia dell’anima», segno rivelatore dell’accidia, «è la conseguenza di una funzione delle due facoltà dell’anima, il desiderio e l’irascibilità, che non corrisponde più all’intento creazionale. È quanto intende dire Evagrio quando parla di «una perdita di tensione (atonia) dell’anima che non possiede ciò che è conforme alla natura e non si oppone con coraggio alle tentazioni»[20].

Un segno rivelatore di quest’atonia generale è la sensazione di noia che sembra avvelenare ogni tentativo di reagire a tale situazione. Se si manifesta soprattutto nei momenti di solitudine, come conseguenza di un’impossibilità di azione, di fatto si trasforma in un’indolenza generale che trascina con sé un disgusto per tutto e per tutti. Un sintomo concreto che gli antichi monaci sottolineavano è l’uso disordinato delle parole, una spinta a chiacchierare senza un fine preciso solo ‘per ammazzare il tempo’. È la manifestazione di una parola che ha perso il suo significante primario: comunicare un contenuto. Una parola vuota comunica solo la noia da cui prende origine[21].

Asfissia dell’intelletto. Un’altra facoltà intaccata dall’accidia è l’intelletto. In questo senso l’accidia può essere definita «asfissia dell’intelletto», cioè incapacità di utilizzare la facoltà razionale, di vedere chiaro, di discernere, di individuare la realtà e la verità delle cose e di se stessi. Evagrio ci ricorda che l’accidia «è solita avviluppare l’anima tutta intera e soffocare 1’intelletto»[22]. Ecco perché è difficile smascherarla: chi ne soffre, non riesce a riconoscerla, in quanto l’accidia - dice Evagrio - «oscura la luce divina negli occhi»[23]. «Quest’‘asfissia’ dell’intelletto, che è il luogo in cui l’uomo è immagine di Dio e capax Dei, dunque persona, richiama in modo molto chiaro anche quelli che sono gli effetti psicologici dell’accidia. Essa grava come una cappa di piombo su tutte le funzioni vitali e toglie all’uomo l’aria di cui ha bisogno per vivere. Significativamente, ancora oggi, in situazioni di questo genere, diciamo: ‘Soffoco!’»[24].

Una conseguenza di questo ‘schermo’ che si oppone tra gli occhi interiori e la realtà, è l’esperienza del turbamento interiore: non si vede chiaro dentro se stessi e una fitta turba di pensieri crea disordine, confusione, disorientamento, impossibilità di discernimento, contraddizione ecc. È significativo che questa ‘tenebra interiore’ caratterizzi l’accidia nel primo detto attribuito ad Antonio il Grande:

Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso dallo sconforto (akedìa) e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: O Signore! lo voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?[25].

Proprio questo miscuglio di pensieri che si intrecciano, crea un impedimento a cogliere nella verità la propria situazione interiore. Lo descrive molto bene questo apophtegma:

Un fratello disse a un anziano: «Non vedo nessun combattimento nel mio cuore». Gli dice l’anziano: «Tu hai quattro porte, e chi vuole entra ed esce attraverso di te, e tu non te ne accorgi; ma se tu avessi una porta sola e la chiudessi, e non permettessi ai pensieri cattivi di entrarvi, allora li vedresti stare fuori e combattere»[26].

L’incapacità di sapere ciò che accade nel cuore e prendere così coscienza di quello che realmente minaccia proviene dal fatto che lo spazio del proprio cuore è occupato da un insieme inestricabile di pensieri; avendo lasciato la porta spalancata e incustodita, si è permesso a ogni pensiero di trovare posto nel proprio cuore. In questa situazione ci si illude che tutto funzioni bene senza tentazioni e senza lotte. È la tipica situazione del cuore in stato di accidia, soffocato e ormai abituato a un torpore che non gli dà più la possibilità di discernere e giudicare. Si è completamente ripiegato su se stesso.

Insensibilità e indifferenza. Una conseguenza grave di questo stato di torpore e altro sintomo radicale del potere dell’accidia è l’insensibilità, l’indifferenza (anaisthesìa), una sorta di morte spirituale che ‘anestetizza’ ogni senso interiore attraverso cui si prende contatto con le realtà più profonde del proprio io e soprattutto con Dio. Così lo descrive Evagrio:

Che dire poi del demone che rende l’anima insensibile? Temo infatti anche a scrivere di lui, come l’anima, nel tempo della sua visita, esca da proprio stato. Essa si spoglia del timore di Dio e della devozione, non considera più il peccato come peccato, né la trasgressione come trasgressione, pensa al castigo e al giudizio eterno come se si trattasse di semplici parole, e perfino «se la ride del terremoto di fuoco». Confessa Dio, certo, ma ignora ciò che egli ha comandato.

È, dunque, una situazione veramente drammatica: è come essere caduti in balìa di quegli idoli «che hanno occhi e non vedono, orecchie e non ascoltano, narici e non odorano...», cioè incapaci di comunicare e lasciarsi penetrare dalla parola. Tutto ciò rende la vita passiva, trascinata, spenta; nulla suscita interesse, crea tensione o gusto. Sottolineiamo due tipiche reazioni che scaturiscono da tale stato di indifferenza.

La prima reazione consiste in un’amara mormorazione contro Dio, tanto da generare un disgusto per la sua Parola: si passa dall’eucharistia all’acharistia: «l’accidia accusa Dio di essere senza cuore (letteralmente: senza viscere, àsplachnos) e di non essere amico degli uomini (aphilànthropos)»[27]. Una seconda reazione che caratterizza questo stato di insensibilità è la tendenza a banalizzare la realtà. Mascherata da una falsa parresia, si ride di tutto: tutto viene trascurato, tutto perde valore, non si prendono sul serio le cose che compongono la vita. Con l’illusione che sono cose piccole e insignificanti - ammoniscono i Padri - si giunge a disprezzare e banalizzare ciò che è importante.

Instabilità. Una caratteristica, messa grottescamente in rilievo dalle descrizioni degli autori monastici, colpisce l’accidioso: è l’instabilità, l’incapacità di ‘stare in cella’. Certamente tale incapacità è il sintomo esteriore di un’instabilità più profonda: ‘un cuore girovago’, trascinato a destra e a sinistra da turbe di pensieri, un cuore che poggia sulla melma della propria confusione. Certamente quest’instabilità si manifesta in diversi modi: dal cambiare luogo o impegno, al fuggire verso situazioni ritenute ideali: dall’instabilità di umore all’instabilità di giudizio; dall’instabilità nei rapporti interpersonali alla sfiducia verso se stessi. Così Bunge descrive quest’irrequietezza interiore che si manifesta in mille modi:

«Bisogni di cambiar casa, lavoro, amicizie, compagnie... Impossibilità di portare a termine un lavoro iniziato, di finire la lettura di un libro... Tutto quello che si inizia viene abbandonato. Il più delle volte non ci si rende nemmeno conto di quel che ci sta accadendo. Abbiamo un sacco di ragioni plausibili che ci spingono a ‘cambiare aria’ [...]»[28].

Se per il monaco del deserto quest’irrequietezza e instabilità interiore si concentrava nel simbolo di una cella che gli stava troppo stretta, per l’uomo d’oggi assume altri volti: una scalata affannosa alla carriera, la ricerca di sempre nuove emozioni, un’angosciante forma di divertimento, la paura di lasciare spazi vuoti da impegni, l’instabilità nei rapporti ecc. Sono tutti palliativi di fronte a una fuga dal vuoto che si nasconde dentro di noi, e di cui l’accidia è il segno: stare da soli diventa terribile e crea paura, la paura di scoprire quale è lo stato del nostro volto interiore.

Dunque, si può, comprendere l’importanza dell’invito degli antichi monaci di ‘rimanere fermi’, stabili: cioè aver il coraggio di affrontare la battaglia della verità di se stessi.

Disagio spazio-temporale. Proprio l’instabilità denota una particolare modalità con cui l’accidia pone chi ne è colpito in rapporto con il tempo e lo spazio. Le descrizioni del monaco accidioso fatte da Evagrio ruotano, in parte, su quest’incapacità a vivere nella verità il tempo e lo spazio che sono donati. Sia il tempo che lo spazio sono percepiti in una dimensione falsa, minacciosa: non corrispondono alla situazione ideale che si va cercando e quindi diventano soffocanti. O sono troppo diluiti o sono troppo stretti! Così il tempo diviene senza fine, e ogni minuto che si aggiunge, crea angoscia, evidenzia la mancanza di prospettiva, di scopo. E' la situazione descritta in Dt 28,64-67:

La tua vita ti sarà dinanzi come sospesa a un filo; temerai notte e giorno e non sarai sicuro della tua vita. Alla mattina dirai: Se fosse sera! e alla sera dirai: Se fosse mattina! A causa del timore che ti agiterà il cuore e delle cose che i tuoi occhi vedranno.

Gli autori monastici sottolineano una particolare modalità con cui il pensiero dell’accidia fa vivere il rapporto col tempo: la paura della vecchiaia, una vecchiaia lunga, interminabile, come espressione logorante di quest’oppressione. A questo, poi, si aggiunge una visione negativa del tempo che sta davanti: preoccupazioni, imprevisti e angoscia non hanno più fine.

Inoltre, il tempo diventa opprimente, come una cappa che racchiude e soffoca tutta la vita. Anche il passato ne viene intaccato: non si vede nulla di buono e si ha disgusto di tutto ciò che si ha fatto. Ed è significativo che la tradizione monastica abbia chiamato questo pensiero il ‘demone del mezzogiorno’.

Scoraggiamento radicale. Un ultimo sintomo di questa grave situazione è un radicale scoraggiamento, una progressiva visione di se stessi, degli altri, della vita attraverso lo schermo del pessimismo e del dubbio. L’accidia, in questo senso, è l’impossibilità per l’uomo di vedere qualcosa di buono e di positivo: tutto viene oscurato e ridotto al negativismo e al pessimismo.

Questa visione negativa su tutto e su tutti fa percepire la propria vita come giunta a un vicolo cieco. L’avversione e il disgusto nei confronti di tutto ciò che si è, si ha e si fa, legata a una bramosia diffusa per ciò che non è a portata di mano, paralizza a tal punto la vita da non lasciar spazio a nulla. Essere continuamente scoraggiati e insoddisfatti, dunque, diventa la modalità normale di affrontare l’esistenza. «È una sorta di asfissia - scrive E. Bianchi - o soffocamento dell’anima che condanna l’uomo all’infelicità portandolo a disdegnare ciò che ha, la situazione (di lavoro, affettiva, sociale) in cui vive e a sognarne una irraggiungibile, lo rende preda di paure svariate (per esempio, di malattie più immaginarie che reali), inefficiente sul lavoro, intollerante e incapace di sopportazione verso ‘gli altri’ (che diventano spesso il bersaglio su cui scaricare frustrazioni e aggressività), impotente a governare i pensieri che si affollano nella propria anima e che lo gettano nello scoramento, in una tale insoddisfazione di sé che egli si interroga se non abbia sbagliato tutto nella propria vita»[29].

Di conseguenza, anche ogni possibilità di futuro diventa inimmaginabile: chi si sente a un vicolo cieco non ha più progetti, non ha più mete da raggiungere. E se anche si intravede una via d’uscita, questa diventa troppo lontana, irraggiungibile. E lo scoraggiamento aumenta. Se tale situazione si trasforma in uno stato continuo e duraturo in cui chi è colpito dall’accidia non trova vie di uscita, allora si soccombe in una profonda depressione, in cui si è tentati di annullare sia la propria vita passata (rottura di vincoli o distruzione di una vita sociale) sia, addirittura, di azzerare ogni possibile futuro (suicidio).

 

Accidia, radice di altri vizi

L’accidioso ha smarrito l’atteggiamento propriamente biblico della prudenza. Si è spiritualmente addormentato e non riesce ad avvertire la gravità della propria situazione. In tal modo, come ricorda a più riprese il Vangelo, rischia di spegnere il fuoco dello spirito e di perdere la vigilanza, la virtù che aiuta a riconoscere l’imminenza di un pericolo: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze, e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso» (Lc 21,34; cfr Rm 13,13; 1 Ts 5,3). Questo è il motivo per cui, secondo i Padri, dall’accidia provengono molti altri vizi, come la lussuria, l’invidia, l’ira, espressioni di uno stato di noia e distrazione continue dell’anima[30]. La noia conduce alla ricerca morbosa di emozioni forti per sentirsi vivi a qualunque costo, per riempire un vuoto angosciante, che dà origine a dipendenze e comportamenti estremamente pericolosi per sé e per altri, con esiti spesso tragici: gesti di violenza estrema, crudeltà perpetrate con indifferenza, dipendenza da sostanze, dall’alcool, da internet, nonché la pornografia trovano la loro radice in questa situazione di solitudine interiore.

 

Il male del nostro tempo

L’accidia e la depressione sembrano essere le conseguenze più evidenti di una cultura e mentalità narcisista, che fa di se stessi il centro di ogni realtà. La presenza diffusa di questo vizio può essere letta come un potente segno di avvertimento: essa ricorda che è falso il sogno di una civiltà felice, realizzato grazie alla tecnologia e all’abbondanza dei beni. La crescita tecnologica non può compensare la povertà della vita interiore, la perdita del senso di gratuità delle cose, di quello stupore che, secondo gli antichi, caratterizzava l’origine della sapienza e dell’esperienza spirituale. Quando Bunge presentò la riflessione su questo vizio compiuta da Evagrio Pontico, gli studenti osservarono meravigliati: «Ciò che il suo padre del deserto descrive lì è il male del nostro tempo»[31].

Gli studi condotti in sede psicologica confermano quanto depressione e tristezza si presentino come fenomeni preoccupatamente in crescita nelle società occidentali, colpendo in particolare la fascia di età che dovrebbe essere la più aperta alla vita. Uno studio sui comportamenti suicidari tra i giovani ha mostrato una notevole escalation, a partire dagli anni Sessanta, interessando in modo particolare gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, i Paesi in cui l’ideale della vita all’insegna della sicurezza e dell’abbondanza di beni sembra essere maggiormente diffuso e praticato. Ciò che allarma in particolare coloro che studiano il suicidio giovanile è «l’andamento in continua ascesa di tali valori, soprattutto in alcuni Paesi, e la mancanza di idee precise su come arginare o prevenire il fenomeno. Se infatti trent’anni fa nei Paesi occidentali le condotte suicidarie adolescenziali rappresentavano circa un ottavo dell’intero fenomeno suicidario, oggi esse ne costituiscono un quinto. Gli Stati Uniti sono uno dei Paesi più colpiti: fra gli anni Cinquanta e gli Ottanta l’incidenza del suicidio tra i giovani è triplicata. La classe di età più fortemente implicata è quella dei «giovani adulti" (20-24 anni) che raggiunge il ragguardevole tasso specifico di 30 per 100.000; tendenza che non sembra arrestarsi»[32].

Tra le motivazioni di tale incremento la ricerca mostrava una correlazione tra fenomeno suicidario e trasformazioni sociali avvenute nello stesso periodo, quali la crisi dell’istituto familiare, la dissoluzione del tessuto sociale, l’aumento di comportamenti distruttivi a livello giovanile. Si tratta di elementi in crescita anche a motivo di proposte culturali sempre più propagandate e diffuse a livello di media, il cui messaggio di fondo è che qualunque cosa ci si senta di fare diventa perciò stesso lecita: tale fenomeno secondo l’autore mostra «le contraddizioni e le antinomie di un mondo sempre meno basato su fondamenti e punti di riferimento etici»[33].

Si pensi ancora alla diffusione, sempre più ampia e incoraggiata a livello pubblico, di droghe, alcool, farmaci per sopperire alla tristezza di vivere, all’incapacità di dare stabilità alle proprie scelte, alle relazioni, a impegni di qualsiasi genere... Al fondo di tale situazione si nota il disagio e l’impotenza di poter riempire un vuoto radicale, ontologico, della costituzione umana: l’accidia, essendo un male dello spirito, si mostra refrattaria a soluzioni meramente tecniche.

Forse questo vizio appare così diffuso perché riflette l’odierna mancanza di speranza. Di fronte alle difficoltà sorge, inevitabile, l’interrogativo sul senso di un impegno che si rivela incapace di oltrepassare risultati immediati e possibili frustrazioni: «Nel nostro mondo l’accidia non prende più il volto della pigrizia, ma quello del lasciare fare, dell’abbozzare. Tanto, si dice: ”Sono tutti uguali e migliorare è impossibile”. Questo modo di ragionare evita costantemente di mettere in questione la propria condotta [...]. Viviamo nel mondo del fare, ma l’agire è spesso accompagnato dalla disaffezione: la smania di distrazione prevale sulla capacità di attenzione [...]. L’accidioso non sa faticare. Soprattutto non si sa dedicare. Nel nostro tempo vi sono uomini che non sanno coltivare a lungo neppure un amore. Dicono: che noia!»[34].

 

Per i prossimi giorni

- Grazia da chiedere nella preghiera

Signore, donami uno sguardo profondo di fede per contemplare il mistero del male con i tuoi occhi e il tuo cuore, e sappia accogliere la salvezza che il tuo amore dona all’umanità.

Per la preghiera personale

1Re 21; Gv 2,13-22: Sal 1. Immedesimarmi nelle ribellioni dell’uomo, rendermi conto delle loro conseguenze (contemporaneamente considero le mie ribellioni e le loro conseguenze su di me e sugli altri), ma contemplando soprattutto la reazione di Dio, accogliendo ciò che Dio mi rivela di se stesso in tutto questo: Egli è sempre fedele alla promessa di portare l’uomo alla pienezza di vita.

 -  Riflessione sull'attualità e sulle conseguenze dei vizi capitali

 -  Altri testi per la preghiera personale

Lc 12,13-21: parabola del ricco stolto; Ap 3,14-22: Il Risorto rimprovera la tiepidezza della chiesa di Laodicea;  1Gv 1,1-10: camminare nella luce; Sal 95: “Non indurite il vostro cuore

 

___ note ___

[1] Cf. 1Re 18,45-46; 2Re 8,29; 9,15-17.21.30; 2Re 10,11.

[2] La legge ebraica proibiva di vendere la terra dei padri. Nel caso che uno fosse costretto a venderla perché non aveva mezzi di sussistenza, quando scattava il giubileo, c’era il diritto di riscatto.

[3] Cf. Evagrio, Gli otto spiriti della malvagità, 8; G. Cassiano, Conferenze ai monaci, V, 11; Le istituzioni cenobitiche, VIII, 1.

[4] Cf. S. Agostino, De libero arbitrio, I, XV, 32; S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 117, a 1 ad 2; De malo, q. 13, a. 1; Aristotele, Etica nicomachea, IV, 1, 1119b, 26.

[5] Per dir la verità, [= Don Abbondio] non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli erano sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta [...]. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel credere, in quelli che non poteva scansare» (A. Manzoni, I promessi sposi, Rizzoli, Milano 1988, 98).

[6] San Giovanni Crisostomo, Omelie su 2 Timoteo, VII, 2.

[7] Cf. San Gregorio Magno, Moralia, XV, 19, 23.

[8] Cf. San Ambrogio, De Nabuthae, VI, IV, 4.

[9] S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 118, a. 4 ad 3 e a. 3.

[10] Cf. S. Ambrogio, De Nabuthae, II, 5.

[11] S. Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 142.

[12]Ambrogio Autperto, Sermo de cupiditate.

[13] G. Greco, I 7 vizi capitali. Viaggio nel pianeta delle passioni umane, San Paolo, Milano 1990, 57.

[14] San Giovanni Crisostomo, Commento al vangelo di Matteo, LXXXI, 4.

[15] Cf. San Gregorio Magno, Moralia, XV, 19

[16] San Giovanni Climaco, La scala del paradiso, XVI, 21.

[17] San Giovanni Crisostomo, Omelie su 1 Corinzi, XXII, 5.

[18] G. Greco, I 7 vizi capitali, cit., 56-57.

[19] C. Casagrande – S. Vecchio, I sette vizi capitali. Storia dei peccati nel medioevo, Einaudi, Torino 2000, 120.

[20] G. Bunge, Akedia..., cit., 68.

[21] Cfr. Regula Benedicti, 48,18. Il monaco che invece di darsi alle lettura si dà alle chiacchiere e all’ozio, viene definito frater acediosus.

[22] Evagrio Pontico, Praktikos, 36.

[23] Evagrio Pontico, Antirrhetikos, VI,16.

[24] G. Bunge, Akedia..., cit., 62.

[25] Antonio, Vita e detti dei padri del deserto, I, cit., 83.

[26] L. Mortari (a cura di), Padri del Deserto: detti , Roma 1980, 232-233.

[27] Giovanni Climaco, Scala Paradisii, XIIL, 90, PG 88, col 860A.

[28] G. Bunge, Akedia..., cit., 69-71.

[29]  E. Bianchi, Le parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Rizzoli, Milano 1999, 44.

[30] Cfr GREGORIO MAGNO, Commento morale a Giobbe, Roma, Città Nuova, 2001, XXXI, 45, 89.

[31] G. BUNGE, Akedia. Il male oscuro, Magnano (Bi), Qiqajon, 1999, 34.

[32] P. CREPET, Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio, Milano, Feltrinelli, 1993, 35. Dati molto simili si trovano in ricerche più recenti (cfr Hardwired to Connect: The New Scientific Case for Authoritative Communities, New York, Institute for American Values, 2003; C. WALLACE, «Kids These Days: Tbc Changing State of Childhood», in The Christian Century 122 [2005] n. 6, 26-40), o svolte in atri Paesi, come la Francia (A. ANATRELLA, Non à la société dépressive, Paris, Flammarion, 1993, 249) e 1’Italia (C. BUZZI - A. CAVALLI - A. DE LILLO, Giovani nel nuovo secolo. Quinto rapporto IARD sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, il Mulino, 2002; A. MAGGIOLINI, Sballare per crescere?, Milano. FrancoAngeli, 2003, 31).

[33]  Ivi, 52.

[34]  S. NATOLI, Dizionario dei vizi e delle virtù, Milano, Feltrinelli, 1997, 12 s.

Christus vivit, Cristo vive. Così s’intitola l’Esortazione post-sinodale che papa Francesco rivolge affettuosamente «ai giovani e a tutto il popolo di Dio», pastori e fedeli. L’amicizia con Cristo è il tema centrale dell’Esortazione apostolica. Christus vivit è un canto all’amicizia con il Signore. Con colui che «è l’eternamente giovane, e vuole donarci un cuore sempre giovane» (CV 13). «La giovinezza è un tempo benedetto per il giovane e una benedizione per la Chiesa e per il mondo. È una gioia, un canto di speranza e una beatitudine. Apprezzare la giovinezza significa vedere questo periodo della vita come un momento prezioso e non come una fase di passaggio in cui i giovani si sentono spinti verso l’età adulta» (CV 135).

 

La vera giovinezza

Ma che cos’è la giovinezza? Non è semplicemente un fatto di età: «la vera giovinezza consiste nell’avere un cuore capace di amare» (CV 13); e, allo stesso tempo, capace di aspirare a grandi ideali: «Un giovane non può essere scoraggiato, la sua caratteristica è sognare grandi cose, cercare orizzonti ampi, osare di più, aver voglia di conquistare il mondo, saper accettare proposte impegnative e voler dare il meglio di sé per costruire qualcosa di migliore» (CV 15). Ed esorta: «Non bisogna pentirsi di spendere la propria gioventù essendo buoni, aprendo il cuore al Signore, vivendo in un modo diverso. Nulla di tutto ciò ci toglie la giovinezza, bensì la rafforza e la rinnova: “Si rinnova come aquila la tua giovinezza” (Sal 103,5)» (CV 17).

Riprendendo l’episodio del giovane ricco di Mt 19,20-22 che si avvicina a Gesù per chiedere cosa deve fare per ottenere la vita eterna, ma poi declina la proposta esigente del Signore («Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi»), papa Francesco osserva che «in realtà il suo spirito non era così giovane perché si era già aggrappato alle ricchezze e alle comodità. Con la bocca affermava di volere qualcosa di più, ma quando Gesù gli chiese di essere generoso e di distribuire i suoi beni, si rese conto che non era capace di staccarsi da ciò che possedeva. Alla fine, “udita questa parola, il giovane se ne andò, triste” (v. 22). Aveva rinunciato alla sua giovinezza» (CV 18).

 

La giovinezza di Gesù ci illumina e ci coinvolge nella Risurrezione

Papa Francesco invita i giovani a contemplare il Gesù giovane che ci mostrano i Vangeli, «perché in Lui si possono riconoscere molti aspetti tipici dei cuori giovani. Lo vediamo, ad esempio, nelle seguenti caratteristiche: «Gesù ha avuto una incondizionata fiducia nel Padre, ha curato l’amicizia con i suoi discepoli, e persino nei momenti di crisi vi è rimasto fedele. Ha manifestato una profonda compassione nei confronti dei più deboli, specialmente i poveri, gli ammalati, i peccatori e gli esclusi. Ha avuto il coraggio di affrontare le autorità religiose e politiche del suo tempo; ha fatto l’esperienza di sentirsi incompreso e scartato; ha provato la paura della sofferenza e conosciuto la fragilità della Passione; ha rivolto il proprio sguardo verso il futuro affidandosi alle mani sicure del Padre e alla forza dello Spirito. In Gesù tutti i giovani possono ritrovarsi» (CV 31). Ed è importante vivere l’amicizia con Lui, che è risorto, perché «vuole farci partecipare alla novità della sua risurrezione. Egli è la vera giovinezza di un mondo invecchiato ed è anche la giovinezza di un universo che attende con “le doglie del parto” (Rm 8,22) di essere rivestito della sua luce e della sua vita. Vicino a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere» (CV 32). Il giovane che si lascia rinnovare da Cristo è chiamato a sua volta ad essere missionario: «Il Signore ci chiama ad accendere stelle nella notte di altri giovani» (CV 33).

 

Al servizio del rinnovamento della Chiesa

È bello constatare che papa Francesco crede nella capacità dei giovani di contribuire ad un rinnovamento della Chiesa. Per una Chiesa che sia «giovane». Ed è tale «quando è se stessa quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno. È giovane quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte (CV 35). La Chiesa di Cristo – continua papa Francesco – corre sempre il rischio di invecchiare quando rimane fissata sul passato, o, all’opposto, quello di illudersi di essere giovane «perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri»  (CV 35). Inoltre «può sempre cadere nella tentazione di perdere l’entusiasmo perché non ascolta più la chiamata del Signore al rischio della fede, a dare tutto senza misurare i pericoli, e torna a cercare false sicurezze mondane». «Sono proprio i giovani  che possono aiutarla a rimanere giovane, a non cadere nella corruzione, a non fermarsi, a non inorgoglirsi, a non trasformarsi in una setta, ad essere più povera e capace di testimonianza, a stare vicino agli ultimi e agli scartati, a lottare per la giustizia, a lasciarsi interpellare con umiltà. Essi possono portare alla Chiesa la bellezza della giovinezza quando stimolano la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste»  (CV 37).

Se questo è il grande contributo alla Chiesa che papa Francesco chiede ai giovani, «chi di noi non è più giovane ha bisogno di occasioni per avere vicini la loro voce e il loro stimolo, e la vicinanza crea le condizioni perché la Chiesa sia spazio di dialogo e testimonianza di fraternità che affascina. Abbiamo bisogno di creare più spazi dove risuoni la voce dei giovani: «L’ascolto rende possibile uno scambio di doni, in un contesto di empatia» (CV 38).

 

Il sì di Maria

Papa Francesco invita i giovani a guardare al sì di Maria, giovane. « La forza di quell’“avvenga per me” che disse all’angelo. è stata una cosa diversa da un’accettazione passiva o rassegnata. (…) È stato il “sì” di chi vuole coinvolgersi e rischiare, di chi vuole scommettere tutto, senza altra garanzia che la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa. (…) Maria, indubbiamente, avrebbe avuto una missione difficile, ma le difficoltà non erano un motivo per dire “no”. Certo che avrebbe avuto complicazioni, ma non sarebbero state le stesse complicazioni che si verificano quando la viltà ci paralizza per il fatto che non abbiamo tutto chiaro o assicurato in anticipo. (…) Il “sì” e il desiderio di servire sono stati più forti dei dubbi e delle difficoltà» (CV 44).

Guardando a Maria anche i giovani possono dire il loro sì generoso e coraggioso. «Da lei impariamo a dire “sì” alla pazienza testarda e alla creatività di quelli che non si perdono d’animo e ricominciano da capo» (CV 45).

 

Giovani santi

Papa Francesco ricorda che tanti giovani hanno detto il loro sì e hanno dato la loro vita per Cristo, molti di loro fino al martirio. «Sono stati preziosi riflessi di Cristo giovane che risplendono per stimolarci e farci uscire dalla sonnolenza» (CV 49). «Attraverso la santità dei giovani la Chiesa può rinnovare il suo ardore spirituale e il suo vigore apostolico. Il balsamo della santità generata dalla vita buona di tanti giovani può curare le ferite della Chiesa e del mondo, riportandoci a quella pienezza dell’amore a cui da sempre siamo stati chiamati: i giovani santi ci spingono a ritornare al nostro primo amore (cfr Ap 2,4)» (CV 50). E ne cita alcuni: San Sebastiano, San Francesco d’Assisi, Santa Giovanna d’Arco, il Beato Andrew Phû Yên, Santa Kateri Tekakwitha, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, i Beati Isidoro Bakanjail, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo e Chiara Badano. Se questi giovani, insieme a tanti altri «che, spesso nel silenzio e nell’anonimato, hanno vissuto a fondo il Vangelo», anche i giovani di oggi che aprono generosamente il loro cuore a Cristo e vivono in intima amicizia con lui, possono con gioia, coraggio e impegno donare al mondo nuove testimonianze di santità (cfr. CV 63).

Una santità – precisa papa Francesco – che è personale, originale, unica: «Ti ricordo che non sarai santo e realizzato copiando gli altri. E nemmeno imitare i santi significa copiare il loro modo di essere e di vivere la santità: ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Tu devi scoprire chi sei e sviluppare il tuo modo personale di essere santo, indipendentemente da ciò che dicono e pensano gli altri. Diventare santo vuol dire diventare più pienamente te stesso, quello che Dio ha voluto sognare e creare, non una fotocopia» (CV 162).

 

Alcune indicazioni di percorso

In questa prospettiva papa Francesco offre alcune indicazioni per vivere in pienezza il dono della giovinezza:

- anzitutto vivere la giovinezza come «tempo di donazione generosa, di offerta sincera, di sacrifici che costano ma ci rendono fecondi»  (CV 108);

- non cedere al lamento, alla rassegnazione: «Quando tutto sembra fermo e stagnante, quando i problemi personali ci inquietano, i disagi sociali non trovano le dovute risposte, non è buono darsi per vinti. La strada è Gesù: farlo salire sulla nostra “barca” e prendere il largo con Lui! Lui è il Signore! Lui cambia la prospettiva della vita» (CV 141);

- perseverare sulla strada dei sogni. «Per questo, bisogna stare attenti a una tentazione che spesso ci fa brutti scherzi: l’ansia. Può diventare una grande nemica quando ci porta ad arrenderci perché scopriamo che i risultati non sono immediati. I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta. Nello stesso tempo, non bisogna bloccarsi per insicurezza, non bisogna avere paura di rischiare e di commettere errori» (CV 142);

- vivere pienamente il presente «usando le energie per le cose buone, coltivando la fraternità, seguendo Gesù e apprezzando ogni piccola gioia della vita come un dono dell’amore di Dio» (CV 147). «Mentre lotti per realizzare i tuoi sogni, vivi pienamente l’oggi, donalo interamente e riempi d’amore ogni momento. Perché è vero che questo giorno della tua giovinezza può essere l’ultimo, e allora vale la pena di viverlo con tutto il desiderio e con tutta la profondità possibili» (CV 148). E «questo vale anche per i momenti difficili, che devono essere vissuti a fondo… Egli è lì dove noi pensavamo che ci avesse abbandonato e che non ci fosse più alcuna possibilità di salvezza. è un paradosso, ma la sofferenza, le tenebre, sono diventate, per molti cristiani luoghi di incontro con Dio» (CV 149).

- vivere ogni giorno l’amicizia con Cristo: «Per quanto tu possa vivere e fare esperienze, non arriverai al fondo della giovinezza, non conoscerai la vera pienezza dell’essere giovane, se non incontri ogni giorno il grande Amico, se non vivi in amicizia con Gesù» (CV 150). E la preghiera è certamente il luogo privilegiato nel quale conversare con Gesù, con l’Amico, con il quale condividere le cose più segrete. «La preghiera è una sfida e un’avventura. E che avventura! Ci permette di conoscerlo sempre meglio, di entrare nel suo profondo e di crescere in un’unione sempre più forte. La preghiera ci permette di raccontargli tutto ciò che ci accade e di stare fiduciosi tra le sue braccia, e nello stesso tempo ci regala momenti di preziosa intimità e affetto, nei quali Gesù riversa in noi la sua vita. Pregando “facciamo il suo gioco”, gli facciamo spazio perché Egli possa agire e possa entrare e possa vincere» (CV 155).

- vivere l’amicizia vera e sincera con gli amici che sono al nostro fianco, che «sono un riflesso dell’affetto del Signore, della sua consolazione e della sua presenza amorevole. Avere amici ci insegna ad aprirci, a capire, a prenderci cura degli altri, a uscire dalla nostra comodità e dall’isolamento, a condividere la vita. Ecco perché “per un amico fedele non c’è prezzo” (Sir 6,15)» (CV 151).

- impegnarsi con coraggio nel sociale per contribuire alla costruzione di un mondo migliore. «Per favore – esorta papa Francesco – non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non guardate la vita “dal balcone”, ponetevi dentro di essa. … lottate per il bene comune, siate servitori dei poveri, siate protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale» (CV 174).

- e, infine, essere missionari nei vari ambienti di vita. «Giovani, non lasciate che il mondo vi trascini a condividere solo le cose negative o superficiali. Siate capaci di andare controcorrente e sappiate condividere Gesù, comunicate la fede che Lui vi ha donato. Vi auguro di sentire nel cuore lo stesso impulso irresistibile che muoveva San Paolo quando affermava: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1Cor 9,16)» (CV 176).

 

Ulisse od Orfeo?

Concludiamo con un’immagine. Ce la fornisce lo stesso Papa Francesco che, dopo aver esortato i giovani a non cedere al canto delle sirene, richiama due personaggi mitologici, entrambi positivi: Ulisse e Orfeo. Ma lui preferisce il figlio del dio della musica (Apollo) e della dea dell’eloquenza (Calliope) e lo propone ai giovani. Così scrive: «Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene. Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione» (CV 223). E per realizzare questo grande compito nella Chiesa e nel mondo «bisogna mettersi molto in gioco, bisogna rischiare»! (CV 289).

Deserto, tentazione e prova

Gesù, secondo Mt 4,1-2, è condotto dallo spirito nel deserto e vi rimane digiunando per quaranta giorni e quaranta notti. L’episodio ricorda senz’altro i quarant’anni della permanenza d’Israele nel deserto. Gesù ripercorre le diverse tappe della storia d’Israele, e quindi rivive le esperienze principali del suo popolo nel deserto.

Un’interpretazione abbastanza diffusa nell’AT vede nel deserto anzitutto il luogo della «tentazione» o della «prova». Si vedano, ad esempio, Es 16,4; 17,2.7; 20,20; Nm 14,22; Dt 8,2.16; Sal 78,18. Il testo di Dt 8,2 è particolarmente significativo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti». Secondo questo testo, i quarant’anni nel deserto sono stati un tempo di «prova» (cf. Dt 8,16). Il testo è importante perché Gesù cita Dt 8,3, Dt 6,16 e Dt 6,13. Il testo evangelico si riallaccia pertanto chiaramente all’interpretazione deuteronomica della permanenza d’Israele nel deserto.

Lo spirito conduce Gesù nel deserto perché questo luogo è anche, nella mentalità biblica, il reame della morte e del male[1]. Gesù affronterà il diavolo nel suo proprio «regno» ed è lì che lo sconfiggerà. In altre parole, se Gesù è capace di trionfare del diavolo dove quest’ultimo è «a casa», egli riuscirà a piegarlo dovunque. La prima vittoria è pertanto essenziale.

Se Gesù supererà la prova sarà «qualificato» come vero «figlio» e «servo» di Dio, capace di stabilire il «regno dei cieli».

 

Il contenuto delle tentazioni

Nel racconto di Matteo il Tentatore cerca di separare Gesù dal progetto del Padre, ossia dalla strada di un Messia sofferente, umiliato, rifiutato, per fargli prendere un cammino di facilità, di successo e di potenza. Il diavolo, per staccare Gesù dalla croce, gli propone le varie speranze messianiche del tempo.

- Prima di tutto, un messianismo concepito come speranza terrena, limitato al benessere economico (trasformare le pietre in pane). Ossia ridurre la speranza della salvezza a un progetto materiale. Quale sfida! Osserva Ratzinger: «E non si dovrà dire la stessa cosa alla Chiesa? Se vuoi essere la Chiesa di Dio, allora preoccupati anzitutto del pane per il mondo – il resto viene dopo»[2].

- Quindi un messianismo all’insegna dello spettacolare (buttarsi dal pinnacolo del Tempio[3]) che eviti la strada difficile della fede per aprirsi su un palcoscenico dove Dio è costretto a continui interventi miracolistici, tali da togliere ogni dubbio. Il Nemico cita il Salmo 91,11s che parla della protezione che Dio garantisce all’uomo fedele: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede” (vv. 11s). Il salmo citato è legato al tempio; colui che lo recita si attende protezione nel tempio, poiché la dimora di Dio deve essere un particolare luogo di protezione divina. Il diavolo si rivela conoscitore della Scrittura, sa citare il salmo con esattezza. L’intero colloquio della seconda tentazione si configura con un dibattito tra due esperti della Scrittura. In gioco è l’immagine di Dio: egli non interviene in maniera miracolistica, imponendosi così all’uomo; è piuttosto un Dio che, attraverso l’amore, e l’amore fino alla morte del suo inviato, vuole attirare gli uomini a sé rispettando la loro libertà. Inoltre è in gioco il rapporto con Dio: l’uomo – come chiaramente risponderà Gesù – non può imporre le sue condizioni a Dio.

- Infine, il messianismo incarnato dagli zeloti: quello del potere, della politica, dell’azione rivoluzionaria. Il Nemico, infatti, mostra a Gesù tutti i regni della terra e il loro splendore e gli offre il dominio del mondo. Non è questa la missione del Messia? Non deve essere proprio Lui il re del mondo che riunisce tutta la terra in un grande regno della pace? Ma la missione di Gesù dovrà seguire la strada dell’amore e della libertà, non quindi la scorciatoia del dominio, della forza (naturalmente per la maggior gloria di Dio!).

Si noti che queste tentazioni riguardano anche la persona stessa di Gesù nel suo rapporto con il Padre.

- “se sei figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”, significa: giacché sei figlio di Dio usa le tue capacità a tuo vantaggio. Per il tentatore il pane serve per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre Gesù – facendo il contrario di quanto suggerito - farà di se stesso pane per salvare la vita degli altri.

- “gettati giù…”. È la tentazione che ritorna anche sulla croce: “Scendi…”. Non solo Gesù non fa miracoli per essere riconosciuto Messia, ma nemmeno li chiede per sé. Nella sua umanità vive fino alla fine l’abbandono al Padre. Gesù ha la certezza che il Padre è sempre dalla sua parte.

- “tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Cristo – come già il Figlio eterno nella vita intratrinitaria – riceve tutto dal Padre. È pura accoglienza. Anche nella sua missione sulla terra riceve quello – quindi anche gli uomini – che il Padre gli darà. Non ha bisogno di imporsi, di conquistare, di farsi spazio.

Infine sebbene le tentazioni, come abbiamo visto, riguardano Gesù come Figlio in rapporto al Padre e la missione che gli è stata affidata (“se sei figlio di Dio…”), le possiamo anche leggere come tentazioni che riguardano ogni uomo nel suo triplice rapporto: con la terra, con Dio e con i fratelli.

- La prima tentazione, infatti, è quella di bramare le cose materiali, illudendoci di poter sfamare non solo la fame materiale (per quaranta giorni Gesù non aveva mangiato, e quindi aveva davvero fame!), ma anche quella fame interiore, spirituale, di pienezza, unicamente con le cose materiali. È la proposta consumista. E con il consumismo si ha anche il saccheggio della terra. La si depreda e la si piega ai propri bisogni – sia quelli più basilari, sia quelli indotti dalla pubblicità e dall’uso dei beni che le altre persone fanno -  anziché custodirla e coltivarla (cfr. Gen 1,28).

- La seconda tentazione riguarda direttamente il rapporto con Dio. È la tentazione contro la fede come affidamento fiducioso a Dio che vuole il nostro bene. Anche se non ci sottrae dalle difficoltà di ogni giorno Egli provvede sempre al nostro bene. Non per nulla Satana cita il Salmo 91, nel quale l’orante afferma la propria fiducia in Dio: “Non temerai il terrore della notte, la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, il flagello che devasta a mezzogiorno” (vv. 5-6). Notte, giorno, sera, mezzogiorno: pur attraverso un ordine a prima vista strano, è il tempo dell’uomo a essere preso in considerazione. Gli eventi della vita e i colpi del destino sono come “frecce” che volano, abbattendosi all’improvviso sull’uomo sia di giorno sia di notte. Ma Dio è “mio rifugio e mia fortezza… nel quale confido” (v. 2). La Tentatore cita i vv. 11-12 svincolandoli dal contesto. E suggerisce di affrontare gli eventi della vita non riponendo la fiducia in Dio, ma mettendolo alla prova, piegare Dio a sé, tirarlo per la giacca.

- La terza tentazione – quella del potere - riguarda il rapporto con gli uomini. Anziché vivere la fraternità e il servizio, la tentazione suggerisce la propria realizzazione nell’autoaffermazione sugli altri.

Si noti, infine, che qui non si parla del quarto rapporto che l’uomo ha: quello con se stesso. Però questo è implicato quando l’uomo acconsente alle tre tentazioni. Allora – come già è accaduto ai progenitori – si accorge di “essere nudo”; ossia sperimenta una disarmonia interiore più o meno grande. La luccicante promessa di pienezza interiore delle tentazioni si è rivelata un inganno; Gesù, invece, è colui che, Risorto, ci dà la pace, la sua pace, la sua grazia, il suo amore. Ci chiede però di seguirlo nella via della sobrietà (e della povertà) nell’uso dei beni, nella fraternità e nel servizio, mettendo sempre Dio e la sua volontà al primo posto, confidando in ogni evento della vita nella bontà del Padre.

In questo episodio Gesù, respingendo decisamente le suggestioni del Tentatore, ribadisce la propria e ferma volontà di seguire la via stabilita dal Padre, anche se non coincide con le attese dei contemporanei. Riafferma la propria fedeltà al progetto divino, senza alcuna concessione a deviazioni lungo le scorciatoie del successo e della popolarità.

Gesù ci ricorda che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Ossia, che l’uomo è più dello stomaco e anche del portafogli. Che i suoi orizzonti non possono essere confiscati dalla ricerca esclusiva del benessere economico, del piacere. Che l’uomo è su questa terra non soltanto per produrre, consumare, accumulare, fare carriera. Che deve imparare ad aver fame e sete di Dio: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia; tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Non ci può essere ansia per le cose del mondo, che cosa mangiare, come vestire ecc... Tali ansie sono pagane, il Padre sa di cosa abbiamo bisogno. In questa prospettiva – senza contraddirsi – capiamo perché Gesù compirà il segno della moltiplicazione dei pani: lì c’era la ricerca di Dio, della sua parola, del giusto orientamento di tutta la vita; il pane viene inoltre implorato da Dio; infine c’era la disponibilità reciproca a condividere.

Gesù ci ricorda che “sta scritto…: Non tentare il Signore Dio tuo”. Nel cammino quarantennale nel deserto Israele più volte si è ribellato contro Dio. L’uomo non può imporre le sue condizioni a Dio. Per questo la strada della fede passa anche attraverso i silenzi di Dio, il buio, il dubbio, le contraddizioni. La fede non si nutre di miracoli, ma di pazienza, attesa, coraggio.

Ci ricorda, infine, che “sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto”. Ossia, bisogna disfarsi degli idoli – e quindi anche dell’idea di cambiare il mondo nella logica di questo mondo -, centrare la propria vita su Dio ed imitare il suo “stile” di agire nel mondo, che è lo stile dell’amore, del servizio. Chi usa la logica del mondo cade nell’inganno di Satana.

 

Il gioco incrociato delle citazioni bibliche

Il racconto delle tentazioni è intessuto di citazioni bibliche. L’ordine di queste citazioni, però, non è evidente. La cosa che sorprende di più è che le citazioni del Deuteronomio seguono l’ordine inverso della loro apparizione nel libro. Gesù cita Dt 8,3 prima di Dt 6,16, e Dt 6,16 prima di Dt 6,13. Perché questa strana sequenza?

La soluzione di questo problema è relativamente semplice. Basta chiedersi a quale episodio della storia d’Israele rinvia ogni citazione del Deuteronomio. La prima, Dt 8,3, rimanda all’episodio del dono della manna, raccontato in Es 16. Il secondo, Dt 6,16, evoca Es 17,17, il racconto del dono dell’acqua che sgorga dalla roccia. Questo episodio è interpretato come il momento nel quale Israele «tenta» il suo Dio (Es 17,2.7). Infine, Dt 6,13 si riallaccia ad Es 32, la storia del vitello d’oro.

In riassunto, abbiamo:

Dt 8,3                        Dt 6,16                    Dt 6,13

Es 16                         Es 17                       Es 32

manna              acqua dalla roccia         vitello d'oro

Gesù, dunque, rifiuta le tre tentazioni principali del popolo nel deserto alle quali ha ceduto: la mancanza di pane (Es 16), la mancanza d’acqua (Es 17) e la mancanza di Dio (il «Dio lontano» e il Dio vicino») (Es 32). In Gesù Cristo, anche Israele riesce finalmente a vincere il suo «nemico».

 

Un'esperienza probabilmente solo interiore

Per tutta la vita Gesù dovrà far fronte agli assalti della logica satanica: qui il redattore matteano ci racconta questa tentazione che Gesù ha subìto con categorie espressive che erano familiari all'esperienza culturale giudaica e cristiana delle origini. Nulla può assicurare che i fatti raccontati in questo episodio si siano svolti come la tradizione sinottica li presenta. «Che si tratti di un linguaggio letterario è piuttosto evidente, vista l'inverosimiglianza di vari aspetti del racconto, se esso è inteso in senso cronachistico. Qualche esempio: mostrare contemporaneamente “tutti i regni del mondo” è fisicamente impossibile a meno di far sfilare una serie di scene. E questo non è il solo aspetto irrealistico: si pensi agli spostamenti prodigiosi cui il diavolo sottopone Gesù. Queste vicende sono vissute probabilmente a livello interiore più che fisico-esteriore»[4]. Capiamo allora che in tutta la sua vita Gesù ha dovuto continuamente “vincere” queste tentazioni, ossia: il netto rifiuto nei confronti di ogni richiesta di “segni” che non fossero altro che prodigi e dimostrazione di sé; il costante conflitto con satana nel quale Gesù si trovò impegnato per la sua missione redentrice; la volontà di purificare in tutti i modi le speranze messianiche dei discepoli. Gesù sa di essere figlio di un Padre che gli ha garantito amore e reputa del tutto ovvio porsi sulla sua stessa lunghezza d'onda. In questo modo dà prova della propria identità di Figlio.

 

Agere contra

Se Cristo ha vinto le tentazioni, anche noi, alla luce del Vangelo (“pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” e contando sulla grazia che abbiamo come figli, possiamo, senza tentennamenti, vincere le tentazioni, rispondendo con determinazione: “Sta scritto…”. Fermezza e costanza, fedeltà e perseveranza sono indubbie virtù evangeliche. E a volte l’esercizio di queste virtù richiede eroismo.

Addirittura, come ci suggerisce sant’Ignazio di Loyola, possiamo sbaragliare il Tentatore agendo in modo opposto alla tentazione. Se, infatti, in diametrale opposizione alle intenzioni di Dio, che sempre opera per la nostra eterna salvezza, il diavolo, nella sua “dannata malizia” ha una sola “dannata intenzione” (EE 325), quella della nostra perdizione, agendo in senso diametralmente opposto alla tentazione – agendo cioè nella direzione opposta alla direzione che egli vorrebbe imprimere a noi con le sue insinuazioni - compiamo l’intenzione divina e sbaragliamo e umiliamo il Tentatore.

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[1] Alcuni testi biblici descrivono il deserto come luogo della morte: si vedano Dt 8,15-16; 32,10-12; Ger 2,6. Sul deserto, regno dei demoni, si vedano Lv 17,7; Is 13,21; 34,14. Si tratta comunque di una credenza popolare diffusa in quest’epoca.

[2] J. Ratzinger, Gesù di Nazareth, Rizzoli, Milano 2007, 54.

[3] La tradizione religiosa diceva che il Messia, quando apparirà, apparirà sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento prodigioso, straordinario da parte di Dio.

[4] E. Borghi, Il cuore della giustizia. Vivere il vangelo secondo Matteo, Paoline, Milano 2001, 66.

Centralità teologica di Gesù

La storia di Gesù in Matteo è presentata come un viaggio. L’evangelista, riprendendo la vita di Mosé, trova, a partire da essa, l'interpretazione dell'intero avvenimento. “Egli vede la chiave per la comprensione nella parola del profeta: 'Dall'Egitto ho chiamato mio figlio' (Os 11,1). Osea racconta la storia di Israele come una storia d'amore tra Dio e il suo popolo. L'attenzione premurosa di Dio verso Israele, tuttavia, qui non viene illustrata con l'immagine dell'amore sponsale, ma con quella dell'amore dei genitori. Per questo Israele riceve anche il titolo di “figlio” nel senso di una figliolanza di adozione. L'atto fondamentale dell'amore paterno è la liberazione del figlio dall'Egitto. Per Matteo, il profeta qui parla di Cristo: Egli è il vero Figlio. È lui che il Padre ama e che chiama dall'Egitto.

Per l'evangelista, la storia di Israele ricomincia da capo e in modo nuovo con il ritorno di Gesù dall'Egitto alla Terra Santa. Certo, il primo appello al ritorno dal Paese della schiavitù era, sotto molti aspetti, fallito. In Osea la risposta alla chiamata del Padre è un allontanarsi da parte dei chiamati: 'Più li chiamavo, più si allontanavano da me' (11,2). Questo allontanarsi di fronte alla chiamata alla liberazione conduce ad una nuova schiavitù: 'Deve ritornare all'Egitto, Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi' (11,5). Così Israele, per così dire, continua ad essere ancora e sempre di nuovo in Egitto. Con la fuga in Egitto e con il suo ritorno nella Terra promessa, Gesù dona l'esodo definitivo”[1]. È il definitivo Mosé che conduce alla libertà. Egli, che è il vero Figlio, riporta tutti noi dall'alienazione verso casa. Il male dell’uomo, dunque, non vanifica la promessa di Dio. Anzi, la realizza nel Giusto che non lo fa e lo porta su di sé, compiendo ogni giustizia (cfr. 3,15).

Il brano rappresenta anche la lotta tra il bene e il male, il dramma del giusto perseguitato dall'empio. Infatti da una parte c’è il re e dall’altra il bambino: il buono è perseguitato dal malvagio, il bene è perdente, il male sempre più forte. Ma alla fine vince l’innocente, proprio con il suo sangue. La storia, da vittoria dei potenti e massacro degli innocenti, diventa la storia del Figlio prediletto, che salva i fratelli che l’hanno venduto (cfr. Gen 50,20). Le macchinazioni del male, alla fine, senza saperlo eseguono ciò che la sua mano e la sua volontà aveva preordinato che avvenisse (At 4,28; Ap 17,17). Infatti a somiglianza di Israele Gesù sarà liberato dal suo esilio finale, cioè dalla morte in croce; è il Signore, il Risorto che riconduce non solo Israele ma tutti i popoli alla terra promessa. Dio è il Dio della storia: pur rispettando la nostra libertà, onora divinamente la sua!

Questo brano evangelico - letto nel contesto della festa della Santa Famiglia (domenica nell'ottav.a di Natale) - ci ricorda anzitutto questo: nelle famiglie cristiane deve rimanere al centro Cristo. Gesù è colui che salva la famiglia da ogni deriva di egoismo, di violenza, di divisione e, in positivo, rende possibile un vissuto familiare nel quale si manifesta la potenza dell'amore di Dio tra le persone che ne fanno parte. La famiglia ove regna Cristo è visibilità della presenza di Dio nella storia, è volto del Dio trinitario, è espressione della potenza del mistero pasquale. Se Dio c'è e agisce nella storia e nelle persone lo si dovrebbe vedere in modo evidente nel vissuto familiare, perché lì dove c'è l'amore - nelle sue diverse espressioni - c'è Dio. "L'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1Gv 4,7-8) 

 

Come accogliere il Signore? Preghiera e affidamento a Maria

Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe”. Ancora una volta l’angelo rivela la volontà divina a Giuseppe in sogno. Il sogno è simbolo della passività dell’uomo. È all’interno di essa che Giuseppe accoglie la rivelazione. Per noi credenti il luogo privilegiato per ascoltare la voce del Signore è la preghiera. È in essa che, spegnendo tutte le alte luci, tutti gli altri suggerimenti, ci poniamo in ascolto di ciò che il Signore vuole da noi, per seguire ciò che lui ci indica.

Inoltre il fatto che Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sia un sognatore, vuol dire che nella profondità del suo cuore puro egli ha lo spazio per accogliere i sogni di Dio. Qual è il sogno di Dio? Che Gesù salvi l’umanità, che Gesù possa liberare l’umanità dall’Egitto e condurla verso la vera terra promessa, la comunione con Dio, vivendo già da figli di Dio, e un giorno giungere alla patria celeste. Questo è il “sogno” che Dio realizzerà.

Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”. L’angelo nomina prima il bambino e poi sua madre. Maria qui è citata per ultima: lei è sempre al servizio di Gesù. E lo sarà per sempre: una maternità che si esprimerà nel diventare prima discepola di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,50), dirà Gesù al termine dell’episodio del ritrovamento al tempio, correggendo così il modo della  ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe, che; e, più avanti, Gesù ormai adulto dirà: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).  La sua maternità si estenderà, dopo la risurrezione, ad una maternità nuova, quella di generare nuovi figli alla fede, di generare il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Maria sarà sempre al servizio di questa vocazione. Accogliere Maria significa lasciarci guidare da lei ad accogliere Gesù. E ad imparare ad accoglierlo come (nella modalità che) ha fatto lei: nel riconoscimento della nostra piccolezza (umiltà), nel silenzio in cui risuona la parola, nel custodirla nel nostro cuore, nella fede e nella speranza, nella docilità allo Spirito Santo, nel generoso servizio ai fratelli ...

Erode vuole infatti cercare il bambino per ucciderlo”. Nell’anno 7 a.C., Erode aveva fatto giustiziare i suoi figli Alessandro e Aristobulo perché sentiva minacciato il proprio potere da loro. Nell’anno 4 a.C. aveva eliminato per lo stesso motivo anche il figlio Antipatro. Egli ragionava esclusivamente secondo le categorie del potere. La notizia di un pretendente al trono, appresa dai Magi, lo aveva allarmato.

Certamente, al di là del fatto storico, è interessante il paragone con la haggadah di Mosé. Quest’ultima racconta che esperti della Scrittura avevano predetto al re che in quell’epoca sarebbe dovuto nascere da stirpe ebrea un bambino che, una volta adulto, avrebbe distrutto il dominio degli Egizi e reso invece potenti gli Israeliti. In seguito a ciò, il re avrebbe ordinato di buttare nel fiume ed uccidere tutti i bambini ebrei subito dopo la nascita. Al padre di Mosé, però, sarebbe apparso Dio in sogno e avrebbe promesso di salvare il bambino[2]. Ancora una volta questa analogia – presa però dalla tradizione ebraica – illumina chi è Gesù: il nuovo e definitivo Mosé.

 

Fede di Giuseppe e di Maria

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto…” (v. 14). Nella notte Giuseppe si “alzò” ed esegue alla lettera la volontà divina. Non dice nulla. Esegue prontamente, così come già fece quando prese con sé Maria in Mt 1,24. In questo Giuseppe ci richiama la figura di Abramo, padre della fede, al quale Dio aveva detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). E il testo biblico continua: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…” (Gen 12,4). Non solo Abramo non dice una parola, esegue immediatamente ciò che Dio gli ha chiesto, e lo fa “come”, cioè nella “modalità”  che il Signore voleva, cioè come un distacco dalla casa di suo padre, una uscita da quella situazione di morte che regnava in quella famiglia. Similmente possiamo pensare che anche Giuseppe non solo obbedisce prontamente, ma lo fa nella modalità giusta, gradita al Signore: lo fa senza preoccuparsi di se stesso, al solo servizio di Gesù e di Maria. E quindi anche al servizio di quell’opera salvifica che si realizzerà in Gesù.

“… e sua madre”. Anche se qui non viene evidenziato alcun ruolo attivo di Maria (sembra semplicemente essere “presa” da Giuseppe), certamente ella non ha subito passivamente gli eventi, ma nella sua fede ha accolto anche questa fuga in Egitto come espressione di quella volontà divina che agisce nella storia per vie non immaginabili dall’uomo. Così lei, che ha accolto dalle parole dell’angelo la promessa che suo figlio “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signor Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33), continua a credere nonostante ora il futuro re deve essere salvato dall’ira del re Erode. Non ha nemmeno bisogno di chiedere: “Come avverrà questo?” (Lc 1,34), perché già l’angelo di Dio ha parlato in sogno a Giuseppe.

In Giuseppe e Maria contempliamo quindi la grande fede in Diofede come abbandono - che li ha sorretti in tutti gli eventi della loro vita. E non solo: la loro è una fede che cerca di comprendere il modo di agire divino, le vie ben diverse dalle vie degli uomini: è una fede illuminata. Già Giuseppe era stato presentato da Matteo come l’uomo “giusto” (1,19) che vive in intenso contatto con la Parola di Dio; che “nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1,2): e Maria, in Luca, è colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).

si rifugiò in Egitto”. Come già il Giuseppe sognatore, venduto dai fratelli, scese in Egitto, e da lì iniziò una storia di riconciliazione con i fratelli, così anche Giuseppe va in Egitto. Ma la riconciliazione vera tra i fratelli si avrà con Gesù, liberandoci dalla schiavitù del peccato.

L’Egitto, tra l’altro, è anche simbolo del disastro dell’esilio dovuto al peccato del popolo.

dall’Egitto chiamai mio figlio” (v. 15). In Gesù – come sopra detto – si realizza il nuovo e definitivo esodo. Ed è, allo stesso tempo, dopo l’esperienza dell’esilio, l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo: la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.

 

La Santa famiglia in Egitto, in un contesto culturale e religioso molto diverso

Se questo è il piano divino, certamente nella concretezza del vissuto familiare la permanenza in Egitto non deve essere stata facile per la sacra famiglia. Dovranno soggiornare per lungo tempo in un paese non solo culturalmente diverso, ma anche religiosamente politeista. In questo avvertiamo la santa famiglia molto vicina alla situazione scristianizzata e idolatrica che vivono le famiglie cristiane in Europa. Il fascino di una logica diversa da quella del vangelo, la cultura del permissivismo, l'idolo del denaro, ecc., sono una continua tentazione. Rimanere saldi nella fede, specie quando il cristiano è indicato come colui che vive un mondo ormai antiquato, sorpassato di gran lunga dal progresso e dallo sviluppo culturale, non è sempre facile. Si rischia l'emarginazione, se non forme di persecuzione non violenta, ma altrettanto penosa.

In Egitto Giuseppe dovrà cercare un impiego per poter sopravvivere insieme a Maria e al bambino. Se allora, al tempo di Mosé, gli ebrei in Egitto erano pastori – quindi possedevano armenti -, la sacra famiglia non possiede nulla, e in tutto deve confidare (sebbene non passivamente) nella provvidenza divina. Anche in questo sentiamo la sacra famiglia vicina a tante famiglie che oggi hanno un lavoro precario e fanno fatica ad andare avanti. 

dove rimase fino alla morte di Erode…”. I tre rimasero in Egitto fino alla morte di Erode, quindi fino a marzo-aprile del 4 a.C. Se Gesù nacque con tutta probabilità nel 7 a.C., ciò vuol dire che la sacra famiglia rimase in Egitto per almeno due anni e mezzo.

 

Il ritorno in terra d'Israele

Dopo il racconto della strage degli innocenti (Mt 2,16-18), ricompare con grande rilievo la figura di Giuseppe. Due volte riceve un ordine in sogno e, in questo modo, appare di nuovo come colui che ascolta ed è obbediente e, insieme, è anche deciso e giudiziosamente operativo. Prima gli viene detto che Erode è morto e che quindi per lui e per i suoi è arrivata l'ora del ritorno.

Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra di Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino” (v. 19). Queste parole riecheggiano un passaggio della storia di Mosé: “Il Signore disse a Mosé in Madian: ‘Va’, torna in Egitto, perché sono morti quanti cercavano la tua vita’ ” (Es 4,19). Ritorna qui, ancora una volta, i paragone della vita di Gesù con quella di Mosé.

Così egli “si alzò, prese il bambino e sua madre, ed entrò nella terra d'Israele” (2,21). Giuseppe viene a sapere che Archelao, il più crudele dei figli di Erode, regna in Giuda. Non può quindi essere lì – cioè Betlemme – il suo luogo di residenza della sua famiglia.

Avvertito poi in sogno…”. Giuseppe riceve nel sogno l'indicazione di andare in Galilea. Comincia qui la vita umile e ritirata nel quotidiano di Gesù, che durerà trent’anni.

“Appena giunto in Galilea andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: ‘Sarà chiamato Nazoreo’”. Ora non c’è nessun profeta e nessun passo dell’Antico Testamento che citi questa frase, né tantomeno che parli di Nàzaret. Matteo lo sa bene. E sa di dire la verità. Non dice infatti: “Ciò che fu detto dal profeta”, bensì “Ciò che fu detto dai profeti”.

Ma dove trova fondamento, nei profeti, questa parola di speranza? Secondo Ratzinger “esistono due linee principali di soluzione. La prima rimanda alla promessa della nascita del giudice Sansone. Di lui l'angelo, che annuncia la sua nascita, dice che sarebbe stato un 'nazireo', consacrato a Dio fin dal seno materno, e questo – come riferisce la madre – 'fino al giorno della sua morte' (Gdc 13,5-7). Contro questa derivazione etimologica della qualifica di Gesù come 'nazoreo' parla il fatto che Egli non ha corrisposto ai criteri del nazireo, menzionati nel libro dei Giudici, in particolare a quello del divieto dell'alcol. Egli non è stato un 'nazireo' nel senso classico della parola. Tale qualifica, però, vale per Lui, che era totalmente consacrato a Dio, consegnato in proprietà a Dio, dal seno materno fino alla morte, in un modo che supera di gran lunga esteriorità del genere. Se riandiamo a ciò che Luca dice sulla presentazione-consacrazione di Gesù, il 'primogenito', a Dio nel Tempio, o se teniamo presente come l'evangelista Giovanni mostri Gesù come Colui che viene totalmente dal Padre, vive di Lui ed è orientato verso di Lui, allora si rende visibile con straordinaria intensità come Gesù sia stato veramente un consacrato a Dio, dal seno materno fino alla morte in croce.

La seconda linea di interpretazione parte dal fatto che, nel nome 'nazoreo', si può sentire echeggiare anche la parola nezer che sta al centro di Is 11,1: 'Un germoglio (nezer) spunterà dal tronco di Iesse'. Questa parola profetica è da leggere nel contesto della trilogia messianica di Is 7 ('La vergine partorirà'), Is 9 (luce nelle tenebre, 'un bambino è nato per noi') e Is 11 ('il germoglio dal tronco, sul quale si poserà lo spirito del Signore). Poiché Matteo si riferisce esplicitamente a Is 7 e 9, è logico supporre in lui anche un accenno a Is 11. L'elemento particolare di questa promessa è il fatto che essa si riallaccia, al di là di Davide, al capostipite di Iesse. Dal tronco, apparentemente morto, Dio fa spuntare un nuovo germoglio: pone un nuovo inizio che, tuttavia, rimane in profonda continuità con la precedente storia della promessa. Come non pensare, in questo contesto, alla conclusione della genealogia di Gesù secondo Matteo – genealogia che, da una parte, è caratterizzata totalmente dalla continuità dell'agire salvifico di Dio e, dall'altra, alla fine si capovolge e parla di un inizio tutto nuovo, con cui Dio stesso interviene, donando una nascita che non proviene più da un 'generare' umano? Sì, possiamo supporre con buone ragioni che Matteo, nel nome di Nazareth, abbia sentito echeggiare la parola profetica del 'germoglio' (nezer) e nella qualifica di Gesù come 'nazoreo' abbia visto un accenno all'adempimento della promessa, secondo cui Dio, dal tronco morto di Isaia, avrebbe donato un nuovo virgulto, sul quale si sarebbe posato lo Spirito di Dio. Se aggiungiamo che, nell'iscrizione sulla Croce, Gesù è stato qualificato 'nazoreo' (ho Nazōraîos) (cfr. Gv 19,19), il titolo acquisisce il suo significato pieno: ciò che inizialmente, allude tuttavia contemporaneamente alla sua natura: Egli è il 'germoglio'; Egli è Colui che è totalmente consacrato a Dio, dal seno materno fino alla morte”[3].

A queste due interpretazioni ne aggiungiamo una terza, che mi sembra più appropriata. La parola “nazareno” deriverebbe dal verbo nesar, che significa “proclamare”, come si legge in Is 31,6: “Verrà il giorno in cui nosrim grideranno sulla montagna di Efraim: ‘Su, saliamo a Sion, andiamo dal Signore, nostro Dio” (Is 31,6). Perché ci sembra il senso più appropriato? Perché Gesù inizierà a proclamare il Vangelo proprio dalla Galilea. All’inizio del terzo capitolo l’evangelista Matteo ci dice che Gesù, dalla Galilea, va al Giordano da Giovanni Battista, per farsi battezzare. In seguito, dopo l’arresto di Giovanni, Gesù si ritira in Galilea e comincia a predicare da lì. Ed è proprio in questo contesto che Matteo (4,13) vede realizzata la profezia di Isaia 8,23-9,2 sulla grande luce che risplende sulla “Galilea delle genti”. Ed è da qui, la regione (la Galilea, che significa distretto, e ha, anche la stessa radice del verbo galah, che significa deportare, ridurre in schiavitù, da cui deriva galut, deportazione, esilio) che ha conosciuto per prima la deportazione, che Gesù inizia la sua missione, secondo la Scrittura. Per cui “sarà chiamato il Nazareno” equivarrebbe a “sarà chiamato il Galileo”, poiché la “Luce delle genti” avrebbe cominciato a brillare sulla “Galilea delle genti”.

 

Paternità di Giuseppe

Matteo, a differenza di Luca, non ci dice nulla della vita della sacra famiglia nei suoi lungi anni a Nazareth. Certamente in questa città di frontiera ricevette l'educazione umana e religiosa. Gesù, come tutti i bambini di allora, frequentò la sinagoga, dove imparò a leggere, a scrivere e a conoscere la Torah. Ma molto importante è stata anche l'educazione ricevuta dai genitori. Giuseppe è stato un vero e proprio padre per Gesù; è stato lui a comunicargli i valori che caratterizzavano la tradizione ebraica e che lui, uomo "giusto", viveva. Probabilmente certi valori che hanno caratterizzato la persona di Gesù adulto, come ad esempio la capacità di dimenticare se stesso per gli altri, l'onestà, la rettitudine, l'attenzione al povero e gli ultimi, l'allergia all'ipocrisia, ecc., li ha ricevuti fin da bambino da Giuseppe. Oggi, in un tempo di crisi della paternità, ricorrere a San Giuseppe può essere profiquo per tanti padri per riscoprire e vivere la bella, seppur impegnativa, vocazione che hanno ricevuto da colui che per primo è Padre!

 

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[1] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, Rizzoli, Milano 2012, p. 129.

[2] Ibid., pp. 127-128.

[3] Ibid, pp. 134-136.

 

In questa giornata di ritiro propongo la contemplazione del grande mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, e in particolare della Natività in Lc 2,1-20, alla luce del prologo di Giovanni.

Alla fine vi darò anche alcune indicazioni per l’interiorizzazione personale di questo mistero nella nostra vita.

 

La prospettiva dalla quale contemplare il mistero dell’Incarnazione: Gv 1,1-5.11-14

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (v. 1). La parola greca arké, più che indicare un inizio temporale, ha un valore cosmico e metafisico; è “il principio”, come riferimento all’inizio della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra»  (Gen 1,1). Questa espressione significa: prima del mondo, nel momento fontale che è Dio, accanto a Dio Padre c’è anche il Verbo (in greco Logos), cioè la Parola.

«tutto è stato fatto per mezzo di lui» (v. 3). Già nel primo racconto della creazione, che apre la Bibbia, Dio crea mediante la sua Parola, cioè il Figlio eterno. Qui si va oltre: quel «tutto» non ci si riferisce solo alle realtà del creato, ma abbraccia anche la storia: tutto, proprio tutto, tutto ciò che è avvenuto (la creazione e la storia) dipende dalla parola di Dio. Creazione e salvezza sono opera del Padre per mezzo del Logos.

Ora si precisa: questo Logos, che «è rivolto a Dio» (la traduzione della CEI è meno esatta) – espressione che indica che c’è un dialogo tra il Padre e il Figlio – si è rivelato, ha parlato, e ha parlato definitivamente in Gesù, il Verbo fatto carne. Per questo leggiamo nell’inno: «Ciò che è avvenuto in lui era vita» (vv. 3c-4a). Cioè ciò che è avvenuto nella storia, ciò che si è mostrato tramite lui, era la stessa vita di Dio che adesso è stata comunicata a noi.

Lentamente il ragionamento procede:

«e la vita era la luce degli uomini» (4b). Evidentemente il termine luce non è in senso naturale, ma in senso spirituale, è una metafora tradizionale che indica la rivelazione divina, l’illuminazione salvifica degli uomini. La rivelazione divina è la luce affinché gli uomini possano camminare nella via del bene, della vera realizzazione, della vita. Nell’Antico Testamento c’è una stretta connessione tra la parola di Dio e la luce. Dice ad esempio un versetto del Salmo 119: «La tua parola è lampada ai miei passi, luce sul mio cammino».

«E la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta». Qui per «tenebre» si intende mondo perverso, il mondo del peccato, includendo il potere satanico che si oppone a Dio e al suo progetto di salvezza. La Rivelazione, dunque, vuole squarciare le tenebre – quelle che avvolgono l’uomo e quelle interiori – affinché l’uomo venga alla luce, accolga la rivelazione, cammini nella via della vita. Ma c’è una resistenza, ed addirittura un’opposizione. Si allude qui al mistero pasquale: le tenebre sembrano aver vinto, il male sembra trionfante; in realtà con la risurrezione trionfa la vita, trionfa la luce. Il peccato è già sconfitto sebbene continui storicamente ad opporsi alla luce, alla vita, all’opera di Cristo.

«Era nel mondo… eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (vv. 10-11). Qui per «mondo» e per «i suoi» si intende concretamente quegli uomini che, accecati dal peccato, non lo hanno accolto. È la volontà consapevole di non accoglienza della luce, della rivelazione, dell’offerta di salvezza.

«A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Il potere che viene donato è quello di diventare figli di Dio. Lo siamo già per il battesimo, ma dobbiamo diventarlo in maniera esistenziale. Tutto il nostro cammino spirituale è teso a vivere giorno per giorno tale figliolanza.

«E il Logos divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (v. 14a). È il mistero dell’Incarnazione. Letteralmente bisognerebbe tradurre: «e piantò la sua tenda in mezzo a noi». La carne del Logos, cioè la sua umanità, è la tenda di Dio con gli uomini. Quella tenda del convegno, luogo della presenza divina, che accompagnava il popolo nel cammino nel deserto è prefigurazione della vera tenda che ci accompagna nel nostro cammino.

«E noi contemplammo la sua gloria» (v. 14c). C’è un “noi”: sono coloro – i discepoli di Gesù, i testimoni oculari – che hanno contemplato la sua gloria. La “gloria” (kabod, peso) di Dio è il suo agire salvifico a nostro favore. È il “peso” del suo impegno di offrirci la luce e la salvezza in Cristo, nonostante tutte le resistenze e il peccato. Anche noi in questa giornata di ritiro vogliamo contemplare questa gloria. Contemplare come Dio ci salva in Cristo. Quel “come” indica sia la fedeltà di Dio, che continua la sua opera nonostante l’opposizione delle “tenebre” che talvolta ci sono anche in noi; ed indica anche la modalità divina, così diversa dalle modalità umanamente concepibili («le vostre vie non sono le mie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri»: Is 55,8-9) nel realizzare la salvezza, che possiamo cogliere nel ricco simbolismo del racconto della Natività (Lc 2,1-20).

 

La Natività (Lc 2,1-7)

Nei vv. 1-5 Luca si premura di collocare Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Gesù, dunque, non è nato nell'imprecisato “una volta” del mito. Egli appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato. “La fede è legata a questa realtà concreta, anche se poi, in virtù della Risurrezione, lo spazio temporale e geografico viene superato e il “precedere in Galilea” (cfr. Mt 28,7) da parte del Signore introduce nella vastità aperta dell'intera umanità (cfr. Mt 28,16ss)”[1].

In Luca, inoltre, questo riferimento storico ha anche una valenza teologica. Infatti si legge: «... Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra» (v. 1). Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato (οἰκουμένην). Tutto il potere è incentrato su di lui, ignorando che quel che è al di fuori della sua presa. Di fronte a questa volontà di dominio “universale” da parte di Cesare Augusto, nella storia, un universale portatore di salvezza (Gesù) può entrare nel mondo.

Si noti che la presentazione che Luca fa di Cesare Augusto non è affatto una manomissione storica in vista del significato teologico. Infatti l'epigrafe di Pirene risalente all'anno 9 a.C. ci fa capire come Augusto voleva essere visto e compreso: il mondo intero sarebbe andato in rovina senza di lui; “La provvidenza – si legge in tale stele – che divinamente dispone la nostra vita ha colmato quest'uomo, per la salvezza degli uomini, di tali doni da mandarlo a noi e alle generazioni future come salvatore (sōtér)”[2]. Dunque Augusto si ritiene un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto o il bambino che nasce a Betlemme?

C'è poi un particolare molto significativo: «il “salvatore” ha portato al  mondo soprattutto la pace. Egli stesso ha fatto rappresentare questa sua missione di portatore di pace in forma monumentale e per tutti i tempi nell'Ara Pacis Augusti... »[3]. In effetti Cesare Augusto col suo dominio ha pacificato l'impero che ha conosciuto sicurezza giuridica e benessere per circa duecentocinquanta anni. Ma si tratta della pax romana basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere. La storia dell'umanità è una storia di violenza a causa del peccato. Basti leggere le prime pagine della Genesi per constatare che dal primo peccato c'è stato un proliferare del male a tal punto che tutta la terra “era piena di violenza” (Gen 6,13); il racconto eziologico del diluvio esprime come l'uomo nella storia distrugge se stesso a causa della violenza. Tutta la storia d'Israele sarà intrisa dalla violenza. E Dio, che viene a stringere un'alleanza con il suo popolo e le rimane fedele nonostante il peccato, è disposto ad accogliere anche le immagini che l'uomo violento ha proiettato in lui: quella di un Dio violento, che castiga e punisce duramente – anche utilizzando come strumento la guerra - Israele infedele per richiamarlo alla fedeltà all'alleanza. Oltre a portare la vera pace sulla terra – quella che proclamano gli angeli al v. 14 – Gesù ci rivela anche il vero volto di Dio.

«Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio» (v. 2). Probabilmente Giuseppe disponeva una proprietà terriera a Betlemme così che, per la riscossione delle imposte, doveva recarsi lì. Ma c’è anche una seconda interpretazione, quella dell’esegeta Claudio Doglio: Giuseppe va a farsi registrare a Betlemme, cioè al suo paese di origine, perché non vuole risultare residente a Nazareth. Perché? Perché egli si è dissociato da quei fanatici di Betlemme – di discendenza davidica – che più volte hanno cercato di insorgere contro il regnante di turno – al suo tempo Erode – per instaurare sul trono un discendente di Davide. Giuseppe per proteggere la sua famiglia avrebbe allora deciso di non abitare a Betlemme, e così si era trasferito da Nàzareth. Va allora a Betlemme perché nel censimento non vuole risultare dove di fatto abita, ma dove dovrebbe essere.

«Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nàzaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme» (v. 3). Il viaggio che Giuseppe, qui presentato con il ruolo di figlio di Davide, e quindi portatore della promessa messianica, “sale” in Giudea, per raggiungere la “sua” città (cfr. v. 3)[4]. E' quindi un viaggio in “salita”: da Nazareth (luogo basso), punto di partenza, egli sale in direzione di Gerusalemme (luogo alto per la sua altezza e per la sua importanza di capitale e di unico luogo di culto). Si tratta della seconda delle quattro salite che punteggiano i primi due capitoli di Luca: la visitazione (nelle colline di Giuda), la salita di Giuseppe con Maria incinta, le due salite a Gerusalemme (quella circoncisione al Tempio e, 33 giorni dopo, la presentazione di Gesù) che chiuderanno il vangelo dell'infanzia (cfr. 2,21-52). E infine ci sarà la definitiva salita: quella di Gesù verso Gerusalemme, che inizia da quando egli rese duro il volto verso la città santa (cfr. Lc 9,51)[5], cioè decise di intraprendere quel lungo viaggio che lo porterà sulla croce.

Giuseppe sale per raggiungere “la sua città”. L'espressione «città di Davide» è strana, perché la locuzione, usata una cinquantina di volte nella Sacra Scrittura, indica Gerusalemme, la capitale. Luca elimina subito l'ambiguità precisando: «chiamata Betlemme». Evidentemente mediante l'uso di tale locuzione l'evangelista ci dà un messaggio teologico: Gesù è collegato alle umili origini di Davide a Betlemme piuttosto che alla gloria regale di Gerusalemme; la povertà nella quale nasce è segno di una regalità che assume i tratti della povertà – quella assunta per amore dell'umanità[6] -, e del servizio (quello di essere pastore – come lo aveva fatto il giovane Davide prima dell’elevazione alla regalità - che dà la vita per le pecore), a differenza dei re di questo mondo (e di Davide stesso).

Con questa salita a Betlemme si avvera la profezia di Michea: «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele» (Mi 5,1). E' vero che Luca non cita espressamente tale profeta, ma l'abbondanza di termini e temi comuni esprime un chiaro riferimento dell'evangelista ad essa.

Giuseppe, dunque, sale «con Maria sua sposa che era incinta» (v. 5). Giuseppe è congiunto a Maria, congiunto al Messia in gestazione. Il censimento riguarderà dunque due persone e ben presto tre, cioè anche il bambino Gesù che nascerà a Betlemme. Vediamo così compiersi il programma, che era stato posto nell'annuncio dell'angelo a Maria: «Il Signore gli darà il trono di Davide, suo padre» (1,32). Questo oracolo era un'eco della profezia messianica di Natan (2Sam 7,12-17). L'ironia del racconto sta nel fatto che il censimento, cui Gesù si sottomette passivamente (“per essere censito”: 2,5), manifesta la sua qualifica regale e sovrana di Messia. Dio si serve del potere cieco di Augusto (grande manipolatore delle popolazioni) per autenticare il Re-Messia. Luca non aveva fino ad ora manifestato in che modo Gesù, che era figlio di Giuseppe (in senso “legale”, come invece ben ci dice Matteo in 1,18-25), poteva ben meritare il titolo di figlio di Davide. Ma ora la cosa è chiara[7]. Egli sarà il re davidico «il cui regno non avrà fine» (Lc 1,33).

Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché «non c’era posto per loro ἐν τῷ καταλύματι» (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Anzitutto è da escludere l'albergo: infatti per parlare d'un albergo o locanda dove si paga Luca adopera il termine πανδοχεῖον (cfr. Lc 10,34). Cos'è allora? Si tratta della sala ospitale di soggiorno, la “camera alta”, quella che sarà prestata anche per l'ultima cena (anche Lc 22,11 è un katalyma). Probabilmente la casa (in Mt 2,11 dove si dice espressamente che  i magi entrano nella «casa») è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria[8]; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino[9]. Ciò spiegherebbe la presenza della mangiatoia.

C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?

Si noti che, sebbene non c'è stato un rifiuto esplicito da parte dei parenti di Giuseppe, questa nascita in questo luogo umile viene letta come una prefigurazione del futuro di Gesù. “La meditazione, nella fede, di tali parole ha trovato in questa affermazione un parallelismo interiore con la parola, ricca di contenuto profondo, del Prologo di Giovanni che già abbiamo sopra citato: «Venne fra i suoi, e i suoi non l'hanno accolto» (Gv 1,11). Per il Salvatore del mondo, per Colui, in vista del quale tutte le cose sono state create (cfr. Col 1,16), non c'è posto. «Le volpi hanno le loro tane egli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Colui che è stato crocifisso fuori della porta della città (cfr. Eb 13,12) è anche nato fuori della porta della città.

Questo deve farci pensare, deve rimandarci al rovesciamento di valori che vi è nella figura di Gesù Cristo, nel suo messaggio. Fin dalla nascita Egli non appartiene a quell'ambiente che, secondo il mondo, è importante e potente. Ma proprio quest'uomo irrilevante e senza potere si svela come il veramente Potente, come Colui dal quale, alla fine, dipende tutto”[10].

Si noti anche che Gesù viene posto «in una mangiatoia». Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.

Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Nasce là dove c'è la casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona.

Si noti, infine, ad  una lettura attenta, lo stretto parallelismo tra la nascita di Gesù e la sua morte. A Gesù morto viene prestata una tomba, come alla nascita viene offerto a Gesù un luogo provvisorio. Con l’oscurità Gesù viene deposto nel sepolcro e nell’oscurità (cfr. il v. 8) Gesù nasce. Gesù viene “avvolto” e “deposto” nel sepolcro (Lc 23,53) e alla nascita Gesù viene “avvolto” e “deposto” nella mangiatoia[11]. Il Signore, dunque, nasce per morire: nelle pieghe del racconto della nascita il credente già legge la morte in croce del Messia. Se, dunque, Gesù muore per amore nostro (cfr. Rm 5,8: «Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»), per amore nostro il Verbo di Dio si è incarnato[12]. Ma, allo stesso tempo, il credente vede anche la Risurrezione: Maria «partorì il suo figlio primogenito» (v. 7): egli viene chiamato “primogenito” (e non “unigenito”, né tanto meno βρέφος, cioè “infante” o “bambino”, come invece si legge in 2,12.16) perché egli è il primo di una moltitudine di figli[13]. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, per mezzo del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio.

Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato: Cristo viene chiamato il «primogenito di tutta la creazione» (1,15) e il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (1,18). «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui» (1,16). «Egli è principio» (1,18). Il concetto della primogenitura acquisisce una dimensione cosmica: egli è principio e termine della nuova creazione, che ha preso inizio con la Risurrezione.

Infine “la mangiatoia rimanda – come abbiamo detto – agli animali, per i quali essa è il luogo del nutrimento. Nel Vangelo non si parla qui di animali. Ma la meditazione guidata dalla fede, leggendo l'Antico e il Nuovo Testamento collegati tra loro, ha ben presto colmato questa lacuna, rinviando a Is 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende». Peter Stuhlmacher annota che probabilmente anche la versione greca di Ab 3,2 ebbe un certo influsso: «In mezzo ai due esseri viventi […] tu sarai conosciuto, quando sarà venuto il tempo, tu apparirai». Con i due esseri viventi si intendono evidentemente i due cherubini che, secondo Es 25,18-20, sul coperchio dell'arca dell'alleanza indicano e insieme nascondono la misteriosa presenza di Dio. Così la mangiatoia diventerebbe in certo qual modo l'arca dell'alleanza, in cui Dio, misteriosamente custodito, è in mezzo agli uomini, e davanti alla quale per “il bue e l'asino”, per l'umanità composta di Giudei e gentili, è giunta l'ora della conoscenza di Dio. Nella singolare connessione tra Is 1,3; Ab 3,2; Es 25,18-20 e la mangiatoia appaiono quindi i due animali come rappresentazione dell'umanità, di per sé prima di comprensione, che, davanti al Bambino, davanti all'umile comparsa di Dio nella stalla, arriva alla conoscenza e, nella povertà di tale nascita, riceve l'epifania che ora a tutti insegna a vedere»[14].

 

 Alcune indicazioni per l’interiorizzazione personale del mistero

Come accogliere questo mistero, questa rivelazione della gloria di Dio che anche i pastori, accorsi al luogo della natività, in seguito alla apparizione dell’angelo e alla moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio (cfr. Lc 2,13-14), hanno contemplato? Come lasciarci coinvolgere da questa gloria?

Santa Teresa del Bambin Gesù ci indica una strada, o meglio, un atteggiamento interiore molto importante: l'umiltà. Chi non è  umile - umiltà e verità vanno insieme: è presente in chi accetta il proprio “nulla” di fronte a Dio, ed è paziente con le proprie imperfezioni - non può incrociare lo sguardo di Cristo, che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo…» (Fil 2,6-7); solo l’umile – che riconosce che tutto ha ricevuto da Dio e che tutto gli appartiene - può mettersi al suo livello e incontrarlo. Chi ancora di sente sicuro di sé, chi è superbo di quello che è - e se lo è  davvero è solo per grazia - o si vanta di quello che crede  di avere; chi è egocentrico, e quindi incapace di amare, non incontra Cristo e non accoglie il suo amore. Per vederlo è necessario scendere dai nostri piedistalli, e prostraci davanti a lui. È necessario farci «piccoli», di quella piccolezza che in realtà è la vera grandezza. Piccoli accettando con pazienza le proprie povertà – chi non le accetta si spazientisce, si arrabbia, perché ciò contrasta con l’immagine “grande” che ha di sé –, anzi amandola: «Quello che piace a lui è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la cieca speranza che ho nella sua misericordia… Ecco il mio solo tesoro» (LT 197, OC, 538-539). Non si tratta, ovviamente, di rassegnarsi alle nostre povertà, non significa non impegnarsi a migliorare per quanto possibile, a crescere in virtù; significa semplicemente che alcune povertà ci accompagneranno sempre. E dobbiamo accettarle con umiltà: «Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9).

Ci sono occasioni che ci provocano a non reagire, ma a rimanere nella piccolezza. È ciò che anche Teresa ha fatto: che riceva lodi o rimproveri, si conosce abbastanza per accettarsi così com’è, cosa che diverse persone non riescono a fare, perché hanno un’immagine idealizzata di se stesse e si angosciano all’idea di quello che gli altri possono pensare di loro.

Anzi, Teresa desidera essere sempre più piccola: non solo come accettazione delle proprie debolezze, che diventavano per lei il luogo della comunicazione con Gesù, che la istruiva con il suo amore, ma anche piccola di fronte al mondo: non calcolata, dimenticata… importante solo agli occhi del Signore che si piega sugli umili e li innalza e – come canta Maria nel Magnificat – disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (cfr. Lc 1,51-52); atteggiamento in totale opposizione con quanto i “grandi” invece desiderano…

Il rischio è che continuiamo a guardare con distacco – o al massimo con un certo “romanticismo” - il mistero dell'incarnazione, senza in realtà lasciarci coinvolgere da esso. E allora passa un altro Natale senza che cambi niente, che cambi la mia vita, e perdo un'occasione preziosa! Facciamo verità davanti al Verbo incarnato. A lui che si è fatto povero, presento la mia povertà esistenziale... «Riconoscere la nostra imperfezione significa situarci nella verità profonda del nostro essere, dunque nell’umiltà e, a partire da questa verità, offrirci al fuoco trasformante della misericordia divina: “Se qualche volta cado per debolezza – scrive Teresa di Lisieux – il tuo sguardo divino purifichi subito la mia anima, consumando tutte le mie imperfezioni, come il fuoco che trasforma ogni cosa in se stesso” (Pre 6, OC, 942)»[15].

Si noti che chi si sente amato da Gesù con le proprie imperfezioni diventa anche capace di amare e sopportare anche le imperfezioni altrui. Diventa capace di un autentico amore fraterno. Riflettendo sul comandamento nuovo dato da Gesù nell’ultima cena, Teresa si chiede come Gesù ha amato i suoi discepoli e perché li ha amati. Egli – scrive Teresa - «non parla più di amare il prossimo come se stessi, ma di amarlo come lui, Gesù, l’ha amato, come lo amerà fino alla fine dei secoli…» (Ms C, SA, 261).

Ricordiamo che il Natale del 1886 è stato un evento di grazia per Teresa. Ella scrive: «Fu necessario che il Buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi crescere in un attimo» (Ms A, SA, 123). Teresa descrive così questa esperienza di fede, che appartiene al mistero della sua maturazione umana e spirituale: «Sentii la carità entrare nel mio cuore, il bisogno di dimenticare me stessa per far piacere e da allora fui felice!...» (Ms A, SA, 124-125).

Con l’augurio che questo Natale sia una grazia per tutti voi!

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[1] J. Ratzinger (Benedetto XVI), L'infanzia di Gesù, Rizzoli, Milano 2012, 77.

[2] Ibid., 72.

[3] Ibid., 73-74.

[4]  Al v. 3, infatti, si dice che la regola generale del censimento è che «andarono tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città». Questo aggettivo possessivo (“sua città”) è in apparente contraddizione con 1,27 e soprattutto 2,39, ove Nazareth è indicata come la città dei genitori di Gesù: “loro città”. Evidentemente questa “sua” sottolinea che Betlemme è il luogo di origine e di discendenza di Giuseppe. Quindi l'evangelista insiste sul fatto che Giuseppe è figlio di Davide.

[5] L’espressione «indurì il volto» indica la decisione ferma di Gesù, la direzione precisa del suo cammino.

[6]  Scrive Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9; cfr. anche Fil 2,6-8).

[7]  Cfr. R. Laurentin, I Vangeli dell’infanzia di Cristo. La verità del Natale al di là dei miti, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1985, 244-245.

[8] Nella casa-grotta il vano principale – quello del soggiorno – è la prima parte della grotta, l'ambiente più ampio; più in fondo della grotta c'era invece  normalmente la stalla.

[9]  Nella regione intorno a Betlemme si usano da sempre grotte come stalla.

[10] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 80.

[11]  Inoltre vediamo un parallelo tra Lc 2,16 (i pastori «vennero in fretta e trovarono il bambino») e 24,3.12 (Pietro... corse»; le donne «non trovarono il corpo del Signore Gesù»).

[12]  Possiamo qui intravvedere anche in riferimento eucaristico. Etimologicamente  “Betlemme”, ove Gesù nasce, significa  “la casa del pane”. Ecco dunque l’allusione forte con l’Eucaristia: Gesù, posto in quella mangiatoia, si offre come cibo, perché possiamo nutrirci di Lui. Gesù è il pane degli angeli, il cibo disceso dal cielo, che dà vita... E dobbiamo nutrirci all’unica mensa come fratelli... come famiglia!

[13]  Proprio per sottolineare questo Luca usa l'articolo determinativo: τὸν πρωτότοκον.

[14]  J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 82-83.

[15] J. Gauthier, La grandezza della piccolezza. La spiritualità di Teresa di Lisieux, Paoline, Milano 2014, 40-41.

 

I racconti della creazione del libro della Genesi (capp. 1 e 2) fanno parte del un grande affresco dei capitoli 1-11, nel quale sono rintracciabili le costanti del nostro mondo storico, della situazione permanente della terra e della nostra umanità. Due componenti radicalmente opposte tra loro confluiscono in questo affresco: prima di tutto, la rettitudine («tzedagah» = giustizia) della creazione, prodotta dall’iniziativa di Dio fin dal «principio», e in secondo luogo l’inquinamento della stessa creazione, prodotto dalla disobbedienza della libertà creata, che riduce in schiavitù tutto il creato, fin da «un principio» (1Gv 3,8; cf. Rm 8,19-23;11,32; Gal 3,22; ecc.). In questo articolo ci soffermeremo sulla prima parte, quella positiva: la Creazione.

 

La creazione come parola di salvezza

Ci possiamo chiedere perché i racconti della creazione sono stati volutamente posti all’inizio della Bibbia. Sappiamo, infatti, che il primo racconto – secondo la teoria delle fonti – apparterebbe alla tradizione sacerdotale, e quindi è un testo molto recente (di epoca post-esilica) rispetto ad altri testi, mentre il secondo racconto è più antico, datato all’epoca monarchica (tradizione Jahvista). La risposta è semplice: si tratta di una parola di salvezza, come lo è ogni pagina biblica. Questo lo si comprende precisando quando e come i maestri d’Israele sono pervenuti alla sua formulazione: non per via teoretica, che si interroga sulla struttura del reale, bensì per via traumatica, cioè nel momento della storia di Israele che coincide con la distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C. ad opera di Nabucodonosor, e quindi in momento nel quale tutti i punti di riferimento sono venuti meno. Lungi dal rinnegare il Dio dell’esodo, Israele non solo ha riaffermato e radicalizzato la sua esperienza del Dio dell’esodo, ma l’ha universalizzata, giungendo all’affermazione paradossale che il Dio di Israele, lungi dall’essere stato sconfitto dal dio dei Babilonesi, come voleva la logica del tempo secondo la quale la sconfitta di un popolo coincideva con la sconfitta del suo dio, è il Dio di tutte le genti e della stessa potenza babilonese responsabile della distruzione di Gerusalemme. È questa la ragione per la quale il racconto della storia di Israele si apre con il racconto della creazione che, ultimo nell’ordine inventivo, è diventato primo nell’ordine espositivo.

In questo senso il racconto della creazione è un annuncio di salvezza. Agli esiliati tentati di pensare che, con la deportazione e l’esilio, Dio si era dimenticato del suo popolo, il profeta Isaia annuncia una parola di consolazione (capp. 40-55), dichiarando l’insostenibilità di questo modo di pensare: lungi dall’essere il segno della sconfitta di Dio e del fallimento di Israele che in lui aveva riposto la sua fiducia, la vittoria dei Babilonesi rientra essa stessa nel suo disegno perché egli – il Dio di Israele – è il signore che domina incontrastato su tutti i popoli e sulle cose stesse del mondo. Se signore di tutti e di tutto, Dio non si è dimenticato di Israele ma continua a stare al suo fianco, come ha fatto con la liberazione dall’Egitto e la traversata nel deserto, esigendo da lui, come sempre, la fede fiduciale e l’obbedienza operante. Affermazione della signoria universale di Dio, la creazione biblica è affermazione che, nel mondo, egli dispone amorevolmente di tutti e di tutto. La storia della salvezza non gli è sfuggita dalle sue mani, ma la governa secondo vie che solo lui conosce: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore» (Is 55,8).

Nella sua prima lettera Pietro, ai cristiani che soffrono ingiuste persecuzioni, scrive: «Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele (pistos ktistês) con il fare il bene» (1Pt 4,19)[1].

Memore di quanto Gesù ha fatto sulla croce, quando ha messo il suo spirito nelle mani del Padre (Lc 23,46), l’apostolo esorta i cristiani perseguitati a ispirarsi all’esempio del Pastore e Vescovo delle nostre vite (1Pt 2,21.25). Il Padre è, dunque, il Creatore fedele.

Infine nella sua fedeltà il Creatore porterà a compimento l’opera della creazione e della salvezza, che costituiscono un tutt’uno. Le Scritture parlano di «nuovi cieli e nuva terra»[2], di una “creazione nuova”.

L’escatologia è già iniziata con il mistero pasquale. Si comprende come Pietro possa dire che non c’è altro nome, al di fuori di Gesù, che sia dato agli uomini sotto il cielo, in cui sia posta la nostra salvezza (cfr. At 4,10-12). Il fatto che l’escatologia sia già iniziata, ma non ancora compiuta, condiziona ovviamente il nostro cammino, lo rende più faticoso, lo limita fra le lentezze, le incomprensioni e le sordità. Per noi, però, valgono le parole di Col 3,1-4:  «Se dunque siete risorti con Cristo (nella fede battesimale), cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alla cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria». Siamo perciò esortati a vivere il già dell’essere risorti con Cristo, anche se il compimento si avrà alla fine della storia, nell’escatologia.

 

Il creato bello e buono

Passiamo ora a contemplare come Dio crea; egli è colui che vuole sempre e solo il bene e il bello. Dalle sue mani può uscire solo bontà e bellezza.

a) Genesi 1,1-2,4a

• La prima e originaria componente del nostro mondo è l’iniziativa libera e gratuita di Dio, il quale ha creato e continua a creare il mondo bello e buono (= «tob»: Gen 1,4.10.12.18.21.25.31; cf. Es 2,2; At 7,20; Eb 11,23) e continua a mantenerlo nell’essere. • Agisce mediante lo Spirito Santo sul caos primordiale (thou whabou): “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (v. 2)[3]. È interessante l’arricchente traduzione che leggiamo nel targum di questo versetto (traduzione in aramaico del testo ebraico): “lo Spirito dell’amore dal volto di Dio soffiava sulle acque). Molto bella è anche la traduzione siriaca: “Lo Spirito di Dio covava sulle acque”; chiara allusione di una chioccia che cova le uova per esprimere l’idea che lo Spirito agisce sul thow whabou (rappresentato ciò che c’è all’interno dell’uovo fecondato) finché non prenda forma quell’opera meravigliosa e ordinata che è appunto la creazione.

È lo stesso Spirito che allude a una nuova creazione dopo il diluvio universale, il thow whabou dovuto al peccato dell’uomo (cfr. Gen 8,2).

È lo stesso Spirito che inaugurerà la storia della salvezza (senza lo Spirito Abramo non avrebbe potuto accogliere la chiamata di Dio e intraprendere il cammino dall’idolatria alla fede nel Dio che lo chiamava) e l’accompagnerà.

• La bellezza e bontà della creazione è il frutto di una duplice azione divina:

- quella di separare (o distinguere) un caos informe («tohu wa-bou»: Gen 1,2). Così Egli separa la luce dalle tenebre (v. 4), le acque che sono sopra il firmamento da quelle sotto il firmamento (v. 7); il mare dall’asciutto (vv. 9-10)

- quella di chiamare (per 7 volte) all’esistenza con la semplice sua parola.  – la luce («sia la luce»: v. 4), il firmamento («sia il firmamento»: v. 6), la vegetazione sulla terra (vv. 11-12), le luci nel cielo (sole e luna) e le stelle (v. 14), i pesci e gli uccelli (vv. 20-21), gli esseri viventi sulla terra secondo la loro specie (vv. 24-25) e, infine, l’uomo (vv. 26-27) – e dare dei nomi alle creature: «chiamò la luce giorno e le tenebre notte» (v. 4); «chiamò il firmamento cielo» (v. 8); «chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare» (v. 10). Il nominare non significa solo esercitare un potere sulle cose, ma dare loro senso, fissare il loro significato primigenio e rivelarlo pubblicamente). Fa le creature secondo la loro specie, assegna loro dei fini, le colloca nel creato, le distribuisce, ed esse prendono forma, rispondendo alla potenza della sua parola. Il passaggio dall’«insensato» al «sensato» è la condizione indispensabile per la bellezza del mondo. Il caos diventa cosmo.

• L’armonia della creazione è anche simboleggiata dall’idea che nei primi tre giorni della creazione (essa è scandita sull’asse temporale di 7 giorni) Dio crea, per così dire, le “tre stanze” dell’universo (esso infatti immaginato come un palazzo a tre piani), ossia (partendo dall’alto) il cielo, la terra e gli inferi, mentre già nel terzo giorno e nei seguenti Dio si dedica ad “abbellire” tali stanze con le creature che pone in esse, ciascuna al suo posto: nel cielo pone il sole, la luna, le stelle e gli uccelli; sotto la terra pone gli animali marini; sulla terra pone gli animali terrestri e l’uomo. In quest’unica “stanza”, però, ha pensato ad una convivenza pacifica, armoniosa, tra l’uomo e gli animali; infatti assegna ai due una dieta diversa: all’uomo dà come cibo «ogni erba che produce seme… e ogni albero in cui è il frutto», mentre agli animali dà «ogni erba verde» (v. 29). Così non ci sarà alcun motivo di contrasto.

• Si è anche osservato che la perfezione delle creature è progressivamente ascendente nell’essere. Soltanto nel quarto giorno la benedizione di Dio raggiunge i viventi (Gen 1,22.28), dal momento che la vita e la facoltà di generare è un dono specialissimo di analoga partecipazione a una qualità propria di Dio: la Vita (Gen 2,2-3,9; cf. 3,22-24). • Alla fine del sesto giorno, la confusione inerte dell’inizio ha ceduto il posto alla bellezza delle schiere ben allineate del cielo e della terra. Il giudizio di Dio, che contempla la sua opera è questo: «è cosa buona» (cf. vv. 10; 12; 18; 21; 25). Le creature sono belle/buone, in esse Dio trova diletto, le ama. E in particolare si compiace della vita dell’uomo, creato ad essere «immagine e somiglianza» come coppia, nella dualità maschio e femmina. Agli occhi di Dio questa è molto buona. La dualità indica un compito e una vocazione da realizzare: diventare uno per comunione, come lo è Dio nella Trinità[4].• Un'osservazione del testo, ci sembra anche molto interessante: il numero che domina tutto lo schema è il 7 e anche le parole importanti ricorrono con questa frequenza: il v.1 ha 7 vocaboli; il v. 2 ne ha 14 (7+7); la formula «Dio vide che era cosa buona» ricorre 7 volte; «E così avvenne» torna 7 volte; «Dio fece» torna 7 volte; il nome di Dio ricorre 35 volte (7x5); termini importanti come «cielo», «firmamento» e «terra» tornano 21 volte ciascuno (7x3); l’ultima parte, quella che parla del settimo giorno, comprende tre affermazioni di 7 parole ciascuna (7+7+7). E siccome il 7 è il simbolo della perfezione, il narratore, con tale cura meticolosa del testo, ci vuole dire che la creazione che esce dalle mani di Dio è davvero una meraviglia.• Dio crea mediante la Parola («Dio disse») e lo Spirito, le “due mani” della creazione”. Parola e Spirito agiscono in maniera indissolubile. La parola di Dio è efficace: compie ciò che dice. Il Nuovo Testamento ci dirà che Gesù – Parola del Padre, il Verbo fatto carne - è il mediatore della creazione. Tutto fu fatto per mezzo di lui. In 1Cor 8,6 testo che raccoglie forse un’affermazione pre-paolina, leggiamo: «... per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui». Il Padre appare come la fonte ultima e Cristo è il mediatore, cioè per mezzo di lui tutto è stato fatto. Se la salvezza ha la sua origine fontale dal Padre («E’ stato Dio [Padre] infatti a riconciliare in sé il mondo in Cristo...»2Cor 5,19) e si realizza mediante Gesù, lo stesso ordine si ha nella creazione: l’origine fontale rimane il Padre; e, come Cristo è mediatore nella salvezza, così la creazione avviene mediante il Figlio (cfr. anche Gv 1,3.10; Eb 1,2-3).

Si noti, a questo proposito, che la prima creatura della creazione è la luce: «Dio disse: “Sia la luce!” E la luce fu». Ma c’è qualcosa di strano in questo testo, perché non si sta parlando della luce del sole. Il sole verrà creato al quarto giorno. Allora a cosa si sta alludendo? A Cristo, Mediatore nella creazione e nella salvezza, che inviato dal Padre a vincere le oscurità del mondo, è luce per gli uomini. «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. […] Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui» (Gv 1,4-5.9-10). La luce vera. Gesù stesso dirà di sé: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). E San Paolo scriverà: «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2Cor 4,6). Ed esorterà i cristiani: «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce» (Ef 5,8).

Di più: non solo Cristo è mediatore della creazione, ma è anche la causa finale (cfr. Col 1,15-20; 1,3-10. 22s; Rm 11,36): tutto il creato va verso di lui. Nella lettera ai Colossesi la relazione della creazione a Cristo viene espressa con tre preposizioni: in lui (v 19), per sottolineare che Cristo è il principio vitale di ogni creatura; per mezzo di lui (v. 16), per indicare che Cristo come mediatore della creazione; in vista di lui sono state create (v. 16), per presentare Cristo come fine di tutta la creazione.

Nella lettera agli Efesini Paolo afferma che il Padre crea con l’intenzione di ricapitolare ogni cosa in Gesù Cristo, facendoci figli nel suo Figlio (cfr. Ef 1,3-10.22s). Il Padre ha pianificato ogni cosa per poterci trasmettere la filiazione “adottiva”[5] in Gesù Cristo. Fin dall’eternità Dio ci ha predestinati «ad essere suoi figli adottivi, tramite Gesù Cristo» (Ef 1,5). Quando il Padre ha creato il mondo, ad animare la sua forza creatrice è stato un amore paterno che desiderava donare a se stesso dei figli nel Figlio unigenito, Cristo. Colui che ha creato il primo atomo o la materia che nella sua espansione ha formato lo spazio dell’universo, voleva fondamentalmente dare un posto in questo spazio ai propri figli. È l’opera creatrice di un Padre che ha voluto estendere la sua paternità a innumerevoli esseri e donare ad ognuno un amore personale. L’ordine della creazione e l’ordine della salvezza non si possono dunque separare. La creazione cammina verso Cristo perché il lui trova pienezza.

• La creazione è quindi un’opera Trinitaria. Nel secondo concilio di Costantinopoli (553) troviamo la formulazione: «Un solo Dio è Padre dal (™x) quale tutto procede, un solo Signore Gesù Cristo mediante (di¦) il quale tutto è stato fatto (cfr. 1Cor 8,6), uno Spirito Santo nel (en) quale tutto è stato fatto»[6].• Si noti anche che l’espressione «Dio disse» appare per 10 volte in questo brano. 10 volte come le “10 parole” d’amore dell’alleanza del Sinai (i “comandamenti”). Inoltre Dio pone le “condizioni” dell’alleanza subito dopo la creazione dell’uomo («del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete» - Gen 3,3). E infine Dio ha posto la creazione in 6 giorni per lasciare il sabato libero, segno del patto dell’alleanza (cfr. Es 19,3-6). Il sabato è il giorno del compimento della creazione e insieme il giorno della pienezza destinato all’uomo, cioè alla piena e definitiva comunione con Dio come chiaramente esorta Eb 4,1-11 («entrare nel riposo»). A questo settimo giorno della creazione si riferirà il comandamento biblico tramandatoci nel libro dell’Esodo: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Es 20,8-11).

In questa prospettiva dell’alleanza si può così meglio comprendere il senso teologico della creazione, cioè il suo essere finalizzato al patto di amore tra Dio e il suo popolo. Gli stessi profeti nell’AT usano il linguaggio di creazione per parlare dell’agire salvifico di Dio che con l’esodo “costituisce” e “forma” il suo popolo[7].

Questo forte riferimento all’alleanza ci deve stupire proprio perché questo testo della creazione risale alla scuola sacerdotale (periodo esilico)[8]. L’obbedienza alle “parole” di Dio significa ordine e vita:  ordine nell’intero universo, facendo sì che dal caos emerga una realtà in cui è possibile vivere, e ordine e vita per l’uomo che vive l’alleanza. Il Salmo 19 sembra riprendere questo tema con un parallelo tra l’ordine della creazione e l’ordine che si compie nel cuore dell’uomo con l’osservanza della Legge del Signore.

In Cristo si compie la nuova alleanza. Nuova perché un popolo rinnovato nel cuore sarà fedele all’alleanza in Cristo; alleanza che si apre a tutte le nazioni: ebrei e pagani formano un solo popolo (Ef 2,14), un solo corpo (Ef 2,16), un solo tempio santo nel Signore, una sola dimora di Dio per mezzo dello Spirito (Ef 2,21-22).

• Dicendo che Dio creò ogni cosa in 7 giorni, si vuole dire: a) che anche il tempo è una creatura di Dio; b) che il tempo è l’ambito concreto, storico in cui l’uomo vive in relazione con Dio, è “sacro” perché Dio ha operato ed opera sempre. Dio non lo si incontra tanto nello spazio (es. nel tempio), quanto nel tempo. Lì è il luogo nel quale possiamo sempre incontrarlo.

Inoltre si noti noti l’armonia con la quale l’uomo vive nel creato, nel tempo: il sole segna gli anni, la luna i giorni e le stelle le feste liturgiche[9]. Se Dio lo si incontra nel tempo, per eccellenza le feste, la liturgia, è un “luogo” peculiare dell’incontro con Lui. La tradizione sacerdotale nel libro del Levitico dà molta importanza alle feste liturgiche. Se è vero che il cristiano è chiamato a dare a Dio un culto spirituale con la propria vita, ciò non diminuisce l’importanza della liturgia celebrata dalla Chiesa, in particolare quella celebrata nel giorno del Signore, la domenica, nella quale l’eucaristia è il “culmen et fons” della vita della Chiesa.

• Si noti che vi è anche una certa distribuzione che Dio fa del suo potere nella creazione, quasi un decentramento del suo ruolo di Creatore. Egli non crea, belli e fatti, tutti i viventi, le piante, gli animali, gli uomini, le donne possibili, ma dice: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie» (Gen 1,12). L’erba della terra, poi, e i frutti degli alberi sono destinati a nutrire i viventi.

Il creatore benedice gli esseri acquatici e i volatili, dicendo loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mare; gli uccelli si moltiplichino sulla terra» (Gen 1,22). E quanto all’uomo, Dio li benedice e dice loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…» (Gen 1,28).

Le creature, dunque, collaborano nella creazione con il Creatore. Ed anche nell’opera della salvezza il Risorto, che ha ricevuto dal Padre “ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18), quel potere universale che il diavolo falsamente gli offriva nella tentazione nel deserto in cambio di una prostrazione, rende partecipi gli apostoli (e la Chiesa intera) della sua missione salvifica: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 18,19-20). Portare gli uomini a Gesù vuol dire salvarli, vuol dire portarli alla vita.

b) Genesi 2,4b-25

Nel secondo racconto di creazione, più antico del primo, la dinamica del gesto creatore è concepita e descritta diversamente. Il primo racconto comincia dal caos e dalle minacciose acque primordiali. Nel secondo si parte dal più arido deserto, ostile alla vita, dove l’acqua è una benedizione. Il termine dell’azione creatrice è la trasformazione del deserto in un’oasi favolosa, ricca di acque e di minerali preziosi: un giardino in ‘Eden (gan-be‘Eden, interpretato come “delizia”), piantato da Dio, per collocarvi lo ‘Adam (l’uomo).

Con una simbologia più antropocentrica di quella del primo racconto troviamo qui il medesimo insegnamento: sotto l’azione divina il caos – non più quello acquatico, ma desertico – diventa cosmo per accogliere lo ‘Adam (cf. vv. 8.15-16).

 

La creazione dell’adam

a) Il racconto di Genesi 1,26-31

Nella scala progressiva delle opere dei primi sei giorni, la creazione giunge all’essere umano: ’Adam, ha’Adam, il fangoso, il terreno (Gen 1,26.27). Egli è fatto a immagine (selem) e somiglianza (demut) di Dio in due edizioni: maschile («zakhar») e femminile («neqevah») (Gen 1,27; 5,1-2; 2,18-25; Sap 2,23; 2Pt 1,4).

In ebraico il vocabolo immagine rimanda ad una statua che, nel realismo simbolico semitico, indica la vicinanza al soggetto raffigurato; il vocabolo somiglianza indica invece la distanza ed esclude l’identità totale. L’uomo è, perciò, la rappresentazione più somigliante di Dio che si possa concepire, ma non è Dio. E, come ogni rappresentazione non si può comprendere se non in rapporto al suo modello, così non si può comprendere l’uomo se non in rapporto e in dipendenza da Dio. È una creatura costitutivamente limitata (l’immagine ha in se stessa qualcosa di fragile, di debole, di corruttibile), ma allo stesso tempo ha in sé una valenza di eternità (il rapporto costitutivo con Dio che lo fa essere tale, l’Interlocutore per eccellenza dell’uomo).

Tutto l’uomo è immagine di Dio; lo è in tutta la sua realtà fisica e psichica. Ma il duplice Adam è chiamato a realizzare l’immagine di Dio, semplicissimamente e supremamente Uno (cf. Dt 6.4), mediante una mutua conoscenza e comunione d’amore («yada’»: Gen 4,1.17.25), in modo che i due sappiano diventare «una sola carne» («ba-sar»).

b) La creazione dell’uomo secondo Genesi 2,4b-25

Il documento jahwista, cui dobbiamo Gen 2,4b-25, concentra la sua attenzione sulla creazione dell’uomo. La centralità dell’uomo nel cosmo è evidente: il testo sottolinea come attorno a lui Dio crea il “giardino”[10].

La fede creazionistica di J vi appare con colori nitidi. L’uomo è un essere plasmato da Jhwh come la creta dal vasaio (2,7). È stato fatto con la polvere del suolo (Gen 2,7) e questo suo radicamento terreno (vedi la correlazione di 'adam - 'adamah: uomo-terra) lo rende essere mortale: «...finché tornerai nel suolo, perché da esso sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere devi tornare!» (3,19).

L’uomo non ha in sé la sorgente della vita: egli attinge infatti la vita dal soffio di Dio. La chiave della sua esistenza non è quindi nelle sue mani. Dio solo possiede la vita in proprio (cf. Gen 3,22-24; 6,3). Che il frutto dell’albero della vita sia a disposizione dello ‘Adam (al centro del giardino: v. 9) sta a significare la sicura accessibilità dell’uomo alla vita, e al tempo stesso la sua precarietà. Per restare vivente, e immune perciò da ogni potere della morte («immortale»), basterà che egli non si allontani dal giardino (l’ambiente in cui il Creatore lo ha posto), rimanendo in comunione con il Signore che lo ha animato con il suo soffio e lo nutre con la sua ospitalità (cfr. Gen 3,22.24).

«Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato»” (v. 8). Qui Dio sembra un po’ un padre e una madre che con tanta cura prepara tutto il nuovo arrivato. Il creato è come una culla preparata con amore, un ambiente con tanti alberi e acqua abbondante per assicurare all’uomo la vita.

«Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo…”» (v. 18). L’uomo creato (in ebraico “ish”) non fu felice perché non trovò «un aiuto che gli corrispondesse» (v. 20). Adamo è solo, la sua è una solitudine sofferta a cui non sa dare rimedio e risposta. L’uomo di solitudine muore. Allora Dio disse una sentenza: «non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gen 2,18). Nel sonno, nel torpore, nel venir meno della coscienza, Dio opera e crea la donna. Solo al risveglio Adamo conosce colei che Dio ha posto accanto a lui. La conosce con meraviglia, favorevolmente “sorpreso”, perché «essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa». La sorpresa di Adamo descrive lo stupore dell’innamoramento. Innamorarsi è scoprire una prossimità tra uomo e donna assolutamente inaspettata, che essi riconoscono come donata. Il racconto della Genesi continua con la narrazione del riconoscimento della donna da parte dell’uomo. «Questa volta la si chiamerà donna» (in ebraico “ishsha” = uomo al femminile) (Gen 2,19).  È insieme la decisione, l’atto della libertà, è il consenso alla vita con lei. L’uomo e la donna, qui concretamente il marito e la moglie, sono la versione maschile e femminile di un’unica realtà. Sono l’uno di fronte all’altra, ed entrambi davanti a Dio, in dignità “simile”, in esultante comunione di vita, in confidente reciproco aiuto.

Un’ulteriore riflessione sull’espressione  un aiuto (per l'uomo, ma anche viceversa) che gli corrisponda» si impone. La parola ebraica “aiuto” appartiene al lessico dell'alleanza, e viene spesso riferita a Dio (“YHWH è mio aiuto”...); quindi “aiuto” indica il partner o alleato, ed esprime la relazione giusta che deve intercorrere tra l'uomo e la donna; nessuna fusione come sognata dall'amore romantico. L'alleato sta di fronte al partner in un reciproco rapporto d'amore nell'uguaglianza.

Anche il secondo termine biblico, kenegdô, che è reso dalla CEI con l'espressione “che gli corrisponda” è molto importante. Secondo una corrente interpretativa giudaica che arriva fino al grande commentatore Rashi (1040-1105), implica l'idea di un aiuto che la donna potrà dare all'uomo in quanto capace anche di opporsi a lui. Anche se non si deve esagerare, questa lettura rivela qualcosa di importante sulla dinamica maschile-femminile all'interno della coppia umana. Anche l'evitare che l'altro compia degli errori, che faccia delle cose non appropriate per sé o per gli altri, è un modo di amare.

«Per questo – commenta l’autore biblico - l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (v. 24). L’essere “una carne sola” è il progetto divino sulla coppia. Essere “una carne sola” è segno e vocazione di una chiamata all’Amore che viene da molto lontano, dalla sorgente stessa dell’amore (Dio) e che faticosamente si traduce nella vita nuova a cui i due danno origine. Il matrimonio, infatti, è sempre un inizio di qualcosa di diverso rispetto a prima, un compito da eseguire al di là delle istruzioni ricevute, un rischio da assumersi, un patto da rispettare: un’alleanza.

Sappiamo che Gesù, nella controversia con i farisei che volevano metterlo alla prova sul matrimonio risponde riprendendo questo versetto: «Dall’inizio (in principio) della creazione li fece maschio e femmina (cfr. Gen 1,27); per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre…» Mc 10,7-8; Mt 19,5-6. Quel «Dall’inizio (in principio)», che richiama il “In principio” di Gen 1,1, non riguarda solo un ordine temporale, ma anche intenzionale.

«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna» (Gen 2,25). Il fatto che i due, pur nella loro nudità, al cospetto di Dio Creatore non provassero vergogna non è da comprendere secondo una mentalità puritana. La nudità, nel linguaggio biblico, non ha nulla a che fare con la sfera della sessualità ma è la condizione di chi si riconosce povero e bisognoso. Questa coppia, all’inizio della sua storia, posta davanti a Dio, è consapevole della propria condizione di inesperienza e di incapacità, ma non per questo “ne provavano vergogna”. Cioè non ne erano confusi e scoraggiati, non si sentivano umiliati e amareggiati. Anzi! La meravigliosa scoperta che avevano fatto l’uno dell’altra, lo sguardo compiacente di Dio che si posava su di loro, l’avvenire nuovo che avevano davanti... tutto infondeva forza e ispirava fiducia. Erano sereni e confidenti, nonostante il senso della loro iniziale inadeguatezza. Affrontavano la loro vita insieme con slancio fiducioso.

 

La relazione dell’adam con la terra

L’Adam giusto - maschile e femminile - così come il Signore Dio lo ha fatto, e lo continua a volere, a fare e a collocare nel mondo bello e buono creato da lui (cf. Gen 2,15), è strutturato secondo tre relazioni fondamentali:

1) Al di sopra, con il Signore Dio, secondo un rapporto di adorazione, di ospitalità e di amicizia riverente e obbediente (Gen 1,28-30; 2,16-17; 3,8-9). Il nome del Creatore è duplice: Elohim («Dio») in Gen 1,1-2,4 e JHWH («il Signore», Adonay) in Gen 2,4-25 (cf. Gen 4,26).

2) Al suo fianco (Gen 2,21), con l’altro termine dell’«Adam», il suo simile, che sempre gli sta di fronte per aiutarlo (Gen 2,18.20): il «vir» («ish», maschio, «uomo») rivolto verso la «virago» («ishshah», femmina, «donna»), e viceversa. Il Creatore li ha consegnati e li consegna l’uno all’altra per una comunione d’amore (Gen 2,22), in mutua e totale fiducia, significata dalla loro nudità senza imbarazzo (Gen 2,25).

Questa coppia originaria e primordiale (cf. Sir 42,22-25) sta a significare anche l’essenziale relazione di ciascuno di noi (uomo o donna) con il suo simile (donna o uomo); e dunque pure del fratello/sorella con il fratello/sorella (cf. Gen 4), all’interno della grande comunità umana, che appunto è fatta per essere elevata fino all’unità mediante una comunione di amore. La piena immagine di Dio, un compito da realizzarsi da tutti gli esseri umani, è l’intera umanità divenuta comunità umana. Di questo «divenire uno» di tutti gli uomini la Chiesa è, fin d’oggi, fragile ma sicuro sacramento, povera ma chiara profezia. L’ultimo sigillo, poi, di questo testo genesiaco verrà aperto dall’Agnello immolato e vittorioso con la rivelazione inaspettata di come Dio sia uno in noi, comunione di conoscenza e di amore, di luce e di fuoco.

3) Al di sotto, con la terra e con i suoi beni. La terra, così come Dio l’ha creata, e continua a uscire ogni giorno dalla sua volontà, è un «giardino di delizie» («gan-Eden»: Gen 2,15; 3,23-24), e il duplice Adam vi è posto da Dio, perché lo coltivi «‘avad»: il verbo ebraico che designa pure il «culto del Signore Dio») e lo custodisca «shamar»: Gen 2,15): una destinazione al lavoro, inteso come missione cultica, assegnata da Dio all’umanità, da realizzarsi mediante l’interpretazione (= i nomi da assegnare: Gen 2,19-20) e l’utilizzazione ecologica del creato, sotto lo sguardo benevolo del Creatore (Gen 1,29-30; 2,18; 3,8-9). Se, infatti, il mondo è stato donato da Dio all’uomo, Dio coinvolge l’uomo – creato a sua immagine e somiglianza – nella sua volontà di donazione: non solo destinatario che riconosce e ringrazia perché tutto è grazia, bensì suo partener che con-crea con Lui il mondo ridonandolo agli altri esseri umani. Allora con tutta la creatività, l’ingegno dell’uomo,  il mondo creato “sette volte buono”, cioè totalmente buono, è posto nelle mani dell’uomo perché esso venga perfezionato al servizio degli altri uomini nella fraternità.

È da notare che, per quanto riguarda il nutrimento, in Gen 1,29-30 risulta che tutti gli esseri viventi sono vegetariani (1,29-30). Gli animali e gli uomini però non mangiano le stesse piante, poiché l’erba come tale è riservata ai primi, mentre le piante con semi e gli alberi con frutti saranno il cibo degli uomini. Non vi sarà quindi alcuna occasione di conflitto fra questi esseri viventi. Almeno, questo era il disegno divino per evitare ogni tipo di violenza. L’universo del racconto sacerdotale della creazione è un universo armonioso e pacifico.

 

Profezia di Cristo e della Chiesa

Abbiamo già visto che nel secondo racconto (Gen 2,4b-25) si racconta che la donna viene tratta dall’uomo. Dio fece cadere sull’uomo un sonno profondo, tardēmāh, reso dalla LXX con éks asis, che, letteralmente, significa «uscita da sé». Il termine ṣēlā, in greco pleurá, vuol dire costola ma anche fianco, e, deriva dal sumerico ti (o til), che significa sia costola che vita7. Secondo l’esegeta Rashi (1040-1105), ṣēlā è da leggersi in riferimento al «secondo lato della Dimora» (Es 26,20). Si tratta della Tenda della Testimonianza o Tabernacolo oppure Tenda di YHWH (ōhel YHWH), cioè, il santuario portatile, in cui era custodita l’Arca dell’alleanza (che a sua volta conteneva le due tavole della Legge), segno della presenza della gloria di YHWH in mezzo al suo popolo (cioè, la Shekhinah), e che verrà, poi, sostituito dal Tempio di Salomone a Gerusalemme.

Ora possiamo vedere questa tenda una prefigurazione della vera Tenda: «Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,4), e del vero tempio: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ma egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,19-21).

Secondo il profeta Ezechiele dal lato destro del tempio esce un fiume d’acqua abbondante, che dà vita (Ez 47,1); è prefigurazione di ciò che avverrà sulla croce: «Uno dei soldati con un colpo di lancia gli trafisse il fianco (pleura) e ne uscì subito sangue ed acqua» (Gv 19,34).

Cristo, prefigurato nell’adam, è il vero tempio, nel quale si consuma il sacrificio perfetto, che cancella i nostri peccati. È lui la vera Tenda che dimora tra gli uomini, il vero Tempio fatto dal Signore e innalzato sulla croce, dal cui fianco (lato destro del tempio, Ez 47,1) scaturisce sangue ed acqua. Osservando in filigrana le prefigurazioni – cioè, i tipi o le ombre – scorgiamo la realtà vera, cioè, il corpo di Cristo. Come dal fianco di Adamo, caduto in un sonno profondo, in estasi («uscita da sé»), Dio trae la donna (che, poi, sarà chiamata Eva, cioè, vita, poiché è la madre di ogni vivente), così dal fianco squarciato del vero Adamo, innalzato sulla croce, nasce la Chiesa sua Sposa, che, mediante l’acqua e il sangue, segni del Battesimo e dell’Eucarestia, genera nuovi figli di Dio, per cui essa è la vera «Madre dei viventi». L’unione tra Cristo e la sua Chiesa è tale da formare una sola carne, un solo corpo, di cui Cristo è il capo e noi le membra.

Se, dunque, Adamo è, «figura di colui che doveva venire» (Rm 5,12), cioè, di Cristo, Eva è figura della Chiesa, cioè, della comunità dei credenti che aderiscono a Cristo, mediante il suo sacrificio, formando con lui una sola carne, un solo Corpo mistico. Come l’uomo si unisce alla donna e i due diventano una sola carne, così il Verbo si fa carne (Gv 1,14), sposa la natura umana per sempre, secondo quanto sta scritto: «Il Cristo rimane in eterno» (Gv 12,34). Perciò, la Scrittura dice: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» e, poi, «i due saranno un’unica carne» (Gen 2,24). Generalmente era la donna che lasciava la casa di suo padre per entrare nella casa di suo marito. Qui, invece, è l’uomo, che abbandona suo padre e sua madre per unirsi per sempre alla sua donna; è l’uomo che va verso la donna, come nel Cantico: «Lo strinsi forte e non lo lascerò, finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito» (Ct 3,4).

 

[1] Cfr. 1Pt 2,15-20; 3,6.13-17.

[2] Cfr. Is 65,7; 66,22; 2P 3,13; Ap. 21,1.

[3] L’idea della creazione delle cose «dal nulla» apparirà più tardi, quando la Sapienza di Israele incontererà la sohia ellenistica.  La creazione delle cose «dal nulla» esprime una grande verità: che la libertà di Dio nella creazione è una libertà assoluta: ha creato senza costrizione, cioè senza necessità interna (Dio non ha bisogno di uscire da se stesso per perfezionarsi. Egli ha in se stesso la pienezza) né esterna. Troviamo un chiaro riscontro nella Scrittura: «Egli ha fatto tutto ciò che ha voluto» (Sal 115,3); «Tutto ciò che è piaciuto al Signore egli lo ha fatto, in cielo e in terra» (Sal 135,6); «Dio che opera tutto secondo il disegno della sua volontà»; «Le cose esistono e hanno avuto origine in forza della sua volontà» (Ap 4,11).

Nel NT troviamo, curiosamente, solo un testo in cui  si parla della creazione dal nulla, legandola alla fede di Abramo e, in ultima istanza, alla fede nella risurrezione di Gesù: «[Abramo è nostro padre] davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4,17).

[4] Si noti quel “noi” del testo biblico: «Facciamo l’uomo a nostra immagine». Può essere semplicemente spiegato come un noi maiestatico. Ma i padri della Chiesa hanno visto in quel noi anche un riferimento alla vita trinitaria.

[5] In realtà essere figli nel Figlio non vuol dire essere “figli adottivi”. Significa piuttosto che il Padre, come ha generato Gesù nella morte, costituendolo «Figlio di Dio nella potenza secondo lo spirito di santificazione» (Rm 1,3s; cfr. anche At 13,33: «Dio ha fatto risorgere Gesù, com’è scritto nel salmo secondo: “Tu sei mio Figlio, oggi ti genero”», genera anche noi come figli. Ci risuscita con Lui, non ci adotta, ci genera. Giacché in Cristo la risurrezione non è un’adozione. Dio è Padre-Creatore, non Padre adottivo: «Siamo sua opera, creati in Cristo Gesù» (Ef 2,10).

Poco prima, in Rm 8,15, Paolo usa un’espressione che solitamente viene tradotta: «spirito di figli adottivi», e che sembra contraddire quanto appena detto. Ugualmente Gal 4,5 viene spesso tradotto: «Dio inviò suo Figlio perché ricevessimo l’adozione a figli». Il termine usato da Paolo (uiothesía) significa «adozione» nel greco profano. Ma Paolo intende la parola nel suo senso etimologico: atto che rende figlio, filiazione. Lui non pensa a un’adozione: «Dio inviò il Figlio suo… affinché ricevessimo la filiazione, e figli veramente siete». E’ vero, la filiazione dei fedeli è diversa da quella di Cristo. Giovanni ne fa sentire la differenza con il vocabolario che gli è abituale: Gesù è «il Figlio», i fedeli sono «i figli». In noi, tuttavia, la filiazione è reale: «Ascendo al Padre mio e Padre vostro» (Gv 20,17). I fedeli non sono figli per adozione, ma per partecipazione a colui che è «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29).

[6] Denzinger-Schónmetzer (=DS),  421.

[7] Cfr. ad es. Is 43.1.7.15; 44,24; 45,8; 51,9; Sal 95; 104-105; 136; Am 4,13; 5,8s; 9,5s; Ger 32,17; 33,2; Prov. 8,22; Sap 13,1-5.

[8] La tradizione P (o Codice Sacerdotale - Priestercodex) raccoglierebbe testi anche molto antichi, ma sviluppati in epoca post-esilica. Riguarda essenzialmente norme liturgiche e rituali. È predominante nel Levitico.

[9] Si noti che troviamo la categoria nel tempo nel primo giorno (Dio separa la luce dalle tenebre – v. 3 -, ossia dà inizio ai “giorni”), nell’ultimo giorno (il settimo: il sabato, creatura “speciale”) e, al centro, nel quarto, ove si ha la creazione del sole, della luna e delle stelle. Per la Bibbia il tempo (che è una creatura) è molto importante, perché in esso si può incontrare Dio.

[10] L’origine del mondo abitato, concepita come trapasso da un arido deserto a un’oasi allietata dal verde e dall’acqua (Eden), è il “luogo” di vita nel quale Dio pone l’uomo.

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