Santuario Nostra Signora di Fatima - San Vittorino (Rm) - Articoli filtrati per data: Sabato, 23 Marzo 2019

«… perché vedranno Dio»

Questa è la promessa che Gesù fa ai puri di cuore: avere la possibilità di vederlo. Nell’AT a Mosè che chiede: «Mostrami la tua gloria!» (Es 33,18), Dio risponde: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20). Mosè vedrà Dio solo di spalle (cf. Es 33,21-23). Così Mosè può sperimentare la presenza di Dio nella sua vita, senza riuscire a fissarlo. La stessa esperienza è vissuta anche dal profeta Elia, che arriva a cogliere la misteriosa presenza di Dio solo nella «voce di silenzio sottile» (1Re 19,12).

Gesù annuncia che l’impossibile è diventato possibile.

Ma che cosa significa propriamente «vedere Dio»? La formula biblica appartiene al linguaggio teologico per designare l'evento escatologico. «Vedere Dio» implica una comunione profondissima, che trasforma l'uomo: trasformazione iniziata nella vita del credente, ma che si compirà solo nella pienezza dell'eternità. È la visione dei beati nel paradiso. In questa prospettiva, Giovanni nella sua prima lettera mette in evidenza quello che già siamo diventati per grazia, insistendo sulla tensione verso il compimento futuro, quando sarà possibile vedere direttamente Dio e ciò comporterà la nostra piena realizzazione, determinando la completa conformazione a Lui:

«Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro» (1Gv 3,2-3).

Si noti che il vedere Dio è legato anche ad una certa purificazione. «Vedere Dio» dunque significa diventare come lui, essere trasformati a sua perfetta somiglianza, eliminando ogni ostacolo e ogni limite creaturale della condizione dell'uomo sulla terra.

Lo ribadisce anche Paolo nell'elogio dell’agàpē, per sottolineare il contrasto fra la visione presente e la tensione alla futura pienezza: «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12).

Per capire la novità del vedere Dio «faccia a faccia» ricordiamo qui quale è il limite creaturale della nostra conoscenza in questa vita. Qualunque sia l’oggetto della mia conoscenza, supponiamo un fiore, essa avviene non per un’unione fisica del fiore con me – il fiore rimane esteriore -, ma per il fatto che una rappresentazione di esso - che chiamiamo idea – viene colta dalla mia mente.

Orbene, la nostra futura conoscenza di Dio sarà diversa da questo modo di conoscere che ci sembra tanto diretto. Avverrà, infatti, attraverso un’unione immediata tra Dio e l’intelligenza umana: la stessa essenza divina viene nella nostra mente come rappresentazione di se stessa, diventando per noi al tempo stesso oggetto e principio di conoscenza. In altre parole, i beati conoscono Dio nella modalità nella quale Dio, che è spirito, conosce se stesso; non dunque come qualcosa di estraneo ad essi, ma – essendo pienamente in lui (Dio sarà tutto in tutti) - come se si identificassero con lui.

 

«Vedere Dio in tutte le cose»

Sant’Ignazio di Loyola ci insegna che è possibile «vedere Dio in tutte le cose». Sa che Dio opera in questo mondo e abita in tutta la realtà (la natura, l’uomo, la storia). Questo Dio, che è Creatore e Signore, può essere “scoperto” o “riconosciuto” negli avvenimenti della vita quotidiana. A sant’Ignazio gli era divenuto facile riconoscere questa presenza del Signore che lo riempiva di gioia.

Certo, questo “vedere Dio in tutte le cose” non è la visione del cielo; tuttavia riconoscere questa sua presenza nella vita di ogni giorno è un’esperienza profonda che riempie il cuore di gioia. È come incontrare – e molto più – la persona che si ama. È sempre una gioia vederla, incontrarla!

Durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro papa Francesco a chiare lettere disse: «Dio è reale se si manifesta nell’oggi»; «Dio sta da tutte le parti». E il Papa spiega: «C’è la tentazione di cercare Dio nel passato o nei futuribili. Dio è certamente nel passato, perché è nelle impronte che ha lasciato. Ed è anche nel futuro come promessa. Ma il Dio “concreto”, diciamo così, è oggi. Per questo le lamentele mai ci aiutano a trovare Dio. Le lamentele di oggi su come va il mondo “barbaro” finiscono a volte per far nascere dentro la Chiesa desideri di ordine inteso come pura conservazione, difesa. No: Dio va incontrato nell’oggi. […] Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. […] E richiede pazienza, attesa […]». «Incontrare Dio in tutte le cose non è un eureka empirico. In fondo, quando desideriamo incontrare Dio, vorremmo constatarlo subito con metodo empirico. Così non si incontra Dio. Lo si incontra nella brezza leggera avvertita da Elia. I sensi che constatano Dio sono quelli che sant’Ignazio chiama i “sensi spirituali”. Ignazio chiede di aprire la sensibilità spirituale per incontrare Dio al di là di un approccio puramente empirico. È necessario un atteggiamento contemplativo: è il sentire che si va per il buon cammino della comprensione e dell’affetto nei confronti delle cose e delle situazioni»[1]. 

Ma per vedere Dio nella nostra quotidianità, per riconoscerlo e gioire dell’incontro con Lui è necessaria la purificazione del cuore. Perché? Perché vediamo le cose e gli altri colorate con le passioni del nostro cuore.

 

Per un’educazione al vedere

Le relazioni — con se stessi, con gli altri e con Dio — si dete­riorano a cominciare dalla vista. Tolstoj nota che Anna Karenina si accorge di non amare più il marito dalla maniera in cui lo guarda, concentrandosi su difetti mai notati prima: «“Dio mio! Perché gli sono venute quelle orecchie?”, pensò, guardando la sua lingua fred­da, e specialmente le cartilagini delle orecchie, che ora l'avevano colpita e che sostenevano le falde del cappello rotondo»[2].

Per san Tommaso, l'azione più grave contro la verità non è tan­to la menzogna, ma avere verso l'altro uno sguardo spietato, sen­za misericordia. Esso riflette in realtà il proprio sguardo interiore, amareggiato, incapace di gustare il bene.  Il primo passo per vedere bene consiste anzitutto nel rendere esplicita la maniera con cui si guarda il mondo, gli altri, e se stessi. Si pensi all'acquolina in bocca con cui il goloso vede il cibo, il lussurioso una donna o l'ava­ro il denaro, modalità che mostrano un atteggiamento cosificante o predatorio nei confronti dell'altro e delle cose. Se il mondo ci appare grigio, è perché porta il nostro colore. Il primato della misericordia richiede anzitutto il riconoscimento della difficoltà, presente in tutti, a vedere bene, cioè a vedere il bene. Come recita uno splendido racconto ebraico: «Un giorno un rabbino chiese ai suoi studenti: “Come fate a dire che la notte è giunta alla fine e che sta tornando il giorno?”. Uno studente suggerì: “Quando si può vedere chiaramente che un animale in lontananza è un leone e non un leopardo”. “No”, ribatté il rabbino. Un altro disse: “Quando si può dire che un albero produce fichi e non pesche”. “No”, replicò il rabbino. “È quando si può guardare il volto di un'altra persona e vedere che quella donna o quell'uomo sono tua sorella o tuo fratello. Perché, fino a quando non riuscirai a farlo, non importa quale momento della giornata sia, è ancora notte”»[3].

Se la qualità del nostro sguardo incide sul rapporto con il creato (cose, avvenimenti, persone), tanto più vale per Dio. Bisogna avere il giusto sguardo, gli occhi puri, per riconoscerlo nei segni della sua presenza, lì nella bellezza della creazione, ma anche – in prospettiva antropologica - dove c’è umiltà, amore, speranza, gioia… in noi (nella nostra interiorità) e negli altri.

• Il primo passo per vedere Dio è dunque prendere coscienza di ciò che c’è nel nostro cuore. C’è il grano e la zizzania insieme (cfr. Mt 13,24-30). Non possiamo estirpare la zizzania – quel male che c’è nel nostro cuore («Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie» - Mt 15,19) con le nostre forze, ma possiamo vigilare su essa. La lotta spirituale di chi non cede alle “tentazioni” che ci vengono dal nostro cuore impuro è indispensabile. Perché quanto più cediamo ad esse, tanto più occupano la nostra fantasia e la nostra mente – lasciandoci poi trasportare nelle azioni da esse –. E vediamo la realtà con queste lenti, con questa distorsione. In realtà rischiamo di diventare ciechi. Quanto più invece lottiamo contro queste passioni, tanto più le vinciamo con la grazia di Dio, tanto più vediamo correttamente. È questo l’aspetto ascetico del cammino spirituale.

La possibilità di guardare in ma­niera differente può giungere anche dalle persone e dalle situazioni più inaspettate. È l'insegnamento che ricaviamo da questa simpatica storiella: «Un monastero era in via d'estinzione: non c'erano vocazioni. Il morale era a terra e il futuro era tetro. Fra quanti andavano a visitare quel luogo, nessuno mostrava l'intenzione di fermarsi. Disperato, l'abate andò a trovare un suo amico saggio, un rabbino, per chiedergli consiglio. Il rabbino espresse il suo dispiacere e ammise che anche nelle scuole rabbiniche c'era penuria di studenti. Prima che l'abate se ne andasse, però, il rabbino gli confidò a bassissima voce: “Uno di voi è il messia”. L'abate tornò al monastero e condivise questa affermazione sconcertante con i suoi monaci, che non riuscivano a coglierne il significato. Nessuno di loro sembrava un candidato ve­rosimile. Il vecchio Beniamino era una persona piacevole, ma terri­bilmente pigro, quindi non poteva essere lui. Antonio era un uomo buono, ma gli piaceva troppo bere, e questo lo escludeva. Edoardo era estremamente ligio a tutte le regole, ma assai malinconico, dunque non era possibile che fosse lui il messia. Però da quel giorno comin­ciarono a guardarsi in modo nuovo: cominciarono a vedere segni di santità e di benevolenza che prima sfuggivano. Lentamente il mona­stero divenne un luogo più dolce e più felice. Le persone che anda­vano a visitarlo si fermavano di più e la comunità tornò a crescere. Il vecchio abate tornò allora dal rabbino e gli disse: “Grazie per avermi detto: ‘Uno di voi è il messia’. Non abbiamo ancora scoperto chi è, ma ora stiamo prosperando”. E il rabbino rise: “Veramente, io avevo detto: 'Nessuno di voi è il messia!'”»[4].

• Un passo successivo è chiedere la grazia di avere un cuore purificato, così da poter avere sempre una buona vista spirituale. Come per il cieco di Mc 8,23-26, si richiede una sorta di miracolo. Questa purificazione del nostro cuore normalmente, come per il cieco, avviene per gradi. Tanti santi hanno conosciuto questa grazia. Si pensi ad esempio alle notti dei sensi e dello spirito in San Giovanni della Croce e in Santa Teresa d’Avila.

«Quando mai ti abbiamo visto?» (Mt 25,37.44): è la domanda stupita dei presenti — dei salvati come dei dannati — nell'ap­prendere che il Signore era sempre stato vicino a loro senza aver­lo tuttavia minimamente notato. Eppure egli c’era! E si rende presente anche nella nostra vita, nelle persone, negli eventi. Egli stesso desidera che lo riconosciamo. «Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apria­mo, lentamente ci rende capaci di vedere»[5]. È lo sguardo di chi è diventato capace di notare ciò che è invisi­bile agli occhi, riconoscendo nella persona più sommessa e ordina­ria la presenza, silenziosa e discreta, di Colui che viene. Che ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19).

 

Non solo vedere Dio, ma anche udirlo, gustarlo, odorarlo, toccarlo

Esiste una dottrina cattolica sui sensi spirituali, quelli dell’anima dove abita lo Spirito, per la quale sant’Ignazio di Loyola è fra i grandi maestri. Chi legge, infatti, gli Esercizi s’imbatte subito in quest’affermazione: “Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente” (2, 4). Questa teologia ha un illustre esponente in J.-J. Surin. Essa, però, è molto antica. Già Origene illustrava le potenzialità spirituali dei sensi scrivendo che la vista può fissare le realtà superiori; l’udito percepisce suoni che non si trovano realmente nell’aria; il gusto ci fa assaporare il pane vivo disceso dal cielo e l’odorato avvertire i profumi che sono, secondo san Paolo, il buon odore di Cristo; c’è infine il tatto, grazie al quale Giovanni afferma di aver toccato con le mani il Verbo della vita[6]. Nell’area culturale latina sant’Agostino dirà: “Nessuna meraviglia che alla scienza ineffabile di Dio che tutto conosce, vengano applicati i nomi di tutti questi sensi corporali, secondo le diverse espressioni del linguaggio umano; lo stesso nostro spirito, cioè l’uomo interiore, – al quale, senza che l’uniformità del suo conoscere venga compromessa, giungono i diversi messaggi attraverso i cinque sensi del corpo, – quando intende, sceglie e ama la verità immutabile, vede quella luce a proposito della quale l’evangelista dice: Era la luce vera; e ascolta la Parola di cui l’evangelista dice: In principio era il Verbo (Gv 1, 9 1); e aspira il profumo di cui vien detto: Correremo dietro l’odore dei tuoi profumi (Ct 1, 3); e gusta la fonte di cui si dice: Presso di te è la fonte della vita (Sal 35, 10); e gode al tatto di cui vien detto: Per me il mio bene è lo starmene vicino a Dio (Sal 72, 28). E così non si tratta di un senso o di un altro, ma è una medesima intelligenza che prende nome dai vari sensi”[7].

Facciamo alcuni esempi di questa percezione citando alcuni interventi di papa Francesco.

Vista. Nel linguaggio di Francesco molto ricorrente è la parola “sguardo” e questo ha, fra l’altro, un’eco molto personale. Si rilegga, ad esempio, l’omelia in Santa Marta del 21 settembre 2013 (festa liturgica di san Matteo, che per il Papa ha una risonanza speciale perché rimanda alla scelta di vita) in cui parla dello sguardo di Gesù, che cambia la vita, porta a crescere e dà dignità.

«Uno sguardo che ti porta a crescere, ad andare avanti; che ti incoraggia, perché ti fa sentire che lui ti vuole bene». Proprio com’è accaduto per l’esattore delle tasse divenuto suo discepolo.

«Come era questo sguardo di Gesù»? Basti pensare a «come guardava i malati e li guariva» o a «come guardava la folla che lo commuoveva, perché la sentiva come pecore senza pastore».

E soprattutto occorre riflettere non solo su «come guardava Gesù», ma anche su «come si sentivano guardati» i destinatari di quegli sguardi. Perché — ha spiegato papa Francesco — «Gesù guardava ognuno» e «ognuno si sentiva guardato da lui», come se egli chiamasse ciascuno con il proprio nome.

Per questo lo sguardo di Cristo «cambia la vita». A tutti e in ogni situazione. Anche, ha aggiunto Papa Francesco, nei momenti di difficoltà e di sfiducia. Come quando chiede ai suoi discepoli: anche voi volete andarvene? Lo fa guardandoli «negli occhi e loro sono stati incoraggiati a dire: no, veniamo con te»; o come quando Pietro dopo averlo rinnegato, incontrò di nuovo lo sguardo di Gesù, «che gli cambiò il cuore e lo portò a piangere con tanta amarezza: uno sguardo che cambiava tutto».

Tornando alla scena evangelica, nella quale Gesù è a tavola con i pubblicani e i peccatori, egli “li li aveva guardati e quello sguardo su di loro è stato come un soffio sulla brace; hanno sentito che c’era fuoco dentro»; e hanno anche sperimentato «che Gesù li faceva salire», li innalzava, «li riportava alla dignità».

Infine il Papa ha individuato un’ultima caratteristica nello sguardo di Gesù: la generosità. È un maestro che pranza con la sporcizia della città, ma che sa anche come «sotto quella sporcizia ci fossero le braci del desiderio di Dio» desiderose che qualcuno le «aiutasse a farsi fuoco». E questo è ciò che fa proprio «lo sguardo di Gesù»: allora come oggi. «Credo che tutti noi nella vita — ha detto Papa Francesco — abbiamo sentito questo sguardo e non una, ma tante volte. Forse nella persona di un sacerdote che ci insegnava la dottrina o ci perdonava i peccati, forse nell’aiuto di persone amiche». E soprattutto «tutti noi ci troveremo davanti a quello sguardo, quello sguardo meraviglioso». Per questo andiamo «avanti nella vita, nella certezza che lui ci guarda e che ci attende per guardarci definitivamente. E quell’ultimo sguardo di Gesù sulla nostra vita sarà per sempre, sarà eterno».

Quanto all’udito è davvero il caso di estrarre un passo da ciò che disse ai Vescovi [ma serve anche a noi!] il 7 ottobre 2015 riguardo all’ascolto: “Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14, 17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2, 7)”. Una volta il Papa ha detto: “Quando uno ha paura di ascoltare, non ha lo Spirito nel suo cuore”[8]. E soprattutto è importante “ascoltare con umiltà”. L’ascolto reciproco di cui parla Francesco ha senza dubbio il suo riferimento primario a quanto lo Spirito dice alle Chiese; ma è pure un richiamo a quel discernimento che tanto gli sta a cuore sì da fargli dire che oggi la Chiesa ha bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale[9].• Gusto. “Gustate e vedete com’è buono il Signore”, canta un salmo (34, 9) e sant’Agostino così commenta: “Si rallegrino tutti coloro che assaporano la sua dolcezza”[10]. Nell’omelia del 27 febbraio 2018 papa Francesco ha così commentato la pagina del Vangelo dove Gesù fa appello alla nostra conversione: “Il Signore in questo brano ci chiama così: ‘Su, venite. Prendiamo un caffè insieme. Parliamo, discutiamo. Non avere paura, non voglio bastonarti’ … Ehi tu, Zaccheo, scendi! Scendi, vieni con me, andiamo a pranzo insieme!”. Il gusto del Signore è il dono della gioia che si deposita nel nostro cuore quando accogliamo il suo Evangelo. Conosciamo le parole che intonano l’esortazione Evangelii gaudium: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. La gioia di cui qui si parla è un sentimento e questo non è poco davvero; è, tuttavia, anche di più perché è dono dello Spirito; è segno dell’accoglienza di Gesù e del suo Evangelo: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Una volta il Papa ha aggiunto che “la gioia è il segno del cristiano: un cristiano senza gioia o non è cristiano o è ammalato … un cristiano senza gioia non è cristiano”[11].

In Amoris laetitia il richiamo al senso del gusto è davvero positivo: “Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo. Va ricordata la felice scena del film Il pranzo di Babette, dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: ‘Come delizierai gli angeli!’. È dolce e consolante la gioia che deriva dal procurare diletto agli altri, di vederli godere. Tale gioia, effetto dell’amore fraterno, non è quella della vanità di chi guarda sé stesso, ma quella di chi ama e si compiace del bene dell’amato, che si riversa nell’altro e diventa fecondo in lui” (n. 129).

Perché non aggiungere a questo punto un richiamo a quella sulla Sacra Liturgia? È questa, difatti, il luogo privilegiato dove il cristiano apprende e vive il gusto di Dio e della fraternità: “Com’è dolce che i fratelli vivano insieme”, canta il Salmo (133, 1).

Odorato. È il quarto dei cinque sensi. È anch’esso importante, perché in grado di comunicarci ciò che altri sensi non riescono: non tocca e non vede, non ascolta né gusta, ma avverte, riconosce e riesce a distinguere ciò ch’è impersonale, da quanto invece è personalissimo e unico. L’odorato è in grado d’introdurre nel profondo della relazione, nell’intimità. Il Papa richiamò questo senso nell’omelia della prima Messa crismale presieduta in San Pietro, il 28 marzo 2013. Parlava ai sacerdoti e chiese loro di essere “pastori con “l’odore delle pecore”. L’interpretazione l’ha data lo stesso Francesco poche settimane dopo, parlando così ad alcuni vescovi: “Nell’omelia della Messa Crismale omelia di quest’anno dicevo che i Pastori devono avere ‘l’odore delle pecore’. Siate Pastori con l’odore delle pecore, presenti in mezzo al vostro popolo come Gesù Buon Pastore. La vostra presenza non è secondaria, è indispensabile. La presenza! La chiede il popolo stesso, che vuole vedere il proprio Vescovo camminare con lui, essere vicino a lui. Ne ha bisogno per vivere e per respirare! […] Presenza pastorale significa camminare con il Popolo di Dio: camminare davanti, indicando il cammino, indicando la via; camminare in mezzo, per rafforzarlo nell’unità; camminare dietro, sia perché nessuno rimanga indietro, ma, soprattutto, per seguire il fiuto che ha il Popolo di Dio per trovare nuove strade”.

L’olfatto, il fiuto di cui parlava il Papa, dunque, è duplice. Le pecore, cioè i fedeli, devono sentire nel pastore un odore di santità. E, insieme, il pastore usa il suo “fiuto” per riconoscere nel sensus fidei dei fedeli le indicazioni dello Spirito “per trovare nuove strade”, per scegliere nuovi percorsi pastorali[12].

Tatto. Per san Bonaventura, poi, il tatto è fra tutti i sensi quello che più tiene insieme: realizza al massimo, infatti, il contatto fra due persone e così esprime la carità, che fra tutte le virtù teologali è la più unitiva. Quando si ama non ci s’accontenta di vedere e di guardare, ma si tende a toccare. A chi ama non basta udire, perché ogni voce è un appello a infrangere il muro della distanza, un’invocazione ad abbracciarsi. L’amore vuole sempre toccare. Ogni volto amato richiama una mano e ogni mano si tende verso il volto amato.

L’uso di Francesco del verbo toccare dev’essere letto anche in questo sfondo antropologico e di teologia spirituale. Egli comincia a parlarne in senso cristologico (“toccare la carne di Cristo”), ma giunge poi alla carità verso il prossimo. Durante la Veglia di Pentecoste del 18 maggio 2013 disse: “Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi e andare a cercare quelli che sono proprio la carne di Cristo”. E citando chi gli aveva chiesto: “Mi dica, quando lei dà l’elemosina tocca la mano di quello al quale dà l’elemosina, o gli getta la moneta?”, commenta: “Questo è il problema: la carne di Cristo, toccare la carne di Cristo, prendere su di noi questo dolore per i poveri. La povertà, per noi cristiani, non è una categoria sociologica o filosofica o culturale: no, è una categoria teologale. Direi, forse la prima categoria, perché quel Dio, il Figlio di Dio, si è abbassato, si è fatto povero per camminare con noi sulla strada. E questa è la nostra povertà: la povertà della carne di Cristo, la povertà che ci ha portato il Figlio di Dio con la sua Incarnazione. Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo”.

 

Giovani senza Dio in Italia

Un’indagine del 2016[13] mostra che sono aumentati i giovani che non credono in Dio (il 5% in più degli ultimi 8 anni). Circa il 28% dei giovani tra i 18 e i 29 anni ha dichiarato di non credere in Dio, nel senso attribuito comunemente a questa espressione. I «piccoli atei», richiamati dal titolo del libro, sono presenti, nelle regioni più dinamiche, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di buona condizione socioculturale. Se questa tendenza fosse confermata, essi rischierebbero di prefigurare l’avanguardia moderna dell’Italia giovane, annunciando il futuro di un’Italia non credente proprio nei settori più significativi.

Quali sono le ragioni del loro ateismo? Sono diverse. Ciò che accomuna nel profondo l’insieme di questi giovani sembra essere una doppia convinzione: l’impossibilità di conoscere ciò che supera l’esperienza umana; e la consapevolezza di non aver bisogno di Dio per condurre una vita sensata, ricercando o ritrovando dunque altrove il senso di un’esistenza degna e compiuta (pp. 8s).

E’ interessante ciò che i giovani credenti affermano dei loro coetanei, cioè che, secondo loro, solo il 23% dei giovani crede in Dio, mentre il 70% non è coinvolto in un percorso di ricerca di tipo religioso.

Non sono queste delle motivazioni che ci provocano? Che ci interrogano se noi sappiamo riconoscere Dio, se conosciamo il suo amore, se ci rendiamo conto come opera in noi, negli altri, nella storia? Forse a questi giovani manca la nostra testimonianza…

 

Un cammino ascetico per risvegliare i nostri sensi spirituali

Vi do qui tre indicazioni di ciò che ci aiuta a risvegliare i nostri sensi spirituali. Non mi soffermo ad approfondirle. Ciascuno potrà trovare delle occasioni per conoscerle e viverle.

La vigilanza dei pensieri e dei sentimenti. Non possiamo lasciarci trasportare dai pensieri e dai sentimenti. Sant’Ignazio ci invita al discernimento: capire da dove essi provengono. Entrambi. Per assecondare quelli che vengono dallo Spirito e quelli che vengono dal Nemico (il nostro cuore malato, le tentazioni dal mondo in cui viviamo, il Tentatore).• La partecipazione alla liturgia. Lì si rivela la presenza di Cristo che parla nella Parola annunciata; quando facciamo la comunione possiamo assaporare l’amore di Cristo che ha spezzato per noi la sua vita e versato nel suo sangue per la salvezza, per la mia salvezza. Il pane è mangiato e assaporato con il gusto, e il gusto interiore lo consuma come l'amore della comunione. Assaporiamo la presenza di Cristo nella comunione con gli altri fratelli presenti nell’assemblea, nella comunione di fede e speranza suscitata dallo Spirito, ma anche la fraternità con cui ci riconosciamo fratelli /sorelle.• La preghiera. Lì, come ci insegna sant’Ignazio, possiamo «sentire e gustare le cose internamente». Nella preghiera non si tratta di nutrire pensieri elevati o riflessioni sublimi, né si tratta di fare grandi ragionamenti o lunghi discorsi. Per pregare basta fermarsi con semplicità su quella parola di Dio, su quell’ispirazione, su quell’esperienza che mi riempie il cuore e gustarla fino in fondo: attraverso di essa il Signore mi fa sentire il suo amore, mi parla… e, se io voglio, guida la mia vita.

 

Le conseguenze di una ricerca smodata del piacere

«Il piacere è un sentimento o un’esperienza, più o meno durevole, che corrisponde alla percezione di una condizione positiva, fisica o psicologica, proveniente dall'organismo. È considerato uno stato di contenuto opposto al dolore che può essere di breve durata o cronico»[14]. Il piacere non va disprezzato. Va accolto con libertà di cuore, come una dimensione del nostro esistere, quella della corporeità e della psiche.

Il rischio è quello di focalizzarsi nella ricerca del piacere come obiettivo principale della vita. In tal caso si ha una ricerca malata, inconsapevole, dell’assoluto. Tale ricerca non genera la gioia, proprio perché la gioia, come abbiamo visto, si pone su un altro piano; invece all’interno della gioia – ad esempio all’interno della relazione amorevole tra marito e moglie (agape) - ci può essere lo spazio del piacere (eros).

Quali sono i rischi di una vita focalizzata sulla ricerca del piacere? Anzitutto di paralizzare i sensi spirituali, in modo da non godere più dei beni dello spirito. Infatti i piaceri forti dei sensi del corpo – come insegna San Tommaso d’Aquino – «assorbono l’anima più di ogni altra cosa»[15]. La conseguenza è ovvia: non trovare mai la gioia agognata; di cadere, inoltre, nella spirale mortifera del vizio. Sappiamo che la prima conseguenza del vizio è la perdita della libertà; il soggetto fa sempre più fatica a staccarsi dal vizio, pur non trovandovi più il piacere e il fascino di un tempo, anzi avvertendo un sempre e maggiore disgusto e insofferenza[16]. Ci sono poi altre conseguenze gravi, disumanizzanti. Si pensi ad esempio a quelle della lussuria e della gola.

• La lussuria è di sua natura distruttiva, anzitutto perché nega la realtà, poiché il suo mondo è l’immaginazione, un mondo falso e superficiale, che spinge a fuggire l’intimità, la manifestazione dei sentimenti e della tenerezza. Ciò che viene distrutto, in particolare, è la fiducia nell’altro, la verità di un rapporto. Il lussurioso, in realtà, è una persona sola, senza amicizie, senza veri legami affettivi. Per di più oltre ad utilizzare l’altro come un oggetto per il proprio piacere, il vizio conduce il lussurioso a rivolgere all’altro richieste sempre maggiori, eccessive – si sa, infatti, che nel vizio si verifica un’assuefazione del godimento, per cui per poter provare lo stesso piacere bisogna aumentare le “dosi” – fino ad arrivare anche all’uso della violenza. • La gola. Un elemento in comune tra i vizi, ma che nella gola si trova esasperato, è l’aspetto della bruttezza (obesità) cui conduce. È facile poi intuire tutte le conseguenze sulla salute della persona obesa (in particolare le malattie cardiovascolari).

L’eccesso di cibo incide anche negativamente sulla ragione, non permettendo un uso corretto ed equilibrato di essa, danneggiando così il pensiero, la parola, la vita comune: «Quando le potenze corporali inferiori sono turbate per una sregolata ingestione di cibo, la stessa ragione, per conseguenza, è intralciata; e così è considerata figlia della gola l’ottusità della mente nell’intendere»[17].

I padri notano che con la gola si sviluppa non di rado anche la maldicenza, la curiosità, il pettegolezzo, una modalità di comunicazione che sembra prosperare nei salotti, nelle grandi tavolate, nell’ozio stancante e annoiato che si crea nel tempo di attesa tra una portata e l’altra, come se lo spirito, all’appesantirsi del corpo, diventasse anch’esso più grossolano e terreno nella sua maniera di esprimersi.

Il goloso rischia di diventare con facilità egoista ed avido dimenticando le persone che si trovano accanto a lui nonché il significato relazionale insito del pasto. Se, inoltre, il cibo è essenzialmente legato al senso della festa, della gioia, dell’allegria, il goloso purtroppo, con il suo comportamento compulsivo, si è precluso tutto ciò, diventando strutturalmente incapace di fare festa.

Sono solo due esempi per dire che il piacere deve stare nel suo giusto ordine ed equilibrio.

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[1] A. Spadaro, «Intervista a papa Francesco», in La Civiltà Cattolica, 3918 (2013) 467-468.

[2] Tolstoj, Anna Karenina, Milano, Garzanti, 2008, 163.

[3] S. D. Sammon, Religious Life in America: A New Day Dawning, New York, Alba House, 2002, 95.

[4] T. Radcliffe, Prendi il largo!„., cit., 301 s.

[5] Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte. Dall'ingresso in Gerusa­lemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano - Milano, Libr. Ed. Vaticana - Gar­zanti, 2012, 306.

[6] Cfr. Origene, Contro Celso 1, 48.

[7] S. Agostino, Comm. al vangelo di Giovanni 99, 4.

[8] Francesco, Omelia in Santa Marta del 28 aprile 2016.

[9] Francesco, 30 luglio 2016, ad alcuni gesuiti polacchi.

[10] S. Agostino, Comm Enarr. in Ps 5, 15-16.

[11] Francesco, Omelia in Santa Marta del 22 maggio 2014.

[12] Cfr. Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 12.

[13] F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Bologna, il Mulino 2016.

[14] https://it.wikipedia.org/wiki/Piacere

[15] S. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 4t, a. 3.

[16] L’attuale ricerca psicologica parla di «assuefazione del piacere» e di «caduta del desiderio»: chi cerca il piacere come fine in sé stesso non lo trova mai (cfr. V. Frankl, Psychotherapy and Existentialism, Charion Books, New York 1967, 5).

[17] S. Tommaso d’Aquino, De malo, q. 14, a. 4.

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