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03 Gennaio 2026

Battesimo del Signore

La festa del battesimo di Gesù offre un’occasione privilegiata per ripensare alla nostra identità cristiana e alla missione di cui siamo portatori. Le letture, infatti, presentano due figure, che la tradizione cristiana ha strettamente congiunto: il servo di JHWH e Gesù di Nazareth, ambedue investiti di un mandato impegnativo e amaro. Nonostante l’apparente sconfitta, la loro missione raggiunge il compimento nella fedeltà al progetto di Dio.

La prima lettura (Is 42) appartiene a quei testi chiamati «canti del servo del Signore»; in essi, infatti, è presente la figura misteriosa di un personaggio che non è mai chiamato per nome e che viene sempre indicato col titolo di «servitore», il quale appare dotato di un compito straordinario: è chiamato a portare il diritto di Dio alle nazioni. Il diritto, qui, ha il significato di salvezza, legge che fa vivere. Il servo si rivolge agli esseri umani che hanno bisogno di liberazione, perché è inviato a restituire la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri, la dignità ai poveri. A questa superba missione si contrappone la fragilità del personaggio chiamato a espletarla: il servitore è un profeta disarmato, senza appoggi umani, rivestito solo della fragilità della Parola. Egli ha la forza dei miti: non grida, perché la Verità non ha bisogno di una voce alta e imponente per farsi strada e non cerca scorciatoie per essere acclamato dalle piazze. Si rivolge ai piccoli e ai poveri, che stanno per spegnersi o per spezzarsi, sottoposti come sono all’urto di violenze imposte dalla vita e da coloro che contano: situazioni troppo pesanti per le spalle dei poveri. Entrerà nel regno dei fabbricanti di morte disarmato, indossando l’unica corazza in grado di sconfiggere la morte: l’amore. Perché solo l’amore è più forte della morte, e solo l’amore possiede la capacità di far germogliare il deserto e far lievitare il negativo della vita.

La vicenda di Gesù s’intreccia indissolubilmente con quella del servo di JHWH. Il brano evangelico, infatti, presenta le prime parole che, secondo Matteo, Gesù pronuncia rivolte al Battista, al momento del battesimo: «Lascia per ora, perché così adempiamo ogni giustizia», ossia il disegno salvifico di Dio che vuole salvare tutti gli uomini. Gesù vuole farsi battezzare da Giovanni perché in tal modo esprime con tale gesto la scelta fondamentale che Gesù condurrà avanti tutta la vita. È il Figlio che, conoscendo l’amore del Padre per i suoi figli, si fa loro fratelli: si mischia tra i peccatori, si immerge nella loro realtà, solidale con loro in un amore più grande della morte. L’immersione nell’acqua è il gesto di chi, non conoscendo peccato, si è fatto per noi maledizione e peccato (2Cor 5,21). Mentre Adamo affogò nella morte per essersi innalzato nella disobbedienza, Gesù si annega nell’obbedienza del Padre che l’ha mandato a cercare ciò che era perduto. Colui che toglie i peccati del mondo, che ha creato lo sterminato universo compresi i mari, gli oceani e tutte le acque che scorrono sulla faccia della terra, scende ora in questo rigagnolo. Lui, la sorgente d’acqua viva, cosa può ricevere da queste acque? A cosa gli serve scendere in esse?

I Padri della Chiesa danno una chiara risposta: “Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi” (S. Gregorio di Nazianzo, Disc. 39 per il battesimo del Signore). E non solo purifica le acque, ma prende su di sé tutti i peccati che, simbolicamente erano depositati in quelle acque dove i peccatori andavano ad immergersi, e li distrugge con la sua morte in croce.

Il Padre stesso commenta il gesto di Gesù, rivelando ai presenti la missione del Figlio: “Questi è Figlio mio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”. Il Padre si compiace dell’obbedienza del Figlio per mezzo del quale l’uomo otterrà la salvezza.

il cielo si aprì...” (vv. 21-22). Nel NT troviamo l’apertura del cielo in occasione di visioni negli Atti (At 7,55-56; 10,1). Nell’Apocalisse la parte delle visioni è introdotta con una parta aperta nel cielo (Ap 4,1); si vede poi l’apertura della porta del Tempio di Dio in cielo (Ap 11,19) e ancora la visione del cielo aperto in Ap 19,11. In Gv 1,51 è promesso: “Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio che salgono e scendono sul Figlio dell’uomo”. La rimozione del velo opaco, che secondo la concezione del tempo divide il cielo dalla terra, simbolicamente significa che è rimosso ogni ostacolo alla separazione di Dio e degli uomini. L’inizio della missione di Gesù, inaugurata dal battesimo, segna la riconciliazione dell’umanità con Dio.

“…ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui”. Questa discesa dello Spirito coincide con l’investitura messianica di Gesù. Diversi testi dell’AT confermano questa idea. Quando Saul viene «unto» e designato come re d’Israele, lo «Spirito del Signore irrompe» su di lui (1Sam 10,6.10) per confermarlo nella sua nuova funzione. Lo Spirito del Signore irrompe su Davide subito dopo la sua unzione (1Sam 16,1-13; si veda specialmente 16,13). Altri testi come Is 11,1-2 e 61,1 illustrano ugualmente il fatto che lo Spirito del Signore è dato al messia scelto da Dio. La voce che viene dal cielo suggella questa investitura, perché il titolo di «Figlio di Dio» ha alcune connotazioni regali, come per esempio nel Sal 2,7 dove il re dice: «Proclamerò il decreto che il Signore ha pronunciato: “Mio figlio sei tu, io in questo giorno ti ho generato!”». L’oracolo del profeta Natan al re Davide (2Sam 7,14) utilizza anch’esso questo vocabolario quando Dio dice del re: «Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio».

In questo testo, Dio però non elargisce il suo Spirito al re, ma al suo «servo», Gesù, un servo che «proclama il diritto alle nazioni». Gesù si fa servo e porta a compimento la profezia del “servo” del profeta Isaia (prima lettura).

Ed ecco una voce dal cielo...”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. È la prima volta che parla, confermando Gesù come figlio. La seconda volta aggiungerà per noi: “Ascoltatelo” (17,7), rivelando in tale modo anche la nostra vocazione: ascoltare lui, perché lui è il Salvatore. Per ascoltarlo è però necessaria una condizione: mettersi in fila con i peccatori, così come ha fatto lui. È l’atteggiamento di chi non scarica le colpe sugli altri. Più che lamentarci degli altri dobbiamo lamentarci di noi stessi.  Un giorno Cristo ammonirà severamente: “Guai a voi che ora siete sazi” (Lc 6,25). Beati piuttosto coloro che sanno mettersi in discussione. Beati coloro che ammettono di aver sbagliato, di aver provocato e di provocare guai nel mondo, nella Chiesa, nella società, oltre che nella propria esistenza spirituale. Soltanto questa ammissione ci permette di non illuderci di essere arrivati, di abbattere l’orgoglio (anche spirituale) e di incontrare davvero Cristo che ci salva.

Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”: il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. Attraverso di lui il Padre stabilirà “una nuova Alleanza per il popolo” (Is 42,7), ristabilendo il rapporto di amicizia con gli uomini. Lo Spirito-colomba è araldo di questa notizia straordinaria con cui inizia la rinascita di cieli e terra nuovi (vedi il ruolo della colomba nei racconti del diluvio: Gen 7-9). Richiama anche lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque e trasse il cosmo dal caos (Gen 1,2). Il battesimo di Gesù è una creazione nuova che porta la pace definitiva, una vita al di là e al di sopra di ogni male, che non sarà più distrutta.

Le parole che il Padre pronuncia nel Battesimo di Gesù, desidera pronunciarle anche su ciascuno di noi: sei “il figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”.  Vuole compiacersi quando viviamo la nostra fede nella conformazione a Cristo, quando come autentici figli nel Figlio ci lasciano immergere nell’abisso delle acque di morte, di violenza, di male che oggi abitano nel nostro mondo, per vincere il male con il bene, per contribuire come «servi» docili nelle mani del Signore a far sì che l'amore trionfi sul male e il Regno di Dio si espanda nel mondo nel quale viviamo.

03 Gennaio 2026

Epifania del Signore

Le tre letture della manifestazione del Signore Gesù ci invitano ad alzare la testa per scrutare la salvezza che Dio ci offre, per cambiare la storia degli uomini e dei popoli che lo accolgono con fede.

Nella prima lettura (Isaia 60,1-16) troviamo la visione di Gerusalemme che, ammantata di luce, illumina il cammino dei popoli. La luce richiama la salvezza e la vita; senza luce si cammina nelle tenebre e “venire alla luce” rappresenta il salto primordiale sulla scena della vita. Gerusalemme è chiamata a questo compito: è chiamata a testimoniare la luce di YHWH davanti a tutti i popoli. Nel tempo che viviamo, assistiamo ancora una volta, alla smentita di questa promessa. Anche nel 2026 Gerusalemme è segno di contraddizione e di lotta e non di alleanza con/per tutti i popoli della terra. Ma la vocazione a diventarlo non viene meno.

Nella seconda lettura (Efesini 3,2-6) San Paolo ci ricorda che i pagani sono chiamati a far parte dell’eredità dei santi.

Nel Vangelo l’arrivo a Gerusalemme dei magi, quindi degli stranieri in cerca del Messia, ci dice che i «lontani» hanno ora accesso alla salvezza. Ma c’è anche il pericolo – di cui dobbiamo ben guardarci – che i «vicini», quindi anche noi credenti, rimaniamo ciechi, incapaci di accogliere la salvezza di un Dio che si offre a noi nei segni della povertà, dell’umiltà, nella piccolezza che è la grandezza di Dio, del Dio amore.

Parlando dei magi, l’evangelista non intende soddisfare la nostra curiosità, non si sofferma sull’identità dei personaggi, sul loro numero, sulla strada percorsa, sulla provenienza dall’oriente, sulla designazione rabbinica dei gentili come “adoratori delle stelle”, ecc., ma evidenzia il loro atteggiamento: sono dei ricercatori di Dio. Invece tutta la città di Gerusalemme, insieme ad Erode, in netto contrasto con l’atteggiamento dei magi,  non accoglie il suo Re, il Messia atteso da secoli.

Soffermiamoci ora sull’atteggiamento dei magi.

Cosa cercavano i Magi? Quale motivo li ha spinti ad intraprendere un così lungo viaggio? Non è da escludere che l’attesa messianica di Israele sia stata trasmessa ad altri popoli dell’oriente, che l’hanno fatta propria. Quindi la ricerca di un messia. Ma allo stesso tempo cercano un re. Forse la profezia di Balaam, che non era ebreo e servo di altri dèi, era nota anche fuori di Israele. Non per nulla i magi giunti in Giudea si recano nella città regale di Israele ed entrano nel palazzo del re  

Si sono lasciati guidare dalla stella. La stella, però, non li ha accompagnati a passo a passo durante il lungo viaggio. Per eliminare tutte le incertezze, sgomberare le difficoltà del cammino. Hanno percorso faticosamente la loro strada, affrontandone i rischi, le oscurità, i dubbi, gli imprevisti. Non c’è ricerca di Dio lungo un’autostrada dello spirito tracciata definitivamente dagli altri. Eppure questa è la tentazione sempre presente in molti cristiani. Pretendono una strada sicura, diritta, perfetta. Con cartelli segnaletici ben visibili e completi di indicazioni di ogni genere. Ossia una risposta esatta, indiscussa, per ogni genere di problemi, quasi che il cristianesimo fosse una macchinetta automatica... C’è, invece, un cammino sempre diverso da percorrere, da scoprire, inventare. La fede non è mai rassicurante. È, piuttosto, un rischio. Il credente è uno che segue itinerari imprevedibili, che esplora territori sconosciuti.

I Magi hanno poi saputo vincere la delusione. Hanno posto la domanda. Il re Erode, che tiene a disposizione uno stuolo di “esperti” - i capi dei sacerdoti e gli scribi - li consulta. Essi, dopo aver cercato affannosamente nelle Scritture, confermano che, sì, effettivamente a Betlemme doveva accadere qualcosa... Sta scritto nel Libro: “[Tu sei] la più piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda: da te infatti uscirà un capo”: Mi 5,1; e: “Tu pascerai Israele mio popolo, tu sarai capo in Israele”: 2Sam 5,2)[1]. Sanno tutto di una geografia dove però loro non hanno mai messo piede, né intendono muovervi un passo. I Magi sono incaricati dal re di fare da esploratori per conto dei sedentari che sanno tutto e poi di tornare a riferire circa le loro eventuali scoperte. Così anche i professionisti della Scrittura, a due passi dall’avvenimento, sono rimasti al loro posto, inchiodati alle loro cattedre, interessati soltanto teoricamente a quell’evento. Informati, ma non coinvolti. Sanno tutto, ma la strada la lasciano percorrere agli altri.

Così anche per il nostro itinerario di fede. Si tratta di non permettere che la delusione ci abbatta, non desistere anche quando incocciamo dei maestri che tengono in tasca tutte le risposte per ogni genere di problemi, ma sono sprovvisti dell’unica risposta che ci interessa: quella vitale.

L’adorazione. Giunti a Betlemme videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”.  I magi sono maestri nell’atteggiamento corretto nei confronti del soprannaturale: di fronte al bambino Gesù, rivelazione del mistero nascosto da secoli, si prostrano in adorazione. Quando ad-oro divento intimo di Dio, partecipando alla sua vita, al suo mistero. Letteralmente la parola stessa “adorazione” deriva dal latino “portare alla bocca”. Adorare significa entrare in comunione di respiro, di anima. Il bacio, nella Bibbia, ha questo intimo significato. La condivisione personale dell’alito, della vita. E la adorazione biblica racchiude in sé questa valenza così personale e forte, quasi intima. È quindi il contatto intimo con Cristo il centro da cui sgorga ogni dono successivo a Dio e ai fratelli. La nostra ricerca ci deve portare ad adorare prima di ogni altra cosa. Come hanno fatto magi.

Il gesto di adorazione dei magi contrasta spesso con quello dell’uomo d'oggi. C’è poca fede e la pratica religiosa è bassa, c’è però una grande attesa e ricerca di ciò che è soprannaturale e misterioso, di ciò che supera le leggi della natura, di ciò che è inspiegabile, che è circondato da un alone di mistero; ne sono testimonianza il successo di programmi televisivi che si occupano di questi fatti e soprattutto la fortuna - anche economica - di maghi e astrologi a cui molti si rivolgono, con il risultato di sborsare anche ingenti somme di denaro. Pensiamo poi a certa ingenuità diffusa nel credere a indovine di passaggio, che spesso si rivelano abili truffatrici, o ancora alla frequente consultazione di oroscopi prima di intraprendere qualsiasi scelta. Sono tutti fatti che comunque testimoniano come oggi molti non sono soddisfatti della loro vita, della loro situazione e sono alla ricerca di qualcosa che oltrepassi la propria capacità di comprendere le cose. Non sempre però si tratta di attese ben orientate, spesso si va alla ricerca di un soprannaturale e di un misterioso che in realtà si vuole dominare per piegare alle proprie esigenze, illudendosi di indirizzare a proprio favore gli eventi della vita come se bastasse qualche rito e qualche formula per piegare potenze superiori.

L’offerta dei doni. Dei magi si dice, letteralmente, che “aperti i loro tesori, offrirono a lui doni, oro e incenso e mirra”. È l’ultimo gesto che essi compiono in un prolungato atteggiamento di adorazione. Dei doni offerti a Dio senza adorazione c’è il rischio che si trasformino in merce di scambio per un rapporto clientelare.

I padri della Chiesa hanno dato un significato simbolico alle offerte dei magi, vedendo raffigurate in esse tre prerogative di Cristo: la regalità, la divinità, l’umanità (nella carne di Gesù si ha l'alleanza con l'umanità da lui redenta, ma è anche richiamo della passione del salvatore). È ciò che esprime anche un inno della liturgia: “Oro e incenso proclamano il Re e Dio immortale, la mirra annunzia l’Uomo, deposto dalla croce”.

Effettivamente l'oro è simbolo di regalità; i magi, dunque, riconoscono il Signore come loro re. E con tale riconoscimento mettono fine al sono di restaurazione politico del regno d'Israele. Gesù è venuto a realizzare il regno di Dio, regno che non è limitato ai soli Giudei, a un popolo, a una religione, ma è esteso a tutti quegli uomini che accettano di essere amati da Dio. L'evangelista anticipa così nell'episodio dei magi le parole di Gesù: “Ora io vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,11).

L'incenso era l'elemento specifico del servizio sacerdotale, adoperato in modo particolare nelle offerte di ringraziamento (Lv 2,1-2; 1Sam 2,28). Ebbene, i magi, che in quanto stranieri sono “pagani peccatori” (Gal 2,15), offrendo l'incenso, svolgono verso Gesù il compito dei sacerdoti, gli unici che potevano rivolgersi direttamente alla divinità nel culto. Il privilegio di essere un popolo sacerdotale non è più esclusivo di Israele (Es 19,6), ma viene esteso a tutti i popoli, pagani e peccatori compresi (1Pt 2,9; Ap 5,10).

Infine la mirra. Nella scrittura questa resina, dall'intensa fragranza, è il profumo con il quale l'amante conquista il suo amato (“Ho profumato il mio giaciglio di mirra”, Pr 7,17), simbolo dell'amore della sposa per lo sposo (Ct 5,5; Est 2,12). Il rapporto tra il Signore e il suo popolo veniva raffigurato dai profeti con i tratti di un matrimonio, dove Israele era la sposa del suo Dio: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5; Os 2). Anche il privilegio di essere la nazione sposa del suo Dio non è esclusivo di Israele, ma è esteso alle nazioni pagane, delle quali i magi sono i rappresentanti.

La mirra poi può essere anche interpretata come segno della passione di Gesù. “In effetti, nel Vangelo di Giovanni compare la mirra dopo la morte di Gesù: l'evangelista ci racconta che Nicodemo, per l'unzione della salma di Gesù, aveva procurato, fra l'altro, anche la mirra (cfr. 19,39). Così, il mistero della Croce, mediante la mirra, viene nuovamente collegato con la regalità di Gesù e si preannuncia in modo misterioso già nell'adorazione dei Magi. L'unzione è un tentativo di opporsi alla morte, che solo nella corruzione raggiunge la sua definitività. Quando al mattino del primo giorno della settimana le donne giunsero al sepolcro per effettuare l'unzione, che, a causa dell'immediato inizio della festa, non era stato più possibile eseguire alla sera dopo la crocifissione, Gesù era ormai risorto: Egli non aveva più bisogno di della mirra come mezzo contro la morte, perché la vita stessa di Dio aveva vinto la morte”[2].

Con questo significato dei doni, allora, Matteo ci dice che Israele non è l'esclusivo popolo del Signore, lo sono anche le altre nazioni che giungono alla fede in Colui che è Dio e per amore ha dato la vita per noi, comprese quelle che i Giudei considerano nemiche e: “Benedetto sia l'Egiziano mio popolo, l'Assiro opera delle mie mani” (Is 19,25).

Ma c’è anche una seconda interpretazione dei doni. Noi sappiamo che nel Vangelo di Matteo “tesoro” è il cuore dell’uomo. Non si tratta allora di qualcosa che viene dato a Dio materialmente, per riconoscenza o per avere il suo favore, ma del dono di se stessi – il proprio oro (cioè tutto ciò che è prezioso in noi e tutto quello che di prezioso possediamo), l’incenso (cioè la propria dignità) e la mirra (cioè anche la propria morte, consegnata a colui che è la Vita), ponendosi davanti a Lui così come siamo, con tutta la nostra storia, le cose scintillanti e le amarezze. In questo senso l’offerta della nostra vita è la conseguenza diretta dell’adorazione, del “portare alla bocca” per comunicarsi a vicenda il proprio tesoro.

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[1] Si noti che entrambe le citazioni – quella di Michea (e quindi l'importanza di Betlemme in forza della profezia), come quella di 2Sam (ove si era raccontata la chiamata di Davide: il più giovane viene scelto tra i fratelli ad essere re) fanno capire il paradosso dell'agire di Dio, che pervade tutto l'AT: ciò che è grande nasce da ciò che, secondo i criteri del mondo, sembra piccolo ed insignificante, mentre ciò che, agli occhi del mondo, è grande, si frantuma e scompare.

[2] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 124-125.

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