Articoli filtrati per data: Venerdì, 02 Gennaio 2026
Seconda domenica dopo Natale
La liturgia odierna ci parla della sapienza divina, quella sapienza che si è fatta carne in Gesù.
La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, ci dice che la Sapienza è «uscita dalla bocca dell’Altissimo», abita le altezze e scruta gli abissi. È una Sapienza che è dal principio, prima che il mondo fosse. Essa, che aveva la sua dimora nelle altezze, «ha messo le sue radici in mezzo a un popolo glorioso». L’Eterno ha scelto di abitare in un fazzoletto di terra: in una città, in un tempio, ma soprattutto in mezzo a un popolo piccolo e insignificante che, grazie alla sua presenza, diventa “glorioso”.
Questa Sapienza si è fatta carne in Gesù. E ciò perché – come ci dice San Paolo nella seconda lettura – possiamo essere «figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà…» (Efesini 1,5-6).
Il brano del Prologo giovanneo è molto bello, ricco di significati. Cerchiamo di coglierne alcuni per il nostro cammino spirituale.
Anzitutto ci dice – contemplando la vita trinitaria – che quel Verbo (cioè il Figlio di Dio) da sempre è rivolto al Padre: quindi tra Padre e Figlio c’è una relazione di amore. Il Verbo si riconosce generato da Dio - e come tale si accoglie riconoscente - e a Dio si rivolge o, meglio, si riconsegna. Non si tratta solo di un dialogo all’interno della divinità, ma di un vero e proprio scambio di vita divina, di amore nel dinamismo della generazione e della riconsegna. Dio è amore.
Ebbene, il Verbo che in obbedienza al Padre ha creato il mondo, sempre in sua obbedienza si è fatto carne.
Ci sono poi delle precisazioni molto importanti.
«In lui era la vita» (v. 4). Questa – afferma Giovanni – è propriamente la vita. Se qualcosa noi vogliamo chiamare vita, intendendo con questo ciò per cui le cose sussistono radicate in un’origine, sorrette da un’intenzione, accolte in una relazione, questo è propriamente ciò che si rivela nel Verbo dell’origine che è Dio.
«e la vita era la luce degli uomini». La vita, che è il Verbo, si rivela come luce per gli uomini. Egli si rivela nella verità di essere la vita per illuminarli, perché possano - come il Verbo stesso si riconosce generato dal Padre - riconoscersi radicati esistenzialmente nel rapporto con il Verbo che è verità e vita. Staccarsi da Lui significa non vivere, significa perdere la vita vera. Ed è quello che produce il peccato.
«la luce splende nella tenebra» (v. 5a). Nella visione giovannea la tenebra si riferisce al mondo satanico che si oppone a Dio, è l’anti-rivelazione, l’anti-vita. È il mondo che ha tentato l’uomo e lo conduce al peccato, quindi alla morte.
Ma – precisa il Vangelo - «la tenebra non l’ha vinta». Per quanto sia grande, questa tenebra non ha vinto la luce, non l’ha afferrata, non l’ha vinta, non l’ha dominata. Ossia l’uomo che si affida a Dio e rimane radicato in lui – in comunione con la carne del Verbo fatto carne – non viene vinto dalla tenebra, ma rimane nella luce, cioè nella verità e nella vita. C’è quindi una lotta impegnativa che però risulta vittoriosa. Per questo nella fede possiamo affrontare la tenebra presente nel nostro mondo - non solo identificata nel Nemico che si oppone al piano salvifico divino, ma anche dell’uomo che sono strumenti del male, di guerre, di violenze, di ingiustizie - vincendola come figli nel Figlio. Un messaggio di speranza, dunque, di chi nella fede rimane saldo nel Signore che si è fatto carne per noi perché, rimanendo in Lui possiamo essere salvati, custoditi nel suo amore. Giustamente San Paolo nella Lettera ai Romani dirà: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse il dolore o l'angoscia? La persecuzione o la fame o la miseria? I pericoli o la morte violenta? Ma in tutte queste cose noi otteniamo la più completa vittoria, grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono sicuro che né morte né vita, né angeli né altre autorità o potenze celesti, né il presente né l'avvenire, né forze del cielo né forze della terra, niente e nessuno ci potrà strappare da quell'amore che Dio ci ha rivelato in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39).
«Venne fra i suoi, e i suoi non lo accolsero» (v. 11). A queste risposte negative – il rifiuto di Israele e degli uomini che nella storia accecati dal peccato rifiutano Cristo – si contrappone chi risponde positivamente: «A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Quelli che lo hanno accolto, cioè che credono in Lui, ha dato il potere di diventare figli di Dio. L’uso del verbo diventare è molto importante: il Verbo, infatti, non ci ha fatto diventare figli di Dio automaticamente, ci ha dato il potere di diventarlo. Cioè di diventare sempre più pienamente ciò che siamo già per grazia grazie al sacramento del Battesimo. Di vivere quella bellezza di vita filiale che manifesti chi siamo noi, ossia figli nel Figlio del Dio amore.
«E il Logos divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi e pose la tenda fra di noi» (v. 14a). Questa è la traduzione letterale del versetto. Allora il Verbo non solo di fatto, cioè in modo concreto, pianta la tenda “dentro” l'umanità, ma vuole piantarla e rimanere ad abitare anche dentro il nostro cuore perché anche noi possiamo abitare in Lui. Come sarà nel paradiso, immersi nella Trinità. Vivere quindi sulla terra già anticipando e manifestando quella vita vera che è già anticipo del cielo.