Articoli filtrati per data: Mercoledì, 14 Gennaio 2026
Seconda domenica del tempo ordinario / A
La settimana scorsa, nel primo carme del servitore di JHWH, era lo stesso Dio che presentava il suo servitore. Nel secondo carme, contenuto nella prima lettura di oggi, è il servo stesso a prendere la parola e a presentarsi, riportando ciò che il Signore gli ha detto e il compito di grande responsabilità che gli ha affidato: «Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria… per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele…». Rivestito dell’armatura fragile della Parola, il servitore avverte intorno a sé la diffidenza e dentro di sé l’inadeguatezza. Le cose non sono andate così come il Signore gli ha promesso; una smentita clamorosa, per certi versi, scandalosa! Dunque una missione universale, vissuta nel segno della debolezza. Ci sono momenti dell’esistenza in cui la sensazione di inutilità è forte, soprattutto se dovuta a un muro sordo, che non risuona, a una comunità insensibile, che non risponde, perché non ha né occhi per vedere né orecchi per ascoltare. Sono momenti di travaglio, che danno a una persona sensibile e fedele un senso di frustrazione profonda. In questo contesto di vuoto, il servo ne parla con il Signore. Ed ecco che risuona, però, la voce di Dio; una voce che risveglia e rincara la dose prospettando addirittura una missione universale: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Accanto alla figura del servo, il Vangelo ci pone quella dell’agnello. Giovanni Battista “vede” Gesù – Egli è colui che “viene” dal Padre e avanza sconosciuto tra la folla, a cui si lega per condizione umana – e svela il mistero della sua persona. Tutta l’attenzione del brano è rivolta al contenuto della solenne proclamazione del Battista: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (v. 29b). Giovanni paragona Gesù all’agnello sacrificale offerto ogni giorno nel tempio a Dio, in richiesta del perdono dei peccati, e all’agnello pasquale di Es 12 che, con il suo sangue asperso sulle porte, di fatto difendeva e allontanava dal male. La funzione dell’agnello in questo caso ha dunque il valore di liberazione dalla schiavitù del “peccato del mondo”. Per "peccato del mondo" bisogna intendere la sintesi o una somma delle sue conseguenze nella storia delle singole generazioni e quindi dell'intera umanità. Di tutto questo l'Agnello si fa carico.
Perché è necessario che l’agnello, animale mansueto, muoia?
Sappiamo che l’agnello anticamente era l’animale preferito per i sacrifici proprio per il motivo che non si ribellava nemmeno quando veniva sacrificato. Se il mondo del male è un mondo di lupi, l’agnello non reagisce al lupo divenendo lupo, ma proprio perché rimane mansueto “rivela” al lupo la propria aggressività. Quindi la mansuetudine ha di per sé un primo significato: quello rivelativo. Rivela quell’aggressività, quella tendenza umana dell’uomo, schiavo del peccato, di affermare se stesso a scapito degli altri.
Allo stesso tempo l’agnello è anche baluardo contro la morte: se nelle case degli ebrei segnate dal sangue dell’agnello sugli stipiti non entrava l’angelo sterminatore, vuol dire che l’agnello è colui che permette all’uomo di vivere, di non morire a causa del peccato stesso che si ritorce sull’uomo stesso, ma di vivere nella libertà dei figli di Dio. Ecco perché la pasqua inaugura l’esodo: l’esodo dalla terra di schiavitù, dal peccato, alla vita dei figli di Dio.
L’evangelista, inoltre, richiama anche i passi del Servo sofferente di Dio (infatti il termine aramaico talià significa sia “agnello” che “servo”), che innocente porta su di sé il peccato dell’umanità (cf. Is 42,1-4; 52,13-53,12). Gesù è l’Agnello-Servo mansueto che non apre la bocca, condotto al macello. Il riferimento è quindi anche sacrificale, alla vittima. Quindi il Battista indica in Gesù il liberatore che muore, che dà la vita. È il servo che assume su di sé il peccato del mondo (il verbo "togliere" riferito al peccato del mondo letteralmente significa: "che prende" su di sé per portare via) e comunica la vita nuova con la sua sofferenza e morte in croce (cf. Es 12,1-28; 1Gv 1,7). Il Cristo, cioè, non assumerà la funzione di Messia politico-trionfante, ma quella di Messia umile-sofferente, che non conoscerà successi e non sarà capito dagli uomini.
Si noti che il "peccato" del mondo è al singolare. Non si tratta allora solo di liberarci dai singoli peccati, ma da quel "peccato" che ci aliena da Dio, quella menzogna che c'è in noi in seguito alla caduta dei progenitori e inoculata dal serpente che ci fa pensare che non siamo amati da Dio, che ci spinge di fatto alle tante alienazioni di chi si allontana da Dio.
Il Battista prosegue e ci dà la sua testimonianza: “Io non lo conoscevo..." Nel quarto vangelo non viene raccontato il battesimo di Gesù; non si dice che Giovanni battezza Gesù, ma si presenta la testimonianza di Giovanni che racconta come ha capito chi è veramente Gesù.
"...ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”. Giovanni, quindi, conosce Gesù come Messia, per rivelazione divina: ha ascoltato la parola del Padre e l’ha custodita fino a farne il principio guida del suo discernimento. Nella manifestazione del battesimo il segno che convalida la messianicità di Gesù sta nel fatto che Giovanni vide lo Spirito “scendere dal cielo come colomba” e rimanere su di lui (v. 32). Egli adesso può testimoniare che Gesù è colui che battezza con lo Spirito (v. 33), cioè dona lo Spirito Santo, riempie di questo dono - promesso per l’era della salvezza - ogni discepolo.
Con lo Spirito che scende dal cielo sul Figlio dell’uomo e rimane stabile su di Lui - è l'unto, il Messia - è iniziato il cammino dell’umanità nel suo ritorno al Padre. È in forza dello Spirito che l’uomo può rinascere, dirà Gesù a Nicodemo (Gv 3,5-8), ed è in forza dello Spirito che i peccati potranno essere perdonati (Gv 20,22-23).
Il Battista ci ricorda che tutti noi siamo chiamati a testimoniare chi è Gesù! Se abbiamo non solo capito, ma anche sperimentato di essere stati da lui liberti, non possiamo non additarlo agli altri come l'Agnello di Dio!