Padre Michele

Padre Michele

Lunedì, 23 Marzo 2020 12:11

L'esame di consapevolezza

Vogliamo qui trattare di quello che normalmente chiamiamo “esame di coscienza”, che – in prospettiva ignaziana – è più corretto chiamarlo “esame di consapevolezza”.

 

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Come intendere rettamente l’esame di consapevolezza

Esame e discernimento

Per molti oggi la vita non è altro che spontaneità. Se la spontaneità è trascurata o soffocata, la vita stessa è morte. Da questo punto di vista, l’esame è la vita vera privata della spontaneità. Per queste persone lo Spirito è nella spontaneità; per cui qualunque cosa militi contro la spontaneità non è spirituale.

Questa idea non tiene conto del fatto – come ben sappiamo – che nella coscienza ed esperienza di ciascuno di noi sono radicate due spontaneità: una buona, secondo Dio, e una cattiva, non secondo Dio. Questi due tipi di impulsi e movimenti capitano a tutti noi. Per una persona desiderosa di amare Dio con tutto il proprio essere, il problema è la capacità di vagliare i vari impulsi spontanei per dare piena approvazione quelli che sono da e per Dio e respingere gli altri che ci allontanano da Lui e dalla sua volontà. In tutto questo l’esame ha un ruolo centrale.

Quando l’esame è collegato al discernimento, diviene esame di consapevolezza più che di coscienza. L’esame di coscienza ha un tono strettamente moralistico. Nell’esame di consapevolezza la prima cosa da guardare non è la moralità di azioni buone o cattive, ma piuttosto come il Signore ha agito nel nostro cuore cercando di illuminare la mente (ricordiamo l’importanza di discernere i pensieri che vengono da Dio) di fronte a certe situazioni quotidiane, e toccando e muovendo in profondità la nostra affettività. Ciò che sta accadendo nella nostra coscienza procede ed è più importante delle nostre azioni, che giuridicamente possono essere catalogate come buone  o cattive. Come stiamo sperimentando il disegno del Padre (Gv 6,44) nella nostra coscienza esistenziale e come la nostra natura corrotta ci sta tentando pian piano e ci sta attirando lontano dal Padre nostro attraverso i sottili raggiri del Nemico: è questo l’oggetto del nostro esame quotidiano, prima di guardare al modo in cui noi corrispondiamo attraverso le azioni. Certo, l’esame non deve dimenticare o trascurare i nostri mancamenti, non solo perché sono moralmente condannabili, bensì in quanto rappresentano dei momenti di infedeltà alla voce del Signore.

L’esame di coscienza così inteso non si ridurrà allora a una pia “pratica” quotidiana (Ignazio la richiede due volte al giorno), ma troverà la sua più solida giustificazione e il suo più valido sbocco in quell’“habitus” di vigilanza: la “pratica” mira a crearlo e a farlo crescere e diventare sempre più attivo.

Sant’Ignazio fece uso costante dell’esame di coscienza, come ne danno testimonianza i suoi più intimi e familiari. Esaminava sempre ogni movimento e inclinazione del suo cuore, il che vuol dire che discerneva quanto ogni cosa fosse congruente con il suo vero io incentrato in Cristo, al fine di progredire.

Nell’annotazione 1 degli Esercizi sant’Ignazio accenna alla differenza tradizionale tra il camminare il correre nella vita spirituale. Il semplice fedele cammina nella via del Signore, il discepolo vuole invece correre, rimuovendo ogni impedimento, superando ogni intralcio.

 

Una forma di preghiera

L’esame di coscienza va quindi considerato una forma di preghiera, non solo un mezzo di disciplina ascetica. E’ l’uno e l’altro insieme. L’esame fa sì che la nostra esperienza di contemplazione quotidiana di Dio dia una spinta reale al nostro vivere di ogni giorno: è un mezzo importante per trovare Dio in ogni cosa, e non solo nel tempo formale della preghiera. Senza questo contatto contemplativo con la rivelazione che il Padre fa della realtà in Cristo, la pratica quotidiana dell’esame diventa vuota, avvizzisce e muore. Senza questa relazione, l’esame – se proprio si continua a farlo – scivola a livello di riflessione su di sé in vista di un autoperfezionismo. L’esame senza una regolare contemplazione, è quindi futile.

 

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Articolazione dell’esame di coscienza

Sant’Ignazio articola l’esame di coscienza in 5 punti o 5 tappe(Esercizi n. 43), che vanno visti e gradualmente sperimentati nella fede, come dimensioni della coscienza cristiana formata da Dio.

 

RENDIMENTO DI GRAZIE

Il primo movimento dell’esame di coscienza – rendere grazie – è anzitutto un rinnovare la propria fede nella divina Provvidenza, che con la sua azione benefica piena, paterna  e continua fa concorrere tutto a mio vantaggio. Il suo amore è personale, è un amore che mi colma di doni, che previene le mie attese e interviene in mio favore con premura. Questa fede rinnovata nell’attività provvidenziale del Signore basta da sola a lenire ogni inquietudine, a spegnere ogni risentimento. Ogni creatura, ogni particolare della giornata mi è stato di aiuto nella misura in cui non mi sono chiuso all’intenzione divina e non mi sono rinchiuso nell’orizzonte terreno, resistendo al disegno divino.

Se fondata così sulla fede assoluta e luminosa nella Provvidenza, la memoria dei benefici fa parte del riconoscimento evangelico concreto delle verità vedute. Riconoscere i doni del Signore, la sua presenza affet­tuosa nella mia vita, mi radica nel suo amore e mi permette di guardare alla vita con ottimi­smo, fiducia, speranza, voglia di fare.

Questa fase dell’esercizio esprime dunque un ringraziamento motivato e cosciente per tutti i doni ricevuti. Così svilupperò un atteggiamento vigilante, attento a scoprire il bello, il buono, il bene, il positivo presenti nella mia vita.

- E’ opportuno innanzitutto ricordare, volta per volta, uno dei grandi doni della fede che mi aiutano nel mio cammino spirituale: le «benedizioni» di Efesini 1, 3-14 (la creazione, l’ele­zione, la redenzione, la filiazione, la ricapitolazione, lo Spirito); ancora: la fede, i sacramen­ti, la provvidenza, la Chiesa, la vita, il mondo, gli altri, ....

- Quindi passare in rassegna tutti i doni ricevuti in questo giorno: i piccoli-grandi fatti, cioè, nei quali ho letto l’amore di Dio per me (momenti positivi, relazioni fruttuose, avvenimenti gioiosi, semplici, fraterni) e quelli nei quali ho visto nascere e vivere, nei rapporti tra le persone, i doni dello Spirito: «amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé» (Gal 5, 22-23).

- Infine, direi, è bello ringraziare il Signore anche per i favori “temporali”. Così notando tale benevolenza divina il nostro cuore si riscalda, s’infervora nell’amore di Dio. Perché – ad esempio – ringraziare raramente per la buona salute? Se mai sfogliamo un manuale di patologia medica, presto ci rendiamo conto che la buona salute è come un miracolo permanente, un continuo scampo ai mille pericoli e squilibri che stanno come in agguato. Se i genitori, pur disinteressati, accolgono con speciale gioia il grazie dei figli, quando questi si accorgono delle premure, di ciò che fanno per loro; così e quanto più il Signore, da cui discende ogni sentimento paterno tra gli uomini, non accoglierà il nostro grazie? E finalmente se considero me stesso attualmente creato, donato a me stesso, il ringraziamento finisce in adorazione.

Preghiera. Ti ringrazio, Signore:
- per questo particolare dono della fede...
- per questi piccoli-grandi doni che mi hai fatto oggi...

 

DOMANDA DI LUCE ALLO SPIRITO SANTO

La domanda di luce allo Spirito ha un duplice scopo: per conoscere me stesso, e per riconoscere nella mia giornata le chiamate del Signore.

 
1. Per conoscere me stesso

Già gli antichi saggi ammettevano che la sapienza sta in primo luogo nel conoscere se stessi. All’ingresso del tempio di Delfo era scritto: «Gnôti seauón», che i latini traducevano «nosce teipsum» (conosci te stesso).

Da parte sua, la fede conferma e fa intravedere ancor più profondo il mistero dell’uomo: la dottrina del peccato originale allude a un caos interiore subentrato fin dagli inizi della storia nel nostro cuore; l’affermazione che siamo fatti «ad immagine e somiglianza di Dio» rivela virtualità inaudite. Solo Dio conosce perfettamente se stesso e può sondare fino in fondo anche gli abissi della nostra miseria e della nostra dignità, delle nostre infedeltà e delle nostre potenzialità: «Signore, tu mi scruti e mi conosci» (Sal 139/140). La nostra domanda si può allora tradurre più determinatamente: «Signore, fa’ che io mi conosca come tu mi conosci. Che nella misura del possibile io diventi trasparente ai miei occhi come lo sono ai tuoi! Che possa in verità conoscere il mio cuore, le motivazioni e intenzioni delle mie azioni». Si può rievocare lo sguardo di Gesù a Pietro durante la passione e affidarci a quel raggio di luce che penetrò nel cuore dell’apostolo, non come fredda e impietosa luce ma cole calore che ne scioglieva la durezza (cfr. Lc 22,61-62).

 
2. Per riconoscere nella giornata le chiamate del Signore

La preghiera di discernimento ha come scopo principale appunto quello di aiutarmi a discer­nere la volontà di Dio sulla mia vita, ossia come affrontare le situazioni della vita che mi si presentano, in modo che con le mie scelte, i miei atteggiamenti, i miei comportamenti io possa costruire la mia risposta d’amore all’amore di Dio per me, dare il mio personale con­tributo alla realizzazione del Regno di Dio.

In che modo posso dunque capire quale scelta assumere, quale atteggiamento adottare, come comportarmi in quella determinata situazione? Prestando attenzione ai movimenti interiori che provo come reazione interiore a quella situazione, per cui è necessario discer­nerli per decidere se assecondarli o meno.

Se la scelta, l’atteggiamento, il comportamento che essi mi spingono ad assumere in quella situazione mi porta a conseguenze positive per me e per gli altri e mi lascia nella serenità e nella pace (anche se mi costa), significa che questi sentimenti è Dio ad ispirarmeli per il mio bene. Accolgo dunque questa mozione che mi spinge a scegliere o agire in un certo modo come chiamata di Dio a crescere nella libertà e nell’amore ad immagine di suo figlio Gesù Cristo.

Se, al contrario, prevedo che le scelte ed azioni che mi sento spinto a fare avranno delle conseguenze negative ed inoltre non mi fanno sentire tranquillo, in armonia con me stesso, con gli altri e con Dio, si tratta di una mozione dello spirito del male per farmi allontanare dalla strada del bene autentico e la respingerò come tentazione dei demonio che mi allonta­nerebbe dal mio bene autentico

Ora siccome nell’esame ci consapevolezza ho bisogno di rileggere ciò che già è avvenuto in me, chiedo luce allo Spirito perché sappia cogliere i movimenti più significativi che hanno attraversato il mio cuore, sia come conseguenza degli eventi che mi si sono posti davanti, sia come azione diretta dello Spirito del Signore o del Nemico.

Preghiera. Signore, dammi il tuo Spirito, perché possa vedere me stesso e il mio vissuto di oggi come tu lo vedi, con i tuoi occhi ed il tuo cuore.

 

DOMANDARE CONTO ALLA COSCIENZA

In questo terzo punto dell’esame di solito ci affrettiamo a rivedere in qualche particolare le azioni di quella parte della giornata appena conclusa, per poterle catalogare come buone o cattive. Proprio quello che non dovremmo fare! Lo ribadiamo: la nostra prima preoccupazione è invece quella di riconoscere quello che è accaduto in noi dall’ultimo esame, come il Signore ha operato nel nostro cuore, che cosa ci ha chiesto. E solo in un secondo momento saranno considerate le azioni.

Questa parte dell’esame suppone che siamo attenti alle illuminazioni, ai sentimenti, agli stati d’animo, agli impulsi più piccoli – cioè gli «spiriti» - che devono essere esaminati e vagliati, perché possiamo riconoscere la chiamata di Dio a noi nella profondità del nostro essere.

L’esame di coscienza, dunque, non è introversivo. E’ interessato al servizio divino compiuto dal soggetto e nel soggetto, come si controlla un lavoro portato a termine: sia al servizio del Signore. Paolo usa termini commossi quando parla della coscienza: «buona coscienza» (1Tim 1,5.9; Eb 13,18), «coscienza pura» (1Tim 3,9), coscienza cioè divenuta diafana di Dio, profumata di Dio, interprete dello Spirito Santo. Veramente la coscienza serena nel Signore è la Terra promessa della vita cristiana. L’esame è mezzo «per conservarsi nella pace e nella vera umiltà interna».

La nostra prima attenzione qui è perciò rivolta verso ciò che è successo nel nostro cuore: per prendere coscienza delle motivazioni e intenzioni del mio agire, sentimenti ed emozioni; e inoltre per valutare in che misura ho colto e risposto alle chiamate del Signore.


1. Motivazioni e intenzioni, sentimenti ed emozioni, mente e cuore

1.1.  Motivazioni e intenzioni

Nell'esame di coscienza – come spesso si fa - non è sufficiente osservare le azioni, esterne o interne, ma è indispensabile indagare sulle motivazioni che spingono ad agire e sulle intenzioni che attraggono il nostro fare. Oltre a chiedermi cosa ho fatto devo sapere perché e per chi l’ho fatto. Solo a questa condizione comincia a farsi luce nel nostro psichismo, e possiamo sperare di scoprire — un po’ alla volta — quelle intenzioni nascoste, e meno rette che tanto spesso s’infiltrano indisturbate nelle nostre azioni, anche in quelle buone, fino a diventare motivazione più influente o addirittura principio di decisione e d’azione.

Ricordiamolo: ciò che abbiamo sempre più ignorato diventa lentamente padrone del nostro cuore. È un processo quasi impercettibile di sedimentazione progressiva, che parte dalle prime veniali concessioni e leggerezze, si radica in profondità quanto più genera abitudini sempre meno controllate e sempre più «autorizzate», e diventa motivazione inconscia quando innesca nel nostro modo di vivere un dinamismo automatico, resistente al cambiamento e ogni giorno più esigente nelle sue pretese. Ora, come ben sappiamo, è difficile scrutare e «liberare» l’inconscio, ma è possibile prevenirlo, ossia impedire quel processo di sedimentazione attraverso una quotidiana attenzione a ciò che in effetti ci spinge ad agire. Oltre tutto è proprio lì, nel «cuore», che si situa il peccato (cf. Mc 7,21-23).

L’esame di coscienza è la provvidenziale sosta nella giornata nella quale diventiamo più coscienti e dunque più liberi e meno automi, più responsabili di noi stessi e meno schiavi del passato.

1.2.  Sentimenti ed emozioni

Un altro mal vezzo dell’esame d’incoscienza è quello d’indagare solo sui comportamenti e sui fatti concreti, ignorando tutto quel mondo interiore di sensazioni, sentimenti, emozioni, ecc., che pure fa parte — eccome! — di noi. Non che tutto questo sia peccato, intendiamoci, ma è indubbiamente una pista utilissima per scoprirci e conoscere le reali motivazioni che muovono il nostro agire. Se, ad es., un fratello in comunità mi è cordialmente antipatico non è sufficiente che nell’esame di coscienza io controlli il comportamento tenuto con costui, magari congratulandomi con me stesso o giustificandomi perché «non gli ho mica fatto niente di male!», ma devo avere l’onestà di ammettere questo sentimento, d’interrogarmi sulla sua origine e sul suo significato, d’intuire come al di là di gesti concreti esso abbia condizionato il mio rapporto con lui e la comunità intera. Non c’è dubbio che farei delle scoperte interessanti sul mio egoismo latente, sul mio modo troppo umano di vedere gli altri, sulla mia tendenza pagana ad amare solo chi mi sta bene, ecc...

Lo stesso vale per i sentimenti positivi o troppo positivi (simpatie, attrazioni varie), o per le emozioni e sensazioni in genere che avverto in me. I momenti di gioia e di dolore, in particolare, costituiscono dei passaggi in cui emerge senz’altro qualcosa del mio io più profondo. Dunque sono aree obbligate d’indagine. Verificando che cosa in concreto mi fa godere e soffrire, fino a che punto mi lascio condizionare da queste emozioni e condiziono gli altri col mio umore, che cosa c’è dietro a certe sofferenze... io scopro una realtà del mio io che spesso resta nascosta, ma nondimeno influente. Potrei scoprire, ad es., che se soffro così tanto perché sono stato calunniato o trattato a parer mio ingiustamente, potrò anche avere le mie buone ragioni, ma oltre un certo livello m’accorgerò che la mia angoscia è segno d’eccessivo bisogno della stima altrui, di false aspettative nei confronti degli altri, d’un esagerato sentire di me stesso e della mia dignità. E mi guarderò bene allora dall’offrire, magari con sussiego e vittimismo, certe mie «sofferenze» al Signore!

Un buon esame di coscienza, in tali casi, è più che un termometro: mi misura la «febbre», e mi dice anche da dove viene. E probabilmente mi fa soffrire meno e meglio...

1.3. Mente e cuore

Chissà se i farisei facevano l’esame di coscienza; se lo facevano, certamente non andavano oltre la verifica della loro osservanza legale. Così fa oggi chi s’accontenta di controllare le trasgressioni senza interrogarsi sulle convinzioni. Aderire a un valore significa sperimentarlo sulla propria pelle, farne il principio ispiratore del decidere e dell’agire, conformare ad esso i propri gusti e i propri criteri valutativi, le aspirazioni e i progetti, insomma essere sempre più in sintonia con esso, amarlo ed innamorarsene. E soprattutto su questa sintonia che devo esaminarmi.

Dobbiamo ammettere, invece, che normalmente i nostri esami di coscienza indagano quasi esclusivamente sull’area della volontà, quasi ignorando mente e cuore. Ecco perché sono sempre sbrigativi, spesso ricchi di luoghi comuni e poveri di dolore vero, e solo raramente fanno nascere in noi un’autentica coscienza di peccato.

Sarà importante, in concreto, cogliere quei dettagli nei quali si nasconde e viene fuori la nostra mentalità: progetti, modi concreti d’attuarli, incidenza effettiva (e affettiva) dei valori nelle scelte, disponibilità a pagare di persona per il valore o ad essergli fedele nel segreto della propria coscienza; come pure sarà opportuno verificare il contenuto di immaginazioni, ricordi, sogni a occhi aperti, distrazioni ricorrenti, desideri intimi inconfessati, ecc.

Tutto questo è materiale utilissimo per scoprire ciò che abbiamo nella mente e nel cuore, e può diventare pericoloso non prestarvi attenzione, perché proprio lì dentro — anche lì dentro — è rintracciabile la mia identità. Nulla, nella nostra vita psichica e spirituale, succede a caso, e tutto, di quel che viviamo, lascia in noi un qualche segno. La stessa nostra coscienza, nella sua capacità di giudicare il bene e il male, ha la sua storia o preistoria; essa è il prodotto d’un laborioso e misterioso processo che ha luogo dentro di noi, a volte a nostra insaputa, e di cui avvertiamo chiaramente più il risultato o le conseguenze (il «sentire» una cosa come buona o cattiva) che non le singole fasi evolutive.

L’esame di coscienza è un vero e proprio confronto quotidiano, «in coscienza», con la Parola e i suoi criteri; più in particolare, è un porre costante attenzione al lento processo di formazione della coscienza stessa, perché non si compia indisturbato nel «sottosuolo» oscuro della nostra psiche, ma avvenga alla luce liberante della Parola di Dio.

In tal senso possiamo senz’altro dire che l’esame di coscienza «forma» la nostra coscienza. La forma al punto da renderla capace di percepire profondamente il peccato, e di soffrirlo come rifiuto della sua Parola e del suo progetto di amore. C’è un nesso evidente, tra queste tre realtà: esame di coscienza, formazione della coscienza, coscienza di peccato; e tale legame carica ancor più d’importanza quel momento di preghiera che ci mette di fronte a Dio nella verità di noi stessi.

 

2. Come ho risposto alle chiamate del Signore? Come ho reagito alle tentazioni del Nemico?

a) Guardando al mio cuore mi chiedo:

- con quali modi sottili, intimi (ispirazioni, illuminazioni, sentimenti suscitati dallo Spirito Santo) il Signore ha trattato con me nelle ore passate?  Forse non l’ho riconosciuto quando mi chiamava in quel momento appena trascorso.

- cosa ho avvertito nel cuore di fronte alle situazioni in cui mi sono trovato: occasioni di amore, di servizio, che si sono presentate davanti a me (l’incontro inaspettato con una persona, una richiesta che mi è giunta, una situazione in cui potevo intervenire positivamente, qualcuno che voleva essere ascoltato), situazioni nelle quali esercitare la pazienza, ecc?

b) Solo dopo aver preso coscienza di ciò che è avvenuto nel mio cuore potrò valutare come sono state le mie risposte alla sua chiamata: dove abbiamo detto il nostro sì o il nostro no? Quando la nostra “carne” o lo spirito del Nemico si sono insinuati e ci hanno ingannati? Qui va fatta una precisazione quanto mai necessaria a proposito dei movimenti disordinati: ne siamo responsabili e ce ne accusiamo solo nella misura in cui sono accettati volontariamente. E’ vero che non è sempre facile riconoscere nella prassi dove comincia l’eventuale consenso; ma non è affatto necessario affliggersi e cadere negli scrupoli. E’ salutare piuttosto – dopo aver fatto del nostro meglio per non acconsentire – rimettersi al Signore che ci conosce più di noi stessi e soprattutto è misericordioso. In ogni caso, l’avvertenza anche ai movimenti del tutto involontari è di grande utilità sia per conoscerci meglio, sia per nutrire una più sincera e profonda umiltà: l’involontarietà, infatti, non toglie che essi in qualche maniera provengano dal fondo del nostro essere, e certo non dal nostro essere migliore.

Può darsi che a qualcuna di queste chiamate o tentazioni abbia già dato risposta nel corso della giornata, magari dando retta allo spirito del male.

In tal caso è questo il momento di accorgermi dell’inganno in cui sono caduto,

* guardando alle conseguenze delle mie scelte / atteggiamenti/comportamenti (senz’altro negative per me stesso o per gli altri o sul rapporto con gli altri e con Dio),
* osservando quel che provo ripensando a ciò che ho fatto (disagio, dispiacere)
* cercando infine di capire come ciò sia potuto accadere (es. attaccamenti disordinati: non voglio assolutamente perdere o cerco a tutti i costi di ottenere qualcosa. Che cosa?).

In dialogo col Signore cercherò di discernere quale chiamata Egli mi rivolge per uscire da questa situazione di peccato e risolvere i problemi che essa ha creato. Appoggiandomi al suo perdono, che mi dà forza, fiducia, ottimismo, fede, speranza, mi rialzerò e riprenderò il cammino, pronto a compiere la sua volontà.

Preghiera

1. Oggi il Signore nella preghiera o durante la giornata, mi ha dato la seguente illuminazione o ispirazione…

2. A casa, al lavoro, nello studio,  tempo libero, durante la preghiera, facendo quella certa atti­vità, ecc.,
a)  * mi sono trovato in questa situazione
     * mi è capitato questo fatto
     * ho incontrato questa persona
     * ho sentito questi discorsi/notizie

b)  ed ho provato un sentimento di...
* gioia, soddisfazione, gratitudine, meraviglia, sorpresa, ammirazione, simpatia, pietà, entusiasmo, speranza, gusto spirituale, commozione, ottimismo, pace, serenità;
* noia, disagio, contrarietà, fastidio, antipatia, inquietudine, disappunto, turbamento, imbarazzo, smarrimento, sgomento, aridità, insoddisfazione, sfiducia, pessimismo, tristez­za, scoraggiamento, amarezza, dolore, sofferenza, disperazione, paura, rimorso, dispiacere.

c) che mi porta ad assumere questa scelta, questo atteggiamento, questo compor­tamento...

d)  con queste conseguenze...

⇒ poiché queste conseguenze sono positive per me e per gli altri, ho accolto questa mozione come chiamata di Dio?
⇒ poiché queste conseguenze sono negative per me e per gli altri, ho respinto questa mozione come tentazione del demonio che mi allontana dal mio bene autentico?

 

CONTRIZIONE E DOLORE DEL CUORE

La contrizione del cuore sgorgherà spontanea dal contrasto avvertito tra la Bontà divina e la propria ingratitudine: il cuore contrito è sintomo di fede viva. In ogni caso dovemmo essere interessati in primo luogo alla sincerità del nostro dispiacere più che all’intensità: non perché questa non abbia valore (tutt’altro!), ma solo perché è mille volte meglio un pentimento modesto ma sincero che un pentimento pompato artificialmente a forza di volontà.

Da qui sgorgherà il canto di un peccatore costantemente consapevole di essere preda delle sue tendenze peccaminose, e tuttavia di essere convertito nella novità, garantita dalla vittoria di Gesù Cristo.

Preghiera

* Signore, in queste mie scelte / atteggiamenti / comportamenti... ho seguito  queste motivazioni e intenzioni non rette, non mature, non consone con il Vangelo; mi sono lasciato trascinare da questi sentimenti, che rivelano un cuore ancora bisognoso di purificazione; mi sono accorto che sto agendo e faccio scelte ancora legate ad una mentalità poco evangelica…

* Signore, in queste mie scelte / atteggiamenti / comportamenti... mi sono lasciato sviare dallo spirito del male. Me ne rendo conto da queste conseguenze... , e dal dispiacere che provo al ripensarci.

* Ho ceduto alla tentazione perché... (per superficialità, per mancanza di onestà, di coraggio, per debolezza…)

* Per uscire da questa situazione di peccato e risolvere i problemi che essa ha creato tu mi chiami a...

* Ti ringrazio perché Tu segui con amore il mio cammino, pronto a rialzarmi tutte le volte che cado. Il tuo perdono mi dà il gusto di riprendere con gioia e fiducia a camminare sulla strada che Tu mi indichi.

 

RISOLUZIONE PIENA DI SPERANZA PER IL FUTURO

Quest’elemento finale dell’esame quotidiano emerge molto naturalmente dai punti precedenti e ci porta a guardare il prossimo futuro perché sia integrato nella nostra vita.

Può forse sembrare che difficilmente il proposito per il futuro possa essere autentico, dato che l’esperienza insegna quanto poco si possa sperare realisticamente in un sensibile miglioramento. La risposta a questa obiezione deve certo fare appello alla grazia di Dio e non semplicemente alla nostra buona volontà. Tuttavia l’obiezione resta, perché la grazia – ne possiamo essere certi – non ci è mancata neanche in passato, eppure ci ritroviamo ancora con molti difetti. Forse una risposta meno inadeguata possiamo ricavarla ricorrendo a due serie di riflessioni:

- la sincerità del proposito può coesistere con la previsione delle nostre cadute. L’analogia con chi sta apprendendo l’arte di sciare può riuscire di qualche utilità: è certissimo che l’apprendista sciatore è sincero nel proporsi di non cadere e tuttavia è altrettanto certo che altre cadute ci saranno;

- l’utilità spirituale del proposito, lungi dal consistere nel solo obiettivo progresso (cioè di avanzamento) sta anche nel non arrendersi per pigrizia o scoraggiamento: il che ci permette di perseverare nonostante tutto nel cammino e di non cadere vittime di un atteggiamento rinunciatario, che facilmente dalla stasi passa al regresso;

- la perseveranza serena e umile nel proposito ci permette un’accettazione serena della nostra peccaminosità, che sia pur in misura diversa è destinata a rimanere comune retaggio anche in quei santi che hanno raggiunto le più alte mete della vita cristiana;

- è buona cosa non moltiplicare i propositi; anzi è meglio farne uno solo (e perseverarvi a lungo), perché da una parte non ci fa disperdere le energie su troppi fronti, e dall’altra il valido combattimento su un fronte – data la fondamentale unità della coscienza – allerta indirettamente la nostra attenzione anche sugli altri. Inoltre il proposito deve essere bene indovinato. Proprio il fatto che ricadiamo in quella mancanza è indice che il proposito ha colto nel segno: un proposito che subito o in breve tempo tolga di mezzo il difetto molto probabilmente non ha centrato un punto davvero significativo del nostro cammino, ma solo qualcosa di accidentale e di non radicato nella nostra persona;

- soprattutto questi ultimi due punti dell’esame devono essere permeati di molta supplica. Non solo petizione di grazia, ma anche espressioni di fiducia e di abbandono nelle mani del Signore. Una grande speranza dovrebbe essere il clima del nostro cuore, una speranza non fondata sui nostri meriti o sulle nostre capacità per l’avvenire, ma piuttosto fondata molto più pienamente su Dio nostro Padre, di cui condividiamo la vittoria gloriosa in Gesù Cristo attraverso la vita dello Spirito Santo in noi. Più ci fidiamo di Dio e gli permettiamo di entrare nella nostra vita, più sperimentiamo una vera speranza soprannaturale in Dio, un’esperienza che passa attraverso le nostre deboli capacità e va abbastanza al di là di esse. San Paolo nella lettera ai Filippesi esprime bene lo spirito di questa conclusione dell’esame di coscienza: «lascio il passato dietro di me, e con le mani protese verso ciò che mi sta davanti corro verso la meta» (Fil 3,7-14).

Preghiera. Confidando nel Tuo aiuto, ti offro, Signore, il mio impegno a rispondere alle chiamate che mi hai rivolto e ti chiedo di sostenere il mio proposito con la tua grazia.

LA DINAMICA DEL PETTEGOLEZZO

 

A un'analisi attenta delle modalità comuni­cative si constata quanto sia diffuso il fenomeno del pettegolezzo, al punto che esso contribuisce a crea­re un vero e proprio stile comunicativo, non solo personale, ma anche di gruppo. Non di rado si è tal­mente coinvolti in questo meccanismo da non per­cepire più il limite tra la constatazione oggettiva dei fatti, che può anche prevedere la critica costruttiva, e il parlare malevolo verso qualcuno. Ciò si verifi­ca lì dove non si condivide più la propria esperien­za di vita, ma piuttosto quella degli altri, soprattut­to degli assenti, dei quali vengono sottolineati aspetti curiosi, difetti, fatti inerenti alla sfera priva­ta e affettiva, con l'intento di riderci sopra; ma nei casi più gravi, anche con lo scopo di denigrare e di­struggere la fama della persona interessata.

Viene da chiedersi quale e quanto sia il gra­do di incidenza della società nel portare avanti la tradizione del pettegolezzo, cioè se prima ci sia la società pettegola, che genera nuovi pettegoli o vi­ceversa. Certamente possiamo stabilire una stret­ta connessione: il pettegolo ha sempre dietro le spalle una tradizione pettegola che spesso viene assunta, anche inconsapevolmente, nel proprio modo di comunicare. Nello stesso tempo il pet­tegolo contribuisce a portarla avanti, a meno che — come vedremo — non prenda la decisione di cam­biare rotta, di rompere con gli schemi abituali, per acquisire uno stile comunicativo nuovo, più ri­spettoso della vita privata dell'altro.

All'interno di questa « catena informativa » che permette al pettegolezzo di acquisire sempre maggior forza e di continuare la sua corsa, si gio­cano ruoli diversificati: « Si va dall'iniziatore, figu­ra difficile da definire e rintracciare, all'interprete, una specie di opinion leader che certifica, se non l'autenticità, almeno la rilevanza della notizia. Ci sono poi gli interessati, ovvero coloro che traggo­no un vantaggio dal pettegolezzo, quindi i divul­gatori, gli entusiasti che lo rilanciano con il loro convinto atteggiamento, fino ad arrivare ai resi­stenti, ovvero a coloro che si impegnano per di­mostrarne l'inconsistenza »[1].

Ma come nasce un pettegolezzo? Quali so­no le dinamiche che lo sostengono e lo alimenta­no fino a farlo diventare un dato acquisito nella comunità?

La risposta non è semplice, in quanto alla ba­se ci possono essere situazioni diverse, che a loro volta cambiano a seconda degli attori che entrano in scena. Inoltre, l'evoluzione di un pettegolezzo può avere tempi e modalità diverse in relazione agli ambienti in cui nasce o alle modalità adoperate per alimentarlo e mantenerlo in circolazione.

Per capire l'evoluzione di un pettegolezzo o di una calunnia possiamo riferirci alla celebre aria del Barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini. Si tratta dell'episodio dove don Basilio suggerisce a don Bartolo di screditare e calunniare il conte. Nel testo scritto da Cesare Sterbini viene descritto, con ricchezza di immagini, l'evoluzione della parola ma­levola, in questo caso di una calunnia, dal suo esor­dio frivolo e apparentemente innocuo, fino al suo epilogo drammatico: «La calunnia è un venticello, un'auretta assai gentile. Che insensibile, sottile, leg­germente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Pia­no piano, terra terra, va scorrendo, va ronzando. Nelle orecchie della gente si introduce destramen­te, e le teste ed i cervelli, fa stordire e fa gonfiar. Dal­la bocca fuori uscendo, lo schiamazzo va crescen­do. Prende forza a poco a poco, scorre già di loco in loco. Sembra il tuono, la tempesta che nel sen della foresta, va fischiando, brontolando e ti fa d'or­ror gelar. Alla fin trabocca e scoppia. Si propaga, si raddoppia. E produce un'esplosione, come un col­po di cannone, un tremuoto, un temporale, un tu­multo generale che fa l'aria rimbombar. E il meschi­no calunniato, avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello, per gran sorte va a crepar »[2].

La lettura attenta del libretto ci fa notare il progressivo prendere forza della parola che, pas­sando di bocca in bocca, di luogo in luogo, si pro­paga e si raddoppia, fino a non poter più essere controllata. Diventa chiaro come tale evoluzione avvenga in quanto trova un terreno favorevole e accondiscendente. Il pettegolezzo infatti può con­tinuare a vivere e a diffondersi solo se trova allea­ti, collaboratori disposti a tenere alto il suo inte­resse, contribuendo alla sua diffusione.

Continuando la lettura di tale fenomeno e delle sue dinamiche, possiamo affermare che mol­ti pettegolezzi nascono da un fatto realmente ac­caduto, una situazione di vita di una persona o di una famiglia di cui si è venuti a conoscenza, un discorso o una semplice parola ascoltata, uno sguardo, un atteggiamento, un comportamento e così via. A volte si è stati anche protagonisti di ta­li avvenimenti o di determinati discorsi, oppure si accoglie quanto riferito da altri.

In alcuni casi la constatazione oggettiva del­le situazioni o la loro narrazione avviene in modo lineare e pacifico, senza sfociare nel pettegolezzo. Taluni infatti, per una correttezza morale e un grande senso della giustizia e della verità, riesco­no a condividere con gli altri le vicende delle per­sone, mediante una narrazione rispettosa del suo significato, mantenendosi al di sopra dei giudizi o delle critiche e quindi evitando di innescare mec­canismi comunicativi degeneranti. Ma non sem­pre le cose stanno così, in quanto le dinamiche co­municative spesso portano a esiti completamente diversi. Sappiamo infatti quanta fatica costa man­tenere alto il livello della comunicazione, conser­vando il giusto riserbo sulle questioni che riguar­dano la vita privata degli altri. Inoltre non bisogna dimenticare che in tale meccanismo entrano in gioco altri elementi: le fragilità umane, le abitu­dini contratte nel tempo, il proprio carattere, gli impulsi, le emozioni non controllate, le ferite o semplicemente una buona dose di cattiveria. Di conseguenza non sempre una situazione, un fat­to, una parola sono condivise in modo rispettoso e coerente, cioè come semplice scambio di infor­mazioni. Anzi queste spesso diventano oggetto di una personale interpretazione dove, per alcuni motivi che analizzeremo, il significato originale viene parzialmente o totalmente stravolto, ampli­ficato, cambiato, rispetto alle situazioni iniziali vissute o ascoltate dalla narrazione di qualcuno. Tale stravolgimento interessa anche l'ambito della comunicazione non verbale, per cui uno sguar­do può non essere colto nel suo vero significato, un atteggiamento o un comportamento possono essere fraintesi e così via.

Dobbiamo precisare che non sempre c'è l'in­tenzione di costruire una diceria con lo scopo di fare del male a qualcuno o di metterlo in cattiva luce. In alcuni casi, invece, questa ri-significazio­ne ha una chiara premeditazione malevola, volta a creare interesse, curiosità, novità, attorno alla vi­ta di qualcuno che non è presente, per screditare le sue scelte, il suo modo di vivere e quindi atten­tare alla sua reputazione. In questo caso parliamo di pettegolezzo maligno, fino ad arrivare alle for­me più degenerative della calunnia e della diffa­mazione.

Pertanto, se i pettegolezzi sono antichi quan­to l'uomo e se nel corso dei secoli hanno sempre trovato nuove strategie per diffondersi, non pos­siamo non sottolineare come tale fenomeno in questi ultimi decenni sia stato particolarmente am­plificato dall'avvento dei social network. In tali piattaforme digitali una notizia, un fatto, una cu­riosità vengono messi in circolazione in maniera esplosiva e in tempo reale, senza neppure imma­ginare le conseguenze che questo può provocare. Il passaparola digitale è talmente libero e senza controllo che facilmente può generare malintesi. Un fatto può essere cambiato, amplificato, stor­piato o anche totalmente stravolto, a discapito so­prattutto delle persone interessate che si ritrovano al centro di quello che possiamo chiamare « cortile virtuale », dove si viene presi di mira, of­fesi, calunniati fino all'estremo. Sono tante le sto­rie drammatiche che potremmo raccontare, fino ai recenti fatti di cronaca che hanno visto prota­gonisti adolescenti e giovani morti suicidi a cau­sa di questo terrorismo pettegolo e bullista[3].

 

LE CAUSE DEL PETTEGOLEZZO

Addentrandoci nei meandri di questo feno­meno così pervasivo e tentacolare, ci rendiamo con­to delle molteplici cause che portano al nascere del pettegolezzo. Alcune di queste sono di carattere so­ciale, dovute all'ambiente in cui si vive, che spesso favorisce il nascere di tale modalità comunicativa deviata, come anche la continuità di quella che ab­biamo chiamato « tradizione pettegola ». All'inter­no di questa tradizione si possono rintracciare altre cause legate a fattori più personali, a predisposizio­ni caratteriali, che favoriscono il nascere di tale con­dotta. Pertanto il pettegolezzo costituisce il riflesso tangibile di un vissuto ferito e segnato da moltepli­ci contraddizioni. Un breve excursus può aiutare a sottolineare alcuni aspetti, che entrano in gioco nel­la dinamica del pettegolezzo, favorendone il suo na­scere, il diffondersi e il perdurare.

L’abitudine

L'usanza di parlare male di qualcuno rientra a pieno titolo tra le cause del pettegolezzo e si colloca tra quei fattori sociali e ambientali di cui ab­biamo parlato. L'abitudine, in quanto ci fa per­cepire come normale tale modo di esprimersi, narcotizza la coscienza morale, per cui non ci si rende conto del male che si sta compiendo e non si percepisce più il confine tra il bene e il male. Ne sono prova alcune espressioni ormai entrate nel lin­guaggio comune, che manifestano chiaramente que­sta anestetizzazione della coscienza: « Che male c'è? Tutti lo fanno ». « È più forte di me; neanche me ne rendo conto », oppure l'espressione proverbiale vol­ta a giustificare il pettegolezzo: « Parlare bene o ma­le di qualcuno, l'importante è parlarne ». L'abitudi­ne contiene un potenziale negativo che lentamente porta alla perdita della speranza, della gioia e dell'en­tusiasmo, lasciando spazio alla tristezza.

In ambito religioso l'abitudine è un grande male, perché produce lentamente un appiattimen­to della vita spirituale, che di conseguenza si tra­sforma in una serie di pratiche rituali, fredde, do­ve prevale la meccanicità delle parole e dei gesti, piuttosto che il sentimento di amore verso Dio. È la logica farisaica di chi vive la fede riducendola all'osservanza fredda e precisa delle regole.

Si può scadere nel facile pettegolezzo per abi­tudine, contribuendo — senza accorgersene — ad alimentare il chiacchiericcio su una determinata situazione o persona, non pensando alle conseguen­ze che ciò può causare. L'abitudine di parlare male degli altri crea un vero e proprio circolo vizioso, una malattia contagiosa difficilmente guaribile se non si prende coscienza delle sue dinamiche per­verse e distruttive. Ecco a tal proposito il pensiero di papa Francesco, in una meditazione tenuta a ca­sa Santa Marta: « Noi siamo abituati alle chiacchie­re, ai pettegolezzi. Ma quante volte le nostre comu­nità, anche la nostra famiglia, sono un inferno dove si gestisce questa criminalità di uccidere il fra­tello e la sorella con la lingua »[4]. Si sottolinea come i pettegolezzi siano diventati un'abitudine, un mo­do di esprimersi che rientra nella normalità dei di­scorsi, un vero e proprio stile di vita, la cui gravità non viene più percepita. Non stupisce che tali mo­dalità comunicative si riscontrino in quei contesti relazionali dove, al contrario, ci si dovrebbe custo­dire a vicenda. Mi riferisco alle famiglie, alle comu­nità cristiane, ai contesti lavorativi e ad altre forme di aggregazioni, dove spesso si verificano situazio­ni gravi, dovute alle gelosie, alle invidie e quant'al­tro, che diventano occasioni di critica e pettegolez­zo e le cui conseguenze ledono la dignità dell'altro, fino al punto da poter parlare di una forma sottile di « criminalità ».

 

L’invidia

Essa costituisce indubbiamente una delle cau­se scatenanti del pettegolezzo. Si tratta di un sentimento che nasce con l'uomo stesso e che manifesta una forte personalità narcisistica, totalmente rivol­ta verso il proprio io. Solitamente l'invidioso è uno che non sa vivere insieme agli altri, perché non sa apprezzare il bello degli altri e non accetta che qual­cuno possa essere migliore o più capace. L'invidio­so, insomma, si tortura e soffre terribilmente se si accorge che l'altro ha più di quanto egli ha o è.

Nell'Esortazione apostolica Amoris laetitia, a questo proposito viene sottolineato come «l'in­vidia è una tristezza per il bene altrui che dimo­stra che non ci interessa la felicità degli altri, poi­ché siamo esclusivamente concentrati sul nostro benessere. Mentre l'amore ci fa uscire da noi stes­si, l'invidia ci porta a centrarci sul nostro io. Il ve­ro amore apprezza i successi degli altri, non li sen­te come una minaccia, e si libera del sapore amaro dell'invidia. Accetta il fatto che ognuno ha doni differenti e strade diverse nella vita. Dunque fa in modo di scoprire la propria strada per esse­re felice, lasciando che gli altri trovino la loro »[5].

L'invidioso quindi nega la fraternità e, prima o poi, mette in atto tutte le strategie possibili per eliminare l'altro, considerato come un rivale. È la storia di Caino che uccide Abele perché non sop­porta un fratello migliore di lui, i cui doni e sacrifi­ci sono più graditi al Signore (cfr. Gen 4,4-5). È la vicenda di Giuseppe che viene venduto dai fratelli perché invidiosi della preferenza che il padre ha nei suoi confronti (cfr. Gen 37,1-36). È la storia di tan­ti uomini e donne, che segna drammaticamente le relazioni fraterne, che spezza i vincoli familiari, che incrina i rapporti di amicizia, che distrugge la co­munione di un gruppo o di una comunità. Essa co­stituisce un grave peccato contro la carità fraterna, ma anche contro Dio, tanto che san Francesco nel­le sue Ammonizioni paragona l'invidia al peccato di bestemmia: « Perciò, chiunque invidia il suo fratel­lo riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene »[6].

L'invidia è capace di tutto, offusca la men­te, è piena di rabbia, di odio e rende capaci di met­tere in atto parole e azioni irragionevoli. E quan­do non può raggiungere i suoi obiettivi, ecco che si vendica sfoderando la sua arma più tagliente: il pettegolezzo in tutte le sue forme, purché l'altro in qualche modo venga colpito e messo in cattiva luce, offendendo la sua dignità con falsità, insi­nuazioni malevole, calunnie e diffamazioni.

 

La ricerca del consenso

Un'altra delle cause che portano al pettego­lezzo è la ricerca smodata del consenso. Si tratta di un atteggiamento che riflette la mancata accet­tazione di se stessi e una insicurezza di fondo, che porta a ricercare continuamente l'approvazione al­trui, per sentirsi confermati nelle proprie scelte e appagati nei propri desideri. Chi cerca il consen­so degli altri è una persona fondamentalmente egocentrica, che ha bisogno di essere sempre al centro dell'attenzione, che non sopporta il con­fronto e la sana competitività. Spesso tale consenso viene ricercato anche attraverso modalità comu­nicative non opportune, dove le parole vengono usate per screditare l'altro, pur di apparire miglio­ri. Per cui il parlare male di qualcuno, attraverso le varie forme di pettegolezzo, permette di met­tersi in risalto, arrogandosi il diritto di dire una parola sull'altro, di proferire sentenze, di giudica­re, di criticare, fino ad arrivare alle forme estreme della calunnia e della diffamazione. Si tratta in fon­do di una forma di volontà di potere sull'altro, che si pretende di porre sotto il proprio controllo, se­guendo i movimenti della sua vita privata. L'obiet­tivo che si vuole raggiungere è quello di trovare nuove informazioni e, nel breve tempo possibile, perché si possa avere l'esclusiva di nuovi pettego­lezzi e quindi ottenere ulteriori consensi. Su que­sto tema trovo interessante il saggio di Stefano Guarinelli, dove vengono elencati i cosiddetti « in­gredienti psicodinamici » del pettegolezzo, e si pre­cisa come esso costituisca « una forma di potere. Piaccia o non piaccia, sembri o non sembri ecces­sivo ricorrere al termine stesso di potere, le cose stanno così. Ove potere, evidentemente, non cor­risponde necessariamente all'ambizione di giun­gere a ruoli di governo »[7].

 

Il rancore

Una delle cause più comuni che portano a parlare male del fratello è il rancore. È un sentimen­to molto diffuso, che nasce da una ferita dovuta a un torto subito, da una delusione, dal mancato chiarimento in seguito a una situazione vissuta male o fraintesa, da una malattia o da un lutto non accettati... Si tratta di un modo malato di vivere la relazione che, per vari motivi, si è incrinata e che si fatica a ricomporre. Esso si declina in mo­di diversificati e si manifesta come rancore verso se stessi, gli altri e Dio.

Quando il rancore viene covato lungamente nel cuore, intacca la qualità stessa della vita relazio­nale, in quanto procura un annebbiamento del giu­dizio critico. Le valutazioni sugli altri non vengo­no fatte nella verità e nella libertà, perché si è divenuti prigionieri del proprio punto di vista « ran­coroso »: tutto viene filtrato in modo restrittivo e negativo attraverso di esso. Il rancore porta a con­centrarsi in modo ossessivo su un determinato av­venimento, su un atteggiamento, su una parola non compresa, su progetti falliti, su aspettative non sod­disfatte, a tal punto da portare a prendere le distanze da tutti coloro che, in qualche modo, sono considerati causa del proprio malessere. Una cosa è certa: il rancore porta alla perdita della pace interiore e non permette di affrontare serenamente la propria vita, in quanto questo sentimento corrode la propria esistenza determinando, in alcuni casi, il sorgere di patologie fisiche e psichiche.

Tra le varie manifestazioni del rancore, ac­canto all'odio, alla rabbia, all'indifferenza, trovia­mo proprio il pettegolezzo, che possiamo definire come espressione verbale del rancore. Quando non si riesce a sanare una relazione, attraverso la ma­nifestazione dei propri sentimenti, la chiarificazio­ne, la correzione fraterna, pervenendo a un perdo­no sincero, è molto probabile che si attivi, anche inconsapevolmente, il pettegolezzo, la critica, la mormorazione. Si tratta di un modo sottile di ven­dicarsi del fratello, un inganno che fa più male a se stessi che a coloro ai quali è rivolta la critica. Infatti non di rado accade che i destinatari del rancore possono ignorare di essere oggetto di pet­tegolezzo, soprattutto quando le colpe loro addos­sate risultano non reali o presunte. Afferma papa Francesco: « Tante volte i nostri sbagli, o lo sguar­do critico delle persone che amiamo, ci hanno fat­to perdere l'affetto verso noi stessi. Questo ci in­duce alla fine a guardarci dagli altri, a fuggire dall'affetto, a riempirci di paure nelle relazioni in­terpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo »[8]. Il perdono pertan­to ha la meglio sul rancore, allontana la tendenza al facile pettegolezzo e nello stesso tempo permette di riacquistare quella serenità e quella libertà necessa­rie per costruire relazioni autentiche[9].

 

La tentazione

Essa rientra a pieno titolo nella dinamica del pettegolezzo e ne è una sua causa. Dal punto di vista spirituale, possiamo parlare di una forma sot­tile di tentazione della lingua o peccato di parola che, attraverso il pettegolezzo, inietta il veleno del­la distruzione e della morte. Essa infatti pregiudi­ca la dignità di una persona, la serenità e l'unità di una famiglia, di una comunità; genera litigi, chiusure egoistiche, sospetti, fraintendimenti e malesseri di ogni sorta.

Non a caso la tentazione delle origini, alla quale hanno ceduto i nostri progenitori, è stata at­tuata proprio attraverso una parola ingannatrice, tagliente e suadente, che ha insinuato il dubbio sulla veridicità della parola di Dio. Non a caso il Diavolo viene chiamato « menzognero e padre della menzogna » (Gv 8,44), divisore, accusatore. Nel pettegolezzo questi tro­va un alleato formidabile per portare avanti le sue perverse macchinazioni. Credo sia importante non tralasciare questa lettura spirituale del pettegolez­zo come tentazione diabolica, per non rischiare di ridurlo a un fenomeno puramente sociale o psi­cologico e quindi ritenerlo solo conseguenza di fragilità psicologiche o inconsistenze caratteriali. Su questo punto non sono mancati interventi au­torevoli, come quello pronunciato da Paolo VI, circa l'azione ordinaria del diavolo che, in modo astuto, lavora indisturbato nel fertile terreno del­le fragilità e delle debolezze dell'uomo: «È lui il perfido e astuto incantatore che in noi sa insinuar­si per via dei sensi, della fantasia, della concupi­scenza, della logica utopistica o di disordinati con­tatti sociali nel gioco del nostro operare, per introdurvi deviazioni, altrettanto nocive quanto all'apparenza conformi alle nostre strutture fisi­che o psichiche o alle nostre istintive profonde aspirazioni »[10]. Questo pensiero è stato ripreso da papa Francesco, nell'Esortazione sulla chiamata alla santità, dove si ribadisce che l'esistenza del diavolo è qualcosa di più di un mito, di una rap­presentazione simbolica o di un potere astratto; si tratta di un essere personale che ci tormenta e di fronte al quale non possiamo abbassare la guardia. Per questo il Papa invita a essere vigilanti e a re­sistere alle innumerevoli sollecitazioni del Mali­gno, impugnando le armi della preghiera, della pa­rola di Dio, dei sacramenti e della carità verso i fratelli. A tal riguardo annota: « Lui non ha biso­gno di possederci. Ci avvelena con l'odio, con la tristezza, con l'invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distrug­gere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché “come leone ruggente va in gi­ro cercando chi divorare” ( 1Pt 5,8) »[11].

 

LE CONSEGUENZE DEL PETTEGOLEZZO

Possiamo con certezza affermare che le con­seguenze prodotte dal pettegolezzo vanno sempre molto al di là delle intenzioni di chi lo mette in circolazione, e ciò vale anche per chi pensa che qualche parola di troppo, in fondo, non faccia ma­le a nessuno. L'esperienza invece conferma che i pettegolezzi, anche quando sembrano pronunciati in modo innocuo e inoffensivo, producono sem­pre situazioni negative e incontrollabili, diventan­do come i mozziconi di sigarette ancora accesi gettati d'estate in un bosco. Questo perché il pet­tegolezzo rientra tra quelle parole o espressioni che in ambito linguistico vengono denominate performative, cioè parole che non hanno solo una funzione informativa o descrittiva, ma che, nel momento in cui vengono pronunciate, toccano profondamente la persona e la realtà modifican­dole nel bene o nel male. Non a caso comunemen­te si dice « fare pettegolezzi », e non « dire pette­golezzi », con un chiaro rimando al fatto che si sta svolgendo un'azione ben precisa. Quindi compren­diamo sempre più la pericolosità del pettegolezzo, mai innocuo, proprio perché realizza quello che dice, provoca conseguenze negative sul soggetto al quale è diretto, modificando anche le relazioni. In questo senso, sottolinea Francesco di Sales nella Filotea, « il maldicente, con un sol col­po vibrato dalla lingua, compie tre delitti: uccide spiritualmente la propria anima, quella di colui che ascolta e toglie la vita civile a colui del quale sparla »[12].

Il pettegolezzo distrugge la buona fama di una persona, della quale viene compromessa la reputazione, provocando la nascita di so­spetti, di pregiudizi, fino al punto da intac­care la qualità delle relazioni che, in qual­che modo, subiscono delle trasformazioni. Si tratta di una dinamica non rara, che si ve­rifica soprattutto negli ambienti dove si vi­ve un forte clima di competitività. In questi casi la maldicenza diventa la chiara espres­sione dell'invidia che si nutre verso qualcu­no considerato più bravo, più brillante e quindi ritenuto un rivale che in qualche modo si deve mettere in ombra.Il pettegolezzo inquina l'ambiente e intossica la mente e il cuore perché si tratta comunque di un fenomeno tentacolare che progressi­vamente si allarga e va a contaminare i pen­sieri degli altri, stuzzicando la curiosità di sapere qualcosa di nuovo sulla vita privata di qualcuno. Spesso, all'interno di alcuni contesti aggregativi, si vive di pettegolezzi, non si riesce a innalzare il livello qualitati­vo della comunicazione, portandolo su ar­gomenti più edificanti. Così, a lungo andare questo clima degradato finisce per coinvol­gere tutti, anche chi vorrebbe restare fuori da determinate dinamiche.Il pettegolezzo blocca la spontaneità nelle relazioni e abbassa la qualità della vita. Chi percepisce di essere oggetto di maldicenza comincia ad attivare una serie di meccani­smi di difesa che lentamente portano a non avere più fiducia nell'altro, a non parlare più spontaneamente, a chiudersi in se stes­so per paura di essere criticato o frainteso. In alcuni casi, soprattutto per i soggetti più fragili, queste situazioni possono anche se­gnare l'inizio di varie forme di malesseri fi­no a sfociare in uno stato di depressione an­che Il pettegolezzo è un'arma a doppio taglio, in quanto le sue conseguenze ricadono non solo sulla vittima designata, ma anche su chi ne è responsabile o ritenuto tale. Infat­ti, chi è abituato al facile pettegolezzo o ad­dirittura viene eletto, per questa particola­re predisposizione, a essere il leader del gruppo, prima o poi paga il prezzo del suo comportamento, rimanendo sempre più so­lo. Perché a lungo andare il pettegolo comincia a diventare scomodo, inopportuno, pericoloso e quindi da tenere a debita di­stanza, in quanto lo si avverte come un ele­mento destabilizzante per il gruppo.

- Il pettegolezzo rallenta il progresso nella vita spirituale, personale e comunitaria perché of­fusca la dignità dell'essere figli di Dio, crea­ti a sua immagine e somiglianza. Se con il battesimo siamo diventati il tempio santo di Dio, tutte le nostre membra, compresa la lin­gua, devono essere messe a servizio di Dio e devono dare testimonianza del suo amore. Per cui tutte le volte che la bocca non si apre per rendere lode al Signore, ma per giudica­re e calunniare il fratello, noi stiamo traden­do la nostra vocazione e stiamo distruggen­do l'unità della comunità. Ogni pettegolezzo è un attentato alla comunità. Il parlare male dell'altro vanifica il cammino di fede in quan­to contravviene al comandamento dell'amo­re verso il prossimo, verso il quale dobbia­mo mostrare sentimenti di carità, di stima, di affabilità, fino al perdono incondizionato dei nemici e dei persecutori (cfr. Rm 12,14­21). Non ci può essere vita spirituale, né tan­to meno crescita spirituale, se non si prende coscienza del male fatto e non ci si lascia pu­rificare dalla misericordia di Dio. Infatti il sincero pentimento non solo cancella i pec­cati e ristabilisce l'uomo in uno stato di gra­zia, ma spinge ad assumersi le proprie responsabilità riparando il male fatto. E l'impegno diventa quello di riparare le pro­prie colpe chiedendo scusa alla persona ca­lunniata, ristabilendo, per quanto possibile, la reputazione della stessa[13].

 

I RIMEDI AL PETTEGOLEZZO

La prudenza non è mai abbastanza

Nel percorso di conoscenza di se stessi do­vremmo spesso esaminare la qualità e la modalità delle parole che abitualmente usiamo nelle nostre conversazioni. Considerare, ad esempio, quante volte il nostro modo di parlare è stato convenien­te o no, se ha contribuito a innalzare la qualità del­la conversazione, se ha insinuato dubbi sulla vita di qualcuno, denigrato, offeso. Si tratta di verifi­care il valore e il significato che diamo alla paro­la nel processo comunicativo. È importante chie­dersi se, prima di parlare, facciamo un prudente discernimento di quello che stiamo per dire o se piuttosto ci lasciamo guidare dall'istinto, dalla rab­bia, dalla leggerezza, dalle emozioni del momen­to, e finiamo per lasciarci facilmente contagiare dall'ambiente pettegolo.

In questa esperienza di discernimento un ruolo particolare lo riveste la virtù della prudenza, che è stata sempre considerata la virtù che regola e misura tutte le altre — non a caso gli antichi la chiamavano auriga virtutum (cocchiere delle vir­tù). Essa permette di distinguere, tra le cose che vorremmo dire e fare, quelle che portano al bene e quelle che portano al male, ciò che è secondo lo Spirito di Dio è quello che è contrario. Chi è pru­dente è anche sapiente, capace cioè di valutare at­tentamente prima di procedere, secondo quella lungimiranza che permette di prevedere le conse­guenze che possono scaturire da un determinato uso della parola. Per questo il Libro della Sapien­za dirà: « Ho conosciuto tutte le cose nascoste e quelle manifeste, perché mi ha istruito la sapien­za, artefice di tutte le cose » (Sap 7,21). Nel suo li­bro sul combattimento spirituale, a proposito del modo di regolare la lingua, Lorenzo Scupoli così si esprime: « Le cose che ti cadono in cuore per dir­le, siano da te considerate prima che passino alla lingua, perché di molte ti accorgerai che sarebbe bene che da te non fossero mandate fuori »[14]. La prudenza quindi educa a usare saggiamente le pa­role, a dare loro il giusto significato; insegna a sa­perle misurare, a saperle porgere, a saper attende­re il momento opportuno per esprimerle o per tacerle, secondo la massima sapienziale: « C'è un tempo per tacere e un tempo per parlare » (Qo 3,7). Pertanto, riscoprire la virtù della prudenza signi­fica dare un orientamento preciso alla propria vi­ta, ai propri pensieri e alle proprie azioni, riappro­priandosi di quella capacità di riflessione e di discernimento personale che permette di agire se­condo il bene proprio e quello degli altri e soprat­tutto di distinguerlo dal male. Un confine che il pettegolezzo tende sempre più ad annullare e a confondere, avallando un modo di fare e di dire che sembra sempre più « normale », fino a diven­tare un costume di vita che certamente non rende ragione della verità della persona e delle relazioni.

L'esperienza conferma come ci lasciamo fa­cilmente coinvolgere nelle dicerie e nei pettegolez­zi e come spesso parliamo a ruota libera: tutto di­venta lecito e la menzogna finisce lentamente per sostituirsi alla verità. Tante conversazioni sono ca­ratterizzate da questo modo malato di comunica­re, si va oltre la constatazione dei fatti, si amplifi­ca qualche situazione, si aggiunge qualcosa di falso, si usa una parola allusiva, la cui falsa inno­cenza diventa capace di stuzzicare la curiosità dei presenti. In questi contesti le parole si degradano facilmente, fino a sconfinare nel pettegolezzo.

Cosa fare allora quando ci troviamo in tali si­tuazioni e ci accorgiamo della facilità con la quale si rischia di rimanere intrappolati in queste dinami­che perverse? Se già la prudenza permette di misu­rare e verificare le parole da dire, la stessa virtù può aiutarci a capire quando è il caso di intervenire per depotenziare il pettegolezzo e quando è convenien­te stare in silenzio, ma nel modo giusto. Due armi strategiche che possono aiutare a non rimanere in­trappolati nel fascino bacato del pettegolezzo.

 

Depotenziare il pettegolezzo

È uno dei modi per contribuire a innalzare il livello delle conversazioni, scegliendo di far per­dere forza al pettegolezzo, evitando che il proprio intervento possa in qualche modo contribuire ad alimentare le dicerie, con domande curiose o ag­giungendo ulteriori parole ed espressioni allusive che lasciano percepire qualcos'altro, creando un ulteriore pettegolezzo. Di solito, infatti, si verifica un effetto domino: una parola perversa ne richia­ma un'altra e così via. Depotenziare il pettegolez­zo significa dare un nuovo corso alla comunica­zione, attraverso un nuovo significato dato alle parole. Significa immettere nella conversazione parole ed espressioni cariche di bene, che possa­no frenare la corsa della parola malata e bloccare il contagio. In concreto cercare di portare il discor­so su un livello diverso: cambiando argomento, concentrando l'attenzione su altre questioni, pos­sibilmente più edificanti. Anche la parola di Dio ci fornisce alcuni elementi concreti per contrasta­re il pettegolezzo. Così leggiamo nel Libro del Siracide: « Non contendere con un uomo chiac­chierone e non aggiungere legna al suo fuoco » (Sir 8,3). Mentre il Libro dei Proverbi sottolinea: « Per mancanza di legna il fuoco si spegne; se non c'è il calunniatore, il litigio si calma » (Pr 26,20). Sono testi molto significativi, che usano la stessa immagine per sottolineare la possibilità di dimi­nuire la forza distruttiva del pettegolezzo attraver­so l'uso sobrio e moderato delle parole, per non incrementare il fuoco devastante procurato dalla lingua. Pertanto lì dove qualcuno sarà disposto a immettere questo principio di bene, attraverso l'esercizio sapiente della parola, allora il pettego­lezzo comincerà a indietreggiare, a perdere forza, perché non troverà un alleato disposto a rilanciar­lo, permettendogli di continuare la sua corsa.

 

Il giusto silenzio

Un'altra importante arma per depotenziare il pettegolezzo è il silenzio, ma bisogna essere ca­paci di comprendere quale silenzio adottare; non tutti i silenzi infatti sono uguali, in quanto ognu­no esprime uno stato d'animo ben preciso. Ci so­no silenzi carichi di gioia, di stupore, di attesa; al­tri di tristezza, di dolore; altri ancora di rabbia, di rancore, di arroganza. C'è il silenzio dell'esistenza credente come contemplazione e risposta di fede al mistero di Dio. Ma c'è anche il silenzio nel suo risvolto più deteriore, che si chiama mutismo, che non ha niente a che vedere con il silenzio vero: questo infatti non è mai muto, ma è portatore di una certa profondità. Dirà a proposito Romano Guardini: « Tacere non significa affatto essere mu­to. Il vero tacere è precisamente il correlativo del vero parlare: si appartengono l'un l'altro come l'in­spirazione e l'espirazione (...) il discorso che non implica relazione diventa un cicaleccio »[15].

Il silenzio da adottare per arginare il pettego­lezzo dovrà essere carico di una certa significativi­tà e non essere mai un silenzio sterile o muto, che potrebbe dire altro o essere frainteso. Non basta per­ciò stare in silenzio, ascoltando semplicemente i pettegolezzi degli altri, e pensare di non macchiar­si di alcuna colpa, per il fatto che non stiamo par­tecipando attivamente alla discussione. Questo sa­rebbe un inganno, una scelta che fa diventare complici, in quanto tale silenzio può significare as­senso di quanto si sta semplicemente ascoltando. Ci sono inoltre silenzi che dicono più delle parole, soprattutto quando sono accompagnati da gesti, da smorfie, da sorrisi velati, che lasciano intendere che si sta approvando quello che si sta ascoltando. In alcuni casi, quando il silenzio viene alternato da mezze parole o da espressioni quali: « Meglio che non parlo... », « Se la mia bocca potesse parlare... », « Ah, se sapeste.. ! », ciò fa nascere il sospetto di es­sere depositari di chissà quali verità o segreti ine­renti alla vita privata di una persona. Atteggiamen­to che andrà ad accendere negli altri la curiosità di sapere di più, fino a costringere a svelare situazioni e fatti privati che probabilmente erano stati con­fidati nel segreto o di cui si è venuti a conoscenza, e che da questo momento diventano di dominio pubblico. Sottolinea il Siracide 19,10-12: « Hai udito una parola? Muoia con te! Sta' sicuro, non ti farà scoppiare. Per una parola va in doglie lo stolto, come la partoriente per un bambino. Una freccia conficcata nella coscia: tale una parola in seno allo stolto ». Un chiaro invito a mortificare la propria lin­gua, a saper custodire le parole che abbiamo ascol­tato o che ci sono state confidate in segreto. Il si­lenzio, in alcuni casi, è meglio della parola, in quanto diventa rivelatore di una certa maturità uma­na e di quella profondità spirituale carica di amore e di compassione. Scrive sapientemente un autore contemporaneo: «A Babele ci si salva tacendo... Con il silenzio si attenua la forza devastatrice del­lo scandalo, si spuntano gli artigli della detrazione, si spennano le ali della calunnia, si smorza la vio­lenza dell'odio, mentre aumenta la forza difensiva nei confronti degli urti delle avversità »[16].

 

La via della correzione

Quando si ha certezza di chi sia l'autore di pettegolezzi e dicerie o nel momento in cui si percepisce che i discorsi che si fanno in compagnia di amici, nei gruppi e in altri contesti aggregativi, stan­no degenerando e sconfinando nel pettegolezzo, allora bisogna provare a correggere. Se la situazio­ne lo consente, tale correzione potrà essere prati­cata anche sul momento, trovando naturalmente le parole e le modalità più adeguate. Comunque, è sempre preferibile la via della riservatezza e quindi la correzione fatta in modo personale, a tu per tu con il fratello o la sorella (cfr. Mt 18,15-18).

La pratica della correzione fraterna, condot­ta nella riservatezza e nella discrezione, evita di sbandierare le fragilità del fratello e di farle diven­tare oggetto di pettegolezzo e di critica. La corre­zione pertanto, se da un lato diventa un grande atto di carità, che recupera il fratello alla verità, nello stesso tempo diventa un deterrente al pette­golezzo, in quanto va a bloccare quel meccanismo che contribuisce alla diffusione del pettegolezzo stesso. Tale passaggio contiene anche una indica­zione molto importante, che dovremmo attuare nella correzione, e cioè la capacità di sapersi por­gere all'altro, misurando le parole, esprimendole nei tempi e nei modi più opportuni. Una modali­tà che suppone una grande capacità di discerni­mento e di pazienza per evitare di « mortificare inutilmente il peccatore ». Molto spesso, invece, il nostro modo di correggere diventa un tribuna­le, dove l'altro viene semplicemente accusato, ap­punto “spellato”, senza nessuna misericordia, co­sì da peggiorare la situazione[17].

 

STRATEGIE VIRTUOSE

Vo­gliamo ora sottolineare alcuni atteggiamenti virtuosi da assumere nel proprio cammino per evitare di esse­re travolti dal male prodotto dai pettegolezzi. Si trat­ta di un cammino di fortificazione, per non cedere alla tristezza, allo scoraggiamento o a sentimenti di rancore o di vendetta, che potrebbero portare alla facile tentazione di combattere il male con il male. La battaglia invece deve essere condotta nel campo del bene,  con la poten­za dell'amore e della misericordia.

 

Essere pazienti

In questa lotta contro il pettegolezzo la pri­ma arma da sfoderare è la pazienza. Ce ne vuole veramente tanta! Un vecchio proverbio dice che « la pazienza è la virtù dei forti », eppure anche i più forti in alcuni momenti possono perderla, so­prattutto quando le situazioni diventano talmente insopportabili da portare all'esasperazione. Avere pazienza significa diventare capaci di rimandare la propria reazione alle avversità, sopportando il do­lore con animo sereno, controllando la propria emo­tività e perseverando nelle azioni. Ma avere pazien­za significa soprattutto educarsi ad avere uno sguardo nuovo, misericordioso verso chi ce la fa perdere. Questo in fondo è il significato dell'espres­sione « sopportare pazientemente le persone mole­ste », che tra tutte le opere di misericordia è indub­biamente la più dimenticata, oltre che fraintesa. Dimenticata, per la sua intrinseca difficoltà, in quan­to ci viene chiesto un puro atto di carità, un anda­re oltre i consueti modi di rapportarci con coloro che molestano; fraintesa, perché l'avverbio « pa­zientemente » non è ben interpretato, o forse, vo­lutamente accomodato, secondo il nostro modo li­mitato di concepire il tempo. Essere pazienti infatti significa dare tempo al fratello di ravveder­si, sopportandolo non una sola volta, ma continua­mente, senza rabbia e risentimento. Scrive papa Francesco, commentando l'inno all'amore di san Paolo: « Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l'altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com'è. Non im­porta se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L'amore comporta sempre un senso di profonda compassione »[18]. Questo non significa tollerare o giustificare il peccatore, ma andare oltre il suo er­rore e la sua fragilità così come fa la misericordia di Dio che continua ad amarci e ad aspettarci no­nostante le nostre continue infedeltà. Avere pazien­za nei confronti di chi, come nel nostro caso, ci mo­lesta con le parole, significa acquisire qualcosa della magnanimità di Dio, che ci permette di assu­mere quel « fattore cristiano » di cui parla Bonho­effer, intendendo ciò che è straordinario rispetto all'ordinarietà del nostro modo di fare: « È ciò che supera i farisei in una giustizia maggiore, il di più, ciò che va oltre... Dove non c'è questo fattore sin­golare, straordinario, non c'è nulla di cristiano »[19].

 

Sdrammatizzare

Questa « santa pazienza », da accogliere co­me dono che viene dall'alto, richiede anche un certo lavoro personale, perché non diventi un at­teggiamento passivo, bensì un'esperienza feconda di crescita umana e spirituale. Parliamo di quella pazienza attiva all'interno della quale si cerca di capire come stanno i fatti, di verificare la fonda­tezza degli stessi e di agire di conseguenza con la giusta capacità di attesa, imparando a sdramma­tizzare. E sì! Imparare a sdrammatizzare, per ridi­mensionare il problema e per evitare di far diven­tare quel determinato pettegolezzo il centro dei propri pensieri e della propria esistenza. In effet­ti, il tornare continuamente a rimuginare su quan­to si è sentito dire sul proprio conto, comporta un notevole spreco di energie, soprattutto psicologi­che, che viceversa potrebbero essere impiegate in altri ambiti e in modo molto più fecondo. In que­sto senso la pazienza attiva deve portare a lavora­re sui propri pensieri e sui propri sentimenti, per dirigerli verso nuovi orizzonti, soprattutto verso pensieri positivi di bene e di pace.

In questo percorso di pacificazione e di sem­plificazione non può mancare il momento della ve­rità, che deve essere condotto con intelligenza e franchezza, sia sul versante esterno sia su quello interno. Il momento esterno corrisponde alla lettu­ra della situazione che si è presentata e nella qua­le si è coinvolti. Essa serve a verificare la natura del pettegolezzo, per capire se è fondato su un fat­to realmente accaduto o è frutto di qualche frain­tendimento o semplice e fantasiosa invenzione. Il momento interno corrisponde a quello che potrem­mo chiamare presa di coscienza dei propri limiti, il riconoscere effettivamente di avere mancato in qualcosa, che c'è una colpa reale, sulla quale qual­cuno ha poi costruito una diceria. È il momento della purificazione del cuore, dell'umiliazione, del­la guarigione dai sensi di onnipotenza, dal sentir­si migliori degli altri. Questo duplice aspetto del­la verifica viene sottolineato nel libro del Qoelet, che invita a sdrammatizzare le dicerie, per evitare di sentirne qualcuna sul proprio conto, per poi guardarsi dentro e constatare la propria miseria: « Non fare attenzione a tutte le dicerie che si fan­no, così non sentirai che il tuo servo ha detto ma­le di te; infatti il tuo cuore sa che anche tu tante volte hai detto male degli altri » (Qo 7,21-22).

Essere vittime di pettegolezzi paradossal­mente può costituire un'esperienza vantaggiosa e motivo di crescita. Essa può aiutare a mettere or­dine nella propria vita, individuando ciò che bi­sogna togliere o modificare, imparando con umil­tà a guardare più a se stessi che agli altri. Questa capacità introspettiva manifesta una notevole ma­turità umana e spirituale, che non ha paura di met­tersi di fronte alle proprie colpe per denunciarle in maniera risoluta e continuare il cammino con un cuore libero e purificato da ogni forma di ipo­crisia. Inoltre, se queste esperienze dolorose ven­gono vissute in un atteggiamento di fede, posso­no diventare occasioni preziose per radicarsi sempre più in Dio. Illustrando i benefici spiritua­li che possiamo ricavare dalle colpe altrui così scri­ve padre Jacques Philippe: « A volte è grazie a una delusione patita in una relazione con qualcuno, da cui molto (forse troppo) ci aspettavamo, che impariamo a tuffarci nella preghiera, nella relazio­ne con Dio e ad aspettarci da lui quella pienezza, quella pace e sicurezza che soltanto il suo amore infinito può assicurarci. Le delusioni che abbiamo nelle relazioni con gli altri ci fanno passare da un amore idolatrico a un amore realistico, libero e dunque finalmente felice»[20].

 

Bene-dire

In questo percorso di guarigione, volto- a contenere le conseguenze del pettegolezzo, non bisogna mettere in atto solo la strategia della dife­sa, ma anche quella dell'attacco che non è diretto a sconfiggere il nemico, ma a custodirlo, ad amar­lo, ad affidarlo al Signore perché sia lui a toccare il suo cuore. È la strategia dell'amore che si carat­terizza come preghiera di intercessione, non solo per coloro che soffrono e che vogliamo raccoman­dare al Signore, ma, nel nostro caso, per coloro che ci perseguitano e dicono male di noi, usando imprudentemente la lingua. Nel Discorso della montagna, Gesù raccomanda (Mt 5,43-48) questa forma di preghiera: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguita­no, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buo­ni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se da­te il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Non sarà stato un discorso di facile compren­sione, anzi avrà fortemente urtato la sensibilità di coloro che si ritenevano giusti in quanto fedeli al­le prescrizioni della Legge. È un invito a fare diver­samente rispetto alla mentalità tradizionale nel con­cepire il rapporto con Dio e con i fratelli. Siamo nella logica evangelica dell'amore verso il nemico, dove la Legge trova il suo pieno compimento. Si tratta della più grande provocazione di Gesù da­vanti alla quale avanziamo i nostri « ma », « però » « fino a tanto? ». Ci viene chiesto un atto straordi­nario che non rientra nell'ordine naturale dei no­stri pensieri e dei nostri comportamenti, dove ten­diamo in genere ad amare coloro che rientrano nel nostro orizzonte affettivo e che in qualche modo ci ricambiano. Amare i nemici rimane uno scan­dalo, e potrebbe persino dare adito a una sorta di complicità con il male da loro commesso. Eppure questo atteggiamento diventa il tratto distintivo dei discepoli del Signore che ci insegna a condan­nare in modo irresoluto il peccato, ma a mostrare compassione e misericordia per il peccatore. Per cui quel « Voi, dunque... », con cui Gesù conclu­de il discorso, apre orizzonti completamente di­versi, ci invita a un cambiamento di mentalità, ad assumere nuovi criteri di valutazione del fratello; ci invita in definitiva a entrare nella vita stessa di Dio, per cogliere qualche battito del suo cuore e per imparare da lui il vero amore.

Bonhoeffer, commentando questo brano di Matteo, sottolinea un aspetto particolare di questo amore incondizionato per i nemici, un amore che deve osare tanto, fino a diventare benedizione: « Se ci colpisce la maledizione del nemico perché egli non può sopportare la nostra presenza, noi dobbiamo alzare le mani per benedire: voi, nostri nemici, voi i benedetti del Signore, la vostra male­dizione non ci ferisce; possa la vostra povertà es­sere colmata con la ricchezza di Dio, con la bene­dizione di colui contro il quale voi vi ostinate inutilmente. Vogliamo senz'altro portare la vostra maledizione, purché voi riceviate la benedizione »[21].

Questo commento ci aiuta a comprendere il significato della benedizione, che non è semplice­mente un atto umano, ma scaturisce dall'incontro con Dio, il solo che può benedire le nostre esisten­ze, rendendoci capaci di diventare benedizione per gli altri. Ricordiamo che il primo atto che Dio com­pie sull'uomo creato a sua immagine è proprio la benedizione. Così infatti si legge nel libro della Ge­nesi: « E Dio creò l'uomo a sua immagine; a imma­gine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: siate fecondi e molti­plicatevi » (Gen 1,27-28). All'origine quindi c'è una parola di bene, una trasmissione di vita, un invito a fecondare, diventando benedizione per gli altri. L'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, porta in sé questo principio di bene, questa capa­cità di bene-dire, e in tal modo viene associato al­la stessa opera creatrice di Dio. L'idea biblica di be­nedizione comprende tutto il positivo dell'esistere e del vivere e quindi ogni volta che si benedice si crea, si trasmette vita, si comunica l'amore stesso di Dio: « La parola di benedizione contiene in se stessa la sua forza di attuazione, è di per sé effica­ce e irrevocabile. In questa prospettiva la benedi­zione non è tanto un bene-dire, quanto un bene-dare: trasmettere, comunicare una sorta di “energia di bene”, destinata a esplicarsi in molti modi nel­l'esistenza di chi riceve la benedizione »[22].

Allora la benedizione non è più una sempli­ce preghiera, un gesto, un rito, o come qualcuno la considera, un atto scaramantico per allontana­re chissà quali negatività; essa diventa una espe­rienza di comunicazione vitale, dove la stessa pa­rola viene chiamata in causa per il suo alto valore comunicativo. In questa prospettiva il parlare be­ne del fratello costituisce di per sé una straordi­naria benedizione, in quanto mediante essa si co­munica la bellezza di un Dio Padre che ama i suoi figli e per questo non può che dire e fare cose bel­le per loro. Per cui, quando si parla bene di una persona, si contribuisce a creare vita, a mantene­re viva una relazione, a custodirla, immettendo in essa un principio di bene, di pace e di armonia. Una parola buona e bella risana il cuore, infonde speranza, valorizza l'altro, invitandolo a dare il meglio di sé. Dire-bene promuove la vita, rinsal­da l'amicizia, contribuisce a creare stili di vita li­beri, sani e rispettosi della diversità dell'altro.

Viceversa il dire male e quindi il pettegola­re in tutte le sue declinazioni, esprime la realtà op­posta e introduce tra le persone un principio di morte, dove le relazioni vengono incrinate dal so­spetto, dal giudizio, fino a essere totalmente di­strutte. Questo perché, in riferimento al principio performativo, precedentemente sottolineato, la pa­rola non è mai la semplice pronuncia di un suo­no, ma porta in sé ciò che vuole esprimere e quin­di realizza ciò che dice. Una parola maldicente non sarà mai innocua, ma andrà a incidere negativa­mente sulla persona interessata e sull'ambiente, pregiudicando, in qualche modo, l'armonia delle relazioni.

Bene-dire, come capacità di dire e fare cose belle e buone per l'altro, costituisce una straordi­naria sfida per la società odierna, ma soprattutto per la Chiesa chiamata a manifestare l'amore di Dio attraverso segni concreti che la rendano sempre più credibile. Benedirsi reciprocamente diventa il cri­terio per valutare la maturità di una comunità cri­stiana che ha incarnato il messaggio evangelico della carità. Dice san Paolo: « La carità non sia ipo­crita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nel­lo stimarvi a vicenda » (Rm 12,9-10).

Ecco allora la parola d'ordine: « Gareggiare nello stimarsi a vicenda ». Questa è la strada da percorrere per chi vuole guarire dal male del pet­tegolezzo. Questo è l'antidoto alla maldicenza: ricominciare ad amare, a stimarsi, a considerare l'altro come un fratello che Dio ha posto sul cam­mino di ciascuno per ricordarci la sua stessa be­nedizione. La fraternità quindi diventa il luogo dove vivere e riconoscere la benedizione di Dio e nello stesso tempo essa costruisce la fraternità in tutta la sua bellezza, mediante quell'olio prezioso e quella rugiada, di cui parla il Salmo 133, che scendono dall'alto e portano la vita per sempre. Una parola vera e bella può creare fraternità, può cu­rare le ferite dell'anima, può impreziosire la vita, può ridare speranza. È questo il tempo di ridare dignità alla parola, facendole ritrovare la sua ge­nuina vocazione, quella di essere ponte e non osta­colo, portatrice di verità e non di menzogna, stru­mento di pace e non di guerra.

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[1] D.E. Viganò, Il brusio del pettegolezzo, Forme del discredito nella società e nella Chiesa, EDB, Bologna 2016, pp. 47- 48.

[2] G. Rossini, Il barbiere di Siviglia, Melodramma buffo in due at­ti di C. Sterbini, a cura di E. Rescigno, Ricordi, Milano 1988, pp. 64-65.

[3] Al riguardo cfr. Pontificio consiglio delle comunicazioni so­ciali, Etica in internet, Paoline, Milano 2002.

[4] Francesco, Omelie del mattino, vol. Il, Libreria Editrice Vati­cana, Città del Vaticano 2014, p. 8.

[5] Francesco, Amoris laetitia, Esortazione apostolica postsino­dale sull'amore nella famiglia, Paoline, Milano 2016, n. 95.

[6] Fonti Francescane, Ammonizioni, VIII, a cura di E. Caroli, Editrici Francescane, Padova 2004, p. 112.

[7] S. Guarinelli, La gente mormora. Psicologia del pettegolezzo, Paoline, Milano 2015, p. 138.

[8] Francesco, Amoris laetitia, n.107.

[9] Sul tema cfr. L. Pasqua, Dal rancore al perdono, Edizioni Rin­novamento nello Spirito Santo, Roma 2015.

[10] Paolo VI, Liberaci dal Male, in Insegnamenti di Paolo VI, X, Li­breria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1972, p. 1171.

[11] Francesco, Gaudete et exsultate, Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, Paoline, Milano 2018, n.161.

[12] Francesco di Sales, Filotea. Introduzione alla vita devota, Pao­line, Milano 1984, p. 221

[13] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1459, 2487.

[14] Lorenzo Scupoli, Combattimento spirituale, cap. XXIV, San Pao­lo, Milano 1992, p. 121.

[15] R. Guardini, Lettere sull'autoformazione, p. 132.

[16] M.G. Masciarelli, Abitare il silenzio, Dehoniane, Roma 1998, p. 61.

[17] Cfr. L. Pasqua, Fatta per amore. La correzione fraterna, Paoli­ne, Milano 2016, pp. 35-40.

[18] Francesco, Amoris Laetitia, n. 92.

[19] D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 1975, p. 132.

[20] J. Philippe, La libertà interiore. La forza della fede, della spe­ranza e dell'amore, San Paolo, Milano 2004, p. 71.

[21] D. Bonhoeffer, Sequela, p. 128.

[22] D. Mosso, Benedire, Elledici,Torino 1987, p. 7.

Tutti conosciamo l'immenso valore della Santa Messa. Chi volesse che in queste messe venisse applicata un'intenzione particolare, può inviarla per email all'indirizzo di posta elettronica del santuario  (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) unitamente all'offerta per la Santa Messa sul conto corrente indicato al fondo della home page.

Inoltre, come sempre, e ancor più in questo momento così difficile per le nostre famiglie, ogni giorno noi, sacerdoti Oblati del Santuario e le suore Oblate di Maria Vergine di Fatima, raccomandiamo al Signore tutti i fedeli del santuario e preghiamo per le loro intenzioni e necessità nella preghiera della liturgia delle ore che comunitariamente celebriamo.  

Vi aspettiamo  nell'assemblea eucaristica domenicale nella lode e nel ringraziamento al Signore, e nella fraternità della fede.

Christus vivit, Cristo vive. Così s’intitola l’Esortazione post-sinodale che papa Francesco rivolge affettuosamente «ai giovani e a tutto il popolo di Dio», pastori e fedeli. L’amicizia con Cristo è il tema centrale dell’Esortazione apostolica. Christus vivit è un canto all’amicizia con il Signore. Con colui che «è l’eternamente giovane, e vuole donarci un cuore sempre giovane» (CV 13). «La giovinezza è un tempo benedetto per il giovane e una benedizione per la Chiesa e per il mondo. È una gioia, un canto di speranza e una beatitudine. Apprezzare la giovinezza significa vedere questo periodo della vita come un momento prezioso e non come una fase di passaggio in cui i giovani si sentono spinti verso l’età adulta» (CV 135).

 

La vera giovinezza

Ma che cos’è la giovinezza? Non è semplicemente un fatto di età: «la vera giovinezza consiste nell’avere un cuore capace di amare» (CV 13); e, allo stesso tempo, capace di aspirare a grandi ideali: «Un giovane non può essere scoraggiato, la sua caratteristica è sognare grandi cose, cercare orizzonti ampi, osare di più, aver voglia di conquistare il mondo, saper accettare proposte impegnative e voler dare il meglio di sé per costruire qualcosa di migliore» (CV 15). Ed esorta: «Non bisogna pentirsi di spendere la propria gioventù essendo buoni, aprendo il cuore al Signore, vivendo in un modo diverso. Nulla di tutto ciò ci toglie la giovinezza, bensì la rafforza e la rinnova: “Si rinnova come aquila la tua giovinezza” (Sal 103,5)» (CV 17).

Riprendendo l’episodio del giovane ricco di Mt 19,20-22 che si avvicina a Gesù per chiedere cosa deve fare per ottenere la vita eterna, ma poi declina la proposta esigente del Signore («Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi»), papa Francesco osserva che «in realtà il suo spirito non era così giovane perché si era già aggrappato alle ricchezze e alle comodità. Con la bocca affermava di volere qualcosa di più, ma quando Gesù gli chiese di essere generoso e di distribuire i suoi beni, si rese conto che non era capace di staccarsi da ciò che possedeva. Alla fine, “udita questa parola, il giovane se ne andò, triste” (v. 22). Aveva rinunciato alla sua giovinezza» (CV 18).

 

La giovinezza di Gesù ci illumina e ci coinvolge nella Risurrezione

Papa Francesco invita i giovani a contemplare il Gesù giovane che ci mostrano i Vangeli, «perché in Lui si possono riconoscere molti aspetti tipici dei cuori giovani. Lo vediamo, ad esempio, nelle seguenti caratteristiche: «Gesù ha avuto una incondizionata fiducia nel Padre, ha curato l’amicizia con i suoi discepoli, e persino nei momenti di crisi vi è rimasto fedele. Ha manifestato una profonda compassione nei confronti dei più deboli, specialmente i poveri, gli ammalati, i peccatori e gli esclusi. Ha avuto il coraggio di affrontare le autorità religiose e politiche del suo tempo; ha fatto l’esperienza di sentirsi incompreso e scartato; ha provato la paura della sofferenza e conosciuto la fragilità della Passione; ha rivolto il proprio sguardo verso il futuro affidandosi alle mani sicure del Padre e alla forza dello Spirito. In Gesù tutti i giovani possono ritrovarsi» (CV 31). Ed è importante vivere l’amicizia con Lui, che è risorto, perché «vuole farci partecipare alla novità della sua risurrezione. Egli è la vera giovinezza di un mondo invecchiato ed è anche la giovinezza di un universo che attende con “le doglie del parto” (Rm 8,22) di essere rivestito della sua luce e della sua vita. Vicino a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere» (CV 32). Il giovane che si lascia rinnovare da Cristo è chiamato a sua volta ad essere missionario: «Il Signore ci chiama ad accendere stelle nella notte di altri giovani» (CV 33).

 

Al servizio del rinnovamento della Chiesa

È bello constatare che papa Francesco crede nella capacità dei giovani di contribuire ad un rinnovamento della Chiesa. Per una Chiesa che sia «giovane». Ed è tale «quando è se stessa quando riceve la forza sempre nuova della Parola di Dio, dell’Eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno. È giovane quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte (CV 35). La Chiesa di Cristo – continua papa Francesco – corre sempre il rischio di invecchiare quando rimane fissata sul passato, o, all’opposto, quello di illudersi di essere giovane «perché cede a tutto ciò che il mondo le offre, credere che si rinnova perché nasconde il suo messaggio e si mimetizza con gli altri»  (CV 35). Inoltre «può sempre cadere nella tentazione di perdere l’entusiasmo perché non ascolta più la chiamata del Signore al rischio della fede, a dare tutto senza misurare i pericoli, e torna a cercare false sicurezze mondane». «Sono proprio i giovani  che possono aiutarla a rimanere giovane, a non cadere nella corruzione, a non fermarsi, a non inorgoglirsi, a non trasformarsi in una setta, ad essere più povera e capace di testimonianza, a stare vicino agli ultimi e agli scartati, a lottare per la giustizia, a lasciarsi interpellare con umiltà. Essi possono portare alla Chiesa la bellezza della giovinezza quando stimolano la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste»  (CV 37).

Se questo è il grande contributo alla Chiesa che papa Francesco chiede ai giovani, «chi di noi non è più giovane ha bisogno di occasioni per avere vicini la loro voce e il loro stimolo, e la vicinanza crea le condizioni perché la Chiesa sia spazio di dialogo e testimonianza di fraternità che affascina. Abbiamo bisogno di creare più spazi dove risuoni la voce dei giovani: «L’ascolto rende possibile uno scambio di doni, in un contesto di empatia» (CV 38).

 

Il sì di Maria

Papa Francesco invita i giovani a guardare al sì di Maria, giovane. « La forza di quell’“avvenga per me” che disse all’angelo. è stata una cosa diversa da un’accettazione passiva o rassegnata. (…) È stato il “sì” di chi vuole coinvolgersi e rischiare, di chi vuole scommettere tutto, senza altra garanzia che la certezza di sapere di essere portatrice di una promessa. (…) Maria, indubbiamente, avrebbe avuto una missione difficile, ma le difficoltà non erano un motivo per dire “no”. Certo che avrebbe avuto complicazioni, ma non sarebbero state le stesse complicazioni che si verificano quando la viltà ci paralizza per il fatto che non abbiamo tutto chiaro o assicurato in anticipo. (…) Il “sì” e il desiderio di servire sono stati più forti dei dubbi e delle difficoltà» (CV 44).

Guardando a Maria anche i giovani possono dire il loro sì generoso e coraggioso. «Da lei impariamo a dire “sì” alla pazienza testarda e alla creatività di quelli che non si perdono d’animo e ricominciano da capo» (CV 45).

 

Giovani santi

Papa Francesco ricorda che tanti giovani hanno detto il loro sì e hanno dato la loro vita per Cristo, molti di loro fino al martirio. «Sono stati preziosi riflessi di Cristo giovane che risplendono per stimolarci e farci uscire dalla sonnolenza» (CV 49). «Attraverso la santità dei giovani la Chiesa può rinnovare il suo ardore spirituale e il suo vigore apostolico. Il balsamo della santità generata dalla vita buona di tanti giovani può curare le ferite della Chiesa e del mondo, riportandoci a quella pienezza dell’amore a cui da sempre siamo stati chiamati: i giovani santi ci spingono a ritornare al nostro primo amore (cfr Ap 2,4)» (CV 50). E ne cita alcuni: San Sebastiano, San Francesco d’Assisi, Santa Giovanna d’Arco, il Beato Andrew Phû Yên, Santa Kateri Tekakwitha, San Domenico Savio, Santa Teresa di Gesù Bambino, i Beati Isidoro Bakanjail, Pier Giorgio Frassati, Marcel Callo e Chiara Badano. Se questi giovani, insieme a tanti altri «che, spesso nel silenzio e nell’anonimato, hanno vissuto a fondo il Vangelo», anche i giovani di oggi che aprono generosamente il loro cuore a Cristo e vivono in intima amicizia con lui, possono con gioia, coraggio e impegno donare al mondo nuove testimonianze di santità (cfr. CV 63).

Una santità – precisa papa Francesco – che è personale, originale, unica: «Ti ricordo che non sarai santo e realizzato copiando gli altri. E nemmeno imitare i santi significa copiare il loro modo di essere e di vivere la santità: ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Tu devi scoprire chi sei e sviluppare il tuo modo personale di essere santo, indipendentemente da ciò che dicono e pensano gli altri. Diventare santo vuol dire diventare più pienamente te stesso, quello che Dio ha voluto sognare e creare, non una fotocopia» (CV 162).

 

Alcune indicazioni di percorso

In questa prospettiva papa Francesco offre alcune indicazioni per vivere in pienezza il dono della giovinezza:

- anzitutto vivere la giovinezza come «tempo di donazione generosa, di offerta sincera, di sacrifici che costano ma ci rendono fecondi»  (CV 108);

- non cedere al lamento, alla rassegnazione: «Quando tutto sembra fermo e stagnante, quando i problemi personali ci inquietano, i disagi sociali non trovano le dovute risposte, non è buono darsi per vinti. La strada è Gesù: farlo salire sulla nostra “barca” e prendere il largo con Lui! Lui è il Signore! Lui cambia la prospettiva della vita» (CV 141);

- perseverare sulla strada dei sogni. «Per questo, bisogna stare attenti a una tentazione che spesso ci fa brutti scherzi: l’ansia. Può diventare una grande nemica quando ci porta ad arrenderci perché scopriamo che i risultati non sono immediati. I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta. Nello stesso tempo, non bisogna bloccarsi per insicurezza, non bisogna avere paura di rischiare e di commettere errori» (CV 142);

- vivere pienamente il presente «usando le energie per le cose buone, coltivando la fraternità, seguendo Gesù e apprezzando ogni piccola gioia della vita come un dono dell’amore di Dio» (CV 147). «Mentre lotti per realizzare i tuoi sogni, vivi pienamente l’oggi, donalo interamente e riempi d’amore ogni momento. Perché è vero che questo giorno della tua giovinezza può essere l’ultimo, e allora vale la pena di viverlo con tutto il desiderio e con tutta la profondità possibili» (CV 148). E «questo vale anche per i momenti difficili, che devono essere vissuti a fondo… Egli è lì dove noi pensavamo che ci avesse abbandonato e che non ci fosse più alcuna possibilità di salvezza. è un paradosso, ma la sofferenza, le tenebre, sono diventate, per molti cristiani luoghi di incontro con Dio» (CV 149).

- vivere ogni giorno l’amicizia con Cristo: «Per quanto tu possa vivere e fare esperienze, non arriverai al fondo della giovinezza, non conoscerai la vera pienezza dell’essere giovane, se non incontri ogni giorno il grande Amico, se non vivi in amicizia con Gesù» (CV 150). E la preghiera è certamente il luogo privilegiato nel quale conversare con Gesù, con l’Amico, con il quale condividere le cose più segrete. «La preghiera è una sfida e un’avventura. E che avventura! Ci permette di conoscerlo sempre meglio, di entrare nel suo profondo e di crescere in un’unione sempre più forte. La preghiera ci permette di raccontargli tutto ciò che ci accade e di stare fiduciosi tra le sue braccia, e nello stesso tempo ci regala momenti di preziosa intimità e affetto, nei quali Gesù riversa in noi la sua vita. Pregando “facciamo il suo gioco”, gli facciamo spazio perché Egli possa agire e possa entrare e possa vincere» (CV 155).

- vivere l’amicizia vera e sincera con gli amici che sono al nostro fianco, che «sono un riflesso dell’affetto del Signore, della sua consolazione e della sua presenza amorevole. Avere amici ci insegna ad aprirci, a capire, a prenderci cura degli altri, a uscire dalla nostra comodità e dall’isolamento, a condividere la vita. Ecco perché “per un amico fedele non c’è prezzo” (Sir 6,15)» (CV 151).

- impegnarsi con coraggio nel sociale per contribuire alla costruzione di un mondo migliore. «Per favore – esorta papa Francesco – non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. Continuate a superare l’apatia, offrendo una risposta cristiana alle inquietudini sociali e politiche, che si stanno presentando in varie parti del mondo. Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore. Cari giovani, per favore, non guardate la vita “dal balcone”, ponetevi dentro di essa. … lottate per il bene comune, siate servitori dei poveri, siate protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale» (CV 174).

- e, infine, essere missionari nei vari ambienti di vita. «Giovani, non lasciate che il mondo vi trascini a condividere solo le cose negative o superficiali. Siate capaci di andare controcorrente e sappiate condividere Gesù, comunicate la fede che Lui vi ha donato. Vi auguro di sentire nel cuore lo stesso impulso irresistibile che muoveva San Paolo quando affermava: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1Cor 9,16)» (CV 176).

 

Ulisse od Orfeo?

Concludiamo con un’immagine. Ce la fornisce lo stesso Papa Francesco che, dopo aver esortato i giovani a non cedere al canto delle sirene, richiama due personaggi mitologici, entrambi positivi: Ulisse e Orfeo. Ma lui preferisce il figlio del dio della musica (Apollo) e della dea dell’eloquenza (Calliope) e lo propone ai giovani. Così scrive: «Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene. Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione» (CV 223). E per realizzare questo grande compito nella Chiesa e nel mondo «bisogna mettersi molto in gioco, bisogna rischiare»! (CV 289).

Deserto, tentazione e prova

Gesù, secondo Mt 4,1-2, è condotto dallo spirito nel deserto e vi rimane digiunando per quaranta giorni e quaranta notti. L’episodio ricorda senz’altro i quarant’anni della permanenza d’Israele nel deserto. Gesù ripercorre le diverse tappe della storia d’Israele, e quindi rivive le esperienze principali del suo popolo nel deserto.

Un’interpretazione abbastanza diffusa nell’AT vede nel deserto anzitutto il luogo della «tentazione» o della «prova». Si vedano, ad esempio, Es 16,4; 17,2.7; 20,20; Nm 14,22; Dt 8,2.16; Sal 78,18. Il testo di Dt 8,2 è particolarmente significativo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti». Secondo questo testo, i quarant’anni nel deserto sono stati un tempo di «prova» (cf. Dt 8,16). Il testo è importante perché Gesù cita Dt 8,3, Dt 6,16 e Dt 6,13. Il testo evangelico si riallaccia pertanto chiaramente all’interpretazione deuteronomica della permanenza d’Israele nel deserto.

Lo spirito conduce Gesù nel deserto perché questo luogo è anche, nella mentalità biblica, il reame della morte e del male[1]. Gesù affronterà il diavolo nel suo proprio «regno» ed è lì che lo sconfiggerà. In altre parole, se Gesù è capace di trionfare del diavolo dove quest’ultimo è «a casa», egli riuscirà a piegarlo dovunque. La prima vittoria è pertanto essenziale.

Se Gesù supererà la prova sarà «qualificato» come vero «figlio» e «servo» di Dio, capace di stabilire il «regno dei cieli».

 

Il contenuto delle tentazioni

Nel racconto di Matteo il Tentatore cerca di separare Gesù dal progetto del Padre, ossia dalla strada di un Messia sofferente, umiliato, rifiutato, per fargli prendere un cammino di facilità, di successo e di potenza. Il diavolo, per staccare Gesù dalla croce, gli propone le varie speranze messianiche del tempo.

- Prima di tutto, un messianismo concepito come speranza terrena, limitato al benessere economico (trasformare le pietre in pane). Ossia ridurre la speranza della salvezza a un progetto materiale. Quale sfida! Osserva Ratzinger: «E non si dovrà dire la stessa cosa alla Chiesa? Se vuoi essere la Chiesa di Dio, allora preoccupati anzitutto del pane per il mondo – il resto viene dopo»[2].

- Quindi un messianismo all’insegna dello spettacolare (buttarsi dal pinnacolo del Tempio[3]) che eviti la strada difficile della fede per aprirsi su un palcoscenico dove Dio è costretto a continui interventi miracolistici, tali da togliere ogni dubbio. Il Nemico cita il Salmo 91,11s che parla della protezione che Dio garantisce all’uomo fedele: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede” (vv. 11s). Il salmo citato è legato al tempio; colui che lo recita si attende protezione nel tempio, poiché la dimora di Dio deve essere un particolare luogo di protezione divina. Il diavolo si rivela conoscitore della Scrittura, sa citare il salmo con esattezza. L’intero colloquio della seconda tentazione si configura con un dibattito tra due esperti della Scrittura. In gioco è l’immagine di Dio: egli non interviene in maniera miracolistica, imponendosi così all’uomo; è piuttosto un Dio che, attraverso l’amore, e l’amore fino alla morte del suo inviato, vuole attirare gli uomini a sé rispettando la loro libertà. Inoltre è in gioco il rapporto con Dio: l’uomo – come chiaramente risponderà Gesù – non può imporre le sue condizioni a Dio.

- Infine, il messianismo incarnato dagli zeloti: quello del potere, della politica, dell’azione rivoluzionaria. Il Nemico, infatti, mostra a Gesù tutti i regni della terra e il loro splendore e gli offre il dominio del mondo. Non è questa la missione del Messia? Non deve essere proprio Lui il re del mondo che riunisce tutta la terra in un grande regno della pace? Ma la missione di Gesù dovrà seguire la strada dell’amore e della libertà, non quindi la scorciatoia del dominio, della forza (naturalmente per la maggior gloria di Dio!).

Si noti che queste tentazioni riguardano anche la persona stessa di Gesù nel suo rapporto con il Padre.

- “se sei figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”, significa: giacché sei figlio di Dio usa le tue capacità a tuo vantaggio. Per il tentatore il pane serve per salvare se stesso, salvare la propria vita, mentre Gesù – facendo il contrario di quanto suggerito - farà di se stesso pane per salvare la vita degli altri.

- “gettati giù…”. È la tentazione che ritorna anche sulla croce: “Scendi…”. Non solo Gesù non fa miracoli per essere riconosciuto Messia, ma nemmeno li chiede per sé. Nella sua umanità vive fino alla fine l’abbandono al Padre. Gesù ha la certezza che il Padre è sempre dalla sua parte.

- “tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Cristo – come già il Figlio eterno nella vita intratrinitaria – riceve tutto dal Padre. È pura accoglienza. Anche nella sua missione sulla terra riceve quello – quindi anche gli uomini – che il Padre gli darà. Non ha bisogno di imporsi, di conquistare, di farsi spazio.

Infine sebbene le tentazioni, come abbiamo visto, riguardano Gesù come Figlio in rapporto al Padre e la missione che gli è stata affidata (“se sei figlio di Dio…”), le possiamo anche leggere come tentazioni che riguardano ogni uomo nel suo triplice rapporto: con la terra, con Dio e con i fratelli.

- La prima tentazione, infatti, è quella di bramare le cose materiali, illudendoci di poter sfamare non solo la fame materiale (per quaranta giorni Gesù non aveva mangiato, e quindi aveva davvero fame!), ma anche quella fame interiore, spirituale, di pienezza, unicamente con le cose materiali. È la proposta consumista. E con il consumismo si ha anche il saccheggio della terra. La si depreda e la si piega ai propri bisogni – sia quelli più basilari, sia quelli indotti dalla pubblicità e dall’uso dei beni che le altre persone fanno -  anziché custodirla e coltivarla (cfr. Gen 1,28).

- La seconda tentazione riguarda direttamente il rapporto con Dio. È la tentazione contro la fede come affidamento fiducioso a Dio che vuole il nostro bene. Anche se non ci sottrae dalle difficoltà di ogni giorno Egli provvede sempre al nostro bene. Non per nulla Satana cita il Salmo 91, nel quale l’orante afferma la propria fiducia in Dio: “Non temerai il terrore della notte, la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, il flagello che devasta a mezzogiorno” (vv. 5-6). Notte, giorno, sera, mezzogiorno: pur attraverso un ordine a prima vista strano, è il tempo dell’uomo a essere preso in considerazione. Gli eventi della vita e i colpi del destino sono come “frecce” che volano, abbattendosi all’improvviso sull’uomo sia di giorno sia di notte. Ma Dio è “mio rifugio e mia fortezza… nel quale confido” (v. 2). La Tentatore cita i vv. 11-12 svincolandoli dal contesto. E suggerisce di affrontare gli eventi della vita non riponendo la fiducia in Dio, ma mettendolo alla prova, piegare Dio a sé, tirarlo per la giacca.

- La terza tentazione – quella del potere - riguarda il rapporto con gli uomini. Anziché vivere la fraternità e il servizio, la tentazione suggerisce la propria realizzazione nell’autoaffermazione sugli altri.

Si noti, infine, che qui non si parla del quarto rapporto che l’uomo ha: quello con se stesso. Però questo è implicato quando l’uomo acconsente alle tre tentazioni. Allora – come già è accaduto ai progenitori – si accorge di “essere nudo”; ossia sperimenta una disarmonia interiore più o meno grande. La luccicante promessa di pienezza interiore delle tentazioni si è rivelata un inganno; Gesù, invece, è colui che, Risorto, ci dà la pace, la sua pace, la sua grazia, il suo amore. Ci chiede però di seguirlo nella via della sobrietà (e della povertà) nell’uso dei beni, nella fraternità e nel servizio, mettendo sempre Dio e la sua volontà al primo posto, confidando in ogni evento della vita nella bontà del Padre.

In questo episodio Gesù, respingendo decisamente le suggestioni del Tentatore, ribadisce la propria e ferma volontà di seguire la via stabilita dal Padre, anche se non coincide con le attese dei contemporanei. Riafferma la propria fedeltà al progetto divino, senza alcuna concessione a deviazioni lungo le scorciatoie del successo e della popolarità.

Gesù ci ricorda che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Ossia, che l’uomo è più dello stomaco e anche del portafogli. Che i suoi orizzonti non possono essere confiscati dalla ricerca esclusiva del benessere economico, del piacere. Che l’uomo è su questa terra non soltanto per produrre, consumare, accumulare, fare carriera. Che deve imparare ad aver fame e sete di Dio: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia; tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Non ci può essere ansia per le cose del mondo, che cosa mangiare, come vestire ecc... Tali ansie sono pagane, il Padre sa di cosa abbiamo bisogno. In questa prospettiva – senza contraddirsi – capiamo perché Gesù compirà il segno della moltiplicazione dei pani: lì c’era la ricerca di Dio, della sua parola, del giusto orientamento di tutta la vita; il pane viene inoltre implorato da Dio; infine c’era la disponibilità reciproca a condividere.

Gesù ci ricorda che “sta scritto…: Non tentare il Signore Dio tuo”. Nel cammino quarantennale nel deserto Israele più volte si è ribellato contro Dio. L’uomo non può imporre le sue condizioni a Dio. Per questo la strada della fede passa anche attraverso i silenzi di Dio, il buio, il dubbio, le contraddizioni. La fede non si nutre di miracoli, ma di pazienza, attesa, coraggio.

Ci ricorda, infine, che “sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo renderai culto”. Ossia, bisogna disfarsi degli idoli – e quindi anche dell’idea di cambiare il mondo nella logica di questo mondo -, centrare la propria vita su Dio ed imitare il suo “stile” di agire nel mondo, che è lo stile dell’amore, del servizio. Chi usa la logica del mondo cade nell’inganno di Satana.

 

Il gioco incrociato delle citazioni bibliche

Il racconto delle tentazioni è intessuto di citazioni bibliche. L’ordine di queste citazioni, però, non è evidente. La cosa che sorprende di più è che le citazioni del Deuteronomio seguono l’ordine inverso della loro apparizione nel libro. Gesù cita Dt 8,3 prima di Dt 6,16, e Dt 6,16 prima di Dt 6,13. Perché questa strana sequenza?

La soluzione di questo problema è relativamente semplice. Basta chiedersi a quale episodio della storia d’Israele rinvia ogni citazione del Deuteronomio. La prima, Dt 8,3, rimanda all’episodio del dono della manna, raccontato in Es 16. Il secondo, Dt 6,16, evoca Es 17,17, il racconto del dono dell’acqua che sgorga dalla roccia. Questo episodio è interpretato come il momento nel quale Israele «tenta» il suo Dio (Es 17,2.7). Infine, Dt 6,13 si riallaccia ad Es 32, la storia del vitello d’oro.

In riassunto, abbiamo:

Dt 8,3                        Dt 6,16                    Dt 6,13

Es 16                         Es 17                       Es 32

manna              acqua dalla roccia         vitello d'oro

Gesù, dunque, rifiuta le tre tentazioni principali del popolo nel deserto alle quali ha ceduto: la mancanza di pane (Es 16), la mancanza d’acqua (Es 17) e la mancanza di Dio (il «Dio lontano» e il Dio vicino») (Es 32). In Gesù Cristo, anche Israele riesce finalmente a vincere il suo «nemico».

 

Un'esperienza probabilmente solo interiore

Per tutta la vita Gesù dovrà far fronte agli assalti della logica satanica: qui il redattore matteano ci racconta questa tentazione che Gesù ha subìto con categorie espressive che erano familiari all'esperienza culturale giudaica e cristiana delle origini. Nulla può assicurare che i fatti raccontati in questo episodio si siano svolti come la tradizione sinottica li presenta. «Che si tratti di un linguaggio letterario è piuttosto evidente, vista l'inverosimiglianza di vari aspetti del racconto, se esso è inteso in senso cronachistico. Qualche esempio: mostrare contemporaneamente “tutti i regni del mondo” è fisicamente impossibile a meno di far sfilare una serie di scene. E questo non è il solo aspetto irrealistico: si pensi agli spostamenti prodigiosi cui il diavolo sottopone Gesù. Queste vicende sono vissute probabilmente a livello interiore più che fisico-esteriore»[4]. Capiamo allora che in tutta la sua vita Gesù ha dovuto continuamente “vincere” queste tentazioni, ossia: il netto rifiuto nei confronti di ogni richiesta di “segni” che non fossero altro che prodigi e dimostrazione di sé; il costante conflitto con satana nel quale Gesù si trovò impegnato per la sua missione redentrice; la volontà di purificare in tutti i modi le speranze messianiche dei discepoli. Gesù sa di essere figlio di un Padre che gli ha garantito amore e reputa del tutto ovvio porsi sulla sua stessa lunghezza d'onda. In questo modo dà prova della propria identità di Figlio.

 

Agere contra

Se Cristo ha vinto le tentazioni, anche noi, alla luce del Vangelo (“pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” e contando sulla grazia che abbiamo come figli, possiamo, senza tentennamenti, vincere le tentazioni, rispondendo con determinazione: “Sta scritto…”. Fermezza e costanza, fedeltà e perseveranza sono indubbie virtù evangeliche. E a volte l’esercizio di queste virtù richiede eroismo.

Addirittura, come ci suggerisce sant’Ignazio di Loyola, possiamo sbaragliare il Tentatore agendo in modo opposto alla tentazione. Se, infatti, in diametrale opposizione alle intenzioni di Dio, che sempre opera per la nostra eterna salvezza, il diavolo, nella sua “dannata malizia” ha una sola “dannata intenzione” (EE 325), quella della nostra perdizione, agendo in senso diametralmente opposto alla tentazione – agendo cioè nella direzione opposta alla direzione che egli vorrebbe imprimere a noi con le sue insinuazioni - compiamo l’intenzione divina e sbaragliamo e umiliamo il Tentatore.

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[1] Alcuni testi biblici descrivono il deserto come luogo della morte: si vedano Dt 8,15-16; 32,10-12; Ger 2,6. Sul deserto, regno dei demoni, si vedano Lv 17,7; Is 13,21; 34,14. Si tratta comunque di una credenza popolare diffusa in quest’epoca.

[2] J. Ratzinger, Gesù di Nazareth, Rizzoli, Milano 2007, 54.

[3] La tradizione religiosa diceva che il Messia, quando apparirà, apparirà sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento prodigioso, straordinario da parte di Dio.

[4] E. Borghi, Il cuore della giustizia. Vivere il vangelo secondo Matteo, Paoline, Milano 2001, 66.

Centralità teologica di Gesù

La storia di Gesù in Matteo è presentata come un viaggio. L’evangelista, riprendendo la vita di Mosé, trova, a partire da essa, l'interpretazione dell'intero avvenimento. “Egli vede la chiave per la comprensione nella parola del profeta: 'Dall'Egitto ho chiamato mio figlio' (Os 11,1). Osea racconta la storia di Israele come una storia d'amore tra Dio e il suo popolo. L'attenzione premurosa di Dio verso Israele, tuttavia, qui non viene illustrata con l'immagine dell'amore sponsale, ma con quella dell'amore dei genitori. Per questo Israele riceve anche il titolo di “figlio” nel senso di una figliolanza di adozione. L'atto fondamentale dell'amore paterno è la liberazione del figlio dall'Egitto. Per Matteo, il profeta qui parla di Cristo: Egli è il vero Figlio. È lui che il Padre ama e che chiama dall'Egitto.

Per l'evangelista, la storia di Israele ricomincia da capo e in modo nuovo con il ritorno di Gesù dall'Egitto alla Terra Santa. Certo, il primo appello al ritorno dal Paese della schiavitù era, sotto molti aspetti, fallito. In Osea la risposta alla chiamata del Padre è un allontanarsi da parte dei chiamati: 'Più li chiamavo, più si allontanavano da me' (11,2). Questo allontanarsi di fronte alla chiamata alla liberazione conduce ad una nuova schiavitù: 'Deve ritornare all'Egitto, Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi' (11,5). Così Israele, per così dire, continua ad essere ancora e sempre di nuovo in Egitto. Con la fuga in Egitto e con il suo ritorno nella Terra promessa, Gesù dona l'esodo definitivo”[1]. È il definitivo Mosé che conduce alla libertà. Egli, che è il vero Figlio, riporta tutti noi dall'alienazione verso casa. Il male dell’uomo, dunque, non vanifica la promessa di Dio. Anzi, la realizza nel Giusto che non lo fa e lo porta su di sé, compiendo ogni giustizia (cfr. 3,15).

Il brano rappresenta anche la lotta tra il bene e il male, il dramma del giusto perseguitato dall'empio. Infatti da una parte c’è il re e dall’altra il bambino: il buono è perseguitato dal malvagio, il bene è perdente, il male sempre più forte. Ma alla fine vince l’innocente, proprio con il suo sangue. La storia, da vittoria dei potenti e massacro degli innocenti, diventa la storia del Figlio prediletto, che salva i fratelli che l’hanno venduto (cfr. Gen 50,20). Le macchinazioni del male, alla fine, senza saperlo eseguono ciò che la sua mano e la sua volontà aveva preordinato che avvenisse (At 4,28; Ap 17,17). Infatti a somiglianza di Israele Gesù sarà liberato dal suo esilio finale, cioè dalla morte in croce; è il Signore, il Risorto che riconduce non solo Israele ma tutti i popoli alla terra promessa. Dio è il Dio della storia: pur rispettando la nostra libertà, onora divinamente la sua!

Questo brano evangelico - letto nel contesto della festa della Santa Famiglia (domenica nell'ottav.a di Natale) - ci ricorda anzitutto questo: nelle famiglie cristiane deve rimanere al centro Cristo. Gesù è colui che salva la famiglia da ogni deriva di egoismo, di violenza, di divisione e, in positivo, rende possibile un vissuto familiare nel quale si manifesta la potenza dell'amore di Dio tra le persone che ne fanno parte. La famiglia ove regna Cristo è visibilità della presenza di Dio nella storia, è volto del Dio trinitario, è espressione della potenza del mistero pasquale. Se Dio c'è e agisce nella storia e nelle persone lo si dovrebbe vedere in modo evidente nel vissuto familiare, perché lì dove c'è l'amore - nelle sue diverse espressioni - c'è Dio. "L'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1Gv 4,7-8) 

 

Come accogliere il Signore? Preghiera e affidamento a Maria

Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe”. Ancora una volta l’angelo rivela la volontà divina a Giuseppe in sogno. Il sogno è simbolo della passività dell’uomo. È all’interno di essa che Giuseppe accoglie la rivelazione. Per noi credenti il luogo privilegiato per ascoltare la voce del Signore è la preghiera. È in essa che, spegnendo tutte le alte luci, tutti gli altri suggerimenti, ci poniamo in ascolto di ciò che il Signore vuole da noi, per seguire ciò che lui ci indica.

Inoltre il fatto che Giuseppe, come il suo omonimo venduto dai fratelli, sia un sognatore, vuol dire che nella profondità del suo cuore puro egli ha lo spazio per accogliere i sogni di Dio. Qual è il sogno di Dio? Che Gesù salvi l’umanità, che Gesù possa liberare l’umanità dall’Egitto e condurla verso la vera terra promessa, la comunione con Dio, vivendo già da figli di Dio, e un giorno giungere alla patria celeste. Questo è il “sogno” che Dio realizzerà.

Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto…”. L’angelo nomina prima il bambino e poi sua madre. Maria qui è citata per ultima: lei è sempre al servizio di Gesù. E lo sarà per sempre: una maternità che si esprimerà nel diventare prima discepola di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,50), dirà Gesù al termine dell’episodio del ritrovamento al tempio, correggendo così il modo della  ricerca di Gesù da parte di Maria e Giuseppe, che; e, più avanti, Gesù ormai adulto dirà: “chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).  La sua maternità si estenderà, dopo la risurrezione, ad una maternità nuova, quella di generare nuovi figli alla fede, di generare il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. Maria sarà sempre al servizio di questa vocazione. Accogliere Maria significa lasciarci guidare da lei ad accogliere Gesù. E ad imparare ad accoglierlo come (nella modalità che) ha fatto lei: nel riconoscimento della nostra piccolezza (umiltà), nel silenzio in cui risuona la parola, nel custodirla nel nostro cuore, nella fede e nella speranza, nella docilità allo Spirito Santo, nel generoso servizio ai fratelli ...

Erode vuole infatti cercare il bambino per ucciderlo”. Nell’anno 7 a.C., Erode aveva fatto giustiziare i suoi figli Alessandro e Aristobulo perché sentiva minacciato il proprio potere da loro. Nell’anno 4 a.C. aveva eliminato per lo stesso motivo anche il figlio Antipatro. Egli ragionava esclusivamente secondo le categorie del potere. La notizia di un pretendente al trono, appresa dai Magi, lo aveva allarmato.

Certamente, al di là del fatto storico, è interessante il paragone con la haggadah di Mosé. Quest’ultima racconta che esperti della Scrittura avevano predetto al re che in quell’epoca sarebbe dovuto nascere da stirpe ebrea un bambino che, una volta adulto, avrebbe distrutto il dominio degli Egizi e reso invece potenti gli Israeliti. In seguito a ciò, il re avrebbe ordinato di buttare nel fiume ed uccidere tutti i bambini ebrei subito dopo la nascita. Al padre di Mosé, però, sarebbe apparso Dio in sogno e avrebbe promesso di salvare il bambino[2]. Ancora una volta questa analogia – presa però dalla tradizione ebraica – illumina chi è Gesù: il nuovo e definitivo Mosé.

 

Fede di Giuseppe e di Maria

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto…” (v. 14). Nella notte Giuseppe si “alzò” ed esegue alla lettera la volontà divina. Non dice nulla. Esegue prontamente, così come già fece quando prese con sé Maria in Mt 1,24. In questo Giuseppe ci richiama la figura di Abramo, padre della fede, al quale Dio aveva detto: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). E il testo biblico continua: “Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore…” (Gen 12,4). Non solo Abramo non dice una parola, esegue immediatamente ciò che Dio gli ha chiesto, e lo fa “come”, cioè nella “modalità”  che il Signore voleva, cioè come un distacco dalla casa di suo padre, una uscita da quella situazione di morte che regnava in quella famiglia. Similmente possiamo pensare che anche Giuseppe non solo obbedisce prontamente, ma lo fa nella modalità giusta, gradita al Signore: lo fa senza preoccuparsi di se stesso, al solo servizio di Gesù e di Maria. E quindi anche al servizio di quell’opera salvifica che si realizzerà in Gesù.

“… e sua madre”. Anche se qui non viene evidenziato alcun ruolo attivo di Maria (sembra semplicemente essere “presa” da Giuseppe), certamente ella non ha subito passivamente gli eventi, ma nella sua fede ha accolto anche questa fuga in Egitto come espressione di quella volontà divina che agisce nella storia per vie non immaginabili dall’uomo. Così lei, che ha accolto dalle parole dell’angelo la promessa che suo figlio “sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signor Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (Lc 1,33), continua a credere nonostante ora il futuro re deve essere salvato dall’ira del re Erode. Non ha nemmeno bisogno di chiedere: “Come avverrà questo?” (Lc 1,34), perché già l’angelo di Dio ha parlato in sogno a Giuseppe.

In Giuseppe e Maria contempliamo quindi la grande fede in Diofede come abbandono - che li ha sorretti in tutti gli eventi della loro vita. E non solo: la loro è una fede che cerca di comprendere il modo di agire divino, le vie ben diverse dalle vie degli uomini: è una fede illuminata. Già Giuseppe era stato presentato da Matteo come l’uomo “giusto” (1,19) che vive in intenso contatto con la Parola di Dio; che “nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1,2): e Maria, in Luca, è colei che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19).

si rifugiò in Egitto”. Come già il Giuseppe sognatore, venduto dai fratelli, scese in Egitto, e da lì iniziò una storia di riconciliazione con i fratelli, così anche Giuseppe va in Egitto. Ma la riconciliazione vera tra i fratelli si avrà con Gesù, liberandoci dalla schiavitù del peccato.

L’Egitto, tra l’altro, è anche simbolo del disastro dell’esilio dovuto al peccato del popolo.

dall’Egitto chiamai mio figlio” (v. 15). In Gesù – come sopra detto – si realizza il nuovo e definitivo esodo. Ed è, allo stesso tempo, dopo l’esperienza dell’esilio, l’inizio di una nuova primavera tra Dio e il suo popolo: la sposa adultera torna all’amore della sua giovinezza.

 

La Santa famiglia in Egitto, in un contesto culturale e religioso molto diverso

Se questo è il piano divino, certamente nella concretezza del vissuto familiare la permanenza in Egitto non deve essere stata facile per la sacra famiglia. Dovranno soggiornare per lungo tempo in un paese non solo culturalmente diverso, ma anche religiosamente politeista. In questo avvertiamo la santa famiglia molto vicina alla situazione scristianizzata e idolatrica che vivono le famiglie cristiane in Europa. Il fascino di una logica diversa da quella del vangelo, la cultura del permissivismo, l'idolo del denaro, ecc., sono una continua tentazione. Rimanere saldi nella fede, specie quando il cristiano è indicato come colui che vive un mondo ormai antiquato, sorpassato di gran lunga dal progresso e dallo sviluppo culturale, non è sempre facile. Si rischia l'emarginazione, se non forme di persecuzione non violenta, ma altrettanto penosa.

In Egitto Giuseppe dovrà cercare un impiego per poter sopravvivere insieme a Maria e al bambino. Se allora, al tempo di Mosé, gli ebrei in Egitto erano pastori – quindi possedevano armenti -, la sacra famiglia non possiede nulla, e in tutto deve confidare (sebbene non passivamente) nella provvidenza divina. Anche in questo sentiamo la sacra famiglia vicina a tante famiglie che oggi hanno un lavoro precario e fanno fatica ad andare avanti. 

dove rimase fino alla morte di Erode…”. I tre rimasero in Egitto fino alla morte di Erode, quindi fino a marzo-aprile del 4 a.C. Se Gesù nacque con tutta probabilità nel 7 a.C., ciò vuol dire che la sacra famiglia rimase in Egitto per almeno due anni e mezzo.

 

Il ritorno in terra d'Israele

Dopo il racconto della strage degli innocenti (Mt 2,16-18), ricompare con grande rilievo la figura di Giuseppe. Due volte riceve un ordine in sogno e, in questo modo, appare di nuovo come colui che ascolta ed è obbediente e, insieme, è anche deciso e giudiziosamente operativo. Prima gli viene detto che Erode è morto e che quindi per lui e per i suoi è arrivata l'ora del ritorno.

Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra di Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino” (v. 19). Queste parole riecheggiano un passaggio della storia di Mosé: “Il Signore disse a Mosé in Madian: ‘Va’, torna in Egitto, perché sono morti quanti cercavano la tua vita’ ” (Es 4,19). Ritorna qui, ancora una volta, i paragone della vita di Gesù con quella di Mosé.

Così egli “si alzò, prese il bambino e sua madre, ed entrò nella terra d'Israele” (2,21). Giuseppe viene a sapere che Archelao, il più crudele dei figli di Erode, regna in Giuda. Non può quindi essere lì – cioè Betlemme – il suo luogo di residenza della sua famiglia.

Avvertito poi in sogno…”. Giuseppe riceve nel sogno l'indicazione di andare in Galilea. Comincia qui la vita umile e ritirata nel quotidiano di Gesù, che durerà trent’anni.

“Appena giunto in Galilea andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: ‘Sarà chiamato Nazoreo’”. Ora non c’è nessun profeta e nessun passo dell’Antico Testamento che citi questa frase, né tantomeno che parli di Nàzaret. Matteo lo sa bene. E sa di dire la verità. Non dice infatti: “Ciò che fu detto dal profeta”, bensì “Ciò che fu detto dai profeti”.

Ma dove trova fondamento, nei profeti, questa parola di speranza? Secondo Ratzinger “esistono due linee principali di soluzione. La prima rimanda alla promessa della nascita del giudice Sansone. Di lui l'angelo, che annuncia la sua nascita, dice che sarebbe stato un 'nazireo', consacrato a Dio fin dal seno materno, e questo – come riferisce la madre – 'fino al giorno della sua morte' (Gdc 13,5-7). Contro questa derivazione etimologica della qualifica di Gesù come 'nazoreo' parla il fatto che Egli non ha corrisposto ai criteri del nazireo, menzionati nel libro dei Giudici, in particolare a quello del divieto dell'alcol. Egli non è stato un 'nazireo' nel senso classico della parola. Tale qualifica, però, vale per Lui, che era totalmente consacrato a Dio, consegnato in proprietà a Dio, dal seno materno fino alla morte, in un modo che supera di gran lunga esteriorità del genere. Se riandiamo a ciò che Luca dice sulla presentazione-consacrazione di Gesù, il 'primogenito', a Dio nel Tempio, o se teniamo presente come l'evangelista Giovanni mostri Gesù come Colui che viene totalmente dal Padre, vive di Lui ed è orientato verso di Lui, allora si rende visibile con straordinaria intensità come Gesù sia stato veramente un consacrato a Dio, dal seno materno fino alla morte in croce.

La seconda linea di interpretazione parte dal fatto che, nel nome 'nazoreo', si può sentire echeggiare anche la parola nezer che sta al centro di Is 11,1: 'Un germoglio (nezer) spunterà dal tronco di Iesse'. Questa parola profetica è da leggere nel contesto della trilogia messianica di Is 7 ('La vergine partorirà'), Is 9 (luce nelle tenebre, 'un bambino è nato per noi') e Is 11 ('il germoglio dal tronco, sul quale si poserà lo spirito del Signore). Poiché Matteo si riferisce esplicitamente a Is 7 e 9, è logico supporre in lui anche un accenno a Is 11. L'elemento particolare di questa promessa è il fatto che essa si riallaccia, al di là di Davide, al capostipite di Iesse. Dal tronco, apparentemente morto, Dio fa spuntare un nuovo germoglio: pone un nuovo inizio che, tuttavia, rimane in profonda continuità con la precedente storia della promessa. Come non pensare, in questo contesto, alla conclusione della genealogia di Gesù secondo Matteo – genealogia che, da una parte, è caratterizzata totalmente dalla continuità dell'agire salvifico di Dio e, dall'altra, alla fine si capovolge e parla di un inizio tutto nuovo, con cui Dio stesso interviene, donando una nascita che non proviene più da un 'generare' umano? Sì, possiamo supporre con buone ragioni che Matteo, nel nome di Nazareth, abbia sentito echeggiare la parola profetica del 'germoglio' (nezer) e nella qualifica di Gesù come 'nazoreo' abbia visto un accenno all'adempimento della promessa, secondo cui Dio, dal tronco morto di Isaia, avrebbe donato un nuovo virgulto, sul quale si sarebbe posato lo Spirito di Dio. Se aggiungiamo che, nell'iscrizione sulla Croce, Gesù è stato qualificato 'nazoreo' (ho Nazōraîos) (cfr. Gv 19,19), il titolo acquisisce il suo significato pieno: ciò che inizialmente, allude tuttavia contemporaneamente alla sua natura: Egli è il 'germoglio'; Egli è Colui che è totalmente consacrato a Dio, dal seno materno fino alla morte”[3].

A queste due interpretazioni ne aggiungiamo una terza, che mi sembra più appropriata. La parola “nazareno” deriverebbe dal verbo nesar, che significa “proclamare”, come si legge in Is 31,6: “Verrà il giorno in cui nosrim grideranno sulla montagna di Efraim: ‘Su, saliamo a Sion, andiamo dal Signore, nostro Dio” (Is 31,6). Perché ci sembra il senso più appropriato? Perché Gesù inizierà a proclamare il Vangelo proprio dalla Galilea. All’inizio del terzo capitolo l’evangelista Matteo ci dice che Gesù, dalla Galilea, va al Giordano da Giovanni Battista, per farsi battezzare. In seguito, dopo l’arresto di Giovanni, Gesù si ritira in Galilea e comincia a predicare da lì. Ed è proprio in questo contesto che Matteo (4,13) vede realizzata la profezia di Isaia 8,23-9,2 sulla grande luce che risplende sulla “Galilea delle genti”. Ed è da qui, la regione (la Galilea, che significa distretto, e ha, anche la stessa radice del verbo galah, che significa deportare, ridurre in schiavitù, da cui deriva galut, deportazione, esilio) che ha conosciuto per prima la deportazione, che Gesù inizia la sua missione, secondo la Scrittura. Per cui “sarà chiamato il Nazareno” equivarrebbe a “sarà chiamato il Galileo”, poiché la “Luce delle genti” avrebbe cominciato a brillare sulla “Galilea delle genti”.

 

Paternità di Giuseppe

Matteo, a differenza di Luca, non ci dice nulla della vita della sacra famiglia nei suoi lungi anni a Nazareth. Certamente in questa città di frontiera ricevette l'educazione umana e religiosa. Gesù, come tutti i bambini di allora, frequentò la sinagoga, dove imparò a leggere, a scrivere e a conoscere la Torah. Ma molto importante è stata anche l'educazione ricevuta dai genitori. Giuseppe è stato un vero e proprio padre per Gesù; è stato lui a comunicargli i valori che caratterizzavano la tradizione ebraica e che lui, uomo "giusto", viveva. Probabilmente certi valori che hanno caratterizzato la persona di Gesù adulto, come ad esempio la capacità di dimenticare se stesso per gli altri, l'onestà, la rettitudine, l'attenzione al povero e gli ultimi, l'allergia all'ipocrisia, ecc., li ha ricevuti fin da bambino da Giuseppe. Oggi, in un tempo di crisi della paternità, ricorrere a San Giuseppe può essere profiquo per tanti padri per riscoprire e vivere la bella, seppur impegnativa, vocazione che hanno ricevuto da colui che per primo è Padre!

 

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[1] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, Rizzoli, Milano 2012, p. 129.

[2] Ibid., pp. 127-128.

[3] Ibid, pp. 134-136.

 

In questa giornata di ritiro propongo la contemplazione del grande mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, e in particolare della Natività in Lc 2,1-20, alla luce del prologo di Giovanni.

Alla fine vi darò anche alcune indicazioni per l’interiorizzazione personale di questo mistero nella nostra vita.

 

La prospettiva dalla quale contemplare il mistero dell’Incarnazione: Gv 1,1-5.11-14

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (v. 1). La parola greca arké, più che indicare un inizio temporale, ha un valore cosmico e metafisico; è “il principio”, come riferimento all’inizio della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra»  (Gen 1,1). Questa espressione significa: prima del mondo, nel momento fontale che è Dio, accanto a Dio Padre c’è anche il Verbo (in greco Logos), cioè la Parola.

«tutto è stato fatto per mezzo di lui» (v. 3). Già nel primo racconto della creazione, che apre la Bibbia, Dio crea mediante la sua Parola, cioè il Figlio eterno. Qui si va oltre: quel «tutto» non ci si riferisce solo alle realtà del creato, ma abbraccia anche la storia: tutto, proprio tutto, tutto ciò che è avvenuto (la creazione e la storia) dipende dalla parola di Dio. Creazione e salvezza sono opera del Padre per mezzo del Logos.

Ora si precisa: questo Logos, che «è rivolto a Dio» (la traduzione della CEI è meno esatta) – espressione che indica che c’è un dialogo tra il Padre e il Figlio – si è rivelato, ha parlato, e ha parlato definitivamente in Gesù, il Verbo fatto carne. Per questo leggiamo nell’inno: «Ciò che è avvenuto in lui era vita» (vv. 3c-4a). Cioè ciò che è avvenuto nella storia, ciò che si è mostrato tramite lui, era la stessa vita di Dio che adesso è stata comunicata a noi.

Lentamente il ragionamento procede:

«e la vita era la luce degli uomini» (4b). Evidentemente il termine luce non è in senso naturale, ma in senso spirituale, è una metafora tradizionale che indica la rivelazione divina, l’illuminazione salvifica degli uomini. La rivelazione divina è la luce affinché gli uomini possano camminare nella via del bene, della vera realizzazione, della vita. Nell’Antico Testamento c’è una stretta connessione tra la parola di Dio e la luce. Dice ad esempio un versetto del Salmo 119: «La tua parola è lampada ai miei passi, luce sul mio cammino».

«E la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta». Qui per «tenebre» si intende mondo perverso, il mondo del peccato, includendo il potere satanico che si oppone a Dio e al suo progetto di salvezza. La Rivelazione, dunque, vuole squarciare le tenebre – quelle che avvolgono l’uomo e quelle interiori – affinché l’uomo venga alla luce, accolga la rivelazione, cammini nella via della vita. Ma c’è una resistenza, ed addirittura un’opposizione. Si allude qui al mistero pasquale: le tenebre sembrano aver vinto, il male sembra trionfante; in realtà con la risurrezione trionfa la vita, trionfa la luce. Il peccato è già sconfitto sebbene continui storicamente ad opporsi alla luce, alla vita, all’opera di Cristo.

«Era nel mondo… eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (vv. 10-11). Qui per «mondo» e per «i suoi» si intende concretamente quegli uomini che, accecati dal peccato, non lo hanno accolto. È la volontà consapevole di non accoglienza della luce, della rivelazione, dell’offerta di salvezza.

«A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome» (v. 12). Il potere che viene donato è quello di diventare figli di Dio. Lo siamo già per il battesimo, ma dobbiamo diventarlo in maniera esistenziale. Tutto il nostro cammino spirituale è teso a vivere giorno per giorno tale figliolanza.

«E il Logos divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (v. 14a). È il mistero dell’Incarnazione. Letteralmente bisognerebbe tradurre: «e piantò la sua tenda in mezzo a noi». La carne del Logos, cioè la sua umanità, è la tenda di Dio con gli uomini. Quella tenda del convegno, luogo della presenza divina, che accompagnava il popolo nel cammino nel deserto è prefigurazione della vera tenda che ci accompagna nel nostro cammino.

«E noi contemplammo la sua gloria» (v. 14c). C’è un “noi”: sono coloro – i discepoli di Gesù, i testimoni oculari – che hanno contemplato la sua gloria. La “gloria” (kabod, peso) di Dio è il suo agire salvifico a nostro favore. È il “peso” del suo impegno di offrirci la luce e la salvezza in Cristo, nonostante tutte le resistenze e il peccato. Anche noi in questa giornata di ritiro vogliamo contemplare questa gloria. Contemplare come Dio ci salva in Cristo. Quel “come” indica sia la fedeltà di Dio, che continua la sua opera nonostante l’opposizione delle “tenebre” che talvolta ci sono anche in noi; ed indica anche la modalità divina, così diversa dalle modalità umanamente concepibili («le vostre vie non sono le mie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri»: Is 55,8-9) nel realizzare la salvezza, che possiamo cogliere nel ricco simbolismo del racconto della Natività (Lc 2,1-20).

 

La Natività (Lc 2,1-7)

Nei vv. 1-5 Luca si premura di collocare Gesù all’interno di un quadro storico ben concreto. Gesù, dunque, non è nato nell'imprecisato “una volta” del mito. Egli appartiene ad un tempo esattamente databile e ad un ambiente geografico esattamente indicato. “La fede è legata a questa realtà concreta, anche se poi, in virtù della Risurrezione, lo spazio temporale e geografico viene superato e il “precedere in Galilea” (cfr. Mt 28,7) da parte del Signore introduce nella vastità aperta dell'intera umanità (cfr. Mt 28,16ss)”[1].

In Luca, inoltre, questo riferimento storico ha anche una valenza teologica. Infatti si legge: «... Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra» (v. 1). Cesare è posto nel ruolo di destinatore universale; egli intende censire la totalità (“tutta la terra”) del mondo abitato (οἰκουμένην). Tutto il potere è incentrato su di lui, ignorando che quel che è al di fuori della sua presa. Di fronte a questa volontà di dominio “universale” da parte di Cesare Augusto, nella storia, un universale portatore di salvezza (Gesù) può entrare nel mondo.

Si noti che la presentazione che Luca fa di Cesare Augusto non è affatto una manomissione storica in vista del significato teologico. Infatti l'epigrafe di Pirene risalente all'anno 9 a.C. ci fa capire come Augusto voleva essere visto e compreso: il mondo intero sarebbe andato in rovina senza di lui; “La provvidenza – si legge in tale stele – che divinamente dispone la nostra vita ha colmato quest'uomo, per la salvezza degli uomini, di tali doni da mandarlo a noi e alle generazioni future come salvatore (sōtér)”[2]. Dunque Augusto si ritiene un salvatore dell'umanità; egli avrebbe suscitato una svolta nel mondo, avrebbe introdotto un nuovo tempo. Allora è chiaro che Luca ci pone di fronte ad un confronto: chi è il vero salvatore? Cesare Augusto o il bambino che nasce a Betlemme?

C'è poi un particolare molto significativo: «il “salvatore” ha portato al  mondo soprattutto la pace. Egli stesso ha fatto rappresentare questa sua missione di portatore di pace in forma monumentale e per tutti i tempi nell'Ara Pacis Augusti... »[3]. In effetti Cesare Augusto col suo dominio ha pacificato l'impero che ha conosciuto sicurezza giuridica e benessere per circa duecentocinquanta anni. Ma si tratta della pax romana basata sì su accordi politici, ma soprattutto sulle armi. Ben diversa è la pace che Gesù è venuto a portare e che come Risorto donerà ai suoi (cfr. Lc 24,36). È una pace fondata sulla vittoria del peccato. Interessa l'uomo nella profondità del suo essere. La storia dell'umanità è una storia di violenza a causa del peccato. Basti leggere le prime pagine della Genesi per constatare che dal primo peccato c'è stato un proliferare del male a tal punto che tutta la terra “era piena di violenza” (Gen 6,13); il racconto eziologico del diluvio esprime come l'uomo nella storia distrugge se stesso a causa della violenza. Tutta la storia d'Israele sarà intrisa dalla violenza. E Dio, che viene a stringere un'alleanza con il suo popolo e le rimane fedele nonostante il peccato, è disposto ad accogliere anche le immagini che l'uomo violento ha proiettato in lui: quella di un Dio violento, che castiga e punisce duramente – anche utilizzando come strumento la guerra - Israele infedele per richiamarlo alla fedeltà all'alleanza. Oltre a portare la vera pace sulla terra – quella che proclamano gli angeli al v. 14 – Gesù ci rivela anche il vero volto di Dio.

«Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio» (v. 2). Probabilmente Giuseppe disponeva una proprietà terriera a Betlemme così che, per la riscossione delle imposte, doveva recarsi lì. Ma c’è anche una seconda interpretazione, quella dell’esegeta Claudio Doglio: Giuseppe va a farsi registrare a Betlemme, cioè al suo paese di origine, perché non vuole risultare residente a Nazareth. Perché? Perché egli si è dissociato da quei fanatici di Betlemme – di discendenza davidica – che più volte hanno cercato di insorgere contro il regnante di turno – al suo tempo Erode – per instaurare sul trono un discendente di Davide. Giuseppe per proteggere la sua famiglia avrebbe allora deciso di non abitare a Betlemme, e così si era trasferito da Nàzareth. Va allora a Betlemme perché nel censimento non vuole risultare dove di fatto abita, ma dove dovrebbe essere.

«Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nàzaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme» (v. 3). Il viaggio che Giuseppe, qui presentato con il ruolo di figlio di Davide, e quindi portatore della promessa messianica, “sale” in Giudea, per raggiungere la “sua” città (cfr. v. 3)[4]. E' quindi un viaggio in “salita”: da Nazareth (luogo basso), punto di partenza, egli sale in direzione di Gerusalemme (luogo alto per la sua altezza e per la sua importanza di capitale e di unico luogo di culto). Si tratta della seconda delle quattro salite che punteggiano i primi due capitoli di Luca: la visitazione (nelle colline di Giuda), la salita di Giuseppe con Maria incinta, le due salite a Gerusalemme (quella circoncisione al Tempio e, 33 giorni dopo, la presentazione di Gesù) che chiuderanno il vangelo dell'infanzia (cfr. 2,21-52). E infine ci sarà la definitiva salita: quella di Gesù verso Gerusalemme, che inizia da quando egli rese duro il volto verso la città santa (cfr. Lc 9,51)[5], cioè decise di intraprendere quel lungo viaggio che lo porterà sulla croce.

Giuseppe sale per raggiungere “la sua città”. L'espressione «città di Davide» è strana, perché la locuzione, usata una cinquantina di volte nella Sacra Scrittura, indica Gerusalemme, la capitale. Luca elimina subito l'ambiguità precisando: «chiamata Betlemme». Evidentemente mediante l'uso di tale locuzione l'evangelista ci dà un messaggio teologico: Gesù è collegato alle umili origini di Davide a Betlemme piuttosto che alla gloria regale di Gerusalemme; la povertà nella quale nasce è segno di una regalità che assume i tratti della povertà – quella assunta per amore dell'umanità[6] -, e del servizio (quello di essere pastore – come lo aveva fatto il giovane Davide prima dell’elevazione alla regalità - che dà la vita per le pecore), a differenza dei re di questo mondo (e di Davide stesso).

Con questa salita a Betlemme si avvera la profezia di Michea: «E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele» (Mi 5,1). E' vero che Luca non cita espressamente tale profeta, ma l'abbondanza di termini e temi comuni esprime un chiaro riferimento dell'evangelista ad essa.

Giuseppe, dunque, sale «con Maria sua sposa che era incinta» (v. 5). Giuseppe è congiunto a Maria, congiunto al Messia in gestazione. Il censimento riguarderà dunque due persone e ben presto tre, cioè anche il bambino Gesù che nascerà a Betlemme. Vediamo così compiersi il programma, che era stato posto nell'annuncio dell'angelo a Maria: «Il Signore gli darà il trono di Davide, suo padre» (1,32). Questo oracolo era un'eco della profezia messianica di Natan (2Sam 7,12-17). L'ironia del racconto sta nel fatto che il censimento, cui Gesù si sottomette passivamente (“per essere censito”: 2,5), manifesta la sua qualifica regale e sovrana di Messia. Dio si serve del potere cieco di Augusto (grande manipolatore delle popolazioni) per autenticare il Re-Messia. Luca non aveva fino ad ora manifestato in che modo Gesù, che era figlio di Giuseppe (in senso “legale”, come invece ben ci dice Matteo in 1,18-25), poteva ben meritare il titolo di figlio di Davide. Ma ora la cosa è chiara[7]. Egli sarà il re davidico «il cui regno non avrà fine» (Lc 1,33).

Gesù nasce e viene posto in una mangiatoia perché «non c’era posto per loro ἐν τῷ καταλύματι» (v.7). Che cosa è questo katàlyma? Anzitutto è da escludere l'albergo: infatti per parlare d'un albergo o locanda dove si paga Luca adopera il termine πανδοχεῖον (cfr. Lc 10,34). Cos'è allora? Si tratta della sala ospitale di soggiorno, la “camera alta”, quella che sarà prestata anche per l'ultima cena (anche Lc 22,11 è un katalyma). Probabilmente la casa (in Mt 2,11 dove si dice espressamente che  i magi entrano nella «casa») è quella dei parenti che ospitava Giuseppe e Maria[8]; forse era ormai sovraffollata, e comunque la stanza di soggiorno non era certo il luogo opportuno per una partoriente; così ai due giovani sposi venne offerto un luogo separato e discreto, attiguo alla casa che li ospitava, senz’altro povero. Si trattava, probabilmente, del piccolo vano che faceva da ripostiglio e da piccola stalla per l’asino[9]. Ciò spiegherebbe la presenza della mangiatoia.

C'è da chiedersi: di chi è quella casa? L'evangelista non lo dice. Può essere anche la casa del mio cuore. C'è posto in essa per Gesù?

Si noti che, sebbene non c'è stato un rifiuto esplicito da parte dei parenti di Giuseppe, questa nascita in questo luogo umile viene letta come una prefigurazione del futuro di Gesù. “La meditazione, nella fede, di tali parole ha trovato in questa affermazione un parallelismo interiore con la parola, ricca di contenuto profondo, del Prologo di Giovanni che già abbiamo sopra citato: «Venne fra i suoi, e i suoi non l'hanno accolto» (Gv 1,11). Per il Salvatore del mondo, per Colui, in vista del quale tutte le cose sono state create (cfr. Col 1,16), non c'è posto. «Le volpi hanno le loro tane egli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Colui che è stato crocifisso fuori della porta della città (cfr. Eb 13,12) è anche nato fuori della porta della città.

Questo deve farci pensare, deve rimandarci al rovesciamento di valori che vi è nella figura di Gesù Cristo, nel suo messaggio. Fin dalla nascita Egli non appartiene a quell'ambiente che, secondo il mondo, è importante e potente. Ma proprio quest'uomo irrilevante e senza potere si svela come il veramente Potente, come Colui dal quale, alla fine, dipende tutto”[10].

Si noti anche che Gesù viene posto «in una mangiatoia». Ciò che viene posto in essa è per essere mangiato. Gesù si darà come pane di vita per la salvezza degli uomini. Il peccato era cominciato con il mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male con la brama di diventare come Dio; la cura di questo mangiare sarà proprio l'eucarestia. La croce – l'albero della vita – permette di mangiare il frutto della vita. L'eucaristia è l'antidoto, il farmaco dell'immortalità. I discepoli ora possono mangiare, senza bramosia, ricevendo tutto come dono il frutto dell'albero della vita, con rendimento di grazie.

Non per nulla Gesù nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Nasce là dove c'è la casa del pane. È lui il Pane da mangiare che si dona.

Si noti, infine, ad  una lettura attenta, lo stretto parallelismo tra la nascita di Gesù e la sua morte. A Gesù morto viene prestata una tomba, come alla nascita viene offerto a Gesù un luogo provvisorio. Con l’oscurità Gesù viene deposto nel sepolcro e nell’oscurità (cfr. il v. 8) Gesù nasce. Gesù viene “avvolto” e “deposto” nel sepolcro (Lc 23,53) e alla nascita Gesù viene “avvolto” e “deposto” nella mangiatoia[11]. Il Signore, dunque, nasce per morire: nelle pieghe del racconto della nascita il credente già legge la morte in croce del Messia. Se, dunque, Gesù muore per amore nostro (cfr. Rm 5,8: «Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi»), per amore nostro il Verbo di Dio si è incarnato[12]. Ma, allo stesso tempo, il credente vede anche la Risurrezione: Maria «partorì il suo figlio primogenito» (v. 7): egli viene chiamato “primogenito” (e non “unigenito”, né tanto meno βρέφος, cioè “infante” o “bambino”, come invece si legge in 2,12.16) perché egli è il primo di una moltitudine di figli[13]. Per la sua obbedienza al Padre, infatti, per mezzo del Battesimo siamo morti e risorti con Lui, siamo diventati figli nel Figlio.

Nella lettera ai Colossesi questo pensiero viene ancora allargato: Cristo viene chiamato il «primogenito di tutta la creazione» (1,15) e il «primogenito di quelli che risorgono dai morti» (1,18). «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui» (1,16). «Egli è principio» (1,18). Il concetto della primogenitura acquisisce una dimensione cosmica: egli è principio e termine della nuova creazione, che ha preso inizio con la Risurrezione.

Infine “la mangiatoia rimanda – come abbiamo detto – agli animali, per i quali essa è il luogo del nutrimento. Nel Vangelo non si parla qui di animali. Ma la meditazione guidata dalla fede, leggendo l'Antico e il Nuovo Testamento collegati tra loro, ha ben presto colmato questa lacuna, rinviando a Is 1,3: «Il bue conosce il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende». Peter Stuhlmacher annota che probabilmente anche la versione greca di Ab 3,2 ebbe un certo influsso: «In mezzo ai due esseri viventi […] tu sarai conosciuto, quando sarà venuto il tempo, tu apparirai». Con i due esseri viventi si intendono evidentemente i due cherubini che, secondo Es 25,18-20, sul coperchio dell'arca dell'alleanza indicano e insieme nascondono la misteriosa presenza di Dio. Così la mangiatoia diventerebbe in certo qual modo l'arca dell'alleanza, in cui Dio, misteriosamente custodito, è in mezzo agli uomini, e davanti alla quale per “il bue e l'asino”, per l'umanità composta di Giudei e gentili, è giunta l'ora della conoscenza di Dio. Nella singolare connessione tra Is 1,3; Ab 3,2; Es 25,18-20 e la mangiatoia appaiono quindi i due animali come rappresentazione dell'umanità, di per sé prima di comprensione, che, davanti al Bambino, davanti all'umile comparsa di Dio nella stalla, arriva alla conoscenza e, nella povertà di tale nascita, riceve l'epifania che ora a tutti insegna a vedere»[14].

 

 Alcune indicazioni per l’interiorizzazione personale del mistero

Come accogliere questo mistero, questa rivelazione della gloria di Dio che anche i pastori, accorsi al luogo della natività, in seguito alla apparizione dell’angelo e alla moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio (cfr. Lc 2,13-14), hanno contemplato? Come lasciarci coinvolgere da questa gloria?

Santa Teresa del Bambin Gesù ci indica una strada, o meglio, un atteggiamento interiore molto importante: l'umiltà. Chi non è  umile - umiltà e verità vanno insieme: è presente in chi accetta il proprio “nulla” di fronte a Dio, ed è paziente con le proprie imperfezioni - non può incrociare lo sguardo di Cristo, che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo…» (Fil 2,6-7); solo l’umile – che riconosce che tutto ha ricevuto da Dio e che tutto gli appartiene - può mettersi al suo livello e incontrarlo. Chi ancora di sente sicuro di sé, chi è superbo di quello che è - e se lo è  davvero è solo per grazia - o si vanta di quello che crede  di avere; chi è egocentrico, e quindi incapace di amare, non incontra Cristo e non accoglie il suo amore. Per vederlo è necessario scendere dai nostri piedistalli, e prostraci davanti a lui. È necessario farci «piccoli», di quella piccolezza che in realtà è la vera grandezza. Piccoli accettando con pazienza le proprie povertà – chi non le accetta si spazientisce, si arrabbia, perché ciò contrasta con l’immagine “grande” che ha di sé –, anzi amandola: «Quello che piace a lui è di vedermi amare la mia piccolezza e la mia povertà, è la cieca speranza che ho nella sua misericordia… Ecco il mio solo tesoro» (LT 197, OC, 538-539). Non si tratta, ovviamente, di rassegnarsi alle nostre povertà, non significa non impegnarsi a migliorare per quanto possibile, a crescere in virtù; significa semplicemente che alcune povertà ci accompagneranno sempre. E dobbiamo accettarle con umiltà: «Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9).

Ci sono occasioni che ci provocano a non reagire, ma a rimanere nella piccolezza. È ciò che anche Teresa ha fatto: che riceva lodi o rimproveri, si conosce abbastanza per accettarsi così com’è, cosa che diverse persone non riescono a fare, perché hanno un’immagine idealizzata di se stesse e si angosciano all’idea di quello che gli altri possono pensare di loro.

Anzi, Teresa desidera essere sempre più piccola: non solo come accettazione delle proprie debolezze, che diventavano per lei il luogo della comunicazione con Gesù, che la istruiva con il suo amore, ma anche piccola di fronte al mondo: non calcolata, dimenticata… importante solo agli occhi del Signore che si piega sugli umili e li innalza e – come canta Maria nel Magnificat – disperde i superbi nei pensieri del loro cuore (cfr. Lc 1,51-52); atteggiamento in totale opposizione con quanto i “grandi” invece desiderano…

Il rischio è che continuiamo a guardare con distacco – o al massimo con un certo “romanticismo” - il mistero dell'incarnazione, senza in realtà lasciarci coinvolgere da esso. E allora passa un altro Natale senza che cambi niente, che cambi la mia vita, e perdo un'occasione preziosa! Facciamo verità davanti al Verbo incarnato. A lui che si è fatto povero, presento la mia povertà esistenziale... «Riconoscere la nostra imperfezione significa situarci nella verità profonda del nostro essere, dunque nell’umiltà e, a partire da questa verità, offrirci al fuoco trasformante della misericordia divina: “Se qualche volta cado per debolezza – scrive Teresa di Lisieux – il tuo sguardo divino purifichi subito la mia anima, consumando tutte le mie imperfezioni, come il fuoco che trasforma ogni cosa in se stesso” (Pre 6, OC, 942)»[15].

Si noti che chi si sente amato da Gesù con le proprie imperfezioni diventa anche capace di amare e sopportare anche le imperfezioni altrui. Diventa capace di un autentico amore fraterno. Riflettendo sul comandamento nuovo dato da Gesù nell’ultima cena, Teresa si chiede come Gesù ha amato i suoi discepoli e perché li ha amati. Egli – scrive Teresa - «non parla più di amare il prossimo come se stessi, ma di amarlo come lui, Gesù, l’ha amato, come lo amerà fino alla fine dei secoli…» (Ms C, SA, 261).

Ricordiamo che il Natale del 1886 è stato un evento di grazia per Teresa. Ella scrive: «Fu necessario che il Buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi crescere in un attimo» (Ms A, SA, 123). Teresa descrive così questa esperienza di fede, che appartiene al mistero della sua maturazione umana e spirituale: «Sentii la carità entrare nel mio cuore, il bisogno di dimenticare me stessa per far piacere e da allora fui felice!...» (Ms A, SA, 124-125).

Con l’augurio che questo Natale sia una grazia per tutti voi!

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[1] J. Ratzinger (Benedetto XVI), L'infanzia di Gesù, Rizzoli, Milano 2012, 77.

[2] Ibid., 72.

[3] Ibid., 73-74.

[4]  Al v. 3, infatti, si dice che la regola generale del censimento è che «andarono tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città». Questo aggettivo possessivo (“sua città”) è in apparente contraddizione con 1,27 e soprattutto 2,39, ove Nazareth è indicata come la città dei genitori di Gesù: “loro città”. Evidentemente questa “sua” sottolinea che Betlemme è il luogo di origine e di discendenza di Giuseppe. Quindi l'evangelista insiste sul fatto che Giuseppe è figlio di Davide.

[5] L’espressione «indurì il volto» indica la decisione ferma di Gesù, la direzione precisa del suo cammino.

[6]  Scrive Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9; cfr. anche Fil 2,6-8).

[7]  Cfr. R. Laurentin, I Vangeli dell’infanzia di Cristo. La verità del Natale al di là dei miti, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1985, 244-245.

[8] Nella casa-grotta il vano principale – quello del soggiorno – è la prima parte della grotta, l'ambiente più ampio; più in fondo della grotta c'era invece  normalmente la stalla.

[9]  Nella regione intorno a Betlemme si usano da sempre grotte come stalla.

[10] J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 80.

[11]  Inoltre vediamo un parallelo tra Lc 2,16 (i pastori «vennero in fretta e trovarono il bambino») e 24,3.12 (Pietro... corse»; le donne «non trovarono il corpo del Signore Gesù»).

[12]  Possiamo qui intravvedere anche in riferimento eucaristico. Etimologicamente  “Betlemme”, ove Gesù nasce, significa  “la casa del pane”. Ecco dunque l’allusione forte con l’Eucaristia: Gesù, posto in quella mangiatoia, si offre come cibo, perché possiamo nutrirci di Lui. Gesù è il pane degli angeli, il cibo disceso dal cielo, che dà vita... E dobbiamo nutrirci all’unica mensa come fratelli... come famiglia!

[13]  Proprio per sottolineare questo Luca usa l'articolo determinativo: τὸν πρωτότοκον.

[14]  J. Ratzinger, L'infanzia di Gesù, cit., 82-83.

[15] J. Gauthier, La grandezza della piccolezza. La spiritualità di Teresa di Lisieux, Paoline, Milano 2014, 40-41.

 

I racconti della creazione del libro della Genesi (capp. 1 e 2) fanno parte del un grande affresco dei capitoli 1-11, nel quale sono rintracciabili le costanti del nostro mondo storico, della situazione permanente della terra e della nostra umanità. Due componenti radicalmente opposte tra loro confluiscono in questo affresco: prima di tutto, la rettitudine («tzedagah» = giustizia) della creazione, prodotta dall’iniziativa di Dio fin dal «principio», e in secondo luogo l’inquinamento della stessa creazione, prodotto dalla disobbedienza della libertà creata, che riduce in schiavitù tutto il creato, fin da «un principio» (1Gv 3,8; cf. Rm 8,19-23;11,32; Gal 3,22; ecc.). In questo articolo ci soffermeremo sulla prima parte, quella positiva: la Creazione.

 

La creazione come parola di salvezza

Ci possiamo chiedere perché i racconti della creazione sono stati volutamente posti all’inizio della Bibbia. Sappiamo, infatti, che il primo racconto – secondo la teoria delle fonti – apparterebbe alla tradizione sacerdotale, e quindi è un testo molto recente (di epoca post-esilica) rispetto ad altri testi, mentre il secondo racconto è più antico, datato all’epoca monarchica (tradizione Jahvista). La risposta è semplice: si tratta di una parola di salvezza, come lo è ogni pagina biblica. Questo lo si comprende precisando quando e come i maestri d’Israele sono pervenuti alla sua formulazione: non per via teoretica, che si interroga sulla struttura del reale, bensì per via traumatica, cioè nel momento della storia di Israele che coincide con la distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C. ad opera di Nabucodonosor, e quindi in momento nel quale tutti i punti di riferimento sono venuti meno. Lungi dal rinnegare il Dio dell’esodo, Israele non solo ha riaffermato e radicalizzato la sua esperienza del Dio dell’esodo, ma l’ha universalizzata, giungendo all’affermazione paradossale che il Dio di Israele, lungi dall’essere stato sconfitto dal dio dei Babilonesi, come voleva la logica del tempo secondo la quale la sconfitta di un popolo coincideva con la sconfitta del suo dio, è il Dio di tutte le genti e della stessa potenza babilonese responsabile della distruzione di Gerusalemme. È questa la ragione per la quale il racconto della storia di Israele si apre con il racconto della creazione che, ultimo nell’ordine inventivo, è diventato primo nell’ordine espositivo.

In questo senso il racconto della creazione è un annuncio di salvezza. Agli esiliati tentati di pensare che, con la deportazione e l’esilio, Dio si era dimenticato del suo popolo, il profeta Isaia annuncia una parola di consolazione (capp. 40-55), dichiarando l’insostenibilità di questo modo di pensare: lungi dall’essere il segno della sconfitta di Dio e del fallimento di Israele che in lui aveva riposto la sua fiducia, la vittoria dei Babilonesi rientra essa stessa nel suo disegno perché egli – il Dio di Israele – è il signore che domina incontrastato su tutti i popoli e sulle cose stesse del mondo. Se signore di tutti e di tutto, Dio non si è dimenticato di Israele ma continua a stare al suo fianco, come ha fatto con la liberazione dall’Egitto e la traversata nel deserto, esigendo da lui, come sempre, la fede fiduciale e l’obbedienza operante. Affermazione della signoria universale di Dio, la creazione biblica è affermazione che, nel mondo, egli dispone amorevolmente di tutti e di tutto. La storia della salvezza non gli è sfuggita dalle sue mani, ma la governa secondo vie che solo lui conosce: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore» (Is 55,8).

Nella sua prima lettera Pietro, ai cristiani che soffrono ingiuste persecuzioni, scrive: «Perciò anche quelli che soffrono secondo il volere di Dio, si mettano nelle mani del loro Creatore fedele (pistos ktistês) con il fare il bene» (1Pt 4,19)[1].

Memore di quanto Gesù ha fatto sulla croce, quando ha messo il suo spirito nelle mani del Padre (Lc 23,46), l’apostolo esorta i cristiani perseguitati a ispirarsi all’esempio del Pastore e Vescovo delle nostre vite (1Pt 2,21.25). Il Padre è, dunque, il Creatore fedele.

Infine nella sua fedeltà il Creatore porterà a compimento l’opera della creazione e della salvezza, che costituiscono un tutt’uno. Le Scritture parlano di «nuovi cieli e nuva terra»[2], di una “creazione nuova”.

L’escatologia è già iniziata con il mistero pasquale. Si comprende come Pietro possa dire che non c’è altro nome, al di fuori di Gesù, che sia dato agli uomini sotto il cielo, in cui sia posta la nostra salvezza (cfr. At 4,10-12). Il fatto che l’escatologia sia già iniziata, ma non ancora compiuta, condiziona ovviamente il nostro cammino, lo rende più faticoso, lo limita fra le lentezze, le incomprensioni e le sordità. Per noi, però, valgono le parole di Col 3,1-4:  «Se dunque siete risorti con Cristo (nella fede battesimale), cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alla cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria». Siamo perciò esortati a vivere il già dell’essere risorti con Cristo, anche se il compimento si avrà alla fine della storia, nell’escatologia.

 

Il creato bello e buono

Passiamo ora a contemplare come Dio crea; egli è colui che vuole sempre e solo il bene e il bello. Dalle sue mani può uscire solo bontà e bellezza.

a) Genesi 1,1-2,4a

• La prima e originaria componente del nostro mondo è l’iniziativa libera e gratuita di Dio, il quale ha creato e continua a creare il mondo bello e buono (= «tob»: Gen 1,4.10.12.18.21.25.31; cf. Es 2,2; At 7,20; Eb 11,23) e continua a mantenerlo nell’essere. • Agisce mediante lo Spirito Santo sul caos primordiale (thou whabou): “La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (v. 2)[3]. È interessante l’arricchente traduzione che leggiamo nel targum di questo versetto (traduzione in aramaico del testo ebraico): “lo Spirito dell’amore dal volto di Dio soffiava sulle acque). Molto bella è anche la traduzione siriaca: “Lo Spirito di Dio covava sulle acque”; chiara allusione di una chioccia che cova le uova per esprimere l’idea che lo Spirito agisce sul thow whabou (rappresentato ciò che c’è all’interno dell’uovo fecondato) finché non prenda forma quell’opera meravigliosa e ordinata che è appunto la creazione.

È lo stesso Spirito che allude a una nuova creazione dopo il diluvio universale, il thow whabou dovuto al peccato dell’uomo (cfr. Gen 8,2).

È lo stesso Spirito che inaugurerà la storia della salvezza (senza lo Spirito Abramo non avrebbe potuto accogliere la chiamata di Dio e intraprendere il cammino dall’idolatria alla fede nel Dio che lo chiamava) e l’accompagnerà.

• La bellezza e bontà della creazione è il frutto di una duplice azione divina:

- quella di separare (o distinguere) un caos informe («tohu wa-bou»: Gen 1,2). Così Egli separa la luce dalle tenebre (v. 4), le acque che sono sopra il firmamento da quelle sotto il firmamento (v. 7); il mare dall’asciutto (vv. 9-10)

- quella di chiamare (per 7 volte) all’esistenza con la semplice sua parola.  – la luce («sia la luce»: v. 4), il firmamento («sia il firmamento»: v. 6), la vegetazione sulla terra (vv. 11-12), le luci nel cielo (sole e luna) e le stelle (v. 14), i pesci e gli uccelli (vv. 20-21), gli esseri viventi sulla terra secondo la loro specie (vv. 24-25) e, infine, l’uomo (vv. 26-27) – e dare dei nomi alle creature: «chiamò la luce giorno e le tenebre notte» (v. 4); «chiamò il firmamento cielo» (v. 8); «chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare» (v. 10). Il nominare non significa solo esercitare un potere sulle cose, ma dare loro senso, fissare il loro significato primigenio e rivelarlo pubblicamente). Fa le creature secondo la loro specie, assegna loro dei fini, le colloca nel creato, le distribuisce, ed esse prendono forma, rispondendo alla potenza della sua parola. Il passaggio dall’«insensato» al «sensato» è la condizione indispensabile per la bellezza del mondo. Il caos diventa cosmo.

• L’armonia della creazione è anche simboleggiata dall’idea che nei primi tre giorni della creazione (essa è scandita sull’asse temporale di 7 giorni) Dio crea, per così dire, le “tre stanze” dell’universo (esso infatti immaginato come un palazzo a tre piani), ossia (partendo dall’alto) il cielo, la terra e gli inferi, mentre già nel terzo giorno e nei seguenti Dio si dedica ad “abbellire” tali stanze con le creature che pone in esse, ciascuna al suo posto: nel cielo pone il sole, la luna, le stelle e gli uccelli; sotto la terra pone gli animali marini; sulla terra pone gli animali terrestri e l’uomo. In quest’unica “stanza”, però, ha pensato ad una convivenza pacifica, armoniosa, tra l’uomo e gli animali; infatti assegna ai due una dieta diversa: all’uomo dà come cibo «ogni erba che produce seme… e ogni albero in cui è il frutto», mentre agli animali dà «ogni erba verde» (v. 29). Così non ci sarà alcun motivo di contrasto.

• Si è anche osservato che la perfezione delle creature è progressivamente ascendente nell’essere. Soltanto nel quarto giorno la benedizione di Dio raggiunge i viventi (Gen 1,22.28), dal momento che la vita e la facoltà di generare è un dono specialissimo di analoga partecipazione a una qualità propria di Dio: la Vita (Gen 2,2-3,9; cf. 3,22-24). • Alla fine del sesto giorno, la confusione inerte dell’inizio ha ceduto il posto alla bellezza delle schiere ben allineate del cielo e della terra. Il giudizio di Dio, che contempla la sua opera è questo: «è cosa buona» (cf. vv. 10; 12; 18; 21; 25). Le creature sono belle/buone, in esse Dio trova diletto, le ama. E in particolare si compiace della vita dell’uomo, creato ad essere «immagine e somiglianza» come coppia, nella dualità maschio e femmina. Agli occhi di Dio questa è molto buona. La dualità indica un compito e una vocazione da realizzare: diventare uno per comunione, come lo è Dio nella Trinità[4].• Un'osservazione del testo, ci sembra anche molto interessante: il numero che domina tutto lo schema è il 7 e anche le parole importanti ricorrono con questa frequenza: il v.1 ha 7 vocaboli; il v. 2 ne ha 14 (7+7); la formula «Dio vide che era cosa buona» ricorre 7 volte; «E così avvenne» torna 7 volte; «Dio fece» torna 7 volte; il nome di Dio ricorre 35 volte (7x5); termini importanti come «cielo», «firmamento» e «terra» tornano 21 volte ciascuno (7x3); l’ultima parte, quella che parla del settimo giorno, comprende tre affermazioni di 7 parole ciascuna (7+7+7). E siccome il 7 è il simbolo della perfezione, il narratore, con tale cura meticolosa del testo, ci vuole dire che la creazione che esce dalle mani di Dio è davvero una meraviglia.• Dio crea mediante la Parola («Dio disse») e lo Spirito, le “due mani” della creazione”. Parola e Spirito agiscono in maniera indissolubile. La parola di Dio è efficace: compie ciò che dice. Il Nuovo Testamento ci dirà che Gesù – Parola del Padre, il Verbo fatto carne - è il mediatore della creazione. Tutto fu fatto per mezzo di lui. In 1Cor 8,6 testo che raccoglie forse un’affermazione pre-paolina, leggiamo: «... per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui». Il Padre appare come la fonte ultima e Cristo è il mediatore, cioè per mezzo di lui tutto è stato fatto. Se la salvezza ha la sua origine fontale dal Padre («E’ stato Dio [Padre] infatti a riconciliare in sé il mondo in Cristo...»2Cor 5,19) e si realizza mediante Gesù, lo stesso ordine si ha nella creazione: l’origine fontale rimane il Padre; e, come Cristo è mediatore nella salvezza, così la creazione avviene mediante il Figlio (cfr. anche Gv 1,3.10; Eb 1,2-3).

Si noti, a questo proposito, che la prima creatura della creazione è la luce: «Dio disse: “Sia la luce!” E la luce fu». Ma c’è qualcosa di strano in questo testo, perché non si sta parlando della luce del sole. Il sole verrà creato al quarto giorno. Allora a cosa si sta alludendo? A Cristo, Mediatore nella creazione e nella salvezza, che inviato dal Padre a vincere le oscurità del mondo, è luce per gli uomini. «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. […] Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui» (Gv 1,4-5.9-10). La luce vera. Gesù stesso dirà di sé: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). E San Paolo scriverà: «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2Cor 4,6). Ed esorterà i cristiani: «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce» (Ef 5,8).

Di più: non solo Cristo è mediatore della creazione, ma è anche la causa finale (cfr. Col 1,15-20; 1,3-10. 22s; Rm 11,36): tutto il creato va verso di lui. Nella lettera ai Colossesi la relazione della creazione a Cristo viene espressa con tre preposizioni: in lui (v 19), per sottolineare che Cristo è il principio vitale di ogni creatura; per mezzo di lui (v. 16), per indicare che Cristo come mediatore della creazione; in vista di lui sono state create (v. 16), per presentare Cristo come fine di tutta la creazione.

Nella lettera agli Efesini Paolo afferma che il Padre crea con l’intenzione di ricapitolare ogni cosa in Gesù Cristo, facendoci figli nel suo Figlio (cfr. Ef 1,3-10.22s). Il Padre ha pianificato ogni cosa per poterci trasmettere la filiazione “adottiva”[5] in Gesù Cristo. Fin dall’eternità Dio ci ha predestinati «ad essere suoi figli adottivi, tramite Gesù Cristo» (Ef 1,5). Quando il Padre ha creato il mondo, ad animare la sua forza creatrice è stato un amore paterno che desiderava donare a se stesso dei figli nel Figlio unigenito, Cristo. Colui che ha creato il primo atomo o la materia che nella sua espansione ha formato lo spazio dell’universo, voleva fondamentalmente dare un posto in questo spazio ai propri figli. È l’opera creatrice di un Padre che ha voluto estendere la sua paternità a innumerevoli esseri e donare ad ognuno un amore personale. L’ordine della creazione e l’ordine della salvezza non si possono dunque separare. La creazione cammina verso Cristo perché il lui trova pienezza.

• La creazione è quindi un’opera Trinitaria. Nel secondo concilio di Costantinopoli (553) troviamo la formulazione: «Un solo Dio è Padre dal (™x) quale tutto procede, un solo Signore Gesù Cristo mediante (di¦) il quale tutto è stato fatto (cfr. 1Cor 8,6), uno Spirito Santo nel (en) quale tutto è stato fatto»[6].• Si noti anche che l’espressione «Dio disse» appare per 10 volte in questo brano. 10 volte come le “10 parole” d’amore dell’alleanza del Sinai (i “comandamenti”). Inoltre Dio pone le “condizioni” dell’alleanza subito dopo la creazione dell’uomo («del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete» - Gen 3,3). E infine Dio ha posto la creazione in 6 giorni per lasciare il sabato libero, segno del patto dell’alleanza (cfr. Es 19,3-6). Il sabato è il giorno del compimento della creazione e insieme il giorno della pienezza destinato all’uomo, cioè alla piena e definitiva comunione con Dio come chiaramente esorta Eb 4,1-11 («entrare nel riposo»). A questo settimo giorno della creazione si riferirà il comandamento biblico tramandatoci nel libro dell’Esodo: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Es 20,8-11).

In questa prospettiva dell’alleanza si può così meglio comprendere il senso teologico della creazione, cioè il suo essere finalizzato al patto di amore tra Dio e il suo popolo. Gli stessi profeti nell’AT usano il linguaggio di creazione per parlare dell’agire salvifico di Dio che con l’esodo “costituisce” e “forma” il suo popolo[7].

Questo forte riferimento all’alleanza ci deve stupire proprio perché questo testo della creazione risale alla scuola sacerdotale (periodo esilico)[8]. L’obbedienza alle “parole” di Dio significa ordine e vita:  ordine nell’intero universo, facendo sì che dal caos emerga una realtà in cui è possibile vivere, e ordine e vita per l’uomo che vive l’alleanza. Il Salmo 19 sembra riprendere questo tema con un parallelo tra l’ordine della creazione e l’ordine che si compie nel cuore dell’uomo con l’osservanza della Legge del Signore.

In Cristo si compie la nuova alleanza. Nuova perché un popolo rinnovato nel cuore sarà fedele all’alleanza in Cristo; alleanza che si apre a tutte le nazioni: ebrei e pagani formano un solo popolo (Ef 2,14), un solo corpo (Ef 2,16), un solo tempio santo nel Signore, una sola dimora di Dio per mezzo dello Spirito (Ef 2,21-22).

• Dicendo che Dio creò ogni cosa in 7 giorni, si vuole dire: a) che anche il tempo è una creatura di Dio; b) che il tempo è l’ambito concreto, storico in cui l’uomo vive in relazione con Dio, è “sacro” perché Dio ha operato ed opera sempre. Dio non lo si incontra tanto nello spazio (es. nel tempio), quanto nel tempo. Lì è il luogo nel quale possiamo sempre incontrarlo.

Inoltre si noti noti l’armonia con la quale l’uomo vive nel creato, nel tempo: il sole segna gli anni, la luna i giorni e le stelle le feste liturgiche[9]. Se Dio lo si incontra nel tempo, per eccellenza le feste, la liturgia, è un “luogo” peculiare dell’incontro con Lui. La tradizione sacerdotale nel libro del Levitico dà molta importanza alle feste liturgiche. Se è vero che il cristiano è chiamato a dare a Dio un culto spirituale con la propria vita, ciò non diminuisce l’importanza della liturgia celebrata dalla Chiesa, in particolare quella celebrata nel giorno del Signore, la domenica, nella quale l’eucaristia è il “culmen et fons” della vita della Chiesa.

• Si noti che vi è anche una certa distribuzione che Dio fa del suo potere nella creazione, quasi un decentramento del suo ruolo di Creatore. Egli non crea, belli e fatti, tutti i viventi, le piante, gli animali, gli uomini, le donne possibili, ma dice: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie» (Gen 1,12). L’erba della terra, poi, e i frutti degli alberi sono destinati a nutrire i viventi.

Il creatore benedice gli esseri acquatici e i volatili, dicendo loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mare; gli uccelli si moltiplichino sulla terra» (Gen 1,22). E quanto all’uomo, Dio li benedice e dice loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…» (Gen 1,28).

Le creature, dunque, collaborano nella creazione con il Creatore. Ed anche nell’opera della salvezza il Risorto, che ha ricevuto dal Padre “ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18), quel potere universale che il diavolo falsamente gli offriva nella tentazione nel deserto in cambio di una prostrazione, rende partecipi gli apostoli (e la Chiesa intera) della sua missione salvifica: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 18,19-20). Portare gli uomini a Gesù vuol dire salvarli, vuol dire portarli alla vita.

b) Genesi 2,4b-25

Nel secondo racconto di creazione, più antico del primo, la dinamica del gesto creatore è concepita e descritta diversamente. Il primo racconto comincia dal caos e dalle minacciose acque primordiali. Nel secondo si parte dal più arido deserto, ostile alla vita, dove l’acqua è una benedizione. Il termine dell’azione creatrice è la trasformazione del deserto in un’oasi favolosa, ricca di acque e di minerali preziosi: un giardino in ‘Eden (gan-be‘Eden, interpretato come “delizia”), piantato da Dio, per collocarvi lo ‘Adam (l’uomo).

Con una simbologia più antropocentrica di quella del primo racconto troviamo qui il medesimo insegnamento: sotto l’azione divina il caos – non più quello acquatico, ma desertico – diventa cosmo per accogliere lo ‘Adam (cf. vv. 8.15-16).

 

La creazione dell’adam

a) Il racconto di Genesi 1,26-31

Nella scala progressiva delle opere dei primi sei giorni, la creazione giunge all’essere umano: ’Adam, ha’Adam, il fangoso, il terreno (Gen 1,26.27). Egli è fatto a immagine (selem) e somiglianza (demut) di Dio in due edizioni: maschile («zakhar») e femminile («neqevah») (Gen 1,27; 5,1-2; 2,18-25; Sap 2,23; 2Pt 1,4).

In ebraico il vocabolo immagine rimanda ad una statua che, nel realismo simbolico semitico, indica la vicinanza al soggetto raffigurato; il vocabolo somiglianza indica invece la distanza ed esclude l’identità totale. L’uomo è, perciò, la rappresentazione più somigliante di Dio che si possa concepire, ma non è Dio. E, come ogni rappresentazione non si può comprendere se non in rapporto al suo modello, così non si può comprendere l’uomo se non in rapporto e in dipendenza da Dio. È una creatura costitutivamente limitata (l’immagine ha in se stessa qualcosa di fragile, di debole, di corruttibile), ma allo stesso tempo ha in sé una valenza di eternità (il rapporto costitutivo con Dio che lo fa essere tale, l’Interlocutore per eccellenza dell’uomo).

Tutto l’uomo è immagine di Dio; lo è in tutta la sua realtà fisica e psichica. Ma il duplice Adam è chiamato a realizzare l’immagine di Dio, semplicissimamente e supremamente Uno (cf. Dt 6.4), mediante una mutua conoscenza e comunione d’amore («yada’»: Gen 4,1.17.25), in modo che i due sappiano diventare «una sola carne» («ba-sar»).

b) La creazione dell’uomo secondo Genesi 2,4b-25

Il documento jahwista, cui dobbiamo Gen 2,4b-25, concentra la sua attenzione sulla creazione dell’uomo. La centralità dell’uomo nel cosmo è evidente: il testo sottolinea come attorno a lui Dio crea il “giardino”[10].

La fede creazionistica di J vi appare con colori nitidi. L’uomo è un essere plasmato da Jhwh come la creta dal vasaio (2,7). È stato fatto con la polvere del suolo (Gen 2,7) e questo suo radicamento terreno (vedi la correlazione di 'adam - 'adamah: uomo-terra) lo rende essere mortale: «...finché tornerai nel suolo, perché da esso sei stato tratto, perché polvere sei e in polvere devi tornare!» (3,19).

L’uomo non ha in sé la sorgente della vita: egli attinge infatti la vita dal soffio di Dio. La chiave della sua esistenza non è quindi nelle sue mani. Dio solo possiede la vita in proprio (cf. Gen 3,22-24; 6,3). Che il frutto dell’albero della vita sia a disposizione dello ‘Adam (al centro del giardino: v. 9) sta a significare la sicura accessibilità dell’uomo alla vita, e al tempo stesso la sua precarietà. Per restare vivente, e immune perciò da ogni potere della morte («immortale»), basterà che egli non si allontani dal giardino (l’ambiente in cui il Creatore lo ha posto), rimanendo in comunione con il Signore che lo ha animato con il suo soffio e lo nutre con la sua ospitalità (cfr. Gen 3,22.24).

«Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato»” (v. 8). Qui Dio sembra un po’ un padre e una madre che con tanta cura prepara tutto il nuovo arrivato. Il creato è come una culla preparata con amore, un ambiente con tanti alberi e acqua abbondante per assicurare all’uomo la vita.

«Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo…”» (v. 18). L’uomo creato (in ebraico “ish”) non fu felice perché non trovò «un aiuto che gli corrispondesse» (v. 20). Adamo è solo, la sua è una solitudine sofferta a cui non sa dare rimedio e risposta. L’uomo di solitudine muore. Allora Dio disse una sentenza: «non è bene che l’uomo sia solo, gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gen 2,18). Nel sonno, nel torpore, nel venir meno della coscienza, Dio opera e crea la donna. Solo al risveglio Adamo conosce colei che Dio ha posto accanto a lui. La conosce con meraviglia, favorevolmente “sorpreso”, perché «essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa». La sorpresa di Adamo descrive lo stupore dell’innamoramento. Innamorarsi è scoprire una prossimità tra uomo e donna assolutamente inaspettata, che essi riconoscono come donata. Il racconto della Genesi continua con la narrazione del riconoscimento della donna da parte dell’uomo. «Questa volta la si chiamerà donna» (in ebraico “ishsha” = uomo al femminile) (Gen 2,19).  È insieme la decisione, l’atto della libertà, è il consenso alla vita con lei. L’uomo e la donna, qui concretamente il marito e la moglie, sono la versione maschile e femminile di un’unica realtà. Sono l’uno di fronte all’altra, ed entrambi davanti a Dio, in dignità “simile”, in esultante comunione di vita, in confidente reciproco aiuto.

Un’ulteriore riflessione sull’espressione  un aiuto (per l'uomo, ma anche viceversa) che gli corrisponda» si impone. La parola ebraica “aiuto” appartiene al lessico dell'alleanza, e viene spesso riferita a Dio (“YHWH è mio aiuto”...); quindi “aiuto” indica il partner o alleato, ed esprime la relazione giusta che deve intercorrere tra l'uomo e la donna; nessuna fusione come sognata dall'amore romantico. L'alleato sta di fronte al partner in un reciproco rapporto d'amore nell'uguaglianza.

Anche il secondo termine biblico, kenegdô, che è reso dalla CEI con l'espressione “che gli corrisponda” è molto importante. Secondo una corrente interpretativa giudaica che arriva fino al grande commentatore Rashi (1040-1105), implica l'idea di un aiuto che la donna potrà dare all'uomo in quanto capace anche di opporsi a lui. Anche se non si deve esagerare, questa lettura rivela qualcosa di importante sulla dinamica maschile-femminile all'interno della coppia umana. Anche l'evitare che l'altro compia degli errori, che faccia delle cose non appropriate per sé o per gli altri, è un modo di amare.

«Per questo – commenta l’autore biblico - l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (v. 24). L’essere “una carne sola” è il progetto divino sulla coppia. Essere “una carne sola” è segno e vocazione di una chiamata all’Amore che viene da molto lontano, dalla sorgente stessa dell’amore (Dio) e che faticosamente si traduce nella vita nuova a cui i due danno origine. Il matrimonio, infatti, è sempre un inizio di qualcosa di diverso rispetto a prima, un compito da eseguire al di là delle istruzioni ricevute, un rischio da assumersi, un patto da rispettare: un’alleanza.

Sappiamo che Gesù, nella controversia con i farisei che volevano metterlo alla prova sul matrimonio risponde riprendendo questo versetto: «Dall’inizio (in principio) della creazione li fece maschio e femmina (cfr. Gen 1,27); per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre…» Mc 10,7-8; Mt 19,5-6. Quel «Dall’inizio (in principio)», che richiama il “In principio” di Gen 1,1, non riguarda solo un ordine temporale, ma anche intenzionale.

«Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna» (Gen 2,25). Il fatto che i due, pur nella loro nudità, al cospetto di Dio Creatore non provassero vergogna non è da comprendere secondo una mentalità puritana. La nudità, nel linguaggio biblico, non ha nulla a che fare con la sfera della sessualità ma è la condizione di chi si riconosce povero e bisognoso. Questa coppia, all’inizio della sua storia, posta davanti a Dio, è consapevole della propria condizione di inesperienza e di incapacità, ma non per questo “ne provavano vergogna”. Cioè non ne erano confusi e scoraggiati, non si sentivano umiliati e amareggiati. Anzi! La meravigliosa scoperta che avevano fatto l’uno dell’altra, lo sguardo compiacente di Dio che si posava su di loro, l’avvenire nuovo che avevano davanti... tutto infondeva forza e ispirava fiducia. Erano sereni e confidenti, nonostante il senso della loro iniziale inadeguatezza. Affrontavano la loro vita insieme con slancio fiducioso.

 

La relazione dell’adam con la terra

L’Adam giusto - maschile e femminile - così come il Signore Dio lo ha fatto, e lo continua a volere, a fare e a collocare nel mondo bello e buono creato da lui (cf. Gen 2,15), è strutturato secondo tre relazioni fondamentali:

1) Al di sopra, con il Signore Dio, secondo un rapporto di adorazione, di ospitalità e di amicizia riverente e obbediente (Gen 1,28-30; 2,16-17; 3,8-9). Il nome del Creatore è duplice: Elohim («Dio») in Gen 1,1-2,4 e JHWH («il Signore», Adonay) in Gen 2,4-25 (cf. Gen 4,26).

2) Al suo fianco (Gen 2,21), con l’altro termine dell’«Adam», il suo simile, che sempre gli sta di fronte per aiutarlo (Gen 2,18.20): il «vir» («ish», maschio, «uomo») rivolto verso la «virago» («ishshah», femmina, «donna»), e viceversa. Il Creatore li ha consegnati e li consegna l’uno all’altra per una comunione d’amore (Gen 2,22), in mutua e totale fiducia, significata dalla loro nudità senza imbarazzo (Gen 2,25).

Questa coppia originaria e primordiale (cf. Sir 42,22-25) sta a significare anche l’essenziale relazione di ciascuno di noi (uomo o donna) con il suo simile (donna o uomo); e dunque pure del fratello/sorella con il fratello/sorella (cf. Gen 4), all’interno della grande comunità umana, che appunto è fatta per essere elevata fino all’unità mediante una comunione di amore. La piena immagine di Dio, un compito da realizzarsi da tutti gli esseri umani, è l’intera umanità divenuta comunità umana. Di questo «divenire uno» di tutti gli uomini la Chiesa è, fin d’oggi, fragile ma sicuro sacramento, povera ma chiara profezia. L’ultimo sigillo, poi, di questo testo genesiaco verrà aperto dall’Agnello immolato e vittorioso con la rivelazione inaspettata di come Dio sia uno in noi, comunione di conoscenza e di amore, di luce e di fuoco.

3) Al di sotto, con la terra e con i suoi beni. La terra, così come Dio l’ha creata, e continua a uscire ogni giorno dalla sua volontà, è un «giardino di delizie» («gan-Eden»: Gen 2,15; 3,23-24), e il duplice Adam vi è posto da Dio, perché lo coltivi «‘avad»: il verbo ebraico che designa pure il «culto del Signore Dio») e lo custodisca «shamar»: Gen 2,15): una destinazione al lavoro, inteso come missione cultica, assegnata da Dio all’umanità, da realizzarsi mediante l’interpretazione (= i nomi da assegnare: Gen 2,19-20) e l’utilizzazione ecologica del creato, sotto lo sguardo benevolo del Creatore (Gen 1,29-30; 2,18; 3,8-9). Se, infatti, il mondo è stato donato da Dio all’uomo, Dio coinvolge l’uomo – creato a sua immagine e somiglianza – nella sua volontà di donazione: non solo destinatario che riconosce e ringrazia perché tutto è grazia, bensì suo partener che con-crea con Lui il mondo ridonandolo agli altri esseri umani. Allora con tutta la creatività, l’ingegno dell’uomo,  il mondo creato “sette volte buono”, cioè totalmente buono, è posto nelle mani dell’uomo perché esso venga perfezionato al servizio degli altri uomini nella fraternità.

È da notare che, per quanto riguarda il nutrimento, in Gen 1,29-30 risulta che tutti gli esseri viventi sono vegetariani (1,29-30). Gli animali e gli uomini però non mangiano le stesse piante, poiché l’erba come tale è riservata ai primi, mentre le piante con semi e gli alberi con frutti saranno il cibo degli uomini. Non vi sarà quindi alcuna occasione di conflitto fra questi esseri viventi. Almeno, questo era il disegno divino per evitare ogni tipo di violenza. L’universo del racconto sacerdotale della creazione è un universo armonioso e pacifico.

 

Profezia di Cristo e della Chiesa

Abbiamo già visto che nel secondo racconto (Gen 2,4b-25) si racconta che la donna viene tratta dall’uomo. Dio fece cadere sull’uomo un sonno profondo, tardēmāh, reso dalla LXX con éks asis, che, letteralmente, significa «uscita da sé». Il termine ṣēlā, in greco pleurá, vuol dire costola ma anche fianco, e, deriva dal sumerico ti (o til), che significa sia costola che vita7. Secondo l’esegeta Rashi (1040-1105), ṣēlā è da leggersi in riferimento al «secondo lato della Dimora» (Es 26,20). Si tratta della Tenda della Testimonianza o Tabernacolo oppure Tenda di YHWH (ōhel YHWH), cioè, il santuario portatile, in cui era custodita l’Arca dell’alleanza (che a sua volta conteneva le due tavole della Legge), segno della presenza della gloria di YHWH in mezzo al suo popolo (cioè, la Shekhinah), e che verrà, poi, sostituito dal Tempio di Salomone a Gerusalemme.

Ora possiamo vedere questa tenda una prefigurazione della vera Tenda: «Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,4), e del vero tempio: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ma egli parlava del tempio del suo corpo (Gv 2,19-21).

Secondo il profeta Ezechiele dal lato destro del tempio esce un fiume d’acqua abbondante, che dà vita (Ez 47,1); è prefigurazione di ciò che avverrà sulla croce: «Uno dei soldati con un colpo di lancia gli trafisse il fianco (pleura) e ne uscì subito sangue ed acqua» (Gv 19,34).

Cristo, prefigurato nell’adam, è il vero tempio, nel quale si consuma il sacrificio perfetto, che cancella i nostri peccati. È lui la vera Tenda che dimora tra gli uomini, il vero Tempio fatto dal Signore e innalzato sulla croce, dal cui fianco (lato destro del tempio, Ez 47,1) scaturisce sangue ed acqua. Osservando in filigrana le prefigurazioni – cioè, i tipi o le ombre – scorgiamo la realtà vera, cioè, il corpo di Cristo. Come dal fianco di Adamo, caduto in un sonno profondo, in estasi («uscita da sé»), Dio trae la donna (che, poi, sarà chiamata Eva, cioè, vita, poiché è la madre di ogni vivente), così dal fianco squarciato del vero Adamo, innalzato sulla croce, nasce la Chiesa sua Sposa, che, mediante l’acqua e il sangue, segni del Battesimo e dell’Eucarestia, genera nuovi figli di Dio, per cui essa è la vera «Madre dei viventi». L’unione tra Cristo e la sua Chiesa è tale da formare una sola carne, un solo corpo, di cui Cristo è il capo e noi le membra.

Se, dunque, Adamo è, «figura di colui che doveva venire» (Rm 5,12), cioè, di Cristo, Eva è figura della Chiesa, cioè, della comunità dei credenti che aderiscono a Cristo, mediante il suo sacrificio, formando con lui una sola carne, un solo Corpo mistico. Come l’uomo si unisce alla donna e i due diventano una sola carne, così il Verbo si fa carne (Gv 1,14), sposa la natura umana per sempre, secondo quanto sta scritto: «Il Cristo rimane in eterno» (Gv 12,34). Perciò, la Scrittura dice: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie» e, poi, «i due saranno un’unica carne» (Gen 2,24). Generalmente era la donna che lasciava la casa di suo padre per entrare nella casa di suo marito. Qui, invece, è l’uomo, che abbandona suo padre e sua madre per unirsi per sempre alla sua donna; è l’uomo che va verso la donna, come nel Cantico: «Lo strinsi forte e non lo lascerò, finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito» (Ct 3,4).

 

[1] Cfr. 1Pt 2,15-20; 3,6.13-17.

[2] Cfr. Is 65,7; 66,22; 2P 3,13; Ap. 21,1.

[3] L’idea della creazione delle cose «dal nulla» apparirà più tardi, quando la Sapienza di Israele incontererà la sohia ellenistica.  La creazione delle cose «dal nulla» esprime una grande verità: che la libertà di Dio nella creazione è una libertà assoluta: ha creato senza costrizione, cioè senza necessità interna (Dio non ha bisogno di uscire da se stesso per perfezionarsi. Egli ha in se stesso la pienezza) né esterna. Troviamo un chiaro riscontro nella Scrittura: «Egli ha fatto tutto ciò che ha voluto» (Sal 115,3); «Tutto ciò che è piaciuto al Signore egli lo ha fatto, in cielo e in terra» (Sal 135,6); «Dio che opera tutto secondo il disegno della sua volontà»; «Le cose esistono e hanno avuto origine in forza della sua volontà» (Ap 4,11).

Nel NT troviamo, curiosamente, solo un testo in cui  si parla della creazione dal nulla, legandola alla fede di Abramo e, in ultima istanza, alla fede nella risurrezione di Gesù: «[Abramo è nostro padre] davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4,17).

[4] Si noti quel “noi” del testo biblico: «Facciamo l’uomo a nostra immagine». Può essere semplicemente spiegato come un noi maiestatico. Ma i padri della Chiesa hanno visto in quel noi anche un riferimento alla vita trinitaria.

[5] In realtà essere figli nel Figlio non vuol dire essere “figli adottivi”. Significa piuttosto che il Padre, come ha generato Gesù nella morte, costituendolo «Figlio di Dio nella potenza secondo lo spirito di santificazione» (Rm 1,3s; cfr. anche At 13,33: «Dio ha fatto risorgere Gesù, com’è scritto nel salmo secondo: “Tu sei mio Figlio, oggi ti genero”», genera anche noi come figli. Ci risuscita con Lui, non ci adotta, ci genera. Giacché in Cristo la risurrezione non è un’adozione. Dio è Padre-Creatore, non Padre adottivo: «Siamo sua opera, creati in Cristo Gesù» (Ef 2,10).

Poco prima, in Rm 8,15, Paolo usa un’espressione che solitamente viene tradotta: «spirito di figli adottivi», e che sembra contraddire quanto appena detto. Ugualmente Gal 4,5 viene spesso tradotto: «Dio inviò suo Figlio perché ricevessimo l’adozione a figli». Il termine usato da Paolo (uiothesía) significa «adozione» nel greco profano. Ma Paolo intende la parola nel suo senso etimologico: atto che rende figlio, filiazione. Lui non pensa a un’adozione: «Dio inviò il Figlio suo… affinché ricevessimo la filiazione, e figli veramente siete». E’ vero, la filiazione dei fedeli è diversa da quella di Cristo. Giovanni ne fa sentire la differenza con il vocabolario che gli è abituale: Gesù è «il Figlio», i fedeli sono «i figli». In noi, tuttavia, la filiazione è reale: «Ascendo al Padre mio e Padre vostro» (Gv 20,17). I fedeli non sono figli per adozione, ma per partecipazione a colui che è «il primogenito di molti fratelli» (Rm 8,29).

[6] Denzinger-Schónmetzer (=DS),  421.

[7] Cfr. ad es. Is 43.1.7.15; 44,24; 45,8; 51,9; Sal 95; 104-105; 136; Am 4,13; 5,8s; 9,5s; Ger 32,17; 33,2; Prov. 8,22; Sap 13,1-5.

[8] La tradizione P (o Codice Sacerdotale - Priestercodex) raccoglierebbe testi anche molto antichi, ma sviluppati in epoca post-esilica. Riguarda essenzialmente norme liturgiche e rituali. È predominante nel Levitico.

[9] Si noti che troviamo la categoria nel tempo nel primo giorno (Dio separa la luce dalle tenebre – v. 3 -, ossia dà inizio ai “giorni”), nell’ultimo giorno (il settimo: il sabato, creatura “speciale”) e, al centro, nel quarto, ove si ha la creazione del sole, della luna e delle stelle. Per la Bibbia il tempo (che è una creatura) è molto importante, perché in esso si può incontrare Dio.

[10] L’origine del mondo abitato, concepita come trapasso da un arido deserto a un’oasi allietata dal verde e dall’acqua (Eden), è il “luogo” di vita nel quale Dio pone l’uomo.


Inziamo con questo articolo un tentativo di confronto con la cultura contemporanea  e con il credo delle altre religioni per riscoprire  la fondatezza e la bellezza della nostra fede cristiana. Al giorno d'oggi più che dimostrare che Dio esiste - già tante persone credono che Dio esista, ma lo ritengono influente nella vita quotidiana -, il cristianesimo deve mostrare - sia razionalmente, ma soprattutto con la vita - che Dio agisce nella storia, opera la storia della salvezza. Che credere e affidarsi a Dio ne vale la pena, e il credente sperimenta nella sua vita la fedeltà e la bontà di Dio. Che il Dio che la Scrittura ci rivela non è una riedizione degli antichi dèi, ma è il Dio dell'amore che si è rivelato e ha intrapreso un dialogo, anzi un'alleanza, con l'umanità. 

Il cristianesimo crede in un solo Dio. È possibile che nell’AT ci siano «rimasugli» di una fede politeista? La critica viene da Odifreddi che sa bene che per designare Dio l’AT usa più nomi: El, Elohim e Eloah (nomi ebraici), Theos e Kyrios (termini greci), YHWH (nome proprio per indicare il Dio d’Israele). Notando che Elohim è al plurale (sarebbe da tradurre “gli dei”), e che Eloah (al singolare) è il nome della principale divinità dei Cananei, chiamata anche “toro” o “vitello”, pensa che quest’ultimo nome non è altro che «un fossile del politeismo che vigeva nella terra di Canaan e che fu evidentemente ereditato dagli Ebrei del regno settentrionale di Israele». Per cui afferma: «la storia di Elohim è dunque quella del dio di Israele, nel senso specifico del regno del nord» (p. 14). Inoltre, per il quanto riguarda il nome Adonai, che gli ebrei utilizzano per “leggere” il tetragramma YHWH, sarebbe un plurale possessivo derivato da Adon, dio dei fenici, popolazione del sud. Quest’ultimo sarebbe anche all’origine del greco Adonis, la divinità della vegetazione che annualmente nasce, vive, muore e risorge. Che dire?

Anzitutto bisogna dire che il termine El (che ricorre circa 240 volte nell’AT), usato non solo dai cananei, ma in genere dai popoli semiti, nell’etimologia originale designa Dio in maniera probabilmente vaga. Per cui l’AT lo utilizza per indicare genericamente sia il Dio degli altri popoli, sia il proprio Dio, che per Israele è YHWH. È tuttavia anche vero che El appare come nome personale del capo del pantheon di Ugarit; può darsi che il nome rifletta una concezione originale per la quale El era il dio veramente supremo e le altre divinità erano figli o figlie di El.

Il termine Eloah è piuttosto raro, e appare per lo più in poesia.

Il termine Elohim (usato circa 2600 volte dall’AT!) è plurale nella forma, ma è usato anche per indicare un unico essere divino: sia il Dio d’Israele (e in questo caso il verbo che ha per soggetto Elohim è coniugato al singolare, come in Gen 1,1: «In principio Dio creò…») sia gli altri dei. Si noti che (Ravasi, 150 questioni di fede, Mondadori 2010, p. 137)il plurale, anche per le altre culture che pure avevano concezioni politeistiche, non indicava necessariamente una molteplicità. Poteva, infatti, esprime un’«eccellenza», una «maestà», più o meno come accade al nostro «plurale maiestatico», il «Noi» solenne al posto del più normale «io»[1].

Va anche segnalato che nell’AT c’è un ulteriore livello di comprensione e utilizzazione dell’appellativo El-Elohim quando, nelle professioni di fede, al nome proprio e di rivelazione YHWH viene accostato quello di ‘El e, soprattutto, Elohim. In simili casi l’antico appellativo divino si carica di senso nuovo: JHWH è il nostro Dio, con esclusione di qualunque altra divinità o idolo (come nell’introduzione al Decalogo: cf. Es 20,2-3; e così pure nel “credo” fondamentale di Israele, lo Shema’: cf. Dt 6,4 e Mc 12,19.32). Questo è importante, perché per Israele il problema non è l’esistenza di Dio, ma quello di conoscere l’identità di Dio. Il vero e unico Dio è quello che si è rivelato a Israele!

Per quanto riguarda il termine Adonai, non ha importanza se Israele lo abbia preso dai fenici o meno. Anche se lo fosse, ne possiamo capire il perché. Sappiamo, anzitutto, che il Nome (YHWH) venne sostituito solo tardivamente con Adonai, non tanto nel testo scritto, quanto nella pronuncia, mentre cioè lo si leggeva. Non era solo un’alternativa letteraria, bensì un’interpretazione: si fissava in qualche modo un significato (e un volto) allo JHWH della rivelazione sinaitica, quello di “Signore”. Ed è questo lo stesso significato che ha la traduzione greca di tale nome: Kyrios. Per gli ebrei, dunque, non è il dio fenicio o quello greco il vero signore, ma solo YHWH.

 

Che dire poi delle incongruenze tra i due racconti della creazione che, per Odifreddi sono solo dei miti e sarebbero stati semplicemente giustapposti nel testo della Genesi molto tardivamente, nel post-esilio, formando così un «irritante e snervante pasticcio» (p. 25)? Il motivo di tale scelta sarebbe il seguente: «nessuna tradizione poteva essere scartata senza creare risentimento nella parte della popolazione a cui apparteneva» (ibid).

Bisogna prendere i testi per quelli che intendono essere. I due racconti non hanno la pretesa di essere un racconto storiografico, né, evidentemente, scientifico. D’altra parte chi poteva essere testimone oculare della creazione divina per poterla raccontare? E’dunque chiaro che questi racconti non mirano a dare una spiegazione delle origini dell’universo, quanto piuttosto a rivelare il significato del mondo, dato che esso è posto (e viene mantenuto) in essere da Dio. In altre parole, si parla della creazione non tanto per risolvere un eventuale enigma filosofico o scientifico, quanto per indicare il senso che essa e l’esistenza umana hanno. Così essi ci mostrano la bellezza dell’opera di Dio e, in modi diversi, la centralità dell’uomo nel cosmo.

Capiamo, allora, che le incongruenze che Odifreddi lamenta, non creano al credente alcun problema di fede che ben conosce la natura e la finalità di questi testi.

Che significato hanno allora i racconti della creazione?

Abbiamo già visto, nel capitolo 2, in quale prospettiva Israele ha scritto questi racconti. Ora ne diamo una lettura diversa, più attinente al testo in sé.

a) Un primo significato che troviamo nei racconti della creazione emerge chiaramente dal confronto con gli altri racconti mitici (cf. Gesché, Dio, San Paolo 1996, 94ss). Nei racconti delle cosmogonie e teogonie, infatti, l’universo è il risultato non intenzionale (o il frutto di una intenzione cattiva) di una lotta tra dèi rivali, potenze senza nome, forze elementari. E i filosofi pagani conservavano questa stessa concezione, ma la razionalizzavano. Secondo Platone, ad esempio, il nostro mondo è l’ombra degradata del mondo trascendente delle Idee; per Aristotele, è un’autoproduzione eterna; per Plotino, l’emanazione, sempre più decaduta, dell’Uno; secondo Spinoza (Deus sive natura), è la stessa natura (natura naturans) a produrre la natura (natura naturata). In tutti i casi la creazione è un’opera anonima: essa non dipende da nessuno. È fatale e arbitraria, conseguenza inevitabile di un processo non finalizzato. È significativo a questo proposito che il pantheon antico ignori, in modo assoluto, la figura del dio creatore. Il mondo è soggetto ad un destino incontrollabile, irreversibile, sia che obbedisca a un fatum anonimo e onnipotente a cui Zeus stesso è sottomesso, sia che ricalchi le leggi universali, pre-fissate e che non possono essere infrante. A differenza di Zeus, la cui libertà si limita alla realizzazione, spesso irrisoria, di qualche capriccio cosmologico, capriccio d’amore o di guerra, il Dio creatore della rivelazione è un soggetto libero – e dunque l’immagine stessa dell’anti-destino - che crea un mondo nel quale l’uomo è libero. Inoltre tale mondo creato ha un senso e una per una finalità che l’uomo deve scoprire per vivere autenticamente la sua vita in armonia con l’intenzionalità divina.b) I due racconti biblici sottolineano la bellezza e l’armonia del creato nel quale l’uomo è posto. Così nel racconto di Gen 2,4b-25, che è più antico, tutta l’azione di Dio è quella di trasformare il deserto (simbolo di ostilità alla vita) in un’oasi favolosa, ricca di acque (due fiumi: Pison e Ghicon) e di minerali preziosi, con grande abbondanza di frutti, per accogliere l’uomo, lo ‘Adam (cf. vv. 8.15-16).

Nel primo racconto (Gen 1,1-2,4a)[2], invece, oltre all’armonia e bellezza del creato, si insiste anche sulla sua bontà. Per ben 7 volte Dio guarda le opere da lui create ed esprime il suo giudizio positivo: «era cosa buona (tob)» (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25.31).

Questa bellezza e bontà è il frutto di un’azione divina che compie due specifiche azioni:

- quella di separare (o distinguere) un caos informe («tohu wa-bou»: Gen 1,2). Così Egli separa la luce dalle tenebre (v. 4), le acque che sono sopra il firmamento da quelle sotto il firmamento (v. 7); il mare dall’asciutto (vv. 9-10)

- quella di chiamare (per 7 volte) all’esistenza con la semplice sua parola – la luce («sia la luce»: v. 4), il firmamento («sia il firmamento»: v. 6), la vegetazione sulla terra (vv. 11-12), le luci nel cielo (sole e luna) e le stelle (v. 14), i pesci e gli uccelli (vv. 20-21), gli esseri viventi sulla terra secondo la loro specie (vv. 24-25) e, infine, l’uomo (vv. 26-27) – e dare dei nomi alle creature: «chiamò la luce giorno e le tenebre notte» (v. 4); «chiamò il firmamento cielo» (v. 8); «chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare» (v. 10). Chiamare il nominare non significa solo esercitare un potere sulle cose, ma dare loro senso, fissare il loro significato primigenio e rivelarlo pubblicamente). Fa le creature secondo la loro specie, assegna loro dei fini, le colloca nel creato, le distribuisce, ed esse prendono forma, rispondendo alla potenza della sua parola. Il passaggio dall’«insensato» al «sensato» è la condizione indispensabile per la bellezza del mondo. Il caos diventa cosmo.

L’armonia è anche simboleggiata dall’idea che nei primi tre giorni della creazione (essa è scandita sull’asse temporale di 7 giorni) Dio crea, per così dire, le “tre stanze” dell’universo (esso infatti immaginato come un palazzo a tre piani), ossia (partendo dall’alto) il cielo, la terra e gli inferi, mentre già nel terzo giorno e nei seguenti Dio si dedica ad “abbellire” tali stanze con le creature che pone in esse, ciascuna al suo posto: nel cielo pone il sole, la luna, le stelle e gli uccelli; sotto la terra pone gli animali marini; sulla terra pone gli animali terrestri e l’uomo. In quest’unica “stanza”, però, ha pensato ad una convivenza pacifica, armoniosa, tra l’uomo e gli animali; infatti assegna ai due una dieta diversa: all’uomo dà come cibo «ogni erba che produce seme… e ogni albero in cui è il frutto», mentre agli animali dà «ogni erba verde» (v. 29). Così non ci sarà alcun motivo di contrasto.

Si è anche osservato che la perfezione delle creature è progressivamente ascendente nell’essere. Soltanto nel quarto giorno la benedizione di Dio raggiunge i viventi (Gen 1,22.28), dal momento che la vita e la facoltà di generare è un dono specialissimo di analoga partecipazione a una qualità propria di Dio: la Vita (Gen 2,2-3,9; cf. 3,22-24). E nel sesto giorno Dio crea l’uomo, il vertice delle creature create, «a sua immagine» (v. 27), cioè ad immagine di Dio che è Amore.

Si noti anche l’armonia con la quale l’uomo vive nel creato, nel tempo: il sole segna gli anni, la luna i giorni e le stelle le feste liturgiche[3]. Questa vita nel tempo è anche il “luogo” nel quale si incontra Dio. Più che nello spazio l’uomo lo incontra nel tempo, nella storia concreta.

Alla fine del sesto giorno, la confusione inerte dell’inizio ha ceduto il posto alla bellezza delle schiere ben allineate del cielo e della terra. Il giudizio di Dio, che contempla la sua opera è questo: «è cosa buona» (cf. vv. 10; 12; 18; 21; 25). Le creature sono belle/buone, in esse Dio trova diletto, le ama perché a) sono come le voleva; b) sono nei limiti e nelle funzioni che ha loro dato; c) in questa “obbedienza” esse rendono possibile la vita. Queste creature recano diletto a Dio, gioia e sono utili perché rendono possibile la vita.

c) Questo creato bello e buono, infine, è affidato all’uomo. Nel primo racconto Dio gli comanda di soggiogare e dominare la terra (non in senso dispotico, ma come creatura che gestisce con saggezza il creato secondo l’intenzionalità divina) (Gen 1,28)[4], mentre nel secondo racconto Dio pone l’uomo nel giardino «perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15). E’ interessante notare che nell’immagine del «coltivare» c’è l’idea che il creato, per quanto bello e buono, può essere ancora perfezionato dall’opera dell’uomo, che in un certo qual modo continua l’opera del Creatore; e, inoltre in questo “coltivare” il creato l’uomo – esprimendo le sue potenzialità - perfeziona anche se stesso (questo è il senso del lavoro).d) In questo cosmo c’è una creatura speciale, quella del settimo giorno (primo racconto): il sabato, giorno nel quale Dio «cessò da ogni suo lavoro» (Gen 2,2). È un giorno separato dagli altri, consacrato (qodesh) al Signore. In questo giorno anche l’uomo – come si preciserà chiaramente nel precetto che verrà codificato nel Decalogo donato al Sinai (Es 20,8-11). Chi non lavora il sabato riconosce che c’è un’opera più importante della sua, quella di Dio. La vita è un dono, il tempo è un dono. La vita non è il frutto del lavoro dell’uomo. Il comandamento del sabato ricorda la priorità del dono sulle nostre realizzazioni umane, della gratuità del dono iniziale su tutte le altre iniziative.e) C’è un nesso tra creazione del mondo e alleanza. Si notino i 10 «Dio disse» (vv. 3.6.9.11.14.20.24.26.28.29) del primo racconto (Gen 1,1-2a) che richiamano le 10 Parole (o comandamenti) del decalogo del Sinai. L’autore di tale testo ha riletto la creazione partendo dal fatto che la salvezza è l’azione storica divina (e il popolo di Israele ha avuto tale esperienza salvifica nell’evento dell’esodo). Il messaggio è chiaro: la creazione è il presupposto estrinseco dell’alleanza, poiché senza di essa non ci può essere alleanza. Viceversa si può dire che l’alleanza è il presupposto intrinseco della creazione: Dio ha cioè creato con l’intenzione di stabilire il rapporto di alleanza con l’umanità.

Più nella prima versione della creazione, e meno nella seconda, sembra che Dio sia un demiurgo che “crea” modellando una materia preesistente («la terra era informe...»: Gen 1,2). La Chiesa però parla di creazione dal nulla. Come conciliare il racconto genesiaco con questa affermazione teologica?

L’idea della creazione delle cose «dal nulla» è molto tardiva. Si ha, infatti, quando la Sapienza di Israele incontrerà la sophia ellenistica. La dottrina della creazione «dal nulla» è importante perché si vuole affermare che la libertà di Dio nell’opera creativa è assoluta: ha creato senza costrizione, cioè senza necessità interna (Dio non ha bisogno di uscire da se stesso per perfezionarsi. Egli ha in se stesso la pienezza) né esterna.

Diverse affermazioni magisteriali hanno affermato tale libertà assoluta di Dio nella creazione, negando quindi ogni forma di necessità. Nell’ipotesi che la creazione non fosse dal nulla, ma da una realtà preesistente, allora ci sarebbe un altro assoluto accanto a lui; per cui Dio non sarebbe signore di tutto il creato, e allo stesso tempo verrebbe anche intaccato il valore universale della mediazione di Cristo[5]. In altre parole: solo Dio ha il potere, esercitato in modo pienamente libero, di produrre e dare l’essere a ciò che non l’aveva affatto (cfr. CCC 318).

Nella Sacra Scrittura troviamo l’idea della creazione dal nulla solo in testi tardivi. Se nella Genesi si parla del “caos” primordiale (Gen 1,2) o di “terra deserta” (Gen 2,5), concetti che potrebbero indurre a pensare che prima della creazione c’era una forma di materia, in 2Mac 7,28 l’idea della creazione dal nulla è chiara. Tale asserzione è posta in bocca al discorso con il quale la madre incoraggia i figli ad affrontare la morte, ponendo in relazione creazione e vita eterna: «Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano». Troviamo la stessa idea della creazione dal nulla anche in Prov 8,22ss e, nel NT, in Rm 4,17: «[Abramo è nostro padre] davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono». Il NT presenta poi la capitalità del Verbo incarnato sulla creazione con i caratteri dell’universalità e della totalità: il Padre ha messo assolutamente tutto nelle sue mani e il suo compito di ricapitolare tutta la creazione rinnovata non lascia spazio ad alcuna interferenza (cf. Gv 1,1-3; Ef 1,10.22; Col 1,15-20). L’unicità e l’onnipotenza di Dio esigono, come necessaria deduzione, di avere di fronte a sé lo sfondo del nulla, la cui consistenza è solo logica, non ontologica. La creazione non è un operare di Dio sul nulla, ma un operare di Dio da solo. Un Dio che non crea dal nulla non è un unico Dio.

Odifreddi contesta però il riferimento scritturistico a 2Mc 7,28, e non parla di Prov. 8,22ss. Afferma infatti che «i due libri dei Maccabei sono estremamente tardivi, e risalgono a un secolo circa p.e.V. [a.C.]. Inoltre, non fanno parte della Bibbia ebraica e sono considerati apocrifi da quella protestante. Poi, il primo è stato scritto in ebraico ma ci è pervenuto soltanto in traduzione greca. Infine, il secondo è il riassunto di un’opera perduta in cinque libri di un ignoto Giasone di Cirene. Si può ben immaginare quanto sia attendibile, quell’unico e vago versetto, come fonte di notizie riguardanti gli inizi del mondo…». Secondo lui «la creazione dal nulla è un’invenzione di Ireneo, ripresa da Agostino di Ippona…» (p. 14).

A parte quest’ultima affermazione, che è sbagliata - perché già tale concetto si trova nel Pastore di Erma («In primissimo luogo credi che vi è un Dio, che ha creato e compiuto ogni cosa e che tutte ha fatto essere dal nulla»), citato da Ireneo e Origene in riferimento alla sfida della gnosi -, il problema posto ora è quello dell’ispirazione (e quindi della verità) del secondo libro dei Maccabei. Chi, infatti, stabilisce la canonicità di un testo biblico (nel nostro caso 2Mac), e quindi il fatto che sia ispirato? Il problema della canonicità è un problema complesso, che non possiamo qui trattare. Tuttavia accenniamo ad alcuni elementi.

Anzitutto ricordiamo il motivo per cui il canone ebraico (definito nel I sec. d.C.) escludeva i deuterocanonici: gli ebrei ritenevano che non erano sacri quei libri che rispondevano ai seguenti due criteri: se non è scritto in lingua ebraica o classica o aramaica (l’unica lingua ritenuta santa); se non è scritto in Palestina (terra ritenuta degna di rivelazione divina). I deuterocanonici (Siracide, Baruc, Tobia, Giuditta, Ester greco, parti greche di Daniele, 1 e 2 Maccabei, Sapienza), in base ai criteri suesposti, difettano di almeno uno di tali criteri. Eppure nella traduzione greca della LXX – diventata poi il testo ufficiale della Chiesa nell’epoca subapostolica e per un lungo tempo successivo - erano inclusi i libri deuterocanonici.

Detto questo vediamo la differenza con i criteri che invece porteranno al riconoscimento da parte della Chiesa di tali libri. Anzitutto dagli scritti apostolici del NT risulta che gli Apostoli ammettevano il canone degli scritti ispirati, compresi i deuterocanonici. Ciò emerge dalle citazioni dell’AT nel NT, prese quasi tutte dalla LXX. Così facendo, Giovanni, Paolo e Pietro hanno approvato e riconosciuto nei loro scritti il canone come era nella LXX, inclusi quindi i deuterocanonici (sono citati espressamente Sir, Sap, Gdt e 2Mac).

La discussione sui deuterocanonici è continuata nei primi secoli. Molti autori erano favorevoli al loro riconoscimento. Cito, per es., nel I sec., Clemente Romano, Policarpo; nel II e III sec. abbiamo: Ireneo, Clemente Alessandrino, Tertulliano, Ippolito, Cipriano, Dionigi Alessandrino; nel IV sec. Afraate, Efrem Siro, Basilio, Gregorio di Nissa, Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo, Teodoreto di Ciro e Agostino. Questi riconoscevano in tali testi – utilizzando un criterio ben diverso da quello ebraico – delle profezie che hanno trovato compimento in Gesù.

Tra coloro che invece negarono l’ispirazione dei deuterocanonici troviamo i seguenti scrittori: Melitone di Sardi (170); Origene (240); nel IV secolo Cirillo di Gerusalemme, Ilario, Atanasio, Gregorio Nazianzeno, Epifanio, e l’autore dei Canones Apostolorum. Nel V sec. contrari al riconoscimento abbiamo Rufino, Girolamo (anche se il suo è un caso particolare, perché lui stesso per ben 200 volte cita i deuterocanonici come Scrittura. Si può quindi dire che egli aveva dei dubbi personali) e lo pseudo-Atanasio.

Si noti che intanto in alcuni cataloghi di libri dell’AT sono compresi i deuterocanonici: nel Canone Claramontano del IV secolo; nel Canone Siriaco del 400 che enumera tra gli scritti canonici: Giuditta, Siracide, Sapienza, 1-2 Maccabei, Baruc (compreso in Geremia), e le parti deuterocanoniche di Daniele.

Dopo il V sec. gli Autori ecclesiastici sono concordi nel ritenere ispirati i libri deuterocanonici dell’AT. Sono pochi coloro che dubitano della canonicità. In Oriente, nel VI sec., vi sono Leonzio di Bisanzio e Giunilio Africano; Giovanni Damasceno (sec. VIII) e Niceforo di Costantinopoli (sec.IX).  In Occidente gli autori, contrari a tutti o a parte dei deuterocanonici sono una quindicina. Tra essi ricordiamo Gregorio Magno (+604), Ugo di S. Vittore (sec. XII), Nicola di Lira (sec. XIV), Antonino di Firenze (sec. XV) e il Gaetano (sec. XVI).

È il Concilio di Trento che – raccogliendo la tradizione – nel 1546 – anno di definizione ufficiale del canone[6] - accetta definitivamente i deuterocanonici. Da allora nessun cattolico ha più messo in dubbio la canonicità dei deuterocanonici.

Concludendo, possiamo dire che gli scrittori ecclesiastici in linea generale confermano la canonicità dei deuterocanonici; confermano la tradizione apostolica nella Chiesa. Le voci discordanti, anche autorevoli, si spiegano con la polemica anti-giudaica e il giusto timore per gli apocrifi.

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[1] Così troviamo il «Noi» divino in Gen 3,22; 9,15; 19,13. Anche in Gen 11,7 (torre di Babele) il proposito divino è espresso al plurale, cioè in modo maiestatico: «Scendiamo e confondiamo la loro lingua…».

[2] In realtà questo testo non è un racconto, poiché il genere letterario è quello dell’inno. L’AT, dunque, si apre con un inno a Dio per la bellezza e la bontà della creazione!

[3] Si noti che troviamo la categoria nel tempo nel primo giorno (Dio separa la luce dalle tenebre – v. 3 -, ossia dà inizio ai “giorni”), nell’ultimo giorno (il settimo: il sabato, creatura “speciale”) e, al centro, nel quarto, ove si ha la creazione del sole, della luna e delle stelle. Per la Bibbia il tempo (che è una creatura) è molto importante, perché in esso si può incontrare Dio.

[4] Si ricordi che nel mondo orientale il re era l’«immagine» di Dio, cioè lo rappresentava. In un certo qual modo dicendo che ogni uomo è «immagine di Dio», e non solo il re, vuol dire che ogni uomo ha una dignità regale, in forza della quale “gestisce” saggiamente la creazione e, allo stesso tempo, vive la vocazione dell’amore con i suoi pari.

[5] In 1Cor 8,6 leggiamo: «... per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui». Il Padre appare come la fonte ultima e Cristo è il mediatore, cioè per mezzo di lui tutto è stato fatto. Se la salvezza ha la sua origine fontale dal Padre («E’ stato Dio [Padre] infatti a riconciliare in sé il mondo in Cristo...» - 2Cor 5,19) e si realizza mediante Gesù, lo stesso ordine si ha nella creazione: l’origine fontale rimane il Padre; e, come Cristo è mediatore nella salvezza, così la creazione avviene mediante il Figlio (cfr. anche Gv 1,3.10; Eb 1,2-3).

[6] Si dovuto procedere ad una definizione ufficiale del canone perché i protestanti contestavano quello tradizionalmente recepito nella Chiesa cattolica. E’ nota, infatti, la preferenza dei protestanti per il canone ebraico.

LE DONNE ALLA SEQUELA DI GESU'

 

Come si relaziona Gesù con le donne e quanto è im­portante la loro presenza nella chiesa? Quale reciprocità e diaconia nella comunità apostolica di Gesù?

Gli evangelisti sono tutti concordi nell'attestare la pre­senza delle donne, discepole di Gesù, quando la loro testi­monianza è l'unica possibile circa gli eventi supremi della morte e risurrezione del Maestro. Infatti, diversamente dai suoi discepoli, loro c'erano sul Golgota e sanno bene dove è stato sepolto il corpo di Gesù. Sono loro che di buon mat­tino il giorno dopo il sabato si recano al sepolcro. E sono le prime a credere nel Risorto.

Ma chiaramente queste donne non fanno la loro prima comparsa sotto la Croce. Erano lì perché c'erano anche prima, fin dall'inizio: “quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano” (Mc 15,41). Seguire e servire, i due verbi chiave del discepolato. E non a fasi alterne e discontinue, ma in crescendo, fino alla fine.

Anche Luca ci ricorda la presenza delle donne accanto a Gesù. Le presenta insieme ai Dodici al seguito di Gesù in Galilea, come discepole e diaconesse (Lc 8,1-3). Ed è interessante il fatto che poco prima Luca abbia presentato l’episodio dell’incontro di Gesù con la peccatrice in casa di Simone il fariseo. C’è qualche accostamento tra questi due testi? Credo di sì: non c’è diaconia senza guarigione! Tanto è vero che nei sinottici troviamo, a questo proposito, un testo particolarmente illuminante: la prima guari­gione femminile operata da Gesù ha come protagonista la suocera di Pietro.

 

La prima diacona

I Sinottici concordano nel conferire alla guarigione della suocera di Pietro (Mt 8,14-15; Mc 1,29-­31; Lc 4,38-39) un significato simbolico fondamentale in ordine alla vita cristiana e al suo profondo significato racchiuso nella “diaconia”, il ministero del servizio.

Perché questa guarigione è così importante da essere posta in primo piano? Non è certo la gravità della malattia a costituirne la rilevanza: si tratta infatti, probabil­mente, di una semplice influenza, o comunque di un'altra malattia passeggera che comporta una situazione febbrici­tante. Da questo punto di vista è indubbiamente la meno sensazionale tra quelle operate da Gesù.

A cosa si deve allora la rilevanza di questa guarigione/ liberazione? A farne un simbolo è il contesto inaugurale del ministero di Gesù a Cafarnao in giorno di sabato e il modo in cui reagisce la miracolata. Rimessa in piedi dalla mano e dalla parola di Gesù, si mette subito a servire: “alzatasi li serviva” (anastàsa diekónei, Lc 4,39).

Marco sottolinea che Gesù la fece alzare “prendendola per mano”, Luca aggiunge il chinarsi sull'inferma. Il Signo­re si china perché lei si rialzi. Il suo abbassarsi la rimette in piedi, una sorta di “risurrezione” (il verbo è il medesimo che il NT usa per "risorgere"). In effetti, non si tratta sem­plicemente di un venire a star meglio ma di un simbolico rinascere che si esprime nel servizio, l'anima genuina del vivere cristiano.

Inoltre, c'è il fatto che la guarigione avviene di sabato. Come è noto, alla donna ebrea compete un servizio speciale in giorno di sabato: è lei che garantisce l'unità tra il culto si­nagogale e quello domestico, attorno alla mensa illuminata dalla menorah, il candelabro a sette braccia. Ecco dunque che, liberata dalla misteriosa febbre che la bloccava a letto, la suocera di Pietro si alza e dà prova della sua guarigione mettendosi a servire (diekónei). Inaugura la diaconia evan­gelica, innestata nella persona stessa di Gesù che è venuto “per servire” (Mc 10,45), che sta in mezzo ai suoi come il servitore, “diacono” (Lc 22,27).

Luca riprenderà il medesimo lessico per indicare la diaconia delle discepole itineranti con Gesù (Lc 8,1-3) e quella di Marta (Lc 10,40). Dunque, la suocera di Pietro è la prima “diacona”. Ma quel suo pronto mettersi a servire è un'indicazione che riguarda non solo le donne ma anche gli uomini, l'intera comunità cristiana. Non è forse il servizio la magna carta dell'essere discepoli del Signore?

 

Le Tre e le molte altre

 Gesù è il fulcro di un'intensa attività evangelizzatrice che coinvolge uomini e donne, discepoli e discepole. La notizia di un gruppo femminile itinerante con Gesù e i Dodici è data da Luca nel contesto di un “sommario” che, come abbiamo visto, segue all’incontro di Gesù con la peccatrice, e precede la parabola del seminatore, come a dire che l'opera di seminagione della Parola non è riservata solo agli uomini ma coinvolge non di meno le donne. Ecco dunque il gruppo apostolico di Gesù, pienamente dedito all'opera missionaria del vangelo. Esso è composto dai Dodici e dalle Tre chia­mate per nome, seguite da molte altre:

In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni (Lc 8,1-3).

Il fatto che siano tre le discepole menzionate per nome (Maria Maddalena, Giovanna, Susanna) appare simmetrico al gruppo dei tre discepoli più intimi (Pietro, Giacomo, Giovanni).

Una premessa fondamentale accomuna queste discepole: hanno fatto esperienza dell'amore sanante di Gesù, amore che libera, che restituisce a se stessi, apre agli altri.

 

Maria Maddalena

Magdala è il nome di un villaggio sul lago di Galilea (Migdal in ebraico vuol dire torre). Quindi la formula “Maria Maddalena” designa una persona con il nome del paese da cui proviene.  

Di Maria di Magdala si afferma che era stata guarita da “sette demoni”, e molto si è scritto sull'interpretazione di cosa ciò potesse signi­ficare. Non c'è dubbio che la possessione di sette demoni è un caso particolarmente grave, come si evince da Lc 11,26 dove Gesù parla dello spirito cattivo che non si rassegna a uscire dall'uomo, a va a prendere altri “sette” spiriti peggiori di lui. Sette è simbolo di pienezza, come a dire, tutta la diavoleria!

La tradizionale identificazione di Maria di Magdala con la peccatrice prostituta è senza fondamento.

Una cosa sembra comunque imporsi chiaramente: Ma­ria di Magdala è una donna liberata dall'amore di Gesù, restituita a se stessa, riconsegnata alla propria interiorità, guarita nella psiche e nello spirito. E lei, restituita a se stes­sa e interiormente sanata, sceglie di vivere ormai la propria libertà quale servizio d’amore. Ha capito il senso e il cuore del vangelo, ha capito – come poi dirà Paolo ai Galati – che la libertà cristiana si esprime nel servizio (Gal 5,1-15).

 

Giovanna

La seconda donna del gruppo chiamata per nome è Gio­vanna. Nessun accenno alla sua figura negli altri due Sinot­tici e neppure in Giovanni. Luca invece la menziona anche tra le fedelissime che si recano al sepolcro di Gesù insieme a Maria di Magdala (Lc 24,10).

E cosa dice Luca di Giovanna? Ci offre alcune informa­zioni che si rivelano estremamente preziose anche per la ricostruzione sociologica del gruppo di Gesù. Precisa che Giovanna è la moglie di Cusa, amministratore di Erode. Proviene dunque da una situazione sociale elevata. E subito s'impone una domanda: se era sposata, come mai peregri­nava con Gesù? Era d'accordo con tale scelta suo marito, che viveva alla corte di Erode? Era forse vedova la nostra Giovanna? Si fa notare che in tal caso Luca non avrebbe perso l'occasione di precisarlo perché nel suo vangelo (e anche negli Atti) è particolarmente attento alla condizione delle vedove che non manca di menzionare, dalla vedova di Sarepta (Lc 4,26) alla vedova di Nain (Lc 7,12) alle vedove di Lidda (At 9,39).

Quale può essere stata la causa che ha spinto Giovanna a seguire Gesù? Luca non lo dice esplicitamente. Perciò possiamo supporre che valga anche per lei quanto detto per tutte: l'esperienza di guarigione e di amore liberante.

 

Susanna

La terza donna menzionata in questo passo è Susanna. Di lei non si dice altro che il nome. Ma questo fatto è già prezioso, dà spessore alla memoria storica circa la rilevanza delle discepole nel gruppo apostolico di Gesù. Queste discepole, in particolare le Tre, si sono “prese cura” di Gesù, lo hanno seguito e accompagnato fino alla fine.

 

Sotto la croce

Sul Golgota le amiche e discepole c'erano, lo attestano concordemente tutti i vangeli. Matteo (27,55-56) ricorda che erano in “molte” e ne focalizza tre, identificate median­te il nome, la provenienza o la parentela: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe e la madre dei figli di Zebedeo. Quest'ultima, strada facendo, era intervenuta per chiedere a Gesù di far sedere i suoi figli uno alla sua destra e l'altro alla sua sinistra nel regno (Mt 20,20-21). La stessa cosa dice sostanzialmente Marco (15,40-41), con la differenza che la terza discepola è identificata non in base ai legami di parentela (“la madre dei figli di Zebedeo”) ma con il nome personale (“Salome”).

Giovanni è il solo che ricorda anche la presenza della madre e la nomina per prima:

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala” (Gv 19,25).

Qui le donne menzionate sono quattro, in primo posto la madre e in ultima posizione Maria di Magdala. Quattro come i soldati. Insieme a loro, che si spartiscono le vesti di Gesù, anch’esse ne raccolgono l’eredità. La madre di Gesù, a sua volta, richiama la tunica indivisibile: tocca in sorte a uno, il discepolo che Gesù amava.

La madre di Gesù appare solo a Cana e qui: apre e chiude l’“ora” del Figlio. Inoltre Maria, in quanto madre del Figlio e dei suoi fratelli, è segno dell’unità realizzata dalla croce, che abbraccia insieme il popolo dell’antica e della nuova alleanza, aperta a tutti. Infine, in quanto donna (cfr. v. 26), è la sposa, la figlia di Sion, il popolo della promessa che attende il suo Signore. Ai piedi della croce giunge l’ora delle nozze prefigurate a Cana: la donna incontra lo Sposo e diventa madre feconda di figli.

 

Evangelizzatrici del Risorto

Oltre ad essere presenti sotto la croce, le discepole di Gesù sono anche le prime ad accostarsi al suo sepolcro, confermandone così la morte (cfr. Lc 24,1-10; Mt 28,1-10; Mc 16,1-8). La loro testimonianza avrà coronamento nel mattino di Pasqua, quando sono ricondotte dai due angeli alla memoria delle parole di Gesù: “Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea... Ed esse si ricordarono” (Lc 24,6-8). La memoria equivale in certo senso al cuore, luogo in cui la parola va custodita. Con la Risurrezione la memoria delle parole di Gesù riaffiora alla coscienza. E le prime a “ricordarsi” sono le donne.

Il Signore risorto affida proprio alle donne il compito di evangelizzare la comunità dei discepoli, i suoi “fratelli” (Mt 28,10; Lc 24,8). Così anche in Giovanni il Risorto viene visto e testimoniato da Maria di Magdala che corre ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). Soffermiamoci su quest’ultimo testo.

 

Maria di Magdala, rappresentante di ogni discepola e diacona del Vangelo

“Nel giorno dopo il sabato si recò al sepolcro di buon mattino quando era ancora buio [era già spuntata la luce ma era ancora buio dentro di lei], vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro” (Gv 20,1)

Maria di Magdala interpretò questo come profanazione della tomba, immaginò che qualcuno avesse portato via il corpo di Gesù; corre disperata dai discepoli.

Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (Gv 20,2).

Quel verbo al plurale (“non sappiamo”) lascia intendere che non era da sola. Giovanni però la presenta isolata perché vuole fare della sua persona una figura tipica, una rappresentante di tutte le discepole di Gesù. All’annuncio della Maddalena Pietro e l’altro discepolo corrono al sepolcro; vedono i teli funebri giacenti nel sepolcro e arrivano alla fede nella resurrezione, quindi tornano a casa.

Poi il vangelo ci ripresenta Maria, che nel frattempo era tornata al sepolcro:

Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto» (Gv 20,11-13).

 Maria è lì, al sepolcro, ma non è ancora arrivata alla fede nel Risorto, è ancora prigioniera della sua mentalità, quindi del dolore e del pianto. Rimane lì, perché vuole bene a Gesù, e piange, perché soffre per la sua assenza, per la sua perdita. Tuttavia la sua diagnosi non è corretta; il suo modo di valutare la realtà non corrisponde al vero. Nella sua testa è proprio così, ma nella realtà non è così. Agli angeli che le chiedono: “Donna perché piangi?”, lei ripete non la realtà ma la sua interpretazione: “Hanno portato via il mio Signore”. Non è vero che l’hanno portato via; è lei che lo pensa; e la sua idea la fa piangere, quindi si trova in una situazione di affetto e di ignoranza.

 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,14-15a).

Gesù si rivolge a lei con quel vocativo importante di donna e le chiede: “Chi cerchi?”. È la domanda fondamentale che aveva già posto all’inizio ai discepoli che lo seguivano: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38). È una domanda molto profonda. Tante volte i nostri itinerari di fede sono una ricerca di soddisfazione umana. Cerchiamo veramente lui o noi stessi? Se cerchiamo Lui e lo riconosciamo come il Risorto non c’è più spazio per il pianto. Ricordiamo che Gesù stesso aveva detto: “Piangerete e gemerete... Voi vi rattristerete, ma la vostra tristezza diventerà gioia” (16,20), perché “di nuovo vi vedrò e si rallegrerà il vostro cuore la vostra gioia nessuno può levare da voi” (16,22b-23a). Il passaggio dalla tristezza alla gioia è la nostra stessa risurrezione, frutto dell’incontro con lui. Dove non c’è gioia, non c’è Dio; anche se ci fosse perfetta osservanza e giustizia, c’è morte.

Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo» (Gv 20,15b).

È proprio fissata! Ha una idea in testa e sta seguendo quella; prende anche Gesù per il custode del giardino. È vero? No, eppure ha ragione. Come tutti gli equivoci del quarto Vangelo, anche questo è carico di significati. Il giardiniere richiama Adamo, il primo uomo, partner di Dio, chiamato a coltivare e custodire l’Eden (Gen 2,15). Ebbene Gesù è il giardiniere/Sposo, sceso nel suo giardino per incontrare la sorella sua sposa e inebriare tutti del suo amore (cfr. Ct 5,1). Nelle acque della morte ha passato la notte; per questo il suo corpo è bagnato di rugiada, i suoi riccioli di gocce notturne. Ora è lì, dalla sua diletta, e bussa (Ct 5,2) perché apra gli occhi e lo riconosca.

Il giardino, con i suoi odori, fa da scenario al Cantico dei Cantici. La sposa stessa è per lo Sposo un giardino pieno di profumi, “con mirra e aloe e tutti i migliori aromi” (cfr. Ct 4,12-16). Anche lo Sposo, a sua volta, è per lei sacchetto di mirra e grappolo d’uva (Ct 1,13s), melo tra gli alberi del bosco (Ct 2,3).

“Signore... dimmi...”. Questo “dimmi” è l’apertura alla conversione piena, come la Samaritana quando dice: “Dammi da bere”. È la stupenda pedagogia di Gesù. Egli si inserisce nel cuore dell’uomo e gradualmente lo provoca, perché sia l’uomo ad aprirsi liberamente alla conversione. Maria allora interroga l’unico (da lei chiamato Signore, anche se non ancora sa che è colui che va cercando) che è in grado di darle risposta. E gli chiede: “Dimmi, amore dell’anima mia, dove vai a pascolare il gregge, dove lo fai riposare al meriggio, perché io non sia come vagabonda dietro i greggi dei tuoi compagni” (Ct 1,7). Non vuole che lui. Senza di lui è vagabonda. Non trova casa presso nessuno dei suoi compagni, fossero anche luminosi come gli angeli.

Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!» (Gv 20,16).

Gesù prima l’aveva chiamata “donna”, adesso “Maria”. Il nome proprio indica l’individualità, entrare nell’esperienza personale. Chiamare uno per nome significa anche dargli una vocazione, una missione. E non solo: se finora nel racconto è chiamata “Maria”, ora Gesù la chiama in aramaico: “Miriam!”. È il suo nome, detto da una voce familiare e inconfondibile: “Una voce! Il mio diletto!” (Ct 2,8a). “Egli viene come un cerbiatto, saltando per i monti e balzando per le colline” (Ct 2,8b). Ormai l’inverno è passato (Ct 2,10): viene per tirar fuori dal recinto di morte la sua amata. Egli la conosce e la chiama per nome; e lei riconosce la voce di colui che ha esposto, disposto e deposto la sua vita per lei, per riprenderla di nuovo (cfr. 10,1 ss.).

“Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: ‘Rabbunì!’, che significa: Maestro!” (v. 16). La sposa si era già voltata al giardiniere (v. 14). Ora si volta ancora. La prima volta si era voltata in modo fisico, ora questo voltarsi indica la conversione. In tal modo si appresta a intraprendere un cammino nuovo, interamente all’insegna della fede. Interrompe la spirale distruttiva in cui si trovava e si rende disponibile ad accogliere la “novità” della risurrezione.

Rabbunì”. Miriam lo riconosce al suono della voce che dice il suo nome; e gli risponde in aramaico[1]. Il giardiniere è il suo Gesù che conosce. Non lo chiama “Gesù”, ma “rabbunì”, nome che si dà, oltre che al maestro, anche allo sposo. Maria ha davanti Gesù di Nazareth, suo maestro e sposo.

Nel giardino risuonano “grida di gioia e di allegria, la voce dello sposo e quella della sposa”. Ad esse segue il canto di coloro che lodano l’amore eterno di Dio, che ristabilisce la sorte del suo popolo (Ger 33,11). Qui si compie infatti la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. Miriam e Gesù sono la coppia primordiale dell’umanità nuova, soli nel giardino al mattino di Pasqua.

 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» (Gv 20,17).

 Nel Cantico dei Cantici la sposa diceva che – quando ha trovato l’amato – lo ha abbracciato, lo ha bloccato e non lo lascia andare (cfr. Ct 3,4); ecco qui la novità! Questo versetto si capisce proprio nella luce del Cantico: Maria vorrebbe abbracciarlo, vorrebbe in qualche modo trattenerlo. Ma Gesù non va trattenuto, va seguito…

 “Non mi trattenere, va’ dai miei fratelli e dì loro….” (v. 17). Non è facile trovare nel vangelo dei versetti in cui Gesù chiami gli uomini fratelli - è un linguaggio nostro, ma non è comune nel testo evangelico -. Il Risorto chiama i discepoli “i miei fratelli”, e manda Maria di Magdala ad annunciare a loro il mistero della Pasqua. Notiamo la distinzione: “Padre mio e Padre vostro”. Non dice: “salgo al Padre nostro”; questo è molto importante perché la relazione che Gesù ha con il Padre rimane unica, in quanto Figlio dall’eternità. Ora egli “sale al Padre”, cioè la sua missione, che è passata attraverso la croce, ora termina con l’esaltazione. E questo vale anche per chi lo segue, anche per la Maddalena. Infatti è venuto perché anche noi andiamo dove lui da sempre è. Solo quando saremo anche noi nella dimora del Padre suo e nostro, ci sarà l’abbraccio finale. Non dobbiamo trattenere Gesù, lo riporteremmo ancora nel sepolcro, la terra da cui è uscito. Dobbiamo invece seguirlo nella casa del Padre suo celeste, che è ormai anche nostro. Lì si consumano le nozze. Solo al termine del cammino, nostro e di tutti, ci sarà l’unione piena, anticipata nell’abbraccio della Maddalena e di quanti, come lei, lo amano.

 Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto (Gv 20,18).

Non è più piangente, corre di nuovo e questa volta corre da evangelizzatrice; è la dinamica della nostra esperienza di fede, che viene rappresentata da questa figura altamente simbolica. Colei che ama ha l’occasione di incontrare il Signore, lo ha incontrato perché lo ha amato, perché lo ha cercato con intensità e con amore, nonostante i suoi sbagli; si è sentita semplicemente chiamare per nome e quel nome è stato sufficiente per cambiarle la prospettiva della vita, si è messa in moto, è diventata un’altra creatura, è l’immagine della Chiesa che nasce nel mattino di pasqua e si mette in moto, non piange più, il problema è risolto, ha incontrato il Signore: «Cristo mia Speranza è risorto!». A quel punto inizia una corsa di evangelizzazione.

 Ognuno di noi può evangelizzare solo se ha visto il Signore, cioè se lo ha incontrato. E tu lo hai visto, lo hai riconosciuto, incontrato? Non ti chiede anzitutto di andare a dire questo e quest’altro, ma di testimoniare un incontro. Maria di Magdala va’ a dire ai discepoli “Ho visto il Signore”. Diventa messaggera, annunciatrice, evangelizzatrice dell’incontro con Gesù risorto, e annuncia che il Padre di Gesù è anche il Padre nostro, annuncia che c’è una nuova famiglia, che l’Unigenito risorgendo ha molti fratelli. Ed è compito della Chiesa Vergine-Madre continuare quella storia di Gesù. È la figura femminile ideale, figura della Chiesa.

 

LA DIACONIA DEL VANGELO

 

Alla luce dei brani che abbiamo preso in considerazione vediamo che la diaconia del Vangelo richiede, in negativo, un cammino di liberazione, di guarigione; in positivo la donna è testimone dell’incontro con il Risorto. Se ciò vale per ogni credente, la donna, rispetto all’uomo, è meno dispersiva; anche se si dedica alle cose di ogni giorno, lo fa con attenzione particolare alle relazioni. Relazione con Gesù, per ascoltarlo in profondità e vivere la sua parola nella quotidianità; relazione con gli altri, per annunciarlo con le parole e il servizio concreto all’interno di questa relazione.

 

Un cammino di guarigione

Iniziamo con l’aspetto negativo: Gesù, che ci vuole alleate e collaboratrici della diaconia del Vangelo ci vuole anzitutto guarire dalle nostre patologie. Quali? Ne indico alcune.

• La prima patologia con cui fare i conti è la philautia, cioè l’essere interessati solo a se stessi, il non aprirsi al mondo con interesse per la diversità, compresa la diversità del “maschile”, di cui Gesù è il modello perfetto, e di tutto quel maschile che c’è nella Chiesa, visto che siamo chiamati ad essere uomini e donne di fraternità.

• Una seconda patologia è l’ira, cioè l’aggressività incanalata in modo distruttivo laddove si vuole dominare sugli altri, vincere contro di loro, far loro male ovvero incanalata come lamentela senza fine, silenzio ostile o depressione che non cessa fino quando gli altri non si piegano alla propria volontà. Qui la guarigione consiste nel neutralizzare tali derive dell’aggressività per convertirla ed utilizzarla invece come forza tranquilla che permette di dire la propria e al contempo di riconoscere le ragioni altrui.

• Una terza patologia è la paura che non passa: paura di non essere voluti bene, stimati, sostenuti… La paura può paralizzare (gli animali a volte si fingono morti nella speranza che il predatore vada oltre!), trasformarsi in panico (nella speranza che qualcuno si prenda cura), portare alla fuga o a chiedere protezione o a sottomettersi. Ognuno di queste modalità (se non si tratta dell’unico “strumento” a disposizione) a volte può anche andare bene, ma è comunque importante conoscere le proprie paure, accoglierle con realismo e andare al di là: ciò è possibile condividendole con qualcuno che contiene e aiuta a riflettere.

• Una quarta patologia è l’orgoglio ferito. C’è un orgoglio sano che dice il naturale bisogno di essere trattati con rispetto. Chi non ha una giusta stima di sé non sa esigere rispetto. L’orgoglio ferito, invece, può condurre alla permalosità, alla chiusura risentita, alla vendicatività.

• Una quinta patologia è la tristezza senza fine. È normale sentirsi tristi a causa di delusioni, insuccessi e perdite. Bisogna tuttavia fare lutto ed arrivare ad una sua chiusura. Delusioni, perdite e insuccessi vanno integrati in un contesto più ampio caratterizzato dalla speranza e dalla volontà di crescere, imparando anche dal negativo che la vita riserva. In altri termini, la tristezza va accolta e deve fare il suo corso. Come l’autunno fa con le foglie o come l’agricoltore fa quando pota, la vita porta via realtà per noi importanti. La fiducia sta nel sapere che la sapienza e l’amore viaggiano anche attraverso questo.

• Infine, patologie dell’animo sono tutte quelle forme di dipendenza (alcool, gioco d’azzardo, cibo, sesso, web, rapporti chiusi e possessivi…) che imbrigliano e che sono al posto di relazioni libere e nutrienti. Guarire passa dal saper stare con il disagio, dal leggerlo con intelligenza e dal lavorarci su per costruirsi come persone libere e relazionalmente disponibili. Per guarire abbiamo da imparare a nutrirci bene, non solo di cibo, ma anche di relazioni e di pensieri “buoni”, evangelici, come pure accogliere la potenza dello Spirito Santo che riceviamo nei sacramenti e in particolare quello dell’Eucaristia.

Curando le patologie di cui stiamo parlando, si possono neutralizzare i nemici dell’amore e si possono sostenere gli alleati dell’amore. Anzitutto l’apertura agli altri. Poi la mitezza, che non è mancanza di forza, ma forza che tiene conto degli altri e delle loro ragioni. La confidenza in Dio che ci permette di attraversare le paure e di andare al di là di esse. L’umiltà che accetta con spirito di apprendimento le critiche, gli smacchi, gli insuccessi. La gioia di base dovuta al sapere di essere amati da Dio anche quando il suo amore esigente permette prove di crescita e di maturazione.

 

La diaconia del Vangelo al femminile

In atteggiamento di ascolto del Maestro: Marta e Maria

La donna è chiamata a servire il Vangelo valorizzando tutta la sua capacità di relazionalità. Ed è quanto Gesù chiede ad ogni donna. Paradigmatico è, in questa prospettiva, l’episodio evangelico di Marta e Maria su cui ora mi soffermo che troviamo in Lc 10,38-48. Nel Vangelo secondo Luca è appena iniziato il lungo viaggio che porterà Gesù a Gerusalemme, il viaggio emblematico della sua obbedienza e il cammino con i discepoli in quanto momento formativo educativo.

“Mentre erano in cammino entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria la quale, sedutasi ai piedi di Gesù ascoltava la Sua parola Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti disse: Signore non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti! Ma Gesù le rispose: Marta Marta tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno: Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta”.

Siamo abituati in genere a contrapporre le due sorelle, come se fossero due alternative, o l’una o l’altra, rischiando di difendere in qualche modo Marta perché sembra rimproverata dal Signore. Qualcuno può avanzare osservazioni del genere: “Per fortuna Marta aveva fatto da mangiare, altrimenti Gesù avrebbe saltato il pranzo! Fosse stato solo per Maria non avrebbero mangiato quel giorno!” La Chiesa venera Santa Marta come figura esemplare, quindi non dobbiamo contrapporre le due persone, non è corretto domandare: è meglio l’una o è meglio l’altra?

L’insegnamento, che questo episodio vuole trasmettere, è anzitutto di completezza, cioè di valorizzazione di tutti gli aspetti; una persona equilibrata sa non esagerare e sa dare a ogni atteggiamento il valore giusto. Quindi le due donne sono due sorelle e devono essere molto unite perché i due atteggiamenti devono coesistere. Come ha insegnato la parabola del buon samaritano bisogna sapere la legge e bisogna metterla in pratica; così bisogna ascoltare la Parola e diventare autentici servitori.

Anzitutto l’episodio è ambientato in cammino: “mentre era in cammino Gesù entro in un villaggio (non importa il nome) e una donna lo accolse nella sua casa” (quella donna ha un nome, si chiama Marta).

È un elemento molto positivo questa ospitalità accogliente, ha una valenza simbolica. Ancora una volta è un elemento tipicamente femminile della disponibilità accogliente; diventa una cifra simbolica dell'umanità disposta, ben disposta verso la Parola di Dio.

La sorella di Marta che accoglie Gesù nella propria casa si siede ai suoi piedi e ascolta la sua Parola. L’atteggiamento è proprio quello della discepola: è l’atteggiamento di chi è seduto, cioè è comodo, è tranquillo per poter ascoltare, non è preso da altre cose.

Il problema di Marta non è il fatto del servizio, ma che è tutta presa dai molti servizi. Il problema è questa molteplicità di interessi e di azioni che in qualche modo dissipano la persona e, con l’intenzione di accogliere bene Gesù, in realtà lo si trascura.

Avrete fatto certamente anche voi l’esperienza di avere ospiti a casa e se volete trattare bene una persona sapete che ci sono tante cose da preparare. Però è possibile che, mentre uno prepara il tavolo e cerca la tovaglia bella e tira fuori i bicchieri e deve pulire i piatti belli e deve preparare questo e quant'altro per accogliere bene quella persona, non si ha tempo per stare con la persona stessa. Non la si valorizza per quello che l’ospite è; si concentra l’attenzione piuttosto sugli oggetti, le posate, i bicchieri, i tovaglioli, il vaso bello per accoglierlo, ma la persona è abbandonata.

L’immagine di una accoglienza positiva può dunque trasformarsi in un’accoglienza superficiale dove la preminenza è data alle cose. L'atteggiamento di Marta ha del prepotente nei confronti di Gesù, lo rimprovera, lo chiama Signore con un titolo onorifico, ma allo stesso tempo gli fa una domanda che nasconde un rimprovero: “Non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola?” Come dire: “non te ne accorgi? Lo vedi che sto lavorando solo io?”. E dato che lei ha già capito come bisogna comportarsi gli dà un ordine: “Dille dunque che mi aiuti!” Perché è chiaro che quello che vedo io è il modo corretto.

La risposta del Maestro incomincia con il doppio vocativo, ha un tono di dolce rimprovero: “Marta, Marta…”. Non è un tono duro, proprio il doppio nome ha questa valenza. Ricordiamo altri casi. In Luca durante l’ultima cena Gesù dice a Pietro: “Simone, Simone: il diavolo vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede” (Lc 22,31). Proprio nel momento in cui il discepolo pretende di seguirlo, garantendogli: “qualunque cosa succeda io ti seguirò”, il maestro lo rimprovera: Simone, Simone!”. Altro esempio: la chiamata di San Paolo: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4; 22,7; 16,14).

Il doppio nome iniziale assume un tono di rimprovero ma di rimprovero buono, amichevole, famigliare che intende far capire alla persona che sta sbagliando; è un modo gentile per invitare l’ascoltatore a rendersi conto che il proprio atteggiamento è scorretto.

“Ti preoccupi e ti agiti per molte cose”. Ecco il guaio: sei preoccupata e agitata. Non è il servizio che sta criticando, è la tua preoccupazione e la tua agitazione che non va bene mentre indispensabile è una cosa sola. Qual è l’unica cosa necessaria? La relazione con le persone. La relazione personale è quel bene fondamentale indispensabile ed eterno. È questa la parte buona! Nell'originale greco non c'è il comparativo (“la parte migliore”, come è stato tradotto il testo); c'è semplicemente l'aggettivo positivo: “la parte buona è la parte che non verrà tolta”.

Che cosa ha scelto Maria? La parte buona, cioè la relazione con Gesù. È questo l'elemento positivo e fondamentale perché spesso anche noi rischiamo di confondere il nostro atteggiamento di fede con delle cose, con delle pratiche molto concrete, con degli oggetti, con delle azioni che facciamo mentre tutto si gioca in un’autentica, profonda relazione personale con la persona di Gesù. E questo incontro personale avviene attraverso l’ascolto e la Parola; Lo ascolto e Gli parlo.

Marta non viene invitata a sedersi e a lasciar perdere il servizio; viene invitata ad alimentare il proprio servizio con l’ascolto e a superare preoccupazione e agitazione. È un discorso che all'evangelista Luca sta molto a cuore e lo ribadisce anche negli Atti degli Apostoli quando narra della prima comunità cristiana. Qui nel testo compare il verbo “diakonéo”, il verbo del servizio. Anche la Comunità Apostolica primitiva ebbe dei problemi di servizio, l’ascolto della Parola, il servizio delle mense, con mormorazioni all'interno dei vari gruppi cristiani che non andavano d'accordo. Il rischio, dice l'evangelista, è che una comunità, impegnata nel servizio, con il tempo diventi arida.

L'impegno del servizio stanca; pensate ai servizi di carità, servizi ministeriali, qualunque tipo di servizio, che potete fare nel vostro ambito di vita ecclesiale, dopo un po' di tempo stanca. Uno perde le motivazioni non ne ha più voglia perché trova incomprensione, ingratitudine, non c'è più lo stimolo, qualcuno s'impegna nell'azione di carità per qualche anno va avanti con entusiasmo poi sente il peso comincia a stancarsi, lascia perdere. Il servizio senza ascolto stanca, svuota, inaridisce. Se non c’è l'ascolto viene meno l’entusiasmo; se non c’è l'accoglienza della Parola viva, della persona viva di Gesù non si serve a lungo, se ne perde presto la voglia; passano quelle voglie iniziali che spingevano, che erano spesso motivazioni umane di ricerca di gratificazione, di soddisfazione.

Non basta certamente solo un ascolto sterile; un ascolto sterile è quello del terreno sassoso che riceve il seme della Parola ma non produce. L'ascolto fecondo è quello della terra umile che produce frutto. L’ascolto della Parola è strettamente connesso con il conservarla e il metterla in pratica; allora Marta e Maria non sono due figure distinte, due modelli alternativi: o imiti l'una o imiti l'altra; ma sono due figure complementari, entrambe necessarie.

Ognuno di noi deve imitare tutt'e due, è necessario un servizio autentico ma perché sia autentico il servizio deve ascoltare. È necessario un ascolto libero della Parola di Dio, di una persona che dica: sono tuo, sono disponibile, ho tempo per te, m'interessi tu come persona e da questo ascolto autentico, di conseguenza, nasce poi il servizio, l’opera l’impegno.

Ecco dunque figure femminili di donne che ascoltano la Parola e che sono esemplari per noi come discepoli autentici di Gesù. La Madre, colei che ascolta la Parola; Maria, che ha scelto la parte buona che non le verrà tolta. È certo, Marta dà da mangiare, ma nell'eternità non ci sarà più nessuno a cui dar da mangiare; non ci saranno più malati da curare, non ci saranno più bambini da educare, non ci saranno più poveri da sfamare e da vestire; ci sarà solo la relazione con la persona senza più cose da fare, senza più opere buone da compiere.

Ci sarà solo l’essere con il Signore. E me lo dite solo? Sarà il tutto! Quella è la parte buona che non sarà tolta! Per l'eternità saremo sempre con il Signore e cominciando ad ascoltarlo adesso impariamo ad essere veramente con Lui. Non siamo noi che dobbiamo insegnare che cosa fare; se l’ascoltiamo veramente siamo noi che impariamo da Lui.

Come c'insegnano queste figure femminili vogliamo diventare sempre più discepoli che ascoltano la Parola, la custodiscono in cuore bello e buono e portano frutto, mettendola in pratica.

 

Annunciare il Vangelo nella relazione

C’è un testo che afferma una cosa che mi ha sempre colpito. Si trova nell’istruzione della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica dal titolo, Il Servizio dell’Autorità e l’Obbedienza (11 maggio 2008), nel quale si afferma che “chi non sa ascoltare il fratello o la sorella non sa ascoltare neppure Dio”. E noi sappiamo che la donna ha una particolare capacità di ascolto grazie alla sua psicologia più aperta e recettiva rispetto a quella dell’uomo, con un grande spazio di interiorità, con una notevole potenzialità empatica e intuitiva. E lo fa su due piani: sul rapporto che instaura con l’altro mediante il suo atteggiamento di accoglienza, e sulla capacità di ascolto del contenuto – con atteggiamento comprensivo e di empatia – di quanto gli viene detto verbalmente e non verbalmente. Li accenno brevemente.

Abbandonando ogni forma di critica – atteggiamento di chi mentre ascolta un altro, è immediatamente intento a paragonare e valutare quello che ascolta in base ai suoi schemi personali e alle sue idee -, la donna sa accostarsi al rapporto con l’altro e al dialogo con una particolare capacità di accoglienza e di apprezzamento. Offre il suo ascolto e accoglie l’esperienza altrui. Accettare il pensiero o la condizione emotiva dell’altro, non significa essere privi di idee o convinzioni personali, né significa scendere a compromesso tra le proprie e le altrui convinzioni. L’apprezzamento è una disposizione d’animo con cui si è capaci di osservare e riconoscere il positivo dell’altro. Questo apprezzamento dell’altro rende la comunicazione più autentica poiché abbatte le naturali difese di ogni rapporto e infonde fiducia.

Riguardo invece ai contenuti, è invece importante comprendere quanto l’altro dice, cioè saper cogliere il suo punto di vista, cioè la prospettiva nella quale guarda una certa realtà. L’ascolto attento, inoltre, sa cogliere anche il messaggio non verbale, cioè sa interpretare il “di più” che viene comunicato con il tono della voce, con l’espressione del volto e il mondo affettivo di chi parla. Mediante l’empatia – cioè la capacità di mettersi dal punto di vista dell’altro – si rende comprensiva dell’altro e delle sue difficoltà poiché le sa percepire un po’ come proprie. Allo stesso tempo colui che parla si sente ascoltato; viene così soddisfatto il suo bisogno di essere considerato e di ricevere manifestazioni d’attenzione.

È all’interno di questo ascolto attento che la donna saprà esercitare la diaconia del Vangelo con una parola giusta, appropriata, capace di illuminare la situazione che l’altro sta vivendo e, insieme, infondere fiducia che Dio lo ama personalmente e sostiene con la sua grazia il suo cammino.

Una parola, infine, che non è pura ripetizione del Vangelo, ma che è accompagnata dal vissuto di chi già lo vive, di chi parla carico di esperienza spirituale personale e, se necessario, sa dare anche la propria testimonianza. È quanto già la vergine Maria ha fatto a Cana di Galilea quando ha detto ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Ella sa cosa vuol dire ascoltare e accogliere nella fede la parola; ascolto che ha permesso l’incarnazione del Verbo. Così la diaconia del Vangelo è invito a fare esperienza che la Parola del Signore non è un inconsistente “flatus vocis”, ma è una Persona concreta, quella del Verbo, che vuole realizzare su ciascuno il suo progetto di salvezza.

 

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[1] La traduzione della CEI dice che Maria rispose in ebraico, ma in realtà il termine rabbunì appartiene all’aramaico, cioè alla lingua parlata dal popolo.

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