Lunedì, 23 Marzo 2020 11:16

Davanti al Signore il mio essere peccatore (scheda EVO)

Tu sei quell’uomo!” (2Sam 12,7). Sono le parole con le quali Natan, dopo aver raccontato a Davide la parabola dell’ingiustizia subita dal povero a causa dell’avidità del ricco, svela il peccato del re. Senza tale intervento Davide sarebbe rimasto chiuso nel suo peccato.

Non c’è vero progresso spirituale senza un’adeguata presa di coscienza dei propri peccati personali. Lasciamoci interpellare dalla parola di Dio per riconoscere e confessare umilmente - come Davide - il nostro peccato.

 

TESTI BIBLICI PER LA PREGHIERA PERSONALE

Gv 8,1-11  “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”

Sotto il portico di Salomone, dove solitamente ci si sedeva per giudicare le cause delle persone, viene presentata a Gesù la donna adultera. Peccato patente e grave che rappresenta ogni tipo di infedeltà di Israele al suo Dio, l’adulterio, aggravato dal fatto di essere a Gerusalemme e in tempo in preparazione della festa della pasqua. Vogliono che Gesù faccia da giudice (e sappiamo che Gesù ha sempre voluto togliere l’idea di Dio come giudice): “Tu che ne dici? Mosé ci ha ordinato di lapidarle, tali donne”. Cercavano un motivo per lapidare la donna, ma cercano anche e soprattutto un capo d’accusa per condannare Gesù. A Gesù viene lasciata la parola decisiva, che in qualunque caso lo screditerà: se in nome della misericordia si pronunzia per l’assoluzione, sarà lui stesso accusabile di trasgredire la legge di Mosé; se al contrario vi si dimostra obbligato, allora smentirà la sostanza del suo annuncio. In entrambi i casi sarà esautorato dalla sua stessa parola, tanto ammirata.

Gesù allora sceglie di non proferire parola e si china a scrivere per terra. Misterioso questo scrivere di Gesù… Sembra che l’unico libro dei conti di Gesù è la sabbia. Essa ingoia tutto, cancella tutto, dimentica tutto. Per Gesù il peccato della donna è già perdonato e cancellato… Un tribunale ben strano! E’ il giudice che dall’alto della croce ha detto solo parole di salvezza: "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Non è venuto per condannare, ma per salvare…

E poi la risposta, assolutamente sconcertante, di Gesù: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Gesù torna a scrivere, ricomponendo la sua parola nel medesimo silenzio da cui l’ha generata. Quel secondo chinarsi per scrivere a terra è parola di perdono anche per gli accusatori. Ma tale perdono richiede che riconoscano il loro bisogno di essere perdonati, il loro debito impagabile. Che quindi smettano di giudicare gli altri, uccidendoli già nel proprio cuore, per puntare invece il dito verso se stessi…

 

 Lc 15,11-32  Il padre misericordioso

Nella parabola del padre misericordioso Gesù vuol mostrarci cosa significa peccare e qual è l'atteggiamento di Dio nei confronti del peccatore. I due figli impersonano due modi diversi di vivere il peccato; nell'uno e/o nell'altro di essi ogni uomo, ognuno di noi può riconoscersi, ma è contemporaneamente chiamato ad alzare lo sguardo al padre, contemplandone l'atteggiamento: la sua bontà, la sua misericordia che riaggiusta, anzi fa nuova, la relazione di amore che il peccato aveva spezzato.

 La richiesta e l'esperienza del figlio minore

In Israele la situazione legale era la seguente: c’erano allora due forme di trasmissione della proprietà da padre a figli, l’una per testamento, l’altra per donazione tra vivi. In quest’ultimo caso vigeva la regola, secondo la quale il beneficiario riceveva immediatamente il capitale, il godimento dei frutti, invece, solo alla morte del padre. Nel caso di donazione tra vivi, il figlio ottiene il diritto di proprietà, ma non può disporne (se egli vende il compratore non può prenderne possesso prima della morte del padre) e non ha l’usufrutto (questo rimane illimitatamente al padre fino alla sua morte). Il figlio minore della parabola non solo domanda il diritto di proprietà, ma in modo arrogante vuole anche disporre dei beni per poter organizzare indipendentemente la sua vita. Il paese lontano indica infatti questa sottrazione da ogni possibile influenza del padre.

La partenza avviene all’insegna delle più lusinghiere prospettive, perché il figlio minore possiede quegli elementi che in tutti i tempi sono considerati come gli ingredienti indispensabili della felicità: giovinezza, ricchezza e libertà. Quindi il nostro giovane si allontana dal padre con la presunta sicurezza di possedere la chiave che apre tutte le porte della felicità.

Il padre avrebbe potuto appellarsi alle disposizioni di legge per non accogliere la richiesta, oppure avrebbe potuto far ricorso a motivazioni cogenti per convincere il figlio a rimandare a suo tempo la divisione della “fortuna” paterna, o infine avrebbe potuto rivestirsi di autorità e di fermezza e rispondergli con tono altrettanto aspro e negargli quanto egli pretende con arroganza. E invece il testo annota laconicamente: “Il padre divise tra loro le sostanze” (v. 12). Si noti il “tra loro”: ciò vuol dire che il padre non si limita ad assecondare il minore, ma pensa anche al maggiore. Secondo Dt 21,17, al minore spettava un terzo del patrimonio paterno, al maggiore invece i due terzi.

Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue sostanze...” (v. 13). Si riserva soltanto il tempo indispensabile per mettere insieme le sue cose; non vuole attendere ulteriormente, non vede l'ora di partire per cominciare a vivere la vita da uomo libero.

Partì per un paese lontano”. Probabilmente “lontano” vuole sottolineare la distanza fisica dal padre; desidera sottrarsi a ogni controllo, si reca perciò in un paese nel quale la vita quotidiana non è regolata da coordinate religiose, quindi è un paese pagano.

Con una frase lapidaria il testo continua: “Là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto”: è la reale possibilità di bruciare in breve tempo anche una ricchezza faraonica. La fretta per la partenza, il paese lontano e la rapidità nella dissipazione dei beni vengono descritti in poche battute dal narratore, quasi a lasciar capire che la vita è ben altra cosa che i sogni di un giovane inesperto e senza criterio. Crede di poter soddisfare impunemente la sete di piacere, come accade anche agli spensierati gaudenti del libro della sapienza (cfr. Sap 2,6-9). Il giovane “vive da dissoluto”, cioè vive una vita disordinata.

Il fatto è aggravato da una situazione imprevista come la carestia. E nella vita gli imprevisti vanno considerati. Le persone sagge ed avvedute in qualche modo si premuniscono per affrontare l’imprevisto, a differenza del figlio che si mostra insipiente vivendo all’insegna della spensieratezza, come se la vita dovesse sempre obbedire alla bizzarra logica dei suoi sogni.

Il giovane è caduto nella miseria più nera; per lui c'è un brusco amaro risveglio alla realtà. L'illusione si è mutata in un'umiliante e cocente delusione. Le tasche, così gonfie di monete fino a pochi giorni avanti, sono ora desolatamente vuote, ed egli si sente terribilmente solo e smarrito in un paese straniero. I compagni festaioli, che l'osannavano nel tempo dell'avere e del potere, si sono dileguati. E quello che sembrava un cammino trionfale di liberazione, si è risolto in un esodo alla rovescia. Il “paese lontano”, la terra promessa di tutte le delizie, diventa terra di schiavitù. Quella che lui credeva la scelta  migliore della vita, si rivela una triste scelta di morte.

Il giovane reagisce bene e cerca un lavoro. Lavorare non è degradante per un ebreo, ma custodire i porci, animali immondi (cfr. Lv 11,7) la cui carne non si poteva mangiare né toccare è una cosa inaccettabile. Ebbene, lui, giudeo, ora se vuole sopravvivere deve smentire i suoi principi religiosi e assumere in tutto lo stile di vita del suo padrone pagano. Quanto è caduto in basso!

Alla cocente umiliazione di tale lavoro si aggiunge quella del disinteresse degli altri per la sua persona: “Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, ma nessuno gliene dava” (v. 16), ovviamente perché il padrone era più interessato a ingrassare i suoi porci che non a sfamare questo avventuriero di passaggio. Egli deve così procurarsi il cibo, verosimilmente rubandolo.

 Il ripensamento

La incresciosa situazione gli fa scattare un meccanismo di ripensamento: “Allora rientrò in se stesso” (v. 17). Questa espressione è forse sinonimo di conversione? Indica forse un pentimento sincero? No. Il giovane rientra in se stesso perché ne era uscito, era stato portato fuori (dis-tratto) dalla ricerca del godimento immediato, del piacere sfrenato degli istinti più rozzi e si era alienato, estraniato da sé. Adesso la fame ha sbiadito i colori che dipingevano la vita di facile quanto inconsistente felicità, riproponendo una realtà sobria ma essenziale: una protezione, un lavoro e un sicuro sostentamento. Dice infatti: “Quanti salariati in casa di mio padre...”. La motivazione del suo ritorno è la fame.

Si noti che a questo punto affiora per la prima volta il riferimento al padre preceduto dal pronome possessivo “mio”. Però, lui è convinto che per quel che ha fatto non può più riconoscersi come figlio, anzi non riesce neppure a immaginarsi in quanto tale. Ritiene di aver smarrito definitivamente lo statuto di figlio. Si sente inesorabilmente declassato. Suo punto di riferimento sono i servi. Il rapporto con il padre per lui può essere solo quello che intercorre tra un servo e un padrone.

Io qui muoio di fame!”. Ha fame di ciò che è essenziale e indispensabile per la sua vita; si è spenta la fame di sogni, di miraggi, di illusioni, di cose effimere. Desidera allontanarsi nel tempo e nello spazio da quel paese lontano per lasciarlo sbiadire anche nel ricordo. E' solo l'inizio del cammino di conversione.

Mi leverò e andrò da mio padre” (v. 18). Arriva dunque a concrete risoluzioni: tornare a casa dal padre. E' attirato dall'amore e dalla dolcezza della casa paterna, e non da discorsi o minacce: nonostante quello che ha compiuto sente di poter affermare “mio padre”.

... e dirò: Padre, ho peccato...”. E’ capace di riconoscere il proprio fallimento. Ma non si tratta ancora di una conversione: egli guarda solo alla miseria in cui è caduto, non pensa affatto al dolore del padre, non è pentito per le conseguenze che ha provocato con le sue conseguenze verso di lui. Il momento della conversione è ancora lontano. Si deve anche notare che questo figlio fa una confessione interessata; nelle sue parole si coglie una certa capatatio benevolentiae.

Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. E' convinto che per tutto quello che ha combinato è irrimediabilmente scaduto dal rapporto di figlio; anzi, riconosce di non poter rivendicare più alcun diritto, perché nei fatti (e non tanto nelle parole) ha rifiutato di essere figlio, pretendendo di voler essere padrone esclusivo di sé. Ma lui non sa che la realtà di figlio è legata per legge di natura alla paternità.

 L’incontro tra il padre e il figlio minore

“Partì e si incamminò verso suo padre” (v. 20): è la decisione maturata alla luce della riflessione fatta. Ora ritorna dal padre libero della sua sprezzante autosufficienza. Egli ha già ricevuto tutta la sua parte di eredità e non ha ormai più nulla da reclamare. Ma egli ha una certa conoscenza di suo padre che motiva il suo ritorno. Il ritorno del figlio è la risposta all’arte educativa del padre che non aveva mai abbattuto un ponte di fiducia che lo legava al figlio, anche se la fiducia era stata momentaneamente tradita.  Il padre raccoglie i frutti del suo rischio, avvenuto in contesto di amore e di speranza. 

Quando era ancora lontano il padre lo vide”. Il padre rimane padre per l'intera vicenda. Ama teneramente il proprio figlio che si è allontanato e, in nome dell'amore, ha sperato e atteso che un giorno o l'altro lui ritorni; l'amore non si arrende mai, non si rassegna alle distanze, non dispera, non disarma. Il suo cuore paterno è rimasto come vigile sentinella. E chissà quante volte avrà allungato l'occhio sulla strada che porta a casa! E ora, finalmente, scorge qualcosa di indistinto: potrebbe essere lui, il figlio che torna. Finché lo riconosce e un fremito attraversa la sua persona.

Gli corre incontro, lo bacia, lo accoglie.  Solo ora il testo parla dei sentimenti e lo fa con una parola caratteristica: “commosso”. Il termine ricorre qui e in due altri contesti dell’evangelista Luca: a 7,33 quando Gesù si commuove davanti al defunto figlio unico della vedova di Nain e a 10,33 quando il buon samaritano ha compassione dello sventurato caduto in mano dei ladroni. Il termine (splanchnizein) traduce l'ebraico raham, con il significato primo di “grembo materno, utero, viscere”. Indica quindi una commozione profonda.. E’ l’espressione della tenerezza materna (il termine ebraico fa riferimento all’utero materno) e ciò spiega perché manchi nella parabola la figura femminile: il padre è al contempo madre.

Il padre gli “corse incontro”. E' una corsa che lascia comprendere che ha una grande fretta di riaccoglierlo con immensa gioia in casa. E, giunto da lui, “cadde sul suo collo” (trad. letterale) per stringerlo in un forte abbraccio, ma anche per impedire al figlio di umiliarsi mettendosi in ginocchio ai suoi piedi. E' una finezza dell'amore del padre che intende prevenire un eventuale gesto penoso del figlio.

E poi “lo baciò”. Il verbo greco κατεφίλησεν esprime non qualche bacio sia pure molto affettuoso, bensì il gesto di coprire di baci in segno di perdono e di comunione. Il padre non tiene conto nemmeno dell'impurità del figlio per essere stato tra gente pagana e per aver custodito dei porci.

Il padre fa tutto questo senza preoccuparsi se suo figlio -  noi sappiamo che ha pascolato i porci – è puro o impuro. Non si preoccupa di ciò, anzi il suo desiderio di purificare il figlio – e in lui ci identifichiamo tutti noi -  è più importante della propria purezza. Il padre – come ha fatto anche Gesù con i peccatori - accetta di prendersi la lordura, l'impurità del figlio,  pur di trasmettergli questa vita di figlio.

A questo punto il giovane si esprime con le parole che aveva preparato, manifestando la sua convinzione che, dopo quello che è successo, non è più degno di essere chiamato figlio.  Il padre rimane padre, forse lo è ancora di più in questo momento di accoglienza, ma lui non può rimanere figlio perché il suo passato grava su di lui come onta incancellabile.  Egli vive più di passato che di presente o futuro.

Il padre non accetta le conclusioni proposte dal figlio e non lo lascia terminare con quel “Trattami come uno dei tuoi garzoni”: questo è veramente impensabile per il padre, attento più al presente e al futuro che non al passato. Egli non rimprovera, non guarda indietro, perché sarebbe un’inutile riacutizzazione di una ferita non ancora rimarginata. La punizione più grave e il rimprovero più severo se li è dati il giovane stesso che accetta di essere non-figlio.

Alle parole del figlio, il padre risponde con una serie di gesti che valgono assai di più delle parole. Si rivolge ai servi perché si prendano cura del figlio, come avveniva per il passato, anzi, ancora di più. Il vestito bello indica la situazione di straordinarietà (e di salvezza): bisogna ricordare che un re orientale per onorare un dignitario meritevole faceva dono di una veste preziosa; l’anello dove era impresso il sigillo di famiglia: donarlo a qualcuno significa conferire a questi pieni poteri, e quindi anche il potere di compiere tutti gli atti giuridici e amministrativi (è una chiaro segno della stupenda incoscienza di Dio che sempre dà fiducia, qualunque siano i nostri peccati!); i calzari erano un lusso e li portavano solo gli uomini liberi: il figlio non avrebbe dovuto più camminare a piedi nudi come uno schiavo!; e infine l’uccisione del vitello (cosa riservata alle grandi occasioni, come per le nozze del primogenito) e lo stare insieme a mensa, la gioia della festa e della condivisione.

Quale è la motivazione del padre di questa trionfale accoglienza del figlio? “Questo mio figlio era morto ed ora è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 32). Si noti che il padre non riprende la parola “peccato”, per sottolinearla o per minimizzarla. Il figlio minore non avrebbe quindi peccato? Il fatto è che il padre, più che all'offesa arrecatagli, pensa alle sue conseguenze per il figlio, alla morte che lo privava, lui, del proprio figlio! Ecco come ragiona un padre. Si noti anche che il discorso paterno non considera per nulla le ambigue motivazioni che hanno spinto il giovane a ritornare; poco importa che egli sia ritornato per calcolo o spinto dalla fame. Per il padre conta una sola cosa: che sia lì e che possa restituirlo alla vita, alla gioia dei figli.

 Durante tutto il tempo della separazione il padre ha sempre considerato il giovane come suo figlio; in nessun momento ha voluto ripudiarlo e i segni di affetto al suo ritorno indicano chiaramente che l'attesa ha dovuto essere dolorosa. La filiazione non era pertanto legata a un merito, ma veniva da una decisione paterna intangibile, era una condizione che non si poteva perdere: tu sei e resterai mio figlio, dovunque tu sia andato e qualunque cosa tu abbia fatto.

 Il padre e il figlio maggiore

Il figlio maggiore che ritorna a casa sente l'eco della musica e il ritmico battere le mani che accompagna le danze. L’informazione del servo, lungi dal procurargli gioia come era avvenuto per il padre, lo stizzisce: come è possibile che per quello scapestrato spendaccione si organizzi una festa?  E più ancora, come è possibile che per lui sia stato ammazzato il vitello? Non solo non capisce il motivo di quella festa, ma addirittura si sente in qualche modo defraudato di un suo diritto e posposto al minore. “Egli si arrabbiò e non voleva entrare” (v. 28). L’ira del maggiore contrasta con la commozione del padre nel riavere il figlio minore.  Ira, sdegno e dissociazione vengono ad abbattersi sulla festa che voleva essere momento di comunione, di intimità gioiosa per un nuovo rapporto che si era instaurato tra padre e figlio e, si presumeva, all’interno di tutta la famiglia ora ricomposta.  Invece no. La famiglia rimane ancora frantumata dal sentimento di isolamento e di rifiuto del figlio maggiore che non intende prendere parte alla festa.

Il figlio maggiore è l’immagine di una società che non sa perdonare, di una società che soltanto giudica chi ha sbagliato e si scandalizza dei gesti di misericordia; una società vendicativa, punitiva, che non tiene conto della dignità di coloro che hanno sbagliato.

Noi ci incontriamo spesso con questo modo di agire. Temiamo di creare confusione se usiamo misericordia, temiamo di premiare i cattivi e di umiliare i buoni. La parabola non sembra accessibile a un ragionamento del genere e stigmatizza il figlio maggiore che, pur stando in casa, non ha capito chi è il padre suo.

“Il padre allora uscì a pregarlo”. Il padre va incontro a lui come era andato incontro al minore. Il verbo “lo pregava” all'imperfetto fa pensare ai reiterati tentativi per convincerlo a entrare. Ma egli lo investe in modo rabbioso e, mancandogli di rispetto (non gli rivolge neppure l'appellativo di “padre”), gli rovescia addosso tutto il veleno che covava nel cuore. Nelle sue parole si legge la orgogliosa sicurezza del suo perbenismo, la incondizionata e assoluta fedeltà. Il lavoro è da lui vissuto come servile dipendenza. Anche lui intende far festa, però con i suoi amici, con gli altri e non con quelli di casa. Nella sua dura accusa al padre dimentica un fatto importante: che anche lui ha ricevuto la sua parte di patrimonio.

Il discorso prosegue attaccando il fratello minore. Egli parla al padre di ‘questo tuo figlio’, incapace di riconoscere l’altro come fratello, che demolisce agli occhi del padre, ritornando al suo passato ormai sepolto dal padre.

Il padre riconosce le ragioni del maggiore: quanto egli afferma non è né falso né esagerato. Le ragioni ci sono, ma che non diventino un comodo pretesto per alzare palizzate di divisione. Il padre lo ascolta e lo chiama “figlio”(τέκνον). È la stessa parola che utilizzò la madre di Gesù, quando ebbe ritrovato quest'ultimo al tempio, dopo tre giorni di angoscia: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, ti cercavamo, angosciati” (Lc 2,48). Ed è dunque un richiamo fatto con amore, con il cuore di un padre che vuole il bene del figlio[1]; vorrebbe in qualche modo fargli prendere coscienza di quella relazione filiale che il maggiore ha di fatto ma che non ha mai saputo apprezzare; tanto più ora che in un momento di tanta gioia per il padre si estranea e non è capace di condividere con lui i sentimenti. Anche lui, non meno del minore, ha bisogno di capire e scoprire suo padre”. Le sue ragioni valgono, ma nel momento e nel modo in cui vengono rivendicate, manifestano la intrinseca debolezza di relazione con il padre. Di fatto non ha mai goduto dell’amore del padre.

Il padre ricorda che la vera festa, l’unica, è quella che vede riuniti tutti insieme: “Bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (v. 32). La festa autentica ci sarà quando il maggiore riconoscerà e accetterà l’altro non come ‘questo tuo figlio’, bensì come questo mio fratello. Capire il padre è capire il fratello; capire il fratello è capire il padre. Non basta essere sempre rimasti nella casa del padre per partecipare al banchetto; non basta neppure non aver fatto nulla di riprovevole: occorre compiere un passo più avanti del semplice buon senso umano o della logica di elementare compassione. Perdonare, accettare l’altro che ha sbagliato, ridargli fiducia e possibilità di ricominciare, tutto questo equivale a passare dalla logica umana alla logica divina, a passare da quello che tutti capiscono a ciò che attuano solo coloro che stanno dalla parte di Dio.

 

Lc 19,1-10  La conversione di Zaccheo

La storia di Zaccheo ci presenta uno degli episodi in cui Gesù è all'opera con i peccatori: gli rivela il perdono del Padre e gli ridona la sua dignità di figlio di Dio.

Zaccheo è un pubblicano. La professione di esattore delle tasse e la sua posizione di collaborazionista col potere romano lo rende impuro, peccatore pubblico e disprezzato da tutti, in particolare dai farisei che si considerano giusti. E niente ci dice che Zaccheo si senta peccatore per ciò che è e per ciò che fa. Il suo desiderio è semplicemente quello di veder passare Gesù, questo “rabbi” anticonformista che si dice frequenti i peccatori ed abbia tra i suoi discepoli un pubblicano come lui: Matteo. Ed ecco che Gesù prende l'iniziativa di stabilire una relazione con questo Zaccheo emarginato e disprezzato, di lanciargli un segnale d'attenzione e d'amore: “Gesù guardò in alto (verso l'albero su cui Zaccheo si era arrampicato) e disse a Zaccheo: scendi in fretta perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Zaccheo scende in fretta e lo accoglie. La gente mormora: “È andato in casa di uno strozzino!”; ma Gesù non bada al giudizio altrui: gli interessa la persona.

Questo suo gesto, che manifesta il suo amore per Zaccheo, vale per quest'ultimo più di mille parole. In questo, come in altri casi, Gesù non dice niente dei peccati di Zaccheo, non gli ricorda i suoi imbrogli, i suoi sbagli; non denuncia né condanna, si contenta solo di essere misericordioso, di rendere manifesta e accessibile questa misericordia, dandogli così la sicurezza che Lui lo ama. Questo dono d'amore è per Zaccheo il tesoro più grande: se ho l'amore di Dio, che cosa mi interessa del resto? (“Il Regno di Dio è simile a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova, lo nasconde di nuovo, poi, pieno di gioia corre a vendere tutto quello che ha e compera quel campo” Mt 13, 44). L'esperienza di questo messaggio di amore è sufficiente a Zaccheo per riconoscersi peccatore e avere il “gusto” di convertirsi: “Zaccheo, stando davanti al Signore, gli disse: Signore, la metà dei miei beni la do ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, gli restituisco quattro volte tanto”. All'iniziativa del Signore Zaccheo risponde con l'iniziativa del cambiamento di vita. Si noti che Zaccheo non parla esplicitamente dei propri peccati: “...se ho rubato...”. Quello che gli interessa è di rispondere all'amore con una iniziativa di amore: “...la metà dei miei beni la do ai poveri”. Questa trasformazione è stata operata dalla relazione d'amore che si è instaurata, dal “colpo di fulmine” tra Gesù e Zaccheo: i farisei, i giusti disprezzano Zaccheo, ma Gesù lo ama. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa: perché anch’egli è un figlio di Abramo”: Zaccheo ha ritrovato la sua dignità di figlio, di figlio di Abramo. Tutto questo è avvenuto perché l'Amore Onnipotente ha preso l'iniziativa di rivelare il suo perdono: “Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare quelli che erano perduti”. Così avviene anche con quel peccatore che è ciascuno di noi quando ci lasciamo “toccare”, “afferrare” dall'amore gratuito di Dio (Fil 3, 12): allora tutto può ricominciare nella fede.

Non è facile per noi accogliere il perdono: ciò suppone da parte nostra la ricettività, l'abbandono, la gratuità. Spesso è più facile donare che ricevere. Noi preferiamo essere capaci di amare piuttosto che accogliere l'amore altrui: ciò presuppone il riconoscimento del proprio bisogno di amore, della propria “dipendenza” da colui che ci ama, della propria “debolezza”. Non è spontaneo per l'adulto mettersi con confidenza nelle mani di un altro, di ricevere l'amore: lo è per il bambino che non si vergogna della propria debolezza.

Zaccheo sa accogliere l'amore e rispondervi con gioia: “...Vi assicuro: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà” (Lc 18,17).

 

La mormorazione e il pettegolezzo

Tra le facoltà che più caratterizzano l’uomo e lo rendono capace di esprimersi troviamo la parola. Attraverso di essa ci si introduce nell’universo dei rapporti umani, si comunica il proprio vissuto, i pensieri, i desideri, le emozioni. Attraverso di essa si conosce, si approfondisce, si interpreta, si crea, ci si consegna all’altro.

Ma ci può anche essere un uso distorto della parola. Ci sono parole mute, vuote, pervertite, a servizio della menzogna. Parole malate, capaci di contagiare le relazioni, parole che non creano più vita, ma morte. Tra queste la mormorazione e il pettegolezzo.

Nell’Antico Testamento la mormorazione è connessa con la mancanza di fede in Dio o nelle persone che Egli ha inviato. Così ad esempio nel deserto il popolo mormora contro Mosè per la mancanza di acqua e di carne (cfr. Es 15,24; 16,2; 17,3). E’ una chiara mancanza di fiducia nella provvidenza di Dio che con potenza li ha liberati dall’Egitto e li sta guidando nel deserto nel segno della nube e della colonna di fuoco. Nell’episodio di Zaccheo, invece, la mormorazione è segno di disapprovazione del modo nel quale Gesù opera la salvezza, accostandosi ai peccatori con misericordia. La stessa reazione c’è stata anche in Lc 5,30, alla chiamata di Levi. Disapprovazione che rivela l’incomprensione del Vangelo che Gesù ha annunciato, e allo stesso tempo rivela un atteggiamento del cuore dei “giusti” che mormorano: la non accettazione del fratello, che non accettano che Dio sia padre e che ami i suoi figli. E’ in fin dei conti la mormorazione del fratello maggiore della parabola del padre misericordioso. La mormorazione da parte delle religiosità del tempo sfocerà nelle gravi e infamanti accuse che arrivano a considerare il suo modo di porsi e di parlare tipico dei pazzi o degli indemoniati (cfr. Gv 10,1-21), e nell’ostilità con punte estreme soprattutto a conclusione degli scontri con i farisei e i dottori della legge circa le osservanze rituali: “Gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca” (Lc 11,53-54). Anche nel processo di fronte al Sinedrio l’ostilità dei capi dei sacerdoti e degli altri membri del sinedrio si spingerà nella ricerca di false accuse per mettere a morte Gesù (cfr. Mt 26,59). Il pettegolezzo è il parlare male di una persona assente, dando informazioni sul suo conto – vere o false – per denigrarla e metterla in cattiva luce. Questo parlare male genera enormi danni. San Paolo così esortava gli Efesini: “Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone, che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4,29).

⇒ Approfondimento: Il pettegolezzo. Tra malizia e superficialità

 

Le dimensioni della colpevolezza

Tutti siamo peccatori e tutti abbiamo bisogno di perdono. Solo riconoscendo questa nostra realtà, possiamo essere salvati. Non c'è buona notizia di salvezza per chi si ritiene già salvo, a posto, impeccabile. Cristo lo incontriamo all'opera in mezzo ai peccatori, non in mezzo ai giusti (“Il figlio dell'uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto” Lc 19,10); è il medico venuto a guarire non i sani ma i malati (Lc 5,32): occorre dunque riconoscersi peccatori e malati per essere salvati e guariti.

La colpevolezza resta sempre una esperienza complessa e polivalente. Essa è costituita da tre diversi livelli, articolati nell'unitarietà dell'esperienza, ma ben distinguibili l'un dall'altro per la funzione che assolvono, per gli effetti che producono, per la sorgente da cui provengono.

Ne risultano tre dimensioni ben caratterizzate:

La colpevolezza psichica oppure senso o sentimento psichico di colpa;La colpevolezza morale oppure senso o sentimento morale di colpa;La colpevolezza religiosa o senso del peccato.

 

Colpevolezza psichica

Si tratta di uno stato affettivo deprimente, più o meno isolante e autodistruttivo, conscio o inconscio, a base di ansietà, angoscia e paura di una punizione a causa di una legge infranta o del timore per la possibile vendetta di una persona significativa offesa. In questa situazione uno si sente colpevole non tanto di aver agito contro le proprie convinzioni o contro ciò cui si sentiva obbligato di fronte alla propria coscienza, quanto di aver fatto qualcosa che non si doveva fare. È come l'angoscia di aver oltrepassato una frontiera invisibile. Ne consegue il desiderio istintivo di sfuggire alle conseguenze della propria trasgressione.

 

Colpevolezza morale

Si ha quando si viene meno, per vari motivi, si agisce contro la propria coscienza, contro i valori in cui si crede, che si è fatti propri. Allora emerge un senso di colpa tipico che mette a disagio il soggetto. È come se egli avesse tradito se stesso e gli altri. Si riconosce l'errore oggettivamente commesso e la propria parte di responsabilità soggettiva.

Il senso di colpa morale o colpevolezza morale contrassegna una persona divenuta moralmente adulta.

 

Colpevolezza religiosa o senso del peccato

Nell’ambito della fede la colpevolezza morale assume una dimensione nuova e originale. Infatti un credente va oltre i valori, risalendo alla loro sorgente e fondamento. È a Dio che si rifà. Emerge infatti una dimensione del senso di colpa consistente in una rottura o in un'attenuazione della relazione con Dio. Il proprio comportamento appare alla luce di Dio, si commisura con lui. E Dio rivela ad un tempo se stesso, il peccato, la lontananza da lui e dal suo progetto da parte della persona e il nostro essere fatti a sua immagine e somiglianza.

Il peccato costituisce una rottura e un ripiegamento su se stessi, un rifiuto degli obblighi impliciti nelle relazioni interpersonali tra Dio, il soggetto interessato e il prossimo.

 

DAVANTI A LUI

L'ascolto della parola

Possiamo comunicare con Dio! La sua parola ci pone di fronte a lui, simbolo di volontà di dialogo, d'amicizia, d'intimità.

Dentro questa Parola, infatti, scopriamo il progetto che il Padre ha su di noi, la nostra vocazione, quello che siamo chiamati ad essere. Una parola diversa che Dio creatore pronuncia su ciascuno e che ognuno può solo ascoltare con gratitudine per impegnarsi poi a viverla. Grato perché quella parola, assieme al nome mio, mi rivela il volto di Dio, come d'un Padre buono che m'indica la strada che conduce a Lui, unica fonte della mia gioia e della mia realizzazione. Non è una parola qualsiasi, ma parola rivolta a me per svelarmi l'interesse e la benevolenza del Padre per me. Cogliere questo amore è condizione indispensabile per far nascere in sé una coscienza di peccato e avvertire il dolore d'aver ignorato, rifiutato,  offeso questa volontà buona. Se non si gusta tale benevolenza sarà impossibile provare poi il dispiacere sincero per averla in qualche modo rifiutata.

II fariseo della parabola di Luca è una prova di quanto stiamo dicendo. Egli non supplica Dio né ha bisogno di ascoltarlo, ha già eliminato lui le distanze con le sue parole e s'illude d'aver un filo diretto con l'Altissimo. E poiché parla solo con se stesso si ritrova solo coi suoi meriti e le sue pretese. Ringrazia Dio perché è senza vizi, non perché se ne senta amato. Non scopre infatti alcun progetto divino su di sé, gli basta sapere che è migliore degli altri. Il suo monologo è un vano parlarsi addosso, ingannevole esibizionismo d'un io che non ha altro dio al di fuori di sé, e che dunque, paradossalmente, non potrà mai «peccare» né provare' alcun dolore...

Entro questo dialogo gratuito e solo all'interno di esso è possibile scoprire il proprio peccato. Peccare, nell'originale ebraico, vuol dire, infatti, «mancare il bersaglio». Quel bersaglio che Dio ha fissato alla mia vita e che corrisponde all'idea sua su di me. La scoperta del peccato è legata alla rivelazione di questa idea. Più questa emerge e si fa precisa proposta d'un modo di essere, di realizzarsi, di amare, di perdersi, di servire, di discernere..., più la persona è come costretta ad accorgersi quant'è lontana da questo progetto esistenziale, da quest'idea divina.

In altre parole: più è vivo il dialogo con Dio e fedele l'ascolto della sua parola-progetto, più acuto sarà il senso del proprio peccato e la costatazione che le sue vie non sono le nostre, né i suoi pensieri e i suoi progetti (cf. Is 55,8). Di fronte alla luce scopriamo d'essere tenebra, dinanzi all'amore ci sentiamo egoisti, al di là dei nostri digiuni e delle nostre osservanze.

È una sensibilità nuova e più vera, capace di leggere in profondità nel cuore dell'uomo e d'intuire cosa si nasconde anche dietro le sue «buone azioni». Grazie ad essa il peccato è non solo scoperto alla radice e nelle sue ramificazioni, ma soprattutto è sentito come offesa e ingratitudine verso la bontà di Dio, un venir meno alla sua idea e un deluderlo nelle sue aspettative, un rinnegarlo come creatore e un render vana la sua parola. È fare ciò che è male ai suoi occhi. E dispiacersene sinceramente...

 

«Abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13)

La preghiera, a questo punto, sgorga spontanea. Semplice ed essenziale, come di chi si trova nell'estremo bisogno; appassionata e vibrante, perché si è capito che solo Lui ci può guarire; ma soprattutto vera e coerente, perché nasce da un'esperienza profonda del proprio peccato e della propria impotenza a liberarsene.

Non è formula rituale o litania da ripetere in gruppo perché... siamo tutti peccatori (soprattutto certuni però...). C'è un che di tragico in quel dirsi «peccatore», perché è la confessione dello scarto incolmabile tra la santità di Dio e la miseria dell'uomo, distanza che sembra destinata ad allontanare inesorabilmente l'essere umano dalla vita. Ma proprio allora, quando avverto il dramma psicologico del mio essere peccatore, posso aprirmi realmente alla richiesta di perdono. Anzi, il chiedere perdono fa parte ancora della coscienza di peccato, ne è elemento fondamentale e integrante. Se, infatti, come abbiamo detto, essa nasce e matura di fronte a Dio e alla sua trascendenza, è inevitabile che a un certo punto incontri la sua misericordia e tenerezza.

Quella parola che Dio m'ha rivolto un tempo annullando ogni distanza, continuerà a raggiungermi eliminando l'inimicizia creata dal mio peccato.

Solo chi riconosce e soffre il suo peccato di fronte a Dio, può scoprire la sua bontà e sperare nel suo perdono. E pregarlo con la preghiera più naturale: «Signore, abbi pietà di me, peccatore»: è quasi un gemito che sale silenzioso dal cuore e affiora spontaneamente sulle labbra, lasciando nell'animo la sensazione serena d'esser costantemente dinanzi a Dio, nella verità del proprio essere bisognoso di riconciliazione.

Davvero questa è la preghiera del cuore. Preghiera di chi ha incontrato il Signore, e ogni giorno lo cerca e lo trova con la supplica più antica e più vera che l'uomo abbia mai rivolto a Dio: Kyrie eleison!

 

Apertura ad un impegno

La salvezza di Dio accolta impegna nei confronti della propria colpa. L'espiazione del cristiano viene dopo il perdono e scaturisce da un cuore profondamente riconoscente.

La riparazione del peccato, strettamente parlando, è una impresa impossibile. L'ordine infranto resta sempre sciupato; potrà essere cicatrizzato, ma non ritornare allo stato anteriore. Pretendere di ristabilire l'ordine anteriore implicherebbe un potere originale ed indispensabile, il superamento dei limiti umani. Viviamo in un'economia di «ricostruzione» e di «misericordia», non già di «creazione».

Il peccatore, perdonato e giustificato, costituito uomo nuovo nel Cristo, divenuto libero in lui, in nome della sua dignità di redento e della libertà di cui è dotato per dono di Dio, ha la possibilità di assumersi le proprie responsabilità, nella misura in cui vive da persona, riguardo agli effetti del peccato, ai valori, alle realtà, alle persone che la sua azione colpevole aveva compromesso. La collaborazione umana, a questa altezza, è ben diversa dalla pretesa farisaica di salvezza tramite l'osservanza.

Qui l'azione e la responsabilità nasce da un contesto di fede, dall'apertura a Dio, dal senso della propria inadeguatezza riabilitata dal perdono ricostruttore di Dio.

Quale sarà l'impegno più autentico e costruttivo dopo il perdono della colpa? Non c'è dubbio: il ritrovare la strada dell'amore. La coscienza che il peccato è una violazione dell'amore (oltre che della giustizia) porta a riscoprire l'amore come cammino di vita, inteso però in modo diverso da chi non ha peccato: la colpa genera un amore più gratuito, più ottimista e fiducioso, più radicale ed irruente, più umile e comprensivo. «Colui al quale si perdona poco, dimostra poco amore» (Lc 7,47).

 

♦ Per i prossimi giorni

Grazia da chiedere nella preghiera

Signore, Tu vuoi portare la mia vita alla pienezza: aiutami a prendere coscienza di ciò che c’è di disordinato nel mio cuore, che, allontanandomi da Te, mi impedisce realmente di realizzarmi come tuo figlio, e di vivere autentiche relazioni fraterne con il prossimo.

Per la preghiera personale

-  Gv 8,1-11 – “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”.

-  Lc 15,11-19: il padre misericordioso (la mia storia di peccato)

-  Lc 19,1-10: la conversione di vita di Zaccheo nell'incontro con Gesù

Altri testi per la preghiera personale

Is 6,1-7: il peccato alla luce della santità di Dio; Ef 4,29-32: Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca; Gc 3,1-12: l’uso della lingua; Fil 2,3-11: Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, né per interesse; 1Cor 13,4-7: Se non avessi la carità, niente mi giova.

 

AMAMI COME SEI

Io conosco la tua miseria, le lotte e le sofferenze del tuo animo,
la debolezza e le malattie del tuo corpo.
Conosco le tue vigliaccherie, i tuoi peccati, le tue cadute...
tuttavia ti dico: dammi il tuo cuore e amami così come sei!

Se tu aspetti di essere un angelo per offrirti all’Amore, non mi amerai mai.

Anche se ricadi spesso in quelle debolezze che vorresti non vedere in te,
anche se sei debole nella pratica delle virtù, Io non ti permetto di non amarmi.

Amami così come sei ad ogni istante e qualunque sia la situazione in cui ti trovi,
nel fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nell’infedeltà.

Amami così come sei. Io voglio l’amore del tuo cuore povero e indigente.

Se, per amarmi, aspetti di essere perfetto, non mi amerai mai.
Non potrei Io forse trasformare ogni granello di sabbia in un angelo radioso di purezza,
di nobiltà e d’amore? Non potrei, con un solo gesto della mano, far nascere dal niente
migliaia di santi cento volte più perfetti di quelli che già ho creato?
Non sono forse Onnipotente?
E se Io invece preferisco il tuo povero amore?

Figlio mio, lascia che io ti amai. Io voglio il tuo cuore.
Certo, penso di perfezionarlo, ma, nel frattempo, io ti amo così come sei!
Mi auguro solo che tu faccia altrettanto.

Io desidero veder salire l’amore dal fondo della tua miseria.
Io amo in te anche la tua debolezza.

Io amo l’amore dei poveri, e desidero che dal fondo dell’indigenza
si alzi continuamente il grido: “Signore, ti amo!”.

Ciò che mi interessa è il canto del tuo cuore e la tua buona volontà di amarmi così come sei,
ogni giorno un po’ di più, col mio amore che ho messo nel tuo cuore.

Ho forse bisogno della scienza o delle tue qualità? Io non ti domando delle virtù eroiche.

Se io te le concedessi, sono sicuro che la tua debolezza vi metterebbe dentro l’amor proprio
e la superbia. Non preoccuparti delle virtù, quindi!

Avrei potuto destinarti a grandi cose. No, tu sarai il “servo inutile”.
Io ti darò anche quel poco che sei, perché io ti ho creato per l’amore.

Ama! L’amore ti farà fare tutto il resto senza che tu te ne accorga.

Cerca, come meglio puoi, di riempire il momento presente col tuo amore.

Oggi mi fermo alla porta del tuo cuore come un mendicante, Io, il Signore dei signori.
Busso e attendo. Affrettati ad aprirmi senza sbattermi in faccia la scusa della tua miseria.

La tua povertà... se tu la conoscessi fino in fondo saresti ben più triste!

Ma la sola cosa che potrebbe offendermi sarebbe il tuo dubbio sul mio amore
e la mancanza di fiducia in me.
Io voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte.

Non voglio che tu faccia nemmeno l’azione più insignificante se non per amore.
Quando dovrai soffrire, Io ti darò la forza necessaria.

Tu mi hai donato il tuo amore e io ti renderò capace di amare oltre ogni tuo desiderio.
Ma, ricordati, amami così come sei.
Non aspettare di essere un santo per offriti all’amore...
altrimenti non mi amerai mai!

 Signore, a Te la mia vita, a Te i miei giorni. Amen.  

                                                                                            (Marie Claire, “La mia preghiera di oggi”)

 

⇒ L’esame di consapevolezza (vedi scheda 3 sulla preghiera)

 

 

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[1]  Da ciò capiamo che nella preghiera non è solo importante capire il contenuto di ciò che il Padre in Gesù ci dice, ma anche di percepire il tono della sua voce.