Articoli filtrati per data: Venerdì, 14 Maggio 2021

Meravigliose sono le parabole con le quali il Signore Gesù ci rivela l'Amore del Padre, la Sua infinita Misericordia. Ma, la vera parabola del Padre è Gesù stesso: è con la Sua vita che ci ha manifestato il vero volto del nostro Dio. E dobbiamo aggiungere che, se è la vita di Gesù che ci svela questo mistero, la Sua Passione-Crocifissione-Morte e Risurrezione sono il momento della sua massima manifestazione.

All'inizio dell'ultima cena pasquale, l'evangelista Giovanni offre una precisa chiave di lettura di tutti questi avvenimenti. Egli scrive che Gesù «Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13,1), cioè sino alla pienezza totale. E, in quella stessa notte, la notte in cui veniva tradito, rinnegato, abbandonato da tutti, Gesù fa ai suoi discepoli – ai discepoli di tutti i tempi e quindi anche a noi – il dono più grande, il dono dell'Eucaristia, che anticipa profeticamente la consegna di sé all'uomo e manifesta fino in fondo il Suo cuore pieno di amore per il Padre e per i fratelli.

Ma c'è un aspetto dell'istituzione eucaristica che, forse, è poco considerato e su cui vogliamo soffermarci a riflettere: l'Eucaristia segna l'instaurazione della Nuova Alleanza. «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» dice Gesù. Egli ha trasformato il proprio sangue in sangue di alleanza, alleanza del tutto nuova.
Per entrare meglio in questa prospettiva, facciamo riferimento ad un testo molto bello del profeta Geremia, dove si parla appunto della promessa della nuova alleanza.
«Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore -, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. Non sarà come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l'alleanza che concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31, 31-34).

Ciò che colpisce in questo oracolo è il fatto che la promessa fu fatta in un tempo di infedeltà tremenda e di castigo. Geremia stesso (cap. 7) presenta delle descrizioni molto impressionanti sulla disobbedienza e l'infedeltà del popolo. D’altra parte, nella stessa promessa della nuova alleanza vediamo che fin da subito gli Israeliti avevano violato l’alleanza del Sinai. Infatti, la prima azione del popolo, dopo la conclusione del patto, è proprio la rottura. Nel cap. 24 del libro dell’Esodo viene riferita la conclusione dell’alleanza attraverso il sangue dei sacrifici di animali; c’è poi una serie di prescrizioni sul modo di attuare il servizio di Dio. Quando il racconto riprende, però, è proprio per riferire la storia del vitello d’oro, cioè la rottura dell’alleanza. Sceso dal Sinai con in mano le due tavole di pietra, Mosè, sdegnato le spezza ai piedi della montagna. Così viene manifestata la rottura dell’alleanza e anche, in qualche modo, la sua insufficienza. Fin da allora era chiaro che ci voleva un’altra disposizione. Ma l’Alleanza fu soltanto restaurata tale e quale: Dio disse a Mosè di prendere due tavole di pietra come le prime per scrivere su di esse le parole della Legge. La situazione rimase difettosa e nella storia successiva del popolo tale condizione di fragilità si andò confermando sempre di più, malgrado Dio mandasse i suoi profeti per richiamare a sé il suo popolo.

Il secondo libro delle Cronache finisce con una descrizione tristissima: «Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri per ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei suoi messaggeri, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti, al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio» (2 Cr 36, 15-16).
Ci fu pertanto la sconfitta completa, l’invasione, la distruzione del tempio e la partenza per l’esilio. Ma, proprio in questo contesto generale di infedeltà, di distruzione e di morte, Geremia esprime una promessa di rinnovamento e, in un certo senso, di risurrezione: egli parla di un’ Alleanza nuova.

Spesso nell’AT si parla di rinnovamento dell’alleanza; ma Geremia è il solo che parli di un’alleanza nuova. Ed è veramente tale, perché il Profeta precisa che non sarà come l’alleanza del Sinai – alleanza che è stata più volte violata – ma veramente nuova. Questa alleanza nuova, infatti, si presenta con caratteri diversi dalla precedente e che sono bellissimi. L’oracolo di Geremia, infatti, esprime una fede straordinaria in Dio e un’aspirazione religiosa pura e profonda. Mentre in altri testi si parla di restaurazione materiale, di prosperità terrestre, qui invece viene proposto un ideale di comunione con Dio e in modo molto intimo e profondo.
I punti fondamentali di questa Nuova Alleanza sono la legge scritta nel cuore, l’appartenenza reciproca fra Dio e il suo popolo, la conoscenza profonda di Lui. E tutto questo diventa possibile grazie al Perdono dei peccati, che viene menzionato alla fine, ma rivela la condizione che renderà possibile tutto il resto. La generosità e la misericordia di Dio renderanno possibile un’alleanza completamente nuova. Per questo il primo aspetto di questa Nuova Alleanza è la trasformazione del cuore; un’azione di Dio all’interno dell’uomo, che avrà per effetto una comprensione vera della volontà di Dio e un’adesione sincera a Lui.

La necessità di questa trasformazione era diventata sempre più manifesta nella storia di Israele e i profeti avevano insistito incessantemente su questo punto. Nel libro del profeta Isaia (cap. 29) Dio si lamenta: «Questo popolo mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me». E Gioele dice: «Laceratevi il cuore, non le vesti; ritornate al Signore nostro Dio».

Per una vera alleanza occorre che il cuore sia trasformato; infatti, se non cambia il cuore, a che cosa servono le leggi?! È chiaro che sono inutili, perché non saranno rispettate o saranno rispettate soltanto in modo esteriore, formale. In molti passi dell’AT, perciò, viene rivolta l’esortazione a cambiare il cuore, ma l’uomo ne è incapace.

Soltanto Dio può operare questo cambiamento ed Egli fa questa promessa: “Darò loro un cuore capace di conoscermi”. Su questo punto Ezechiele porterà avanti il messaggio di Geremia; egli parla appunto del dono di un cuore nuovo: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (36,25-27).

Nell'oracolo di Geremia il Signore dice: «Tutti mi conosceranno…». Bisogna notare che in ebraico – lo sappiamo - «conoscere» non ha semplicemente un senso intellettuale, specialmente quando si tratta come qui di una persona. Conoscere vuol dire avere un rapporto con qualcuno, avere una relazione vitale ed intima. Quando i profeti si lamentano che il popolo non conosce il Signore, non vogliono dire che il popolo non ha la conoscenza teorica della Sua esistenza, ma che esso non ha la relazione giusta con il Signore. Invece nella nuova alleanza, preconizzata da Geremia, tutti avranno una relazione personale, intima e immediata con il Signore.

Questi, dunque, gli aspetti meravigliosi di questa promessa. Tuttavia, il Profeta non dice in che modo possa essere attuata questa Nuova Alleanza; la descrive come un’opera di Dio meravigliosa, non ne indica però il fondamento. Prima della venuta di Gesù, quando si leggeva questo oracolo, si poteva soltanto sperare in una restaurazione dell’antica alleanza, con una più grande fedeltà alla legge mosaica.

È Gesù, infatti, che ha fondato la Nuova Alleanza con il suo sacrificio. Quella antica era stata fondata sul sacrificio descritto in Es 24, che era consistito in immolazione di animali, il cui sangue era stato usato nel rito. A questa alleanza esterna, fondata sul sacrificio di animali, Egli sostituisce la Nuova Alleanza con il suo sacrificio: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue» (1Cor 11,23).
Grazie a Cristo, noi entriamo veramente in una relazione intima e personale con Dio e abbiamo veramente la sua legge scritta nel cuore, se accogliamo in noi il cuore di Cristo, il suo Spirito.
C’è, dunque, per noi la possibilità di una relazione intima, personale con il Signore, della quale dobbiamo prendere coscienza e saperne gioire! Questa è la “conoscenza” di Dio nel senso biblico, cioè la relazione personale con Lui e siamo invitati da Cristo stesso a svilupparla.

«Ecco – dice il Signore nell’Apocalisse – io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me».
Ecco un’espressione bellissima di intimità personale. Il Signore rispetta l’autonomia della persona; se non si vuole accettare questa relazione, Egli non si impone: “Ecco, sto alla porta e busso”. Però, se qualcuno ascolta la Sua voce e gli apre la porta, allora c’è questa possibilità meravigliosa di intimità personale: Io cenerò con lui e lui con me.
La nostra vita cristiana consiste proprio nello sviluppare sempre più questa relazione con Dio - in Gesù Cristo -, che ci fa crescere nella consapevolezza della nostra identità e anche nella Comunione con tutto il popolo dei credenti.

Per noi cristiani è fondamentale capire che il “sì” totale e fedele di Gesù al Padre e agli uomini, che celebriamo nell'Eucaristia, significa il nostro “sì” al Padre e il nostro “sì” a tutti i fratelli e le sorelle, compresi coloro che ci criticano, non ci accettano, ci disprezzano e si oppongono a noi. L'Eucaristia sarebbe un segno vuoto, se in noi non si trasformasse in forza d'amore per gli altri.

Certo, questa non è forza nostra. Ma non dobbiamo dimenticare che, fondando la Nuova Alleanza, è Cristo stesso che ci avvolge con il Suo amore e ci rende capaci di avere rapporti nuovi con le persone che camminano insieme con noi. Nell'Eucaristia Gesù ci raggiunge con la Sua Pasqua e, se ne prendiamo seriamente coscienza, pone in noi ogni volta il dinamismo dell'amore, la forza di quella carità che è riverbero dell'essere stesso di Dio. Possiamo dire, infatti, che l'Eucaristia ci accoglie dalle oscure regioni della nostra lontananza spirituale e ci unisce a Gesù e agli uomini e ci sospinge insieme con Gesù e con gli uomini verso il Padre.

Ecco, dunque, ciò che Gesù ha reso possibile specialmente con l’Eucaristia, che prende tutto il suo valore dal Suo sacrificio sulla croce, dove Egli porta fino all’estremo l’amore per il Padre e l’amore per i fratelli.

La nostra vita cristiana, quindi, dovrebbe essere tutta illuminata dalla splendida luce di questa Alleanza Nuova ed Eterna.

 

Meravigliose sono le parabole con le quali il Signore Gesù ci rivela l'Amore del Padre, la Sua infinita Misericordia. Ma, la vera parabola del Padre è Gesù stesso: è con la Sua vita che ci ha manifestato il vero volto del nostro Dio. E dobbiamo aggiungere che, se è la vita di Gesù che ci svela questo mistero, la Sua Passione-Crocifissione-Morte e Risurrezione sono il momento della sua massima manifestazione.

All'inizio dell'ultima cena pasquale, l'evangelista Giovanni offre una precisa chiave di lettura di tutti questi avvenimenti. Egli scrive che Gesù «Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13,1), cioè sino alla pienezza totale. E, in quella stessa notte, la notte in cui veniva tradito, rinnegato, abbandonato da tutti, Gesù fa ai suoi discepoli – ai discepoli di tutti i tempi e quindi anche a noi – il dono più grande, il dono dell'Eucaristia, che anticipa profeticamente la consegna di sé all'uomo e manifesta fino in fondo il Suo cuore pieno di amore per il Padre e per i fratelli.

Ma c'è un aspetto dell'istituzione eucaristica che, forse, è poco considerato e su cui vogliamo soffermarci a riflettere: l'Eucaristia segna l'instaurazione della Nuova Alleanza. «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» dice Gesù. Egli ha trasformato il proprio sangue in sangue di alleanza, alleanza del tutto nuova.
Per entrare meglio in questa prospettiva, facciamo riferimento ad un testo molto bello del profeta Geremia, dove si parla appunto della promessa della nuova alleanza.
«Ecco, verranno giorni - oracolo del Signore -, nei quali con la casa d'Israele e con la casa di Giuda concluderò un'alleanza nuova. Non sarà come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d'Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l'alleanza che concluderò con la casa d'Israele dopo quei giorni - oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l'un l'altro, dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande - oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (Ger 31, 31-34).

Ciò che colpisce in questo oracolo è il fatto che la promessa fu fatta in un tempo di infedeltà tremenda e di castigo. Geremia stesso (cap. 7) presenta delle descrizioni molto impressionanti sulla disobbedienza e l'infedeltà del popolo. D’altra parte, nella stessa promessa della nuova alleanza vediamo che fin da subito gli Israeliti avevano violato l’alleanza del Sinai. Infatti, la prima azione del popolo, dopo la conclusione del patto, è proprio la rottura. Nel cap. 24 del libro dell’Esodo viene riferita la conclusione dell’alleanza attraverso il sangue dei sacrifici di animali; c’è poi una serie di prescrizioni sul modo di attuare il servizio di Dio. Quando il racconto riprende, però, è proprio per riferire la storia del vitello d’oro, cioè la rottura dell’alleanza. Sceso dal Sinai con in mano le due tavole di pietra, Mosè, sdegnato le spezza ai piedi della montagna. Così viene manifestata la rottura dell’alleanza e anche, in qualche modo, la sua insufficienza. Fin da allora era chiaro che ci voleva un’altra disposizione. Ma l’Alleanza fu soltanto restaurata tale e quale: Dio disse a Mosè di prendere due tavole di pietra come le prime per scrivere su di esse le parole della Legge. La situazione rimase difettosa e nella storia successiva del popolo tale condizione di fragilità si andò confermando sempre di più, malgrado Dio mandasse i suoi profeti per richiamare a sé il suo popolo.

Il secondo libro delle Cronache finisce con una descrizione tristissima: «Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri per ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei suoi messaggeri, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti, al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio» (2 Cr 36, 15-16).
Ci fu pertanto la sconfitta completa, l’invasione, la distruzione del tempio e la partenza per l’esilio. Ma, proprio in questo contesto generale di infedeltà, di distruzione e di morte, Geremia esprime una promessa di rinnovamento e, in un certo senso, di risurrezione: egli parla di un’ Alleanza nuova.

Spesso nell’AT si parla di rinnovamento dell’alleanza; ma Geremia è il solo che parli di un’alleanza nuova. Ed è veramente tale, perché il Profeta precisa che non sarà come l’alleanza del Sinai – alleanza che è stata più volte violata – ma veramente nuova. Questa alleanza nuova, infatti, si presenta con caratteri diversi dalla precedente e che sono bellissimi. L’oracolo di Geremia, infatti, esprime una fede straordinaria in Dio e un’aspirazione religiosa pura e profonda. Mentre in altri testi si parla di restaurazione materiale, di prosperità terrestre, qui invece viene proposto un ideale di comunione con Dio e in modo molto intimo e profondo.
I punti fondamentali di questa Nuova Alleanza sono la legge scritta nel cuore, l’appartenenza reciproca fra Dio e il suo popolo, la conoscenza profonda di Lui. E tutto questo diventa possibile grazie al Perdono dei peccati, che viene menzionato alla fine, ma rivela la condizione che renderà possibile tutto il resto. La generosità e la misericordia di Dio renderanno possibile un’alleanza completamente nuova. Per questo il primo aspetto di questa Nuova Alleanza è la trasformazione del cuore; un’azione di Dio all’interno dell’uomo, che avrà per effetto una comprensione vera della volontà di Dio e un’adesione sincera a Lui.

La necessità di questa trasformazione era diventata sempre più manifesta nella storia di Israele e i profeti avevano insistito incessantemente su questo punto. Nel libro del profeta Isaia (cap. 29) Dio si lamenta: «Questo popolo mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me». E Gioele dice: «Laceratevi il cuore, non le vesti; ritornate al Signore nostro Dio».

Per una vera alleanza occorre che il cuore sia trasformato; infatti, se non cambia il cuore, a che cosa servono le leggi?! È chiaro che sono inutili, perché non saranno rispettate o saranno rispettate soltanto in modo esteriore, formale. In molti passi dell’AT, perciò, viene rivolta l’esortazione a cambiare il cuore, ma l’uomo ne è incapace.

Soltanto Dio può operare questo cambiamento ed Egli fa questa promessa: “Darò loro un cuore capace di conoscermi”. Su questo punto Ezechiele porterà avanti il messaggio di Geremia; egli parla appunto del dono di un cuore nuovo: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (36,25-27).

Nell'oracolo di Geremia il Signore dice: «Tutti mi conosceranno…». Bisogna notare che in ebraico – lo sappiamo - «conoscere» non ha semplicemente un senso intellettuale, specialmente quando si tratta come qui di una persona. Conoscere vuol dire avere un rapporto con qualcuno, avere una relazione vitale ed intima. Quando i profeti si lamentano che il popolo non conosce il Signore, non vogliono dire che il popolo non ha la conoscenza teorica della Sua esistenza, ma che esso non ha la relazione giusta con il Signore. Invece nella nuova alleanza, preconizzata da Geremia, tutti avranno una relazione personale, intima e immediata con il Signore.

Questi, dunque, gli aspetti meravigliosi di questa promessa. Tuttavia, il Profeta non dice in che modo possa essere attuata questa Nuova Alleanza; la descrive come un’opera di Dio meravigliosa, non ne indica però il fondamento. Prima della venuta di Gesù, quando si leggeva questo oracolo, si poteva soltanto sperare in una restaurazione dell’antica alleanza, con una più grande fedeltà alla legge mosaica.

È Gesù, infatti, che ha fondato la Nuova Alleanza con il suo sacrificio. Quella antica era stata fondata sul sacrificio descritto in Es 24, che era consistito in immolazione di animali, il cui sangue era stato usato nel rito. A questa alleanza esterna, fondata sul sacrificio di animali, Egli sostituisce la Nuova Alleanza con il suo sacrificio: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue» (1Cor 11,23).
Grazie a Cristo, noi entriamo veramente in una relazione intima e personale con Dio e abbiamo veramente la sua legge scritta nel cuore, se accogliamo in noi il cuore di Cristo, il suo Spirito.
C’è, dunque, per noi la possibilità di una relazione intima, personale con il Signore, della quale dobbiamo prendere coscienza e saperne gioire! Questa è la “conoscenza” di Dio nel senso biblico, cioè la relazione personale con Lui e siamo invitati da Cristo stesso a svilupparla.

«Ecco – dice il Signore nell’Apocalisse – io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me».
Ecco un’espressione bellissima di intimità personale. Il Signore rispetta l’autonomia della persona; se non si vuole accettare questa relazione, Egli non si impone: “Ecco, sto alla porta e busso”. Però, se qualcuno ascolta la Sua voce e gli apre la porta, allora c’è questa possibilità meravigliosa di intimità personale: Io cenerò con lui e lui con me.
La nostra vita cristiana consiste proprio nello sviluppare sempre più questa relazione con Dio - in Gesù Cristo -, che ci fa crescere nella consapevolezza della nostra identità e anche nella Comunione con tutto il popolo dei credenti.

Per noi cristiani è fondamentale capire che il “sì” totale e fedele di Gesù al Padre e agli uomini, che celebriamo nell'Eucaristia, significa il nostro “sì” al Padre e il nostro “sì” a tutti i fratelli e le sorelle, compresi coloro che ci criticano, non ci accettano, ci disprezzano e si oppongono a noi. L'Eucaristia sarebbe un segno vuoto, se in noi non si trasformasse in forza d'amore per gli altri.

Certo, questa non è forza nostra. Ma non dobbiamo dimenticare che, fondando la Nuova Alleanza, è Cristo stesso che ci avvolge con il Suo amore e ci rende capaci di avere rapporti nuovi con le persone che camminano insieme con noi. Nell'Eucaristia Gesù ci raggiunge con la Sua Pasqua e, se ne prendiamo seriamente coscienza, pone in noi ogni volta il dinamismo dell'amore, la forza di quella carità che è riverbero dell'essere stesso di Dio. Possiamo dire, infatti, che l'Eucaristia ci accoglie dalle oscure regioni della nostra lontananza spirituale e ci unisce a Gesù e agli uomini e ci sospinge insieme con Gesù e con gli uomini verso il Padre.

Ecco, dunque, ciò che Gesù ha reso possibile specialmente con l’Eucaristia, che prende tutto il suo valore dal Suo sacrificio sulla croce, dove Egli porta fino all’estremo l’amore per il Padre e l’amore per i fratelli.

 

Articolo tratto da: Myriam  "Nuova ed eterna Alleanza" (n. 1 del 2021)

Alcuni anni fa tornando in aereo da uno dei miei tanti viaggi a Fatima, mentre ammiravo quel manto bianco di nuvole che stavamo sorvolando, riflettevo fra me e me, cercando di capire bene cosa la Vergine Maria aveva deposto nel mio cuore come frutto di quel pellegrinaggio. Ricordo che, in modo molto chiaro e per grazia di Dio, mi sono venuti alla mente alcuni suggerimenti, che in verità già conoscevo bene, avendo letto e meditato molto su Fatima.
Ma in quella circostanza erano come “illuminati” da una “luce speciale”, come quando una foto in bianco e nero diventa all’improvviso a colori. L’impressione era di capire, in modo più chiaro, che la Vergine Maria è stata inviata a Fatima come una luce speciale di Dio, per illuminare l’oscurità che avvolge l’umanità a causa del peccato. Sì, Maria è come Gesù, è lampada ai nostri passi.., è luce al nostro cammino. Maria è venuta a donarci alcuni suggerimenti che, messi in pratica, possono permettere allo Spirito Santo di farci partecipi della santità di Dio tanto quanto sarà il nostro impegno a praticarli; come avvenuto ai santi pastorelli Francesco, Giacinta, Lucia e ad una schiera immensa di altri “fatimini” anonimi. Gesù ha detto: «chi porterà il trenta, chi il sessanta, chi il cento. Chi ha orecchi intenda» (cfr. Mc 4,8-9).

Ma quali sono questi suggerimenti, questi mezzi che la Vergine Santa è venuta a donarci? Ebbene quella “luce” di cui parlavo pocanzi ha illuminato per me questi temi: preghiera e penitenza; un grande amore all’Eucaristia; la devozione al Cuore Immacolato di Maria; un grande amore per ogni essere umano; fedeltà e amore alla Santa Chiesa di Roma e al santo Padre.

Ciò a cui invita la Madonna è un programma stupendo di vita cristiana, certamente molto impegnativo, quindi non facile da mettere in pratica. Ma non dobbiamo scoraggiarci, perché Gesù nel Vangelo ci ha assicurato l’aiuto necessario per fare la sua volontà: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). Ha aggiunto anche: «Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo [cioè la sua forza] a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11,13). Inoltre la stessa Vergine Maria, nostra Madre, non chiederebbe mai ai suoi figli di mettere in pratica i suoi suggerimenti se questo non fosse possibile.
In quel viaggio di ritorno da Fatima mi fu molto chiaro che quella “luce” ricevuta era certamente un dono per me, ma anche per tutti coloro che avrei incontrato nel mio ministero sacerdotale.
Allora, con l’aiuto di Dio, vorrei condividere con voi, amici del Myriam, alcune riflessioni sul messaggio di Fatima, cercando di approfondire gli insegnamenti ricevuti dai tre pastorelli. Iniziamo questo itinerario meditando sulla preghiera e la penitenza (mortificazione), aiutandoci con la lettura delle “Memorie” di suor Lucia scritte da lei in due libri autobiografici.

Da ciò che suor Lucia scrive si evince che il loro primo maestro di preghiera è stato l’Angelo custode del Portogallo, il quale è apparso loro tre volte nel 1916, in primavera, in estate e in autunno.
Lucia scrive che la prima volta apparve nella grotta del Cabeço. «Dopo aver pregato cominciammo a vedere una luce più bianca della neve, in forma di un giovane trasparente, più brillante di un cristallo attraversato dai raggi del sole. Arrivato vicino a noi disse: “Non abbiate paura! Sono l’angelo della Pace. Pregate con me”. Inginocchiatosi per terra, curvò la fronte fino al suolo. Spinti da un movimento soprannaturale lo imitammo e ripetemmo le parole che gli sentivamo pronunciare: “Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano”. Dopo aver ripetuto questa preghiera tre volte si alzò e disse: “Pregate così, i Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche”. E sparì».
L’angelo impartì la sua prima lezione ai bambini, insegnando una nuova e bellissima preghiera, teologicamente molto ricca, mettendo in risalto anche l’importanza della “partecipazione” del corpo all’incontro orante con Dio, perché tutta la persona, anima e corpo, si immerga nella preghiera. Inoltre afferma una verità stupenda, che tutti dobbiamo credere, e alla luce della quale dobbiamo pregare. Cioè: i sacri Cuori di Gesù e di Maria sono attenti alle preghiere che rivolgiamo loro. È vero! Non c’è supplica e invocazione che vada perduta nel vuoto, ma tutto è accolto da nostro Signore e dalla Vergine Madre! San Paolo ci esorta a pregare continuamente senza stancarci mai (cfr. Fil 4,6). Ci invita a trasformare tutto in preghiera: «Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio» (1Cor 10,31), e farlo con la semplicità del bambino, che sa di dipendere in tutto dai genitori e non teme di esprimere le sue e altrui necessità con grande confidenza e insistenza, perché sa con certezza di essere amato. San Giovanni attesta questa verità affermando che Dio è AMORE, Dio è CARITÀ (cfr. Gv 4,16). E aggiunge: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), cioè abbia la salvezza. Dio ci ha dato non un Angelo, non un super essere, ma il proprio Figlio, Gesù Cristo, nostro Signore!
La nostra preghiera deve sempre nascere da questa verità che ci porta a pregare con l’abbandono e la fiducia di un bimbo in braccio a sua madre. Una preghiera che può esprimersi anche solo con lo sguardo, senza parole, perché in un vero rapporto d’amore le parole non servono più!

Nella seconda apparizione l’Angelo conferma con forza quanto insegnato precedentemente sulla preghiera, e aggiunge un altro importantissimo tassello per il loro e nostro cammino spirituale. Ascoltiamo suor Lucia.
«La seconda apparizione dovette essere avvenuta in piena estate, perché in quei giorni di maggior calura rientravamo a casa con le nostre pecore a metà mattina, per uscire di nuovo sul tardi. Andavamo a trascorrere le ore della siesta all’ombra degli alberi che circondavano un pozzo vicino casa. All’improvviso vedemmo lo stesso Angelo vicino a noi e diceva: “Cosa fate? Pregate! Pregate molto! I Cuori di Gesù e di Maria hanno su di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all’Altissimo orazioni e sacrifici”. Domandai: “Come dobbiamo sacrificarci?” L’angelo rispose: “Di tutto quello che potete, offrite un sacrificio in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori. Attirerete così sopra la vostra patria la pace. Io sono il suo Angelo Custode, l’Angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà”.
Queste parole dell’Angelo si impressero nel nostro cuore come una luce che ci faceva capire chi era Dio, come ci amava e voleva essere amato; il valore del sacrificio e quanto gli era gradito e come in attenzione ad esso, convertiva i peccatori. Perciò da quel momento cominciammo ad offrire al Signore tutto ciò che ci mortificava, in modo speciale restando per lunghe ore prostrati per terra, ripetendo la preghiera che l’Angelo ci aveva insegnato».

Durante la seconda apparizione, che avvenne durante la siesta, l’Angelo trova i tre bambini impegnati in un momento di svago - come fa ogni bambino appena libero da altri impegni - e li esorta con forza a pregare, a pregare molto. L’Angelo vuol far capire l’importanza della preghiera nella loro vita, in quanto “scelti”da Gesù e da Maria per una missione importantissima, che loro ancora non conoscono, ma che la santa Vergine spiegherà loro durante le sue apparizioni che seguirono quelle dell’Angelo. Ma, perché possano avere la forza di rispondere positivamente alla volontà di Dio, hanno bisogno di fortificarsi spiritualmente con una intensa vita di preghiera e di atti d’amore che l’Angelo chiama “sacrifici”.

Questo è vero anche per ogni altro essere umano, perché ognuno di noi su questa terra ha una missione da svolgere, una volontà di Dio da realizzare. Alcune di queste vocazioni sono visibili a tutti, sono “appariscenti”, ma altre - e sono la stragrande maggioranza - sono “nascoste” agli occhi del mondo; ma tutte ugualmente importanti per Dio!
Nessuno di noi è nato “per caso” come alcune volte sentiamo affermare! Anzi ognuno di noi è stato fortemente voluto da Dio; siamo stati pensati, desiderati, amati da Dio già prima di nascere a questo mondo, e dopo aver realizzato la sua volontà in questa vita, siamo chiamati ad andare in Paradiso a condividere con Lui la sua beatitudine eterna, dove non ci saranno né dolori, né malattie, né morte, ma solo pace, gioia, amore. San Paolo, che fu assunto in cielo, vide e sperimentò per un breve tempo il Paradiso; quando ritornò in sé non trovò parole per esprimere ciò che aveva visto, ciò che aveva sperimentato. Poté solo dire: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).

Il peccato originale, i nostri peccati personali e sociali, hanno fortemente indebolito la nostra buona volontà, a tal punto che spesso non riusciamo a fare il bene voluto dal Singore; anzi sembra che siamo più portati a fare il male che non il bene. Ecco quindi l’importanza e la necessità della preghiera e dei sacrifici, tramite i quali diamo la possibilità a Dio di donarci la Grazia santificante, cioè il suo aiuto, che fortifica il nostro organismo spirituale e che ci permette di fare con amore la Sua volontà. Gesù è stato molto chiaro in questo: «Senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).

Lucia scrive che dopo questa seconda apparizione cominciarono ad offrire al Signore tutto ciò che li mortificava, ma senza darsi troppo da fare per cercare altre mortificazioni o penitenze, se non quella di restare LUNGHE ORE prostrati per terra, ripetendo la preghiera che l’Angelo aveva loro insegnato.
È chiaro che o l’età o i problemi di salute possono impedire a molti di noi di imitare i santi pastorelli ad assumere quella posizione del corpo durante le nostre preghiere. Ma non dobbiamo scoraggiarci, perché Dio che conosce i nostri cuori sa tutto di noi, e ci invita ad invocare con fede lo Spirito Santo, il quale potrà suggerire altri atti d’amore alla nostra portata. Per esempio stare in ginocchio senza poggiare le mani sul banco davanti, oppure pregare anche seduti ma senza poggiare la schiena, o altro!

Lucia continuando il suo racconto scrive che la terza apparizione avvenne in ottobre, o alla fine di settembre, presso la grotta del Cabeço. «Là recitammo il nostro Rosario e la preghiera che nella prima apparizione avevamo imparato. Mentre eravamo lì ci apparve per la terza volta l’Angelo tenendo in mano un calice e l’Ostia sospesi in aria, si prostrò per terra e ripetè per tre volte l’orazione: “Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo presente in tutti i tabernacoli del mondo, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi e indifferenze con cui Egli è offeso. E per i meriti infiniti del suo sacratissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori”.
Dopo, alzatosi prese di nuovo in mano il calice e l’Ostia e diede a me l’Ostia, e quel che c’era nel calice lo diede da bere a Giacinta e Francesco, dicendo allo stesso tempo: “Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio.
Di nuovo si prostrò per terra e ripetè con noi, ancora tre volte, la stessa orazione: “Santissima Trinità...”. E sparì. Spinti dalla forza del soprannaturale che ci avvolgeva, imitavamo l’Angelo in tutto, cioè prostrandoci come Lui e ripetendo le orazioni che Egli diceva. La pace e la felicità che sentivamo era grande e intima, con l’anima completamente raccolta in Dio».

 

Articolo tratto da: Myriam  "Nuova ed eterna Alleanza" (n. 1 del 2021)

 Papa Benedetto XVI nel dialogo a Palermo del 3 ottobre 2010 con i giovani e le loro famiglie ebbe a dire: «Sabato 25 settembre scorso, (era appunto il 2010) a Roma, è stata proclamata beata una ragazza italiana di nome Chiara, Chiara Badano. Vi invito a conoscerla: la sua vita è stata breve, ma è un messaggio stupendo. Chiara è nata nel 1971 ed è morta nel 1990, a causa di una malattia inguaribile. Diciannove anni pieni di vita, di amore, di fede. Due anni, gli ultimi, pieni anche di dolore, ma sempre nell’amore e nella luce, una luce che irradiava intorno a sé e che veniva da dentro: dal suo cuore pieno di Dio! Com’è possibile questo? Come può una ragazza di 17, 18 anni vivere una sofferenza così, umanamente senza speranza, diffondendo amore, serenità, pace, fede? Evidentemente si tratta di una grazia di Dio, ma questa grazia è stata anche preparata e accompagnata dalla collaborazione umana: la collaborazione di Chiara stessa, certamente, ma anche dei suoi genitori e dei suoi amici».
Noi accogliamo questo invito e cerchiamo di conoscere questa giovane ragazza, già matura per il cielo a soli 19 anni: lo Spirito Santo, che forma gli amici di Dio, ne ha plasmato il cuore e ne ha fatto un capolavoro.
Chiara è una giovane del nostro tempo, di questo tempo tanto difficile, che offre, è vero, tanti lati oscuri di cui giustamente ci lamentiamo, dando sfogo a tutte le nostre preoccupazioni, ma è per tutti noi, LUCE – è questo l’appellativo che si è meritata –, luce che ha diffuso e diffonde quale testimone gioiosa di Colui che si è dichiarato «la Luce del mondo» (Gv 8,12).

Fin dalla sua nascita è luce
I suoi genitori erano sposati da 11 anni e non avevano figli. Li desideravano tanto e, il 29 ottobre 1971, nacque Chiara, frutto di preghiera e di grazia implorata dal padre alla Vergine delle Rocche in Molare, paese della provincia di Alessandria, appartenente alla diocesi di Acqui (Piemonte), diocesi a cui appartiene anche Sassello, il paese in cui abitano i coniugi Badano, Maria Teresa Caviglia e Ruggero.
Maria Teresa, la mamma di Chiara, in una intervista afferma che Ruggero, il marito, pregava tantissimo perché fosse esaudito il suo desiderio di avere un figlio e si recava spesso, per questa intenzione a questo Santuario. La Madonna l’ha esaudito e Chiara è stata per i suoi genitori e per tutti un luminoso dono di Dio.
La piccola aveva un temperamento generoso, gioioso e vivace, ma anche un carattere franco e determinato.
La mamma, attraverso le parabole del Vangelo che le raccontava spesso, l’ha educata ad amare Gesù, ad ascoltare la Sua voce e a compiere tanti atti di amore e lei ascoltava, pregava sempre molto volentieri e, fin dalla sua infanzia, sviluppò una vera attenzione ai poveri e agli ultimi. Il suo sogno era diventare medico e andare in Africa a curare i bambini, malati, poveri e affamati. Ancora molto piccola, colpita dalla loro indigenza, aveva affermato: «A loro dobbiamo pensarci noi!».
Non potrà realizzare il suo sogno, perché Dio, aveva altri progetti su di lei.

La malattia
Il 2 febbraio 1989, quando Chiara ha solo diciassette anni, la Tac, a cui era stata sottoposta a causa di un dolore lancinante alla spalla destra, evidenziò un osteosarcoma con metastasi: la situazione si presentò subito in tutta la sua gravità, la malattia era inguaribile.
La mamma racconta che quando Chiara comprese la gravità del caso e le poche speranze, rientrata a casa dall’ospedale le chiese di non porle domande. Non pianse, non si ribellò né si disperò. Si chiuse in un assorto silenzio di 25 interminabili minuti. Si può pensare che quel tempo fosse il suo “orto del Getsemani”: mezz’ora di lotta interiore, di buio, di passione…, poi il suo sì a Dio, per mai più tirarsi indietro. Aveva vinto la grazia. Le disse: «Ora puoi parlare, mamma», e sul volto tornò il sorriso luminoso di sempre. Aveva detto “Sì” a Gesù, quel «sempre sì», che aveva scritto da bambina su una piccola rubrica alla lettera esse, e che ripeterà sino alla fine, due anni dopo, a solo 19 anni, senza che si potesse mai spegnere quel suo sorriso… quella la luce che brillava nei suoi grandi occhi, lasciando trasparire la “Presenza” di Colui, che la abitava.
Il papà Ruggero, durante il tempo della malattia, cercava di tornare il più presto possibile dal lavoro per poter stare vicino a questa figliola che gli dava tanta serenità… Chiara soffriva terribilmente, ma vicino a lei si respirava gioia e pace. Lui non si capacitava di questo e, quando usciva dalla stanza, la spiava dal buco della serratura, per vedere se quei sorrisi che gli aveva regalato, erano solo frutto di un grande sforzo, fatto per non preoccuparlo. Invece doveva constatare che da quel volto traspariva gioia sempre, tanto che, continuando a “spiarla” dal buco della serratura, chiamava la moglie per dirle: «Ma guardala, guardala… pensavo che sorridesse così solo quando siamo presenti, per non preoccupare, invece…».
La mamma la conosceva bene e non si meravigliava di questa figlia, così innamorata di Dio, così abbandonata alla sua volontà, da sopportare con gioia tanto dolore. Lei dirà in un’intervista: «Ci comprendevamo così tanto, che tra noi, non c’era bisogno di tante parole… ci capivamo in silenzio».
La gioia di Chiara si può definire il suo DNA. Si sentiva profondamente amata da Dio e questa era la ragione della sua profonda, intima, immensa gioia e della sua capacità di amare tutti. La gioia di vivere, l’entusiasmo per le piccole cose, la contemplazione del creato, la felicità di godere dell’amicizia erano il nutrimento delle sue giornate.
Da sempre “Gesù” era per lei l’amico importante, quello vero… diventerà lo sposo a cui andare incontro nel giorno della sua morte, tanto che volle essere vestita con l’abito nuziale, lungo, bianco, semplice. Predisporrà tutto per il suo funerale: la sua messa, le sue nozze con Gesù. Dovrà essere lavata con l’acqua, segno di purificazione e pettinata in modo molto giovanile e chiederà alla mamma di non piangere perché «quando in cielo arriva una ragazza di diciotto anni, si fa festa!».
Il Vangelo, ricevuto nel giorno della Prima Comunione, era il suo libro preferito; lo leggeva molto volentieri e un giorno scriverà: «Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio». E di Gesù dirà sempre: «Io non devo dire di Gesù, ma devo dare Gesù con il mio comportamento».
A nove anni era entrata a far parte del movimento dei Focolari e aveva abbracciato gli ideali propri di quel movimento: l’amore concreto verso tutti e lo spendersi perché «tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Animata da profondo rispetto per ognuno riusciva a trovare Gesù nei lontani, negli atei. Capace di ascolto, manifestava con schiettezza il proprio pensiero di credente, ma evitava di prevaricare sulla libertà e coscienza dell’interlocutore: ben più efficace dei ragionamenti era la sua testimonianza di serenità e di generosa disponibilità.
La sua cameretta, in ospedale prima, e a casa poi, era una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato: «L’importante è fare la volontà di Dio... è stare al suo gioco... Un altro mondo mi attende... Mi sento avvolta in uno splendido disegno che, a poco a poco, mi si svela... Mi piaceva tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe, ma mi ha dato le ali...». Chiara Lubich, che la seguirà da vicino durante tutta la malattia, in un’affettuosa lettera le diede il soprannome di “Luce”. Mons. Livio Maritano, vescovo diocesano, così la ricorda: «Si sentiva in lei la presenza dello Spirito Santo che la rendeva capace di imprimere nelle persone che l’avvicinavano il suo modo di amare Dio e gli uomini. Ha regalato a tutti noi un’esperienza religiosa molto rara ed eccezionale».

Gli ultimi tempi
Il 5 ottobre, anche se stremata, fa in tempo di salutare un’ultima volta i tanti che sono passati per avere notizie, in particolare i giovani. Di lì a poco fa cenno alla mamma di avvicinarsi: «Mamma ciao! Sii felice perché io ci sono!». Saranno le sue ultime parole.
Chiara Luce muore alle 4 e 10 del 7 ottobre 1990, festa della beata Vergine Maria del Rosario. Ma la luce del suo incantevole sguardo non si spegnerà, perché i suoi occhi saranno donati a due ragazzi. Dichiarata venerabile il 3 luglio 2008, è stata proclamata beata il 25 settembre 2010. Ora è già conosciuta in tutto il mondo.

Articolo tratto da: Myriam  "Nuova ed eterna Alleanza" (n. 1 del 2021)

Studiando gli scritti di Pio Bruno Lanteri vi è un legame tra Alleanza, Amore, Amicizia, Fede e Ragione, che diventa comprensibile se si guarda a Maria e a Giuseppe. Procediamo con ordine.
Lanteri considerò la vocazione del patriarca Abramo: Dio «lo sceglie per primo padre dell'Alleanza, per capo di un popolo di credenti che si prepara e vuole separarsi da tutto il resto delle nazioni», per professare «l'unità di Dio, allontanando l'idolatria ed adorando un Dio solo».
Per il Suo popolo favorì – fino alla venuta del Messia – un governo teocratico: «Nelle diverse forme del governo di questo popolo, Dio impresse sempre la Sua direzione immediata, anche per gli affari temporali e civili».
Abramo è il primo essere umano che, a differenza di Adamo, ha creduto e dimorato nella Parola di Dio, diventando Suo figlio. Abramo, Khalil al-Rahman, l’amico del Misericordioso, è modello di fede in Dio e nella Sua Parola (cfr Gv 8,40; Gal 3; Rm 4).
Abramo è di esempio proprio per il suo umiliarsi innanzi a Dio, ricercando la Sua Parola. Ad una persona da lui diretta spiritualmente, Lanteri suggeriva: «dica dunque al Signore come il grande Abramo: “Parlerò al mio Signore, benché polvere e cenere” (Gen 18,27). Consideri che la polvere non può sollevarsi da se stessa e tanto sta in alto quanto ve la tiene il vento, anzi deve considerarsi come fango, perché la polvere è già disposta ad essere sollevata, ma noi siamo come fango, per l'attaccamento alle cose terrene ed a noi stessi».
Dio ordina le cose da farsi e da schivarsi, prescrive ciò che è giusto, convenevole e vero. Tutto ciò – ha scritto Lanteri – diviene «testamentum, cioè alleanza e patto: le condizioni dell'alleanza fatta con Dio. Dio ha promesso ai giudei ed ai cristiani di essere con loro quale padre, a condizione che essi osservino la Sua Legge». Per mettere in pratica questo, il venerabile Lanteri invitava a conversare con i Santi del Vecchio e del Nuovo Testamento.
In teoria coloro che vivono il Nuovo Testamento sono «favoriti di tanti mezzi e grazie» e per questo dovrebbero essere maggiormente «perfetti nella pratica della virtù».
«Tutta la Dottrina Cristiana – afferma il Fondatore – si contiene nelle Sacre Scritture, che si chiamano Testamento». Verità adombrate nell’Antico Testamento sono manifestate più chiaramente nel Nuovo Testamento.
«Nel Nuovo Testamento e nella Tradizione si contengono tutti i dogmi che dovevano venire a conoscenza degli uomini ed in quanto alle cose visibili e invisibili, celesti e terrene, si contiene pure ogni genere di virtù e vi si trovano i rimedi contro i vizi ed i peccati».
Alla base ci deve essere «una cordiale e sincera carità verso il nostro prossimo». Questo era già stato prescritto sin dai tempi di Mosè, ma Gesù nell’Ultima Cena ne fa un comandamento «perché voleva che da allora in poi avesse maggior forza e vigore, e si praticasse da noi con maggior perfezione».
Tutti questi concetti, ben assimilati, il ven. Lanteri li utilizzò per leggere gli eventi del suo tempo. In nome della politica e degli interessi economici i sovrani si alleavano anche con gli eretici. Molti ecclesiastici cercavano solo di non dispiacere in tutto al vescovo, garantendo una “alleanza” di facciata e poi diffondevano le proprie idee confuse.
Le grandi potenze monarchiche della Russia, dell’Austria e della Prussia, una volta sconfitto Napoleone, strinsero la Santa Alleanza per limitare il liberalismo ed il secolarismo in Europa, alla luce delle devastanti guerre promosse dai rivoluzionari francesi. La comprensibile preoccupazione di difendere la dimensione religiosa e cristiana della società portò cattolici reazionari alla convinzione della necessità di una società religiosamente unita, in cui la religione cattolica fosse l’unico fondamento dello Stato; il Papa doveva tornare ad avere il ruolo direttivo, previa una necessaria alleanza con i sovrani.
Lanteri, da parte sua, si tenne lontano dal politichese e tantomeno sostenne le forme aggregative che agissero in nome di interessi umani o ideologici. Si preoccupò invece di unire le forze di coloro che ricercassero l’alleanza armoniosa della ragione e della fede, della filosofia e della teologia, da vivere nella realtà di tutti i giorni.
Per capire come vivere l’Alleanza con Dio nel quotidiano il Fondatore meditò gli esempi di Maria Santissima e di san Giuseppe, proprio perché i Santi «conoscono a quanta sublime gloria per Gesù è stata sublimata la discendenza d'Abramo».
Al tempo di Lanteri si ricordavano le nozze di Maria con Giuseppe il 22 gennaio.
San Giuseppe – scrisse il nostro Fondatore – «per la sua castità meritò di essere sposo d'una Vergine». Parlando del loro matrimonio lo chiamò «alleanza», rifacendosi a un testo di san Claudio de la Colombière (1641-1682): «L’alleanza di Giuseppe con Maria è stata il frutto della santità a cui era giunto; è stata la sorgente della crescita in santità che ha acquisito». La santità di vita, a cui era già giunto san Giuseppe, venne incrementata dalla vita con Maria santissima.
A volte dobbiamo affrontare avvenimenti di cui non comprendiamo il significato; impulsivamente ci sentiamo delusi e ci ribelliamo, arrabbiandoci. San Giuseppe «lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni» (Papa Francesco, Patris corde).
Il nuovo patriarca Giuseppe, aprendo bene gli occhi, affronta avvenimenti e realtà; si assume le proprie responsabilità.
L’associazione «Amicizia Cristiana» venne posta da padre Nikolaus Albert von Diesbach (1732-1798) sotto la protezione della Vergine Maria e di san Giuseppe, le creature più vicine alla fonte del divino Amore.
È interessante riflettere su come Maria e Giuseppe siano punti di riferimento per l’amicizia in se stessa. Tutti soffriamo per cattive amicizie: nelle famiglie, nei posti di lavoro, nelle parrocchie, nelle comunità religiose. Maria e Giuseppe ci ricordano che la vera amicizia è possibile. Nell’amicizia uno più uno non fanno due: fanno una forza, gioia, amore, vita. Essa è dominata dal sentimento di parità, per cui si è insieme soggetti donanti e riceventi, con il desiderio di condividere l’altrui esperienza.
Le vere amicizie difficilmente coinvolgono grandi gruppi e l’amicizia non è un’istituzione: va meritata ed ha bisogno di avvertire con sorpresa che vi è qualcun altro che vede esattamente le cose così come noi stessi le vediamo. È una sorta di stupore specifico che conduce a possedere uno sguardo comune sul mondo.
Per questo possiamo pensare che un preludio degli ultimi tempi sia proprio il venire meno delle vere amicizie, come evidenzia Clive Staples Lewis (1898-1963) nelle Cronache di Narnia.
San Giuseppe è anche l’amico saggio, che – come Maria Santissima – medita la Parola, mettendo subito in pratica ciò che viene richiesto.
Viviamo la grazia della Nuova Alleanza e imitiamo le virtù dei Santi dell’Antica Alleanza.
Lavoriamo come Famiglia Lanteriana perché si riconosca l’opera dello Spirito di Dio sulle tracce fangose delle strade della storia umana e preghiamo l’Unico Signore – desideroso che “tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1 Tm2,4) – che tutti i figli di Abramo si riconoscano nell’unica Via, la Misericordia del Padre.
Signore, Dio della mia vita, in passato hai compiuto grandi prodigi: hai donato una discendenza ad Abramo, hai liberato Israele dalla schiavitù dell’Egitto, hai soccorso il Tuo popolo quando era nel bisogno; mandando Tuo Figlio, Gesù, in mezzo a noi hai guarito gli ammalati, hai perdonato i peccatori … fa’ che ricordi sempre che Ti fai vicino a chi soffre ed ha bisogno di Te e vieni in mio aiuto.
Riaccendi in me la speranza perché, guardando ai prodigi che in passato hai compiuto, rammenti che, per la Tua fedeltà, anche oggi compirai prodigi.
Per l’intercessione di Maria Santissima, di san Giuseppe e del ven. Pio Bruno Lanteri, insegnami a guardare con fiducia al mio futuro, sicuro che cammineremo sempre insieme, fianco a fianco; aiutami a scoprire la Tua presenza, nelle diverse esperienze che ogni giorno faccio, aumenta la mia fede e fa’ che comprenda che, in ogni cosa, si nasconde e si rivela il Tuo Amore.

 

Articolo tratto da: Myriam  "Nuova ed eterna Alleanza" (n. 1 del 2021)

In papa Francesco l’alleanza con Dio è il fondamento di una sana e costruttiva alleanza con l’umanità e con la terra.

Alleanza con Dio
Prima ancora che l’uomo cerchi Dio, è Dio che ha cercato l’uomo, che si è rivelato a lui e ha stretto alleanza con lui. L’alleanza, dunque, è anzitutto un dono divino. Sgorga dal desiderio eterno di Dio che ha accompagnato la creazione dell’universo e della creatura umana che ne è il vertice: desiderio di salvarlo ed elevarlo alla vita divina in Cristo (cfr. Ef 1,4-5), di introdurlo cioè nella circolarità eterna dell’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. In questa prospettiva la Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II così afferma: «La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio» (n. 19). L’uomo si realizza pienamente solo tendendo a questo fine esistenziale, vivendo la sua esistenza, nella varietà degli ambiti di vita, già davanti a Lui, in «santità di vita», come «figlio adottivo» (Ef 1,5) in Cristo.
È Dio stesso che, desiderando il vero bene della sua creatura, si è impegnato a stringere alleanza con l’uomo. Lo ha fatto con Abramo, sottraendolo da una realtà familiare di morte, ponendolo in cammino con una promessa di vita: un nome grande, una discendenza, una terra…; promessa confermata dalla solenne alleanza con il patriarca narrata in Gen 15 e riconfermata da Dio più volte. Dio è fedele. Giustamente papa Francesco, commentando il Salmo 105, afferma: «Il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza. […] Il Signore non dimentica, non dimentica mai. Sì, dimentica soltanto in un caso, quando perdona i peccati»(Omelia 2.4.2020).
Quest’alleanza storicamente si è ampliata sul Sinai: da alleanza con una persona ad alleanza con un popolo, Israele, che egli ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto perché possa essere un popolo sacerdotale in mezzo a tutti i popoli della terra. Infine in Cristo si compie la «nuova alleanza» (cfr. Lc 22,20) sigillata con il suo sangue sulla croce.
Il Papa stesso pone in relazione elezione, promessa e alleanza come tre dimensioni della vita cristiana: «Ognuno di noi è un eletto, nessuno sceglie di essere cristiano fra tutte le possibilità che il “mercato” religioso gli offre, è un eletto. Noi siamo cristiani perché siamo stati eletti. In questa elezione c’è una promessa, c’è una promessa di speranza, il segnale è la fecondità: Abramo sarai padre di una moltitudine di nazioni e … sarai fecondo nella fede (cf. Gen. 17,5-6). La tua fede fiorirà in opere, in opere buone… Ma tu devi osservare l’alleanza con me (cf. 17,9). E l’alleanza è fedeltà. […] Tu sei cristiano se dici di sì all’elezione che Dio ha fatto di te, se tu vai dietro le promesse che il Signore ti ha fatto e se tu vivi un’alleanza con il Signore: questa è la vita cristiana. I peccati del cammino sono sempre contro queste tre dimensioni: non accettare l’elezione e noi “eleggere” tanti idoli, tante cose che non sono di Dio. Non accettare la speranza nella promessa, andare, guardare da lontano le promesse, anche tante volte, come dice la Lettera agli Ebrei (cf. Eb. 6,12; Eb. 8,6), salutandole da lontano… e vivere senza alleanza, come se noi fossimo senza alleanza» (Omelia 2.4.2020)
Con questa consapevolezza il cristiano esprime nella preghiera lo slancio interiore, il desiderio del suo cuore: vivere gli impegni di ogni giorno illuminato e sostenuto da quel rapporto con Dio, Padre tenerissimo, che Gesù ci ha rivelato (cfr. Mt 6,7-9) – tanto da osare di chiamarlo in modo confidente Abbà, “papà” –. «Il cristianesimo – scrive papa Francesco – ha bandito dal legame con Dio ogni rapporto “feudale”. Nel patrimonio della nostra fede non sono presenti espressioni quali “sudditanza”, “schiavitù” o “vassallaggio”; bensì parole come “alleanza”, “amicizia”, “promessa”, “comunione”, “vicinanza”. Nel suo lungo discorso d’addio ai discepoli, Gesù dice così: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda” (Gv 15,15-16). Ma questo è un assegno in bianco: “Tutto quello che chiederete al Padre mio nel mio nome, ve lo concedo”!
Dio – continua papa Francesco – è l’amico, l’alleato, lo sposo. Nella preghiera si può stabilire un rapporto di confidenza con Lui, tant’è vero che nel “Padre nostro” Gesù ci ha insegnato a rivolgergli una serie di domande. A Dio possiamo chiedere tutto. Non importa se nella relazione con Dio ci sentiamo in difetto: non siamo bravi amici, non siamo figli riconoscenti, non siamo sposi fedeli. Egli continua a volerci bene. È ciò che Gesù dimostra definitivamente nell’Ultima Cena, quando dice: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Lc 22,20). In quel gesto Gesù anticipa nel cenacolo il mistero della Croce. Dio è alleato fedele: se gli uomini smettono di amare, Lui però continua a voler bene, anche se l’amore lo conduce al Calvario. Dio è sempre vicino alla porta del nostro cuore e aspetta che gli apriamo. E alle volte bussa al cuore ma non è invadente: aspetta. La pazienza di Dio con noi è la pazienza di un papà, di uno che ci ama tanto. Direi, è la pazienza insieme di un papà e di una mamma. Sempre vicino al nostro cuore, e quando bussa lo fa con tenerezza e con tanto amore.
Proviamo tutti a pregare così, entrando nel mistero dell’Alleanza. A metterci nella preghiera tra le braccia misericordiose di Dio, a sentirci avvolti da quel mistero di felicità che è la vita trinitaria, a sentirci come degli invitati che non meritavano tanto onore. E a ripetere a Dio, nello stupore della preghiera: possibile che Tu conosci solo amore?» (Udienza generale 13.05.2020).

Alleanza tra gli uomini

Se gli uomini sapranno riconoscere questo volto di Dio, saranno capaci di vivere – in questo mondo segnato da molteplici ombre e dalla mancanza di un progetto per tutti – quella fraternità e amicizia sociale che con forza papa Francesco rilancia nell’enciclica Fratelli tutti. L’alleanza con Dio trova espressione nell’alleanza con gli altri uomini – di ogni cultura e religione – per un mondo aperto alla giustizia e all’amore, per un mondo fraterno che sappia promuovere il bene comune e, all’interno di esso, quello dei singoli uomini. Ritorna anche qui l’idea che per giungere a ciò – all’alleanza – è necessaria – come ha fatto Dio – l’elezione: eleggere come amici i fratelli vicini e lontani per portare ad essi – nel cuore della fraternità – il “tu” dell’amico. L’amicizia sociale è una forma di amore ed è il frutto di quell’amore che ci spinge ad uscire da noi stessi per andare incontro agli altri, vicini e lontani: «La vera carità – scrive papa Francesco – è capace di includere tutto questo nella sua dedizione e, se deve esprimersi nell’incontro da persona a persona, è anche in grado di giungere a un fratello e a una sorella lontani e persino ignorati, attraverso le varie risorse che le istituzioni di una società organizzata, libera e creativa sono capaci di generare» (n. 165).
Per papa Francesco le dense ombre di un mondo chiuso sono numerose e prende in considerazione alcune tendenze che sono d’ostacolo alla fraternità universale: «la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero» (n. 13); la mancanza di un progetto per tutti, negando «con varie modalità, ad altri il diritto di esistere e di pensare» (n. 15); la cultura dello «scarto» di quelle persone che «non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili» (n. 18), il non rispetto dei diritti umani (n. 22), le «guerre, attentati, persecuzioni per motivi razziali o religiosi, e tanti soprusi contro la dignità umana» in molte regioni del mondo, «tanto da assumere fattezze di quella che si potrebbe chiamare una “terza guerra mondiale a pezzi”» (n. 25); «la solitudine, le paure e l’insicurezza di tante persone, che si sentono abbandonate…» (n. 28). Di fronte a tutto ciò – con l’aggravante delle pandemie e dei flagelli della storia (nn. 32-36), nonché delle migrazioni di un massiccio numero di persone che sfuggono alle guerre e alla povertà (nn. 37-41) –, urge il superamento di ogni forma di egoismo e di violenza in vista di una fraternità universale, urge un cammino di speranza per un mondo migliore: «la speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (n. 55).
Alleanza con la terra
Affinché si possa tendere – con passi concreti e coraggiosi – alla realizzazione di un mondo aperto e fraterno – anche con il prezioso aiuto delle varie religioni –, è necessario che venga salvaguardato l’ambiente nel quale viviamo. Sorge qui il grande tema dell’ecologia, ampliamente trattato da papa Francesco nell’enciclica Laudato sii. L’uomo non è un dominatore indiscriminato della terra, bensì il custode di essa per il bene di tutta l’umanità.
Ispirandosi ai testi biblici, che ci ricordano che «la cura autentica della nostra vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti con gli altri», l’enciclica ci chiede di partire dalle risorse, dalla terra, dall’acqua, dall’agricoltura e dal cibo, con un afflato ecologico che comprende anche l’uomo, scegliendo di non più tollerare le ingiustizie che perpetriamo – tanto alla natura quanto ai nostri fratelli e sorelle –. Ancora una volta si parla di alleanza: quella tra l’umanità e l’ambiente alla quale si deve impegnare la formazione nei vari ambiti educativi (scuola, famiglia, mezzi di comunicazione, catechesi, ecc): «solamente partendo dal coltivare solide virtù è possibile la donazione di sé in un impegno ecologico» (n. 211).
Anche qui l’alleanza tra l’uomo e la terra per una “cittadinanza ecologica” richiede una scelta: la «conversione interiore». Francesco cita Benedetto XVI: «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo perché i deserti interiori sono diventati così ampi», e conclude: «vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (n. 217). L’uomo, “rinnovato” nel proprio cuore sarà così capace di un’«ecologia integrale»: ambientale, economica, sociale, culturale, della vita quotidiana, che protegge il bene comune e sa guardare al futuro.

Articolo tratto da: Myriam  "Nuova ed eterna Alleanza" (n. 1 del 2021)

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