Sofferenze, malattie, incomprensioni, oscurità e quant’altro fanno parte dell’esperienza comune della vita umana. Noi credenti le affrontiamo alla luce della fede.
Il duplice esito della prova/tentazione
La prova/tentazione che porta al peccato
Spiegando la parabola del seminatore, Gesù descrisse, non senza amarezza, i cedimenti disastrosi dei credenti alla tentazione:
Quei [semi caduti] sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova/tentazione vengono meno. Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione (Lc 8,13-14).
Quindi, «nel tempo della prova/tentazione», alcune situazioni − come le preoccupazioni, le ricchezze e i piaceri spingono la persona al peccato. La tentazione è suscitata – in maniera più o meno diretta – dal diavolo, che è «il tentatore» per eccellenza (Mt 3,1; 1Ts 3,5), il quale - come leggiamo in Ap 12,9 - si dà da fare «sulla terra». Chi pecca lo fa perché, «con piena consapevolezza e deliberato consenso», cede alla tentazione del diavolo, il quale sa abilmente sfruttare la «concupiscenza» (Gc 1,14) − o bramosia − dell’uomo.
Perciò conclude risolutamente la Lettera di Giacomo: «Sottomettetevi a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà lontano da voi» (4,7).
La prova/tentazione che porta alla maturazione
I credenti in Cristo sperimentano anche un secondo tipo di peirasmós, di cui pure tratta la Lettera di Giacomo. È il peirasmós causato da una «tribolazione» (Rm 5,3). Essa, quando è affrontata con fede, «produce perseveranza; e la perseveranza [produce] una virtù provata (dokimē΄n)» (Rm 5,3-4), che ci aiuta a camminare più speditamente verso la comunione definitiva con Dio. Sulla scia dell’insegnamento di Cristo, Giacomo spiega: «Beato l’uomo che sopporta la prova/tentazione (peirasmón), perché dopo essere stato provato (dókimos), riceverà la corona della vita» (1,12). Effettivamente, lo scontro con la prova/tentazione spinge i credenti in Cristo a decidersi in maniera più consapevole per Dio. Li aiuta a superare il rischio di cedere a incoerenze e compromessi (cf Mt 6,24). Ne favorisce una presa di coscienza a riguardo del «tesoro» cui tengono maggiormente (6,21).
Cristo è stato perfezionato dalla prova
Restando fedele all’attestazione evangelica (cfr. Eb 2,3) la Lettera agli Ebrei dichiara che anche il Figlio fu «provato» e «tentato» (pepeirasménon) «in ogni cosa come noi», benché, diversamente da noi, egli non abbia mai peccato (4,15; cfr. 2,18). Venuto al mondo con il desiderio fondamentale di compiere la volontà salvifica di Dio (Eb 10,5-9) di guidarne tutti i figli alla gloria celeste (2,10), Gesù ha dovuto apprendere dalle sofferenze che ha patito che cosa significasse obbedire al Padre suo (5,8) «fino alla fine» (Gv 13,1; cfr. 19,30).
Ma è proprio così che Cristo è stato «perfezionato» nella sua umanità e, in particolare, nell’obbedienza filiale a Dio e nella solidarietà fraterna con gli altri uomini. Questo «perfezionamento» è stato l’esito positivo della prova/tentazione che Gesù superò, avendola sopportata e sofferta in modo autenticamente umano. Perfezionamento che avviene per ogni credente che, in unione con Cristo, affronta le prove superandole con la sua grazia.
Se il chicco di grano non muore…
C’è una frase di Gesù nel Vangelo di Giovanni che è illuminante: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo…» (Gv 12,24). La parabola, tratta dal mondo della creazione, sul chicco di grano, fecondo solo se cade e muore, e, in caso contrario, certamente sterile, indica il mistero della sua morte, momento di massima infecondità e solitudine, come condizione per portare “molto frutto” (v. 24). Se il Figlio non comunica la propria vita ai fratelli, «rimane solo»: l’unigenito (monogenés) rimane unico (mónos). Se non amasse i fratelli perderebbe la sua identità di Figlio che vive nell’amore che il Padre ha verso tutti i suoi figli. Lo stesso vale per ogni uomo creato in lui. L’egoismo è sterile; il seme che volesse conservarsi, resterebbe solo, e non comunicherebbe vita. Una vita che non si dona è morta.
In questa prospettiva capiamo che anche le tentazioni e le croci sono un’occasione per purificare il nostro cuore da quell’egoismo che ancora c’è in noi e, in positivo, ci rafforzano nelle virtù e rinsaldano la comunione con Lui: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,24-25). Nella fede, dunque, le affrontiamo come un’occasione per una più profonda purificazione e per un progresso spirituale! Un’occasione da non sciupare, da non perdere!
San Giovanni della Croce
Tra il 1575-1576 è fatto prigioniero dai Calzati di Avila perché ritenuto un disobbediente, ma è liberato poco dopo, per intervento del Nunzio di Madrid. Invece il 2 dicembre 1577 è preso e strappato nella notte dalla sua casetta presso il Convento dell’Incarnazione, delle Carmelitane di Avila, e condotto prigioniero nel convento dei Calzati a Toledo.
Vi giunge sempre di notte, bendato, forse l’8 dicembre e vi resterà fino al 17 agosto 1578. Conosciamo le condizioni disumane del suo carcere toledano e il pressing psicologico e spirituale esercitato su di lui con infinite astuzie. Leggiamo qualcosa di questa sua esperienza nel carcere:
Si trattava di un dormitorio riservato ai superiori di passaggio e lo si era provvisto di una latrina, un ridotto incavato nel muro, di sei piedi di larghezza e dieci di lunghezza. Nel mezzo ai metteva un bugliolo per le immondizie. Portato via il bugliolo, vi fu sistemato un pancaccio con due coperte sdrucite. Non vi era altra apertura tranne una feritoia nell'alto del muro larga tre dita, che dava non sull'esterno ma su un corridoio. Verso mezzogiorno essa lasciava penetrare un po' di luce, appena sufficiente perché il nostro prigioniero potesse recitare il breviario. In questa sordida tana egli fu rinchiuso, senza cappuccio né scapolare, in punizione per la sua disobbedienza. Aveva con sé unicamente il libro dell'ufficio divino. Lì egli subirà quella terribile serie di angherie che lo renderanno simile ai più grandi apostoli di Cristo: «Io mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo» (2Cor 12,10). Anzitutto un cibo micidiale: acqua, pane, sardine. Talora il carceriere gli portava gli avanzi della comunità. Tre volte la settimana, il lunedì, il mercoledì e il venerdì - grande festa! - usciva dalla sua prigione. Lo si conduceva nel refettorio dove gli ottanta monaci stavano mangiando. In ginocchio al centro del vasto locale l'infelice mangiava il suo tozzo di pane, bevendo acqua fresca. Al termine del pasto il priore cominciava la sua requisitoria. In quel religioso in carica si scatenava una passione avvilente.
- Sì, voi siete un ipocrita. Perché vi siete vestito di bigello? Perché andate a piedi scalzi? Guardatelo bene: egli vuole farsi passare per un santo! Eccolo lì, colui che ha portato lo scompiglio nell'Ordine e ci ha screditati tutti! Allora, falso monaco, pieno di orgoglio, che cosa rispondete?
Fra Giovanni rimaneva muto, come Gesù. Più irritato che mai, il padre Maldonado si infuriava maggiormente.
- Sei forse sordo! Non sai rispondere? Abbiamo forse bisogno di altre testimonianze? Su, frustatelo!
Gli venivano scoperte le spalle e, mentre recitava il Miserere, lunghe file di monaci gli davano la disciplina, a turno. Battevano forte, fino a far zampillare il sangue. Parecchi anni più tardi il santo conservava ancora le cicatrici di quei colpi di frusta, non del tutto rimarginate.
- In prigione fino a quando non si penta! - ordinava il Priore; e fra Giovanni sanguinante, barcollante per la spossatezza, risaliva attraverso il corridoio ghiacciato fino alla sua infame segreta. L'inverno, il terribile inverno toledano, prolungava i suoi assalti interminabili. Le dita dei piedi quasi congelate si spellavano per il freddo. Quando il cielo era coperto per l'intera giornata, il prigioniero rimaneva in un buio perpetuo perché la poca luce filtrante attraverso l'angusta feritoia non riusciva più a illuminare il suo fetido antro. A guisa di passatempo, alcuni frati venivano a bella posta a chiacchierare davanti alla sua porta nella sala adiacente.
- Certamente il padre Tostado, inviato dal nostro reverendo padre generale, distruggerà tutti i conventi della riforma. Quei nidi di calabroni! Certamente l'opera della Madre Teresa, quest'opera diabolica, scomparirà. Il nuovo nunzio, monsignor Felice Sega, lo ha decretato. Se il nunzio lo vuole, è segno che lo vogliono il papa e la Chiesa intera!
- Se si ostina non uscirà dalla prigione se non con i piedi in avanti. E non avrà sepoltura cristiana. L'ha dichiarato il priore al capitolo.
- Scomunicato, sarà seppellito con gli scomunicati.
Questa campagna di intossicazione volontaria finiva per turbare il santo. Mille domande lo tormentavano. Quella riforma del Carmelo, quell'opera santa perché aveva suscitato tanti nemici? Perché Dio, che sembrava all'inizio averla tanto benedetta, tutt'a un tratto si ritirava, abbandonandola ai suoi persecutori, ai suoi distruttori? Tuttavia, trascorse alcune settimane, nel carmelo di Toledo cominciò a formarsi un movimento di opinione. Novizi e studenti erano impressionati. No, questo fra' Giovanni non era né un intrigante, né un ribelle, né un incorreggibile. Novizi e studenti erano impressionati:
- Ci raccontino quello che vogliono, qui c’è l’evidenza egli è un santo!
Nel carcere Giovanni è rimasto un uomo libero. Sperimenta come la libertà non consiste nel fare quello che si vuole, ma nel volere quello che si fa. Si ammirava la sua pazienza, la sua dolcezza, la sua inalterabile serenità.
Non ha cercato o voluto il carcere, e ne fuggirà appena possibile, ma per il tempo che vi rimane, quello - un luogo immondo - è lo spazio di un appuntamento da non mancare, come lo fu Babilonia per gli ebrei, la croce per Gesù. Tanto più che i suoi carcerieri, verso i quali ha sempre parole di bontà, sono convinti di operare per il bene.
In quei nove mesi toledani - il tempo di una gestazione - egli non abdica alla propria intelligenza: pensa, immagina, crea, progetta e, quando gli è reso possibile, scrive. Le sue opere poetiche (circa 970 versi), in molte delle loro espressioni più alte e raffinate, risalgono a questo periodo.
Qui Giovanni della Croce ci appare nella sua autentica statura di discepolo del Signore. Non dobbiamo dimenticare che il percorso di Giovanni della Croce è stato lungo: è uno spirito provato, fin dalla più tenera infanzia. Le percosse della vita lo hanno lentamente forgiato, reso indomito. Lentamente si è trovato a non sottrarsi più a disagi, precarietà, emarginazioni, ma ad amarli. Diremmo che li preferisce come luoghi privilegiati per amare. Egli sa fin dall’adolescenza che il suo Signore abita il disagio: nel povero, nell’afflitto, nell’infermo, nel carcerato, in chi è solo, nell’angosciato.
Elabora le ferite del passato; non ne rimane prigioniero; impara, attraverso di esse, a proiettarsi con energie nuove verso il futuro.
Anche dal carcere toledano, come dalle privazioni precedenti uscirà ancor più temprato e ardente. Il suo vissuto testimonia che la croce guarisce, come il serpente elevato da Mosè nel deserto (cf Gv 3, 14), e rigenera.
Di cosa è stato privato nel carcere di Toledo? Sappiamo che gli fu lasciato solo il breviario, che poteva celebrare, a seconda della luce del sole che entrava da una minuscola feritoia. Gli hanno tolto i beni più preziosi: la Bibbia, che meditava anche viaggiando a dorso d’asino, l’Eucaristia, i colloqui con Teresa, la comunità degli Scalzi, la dolce amicizia dei più intimi, il ministero dell’accompagnamento spirituale e quello dell’annuncio della Parola, ma anche la natura che amava contemplare, lo studio di cui si nutriva, lo scrivere.
Per un uomo di relazioni intense come lui la pena più acuta è stato l’isolamento coatto, la privazione d’ogni contatto umano.
Egli mostra, non teoricamente, ma col proprio vissuto, la validità dell’antico principio, biblicamente radicato, che è fondamento del processo di santificazione di ognuno: i nostri ostacoli diventano i nostri veicoli.
Quali gli ostacoli conosciuti dal prigioniero di Toledo? Indubbiamente tutte le contrarietà che hanno accompagnato la sua esistenza, che egli ha elaborato come opportunità di grazia. Il nostro ostacolo è costituito anzitutto da ciò che noi siamo, dal fardello della nostra indole, storia, educazione, ferite non elaborate. Si diventa santi non contro, ma attraverso queste nostre realtà. L’ostacolo non è cancellato, ma trasfigurato: chiamandolo anzitutto per nome, riconoscendolo parte del progetto buono di Dio, credendo che la sinergia grazia-responsabilità è efficace nei suoi confronti.
Quando i Calzati lo catturano e lo trascinano bendato come loro prigioniero nella cella carceraria di Toledo, non si rendono conto che stanno facendo, in fondo, il suo gioco, che è il gioco di Dio. Non perché la vittima vi si sia prestata o tanto meno abbia cercato un simile gioco crudele, ma perché una peripezia in più è soltanto, pur con tutto il suo peso, una nuova occasione d’amore.
«Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?» chiede l’orante del Salmo 11. Il carcerato di Toledo risponde che può soltanto amare.
La dura prova della grande oscurità in Madre Teresa di Calcutta
L'oscurità che caratterizza una parte della vita di Madre Teresa di Calcutta si riferisce a un profondo e prolungato periodo di dubbio sulla fede, di sensazione di vuoto e di assenza di Dio. Nelle sue lettere, pubblicate nel libro “Sii la mia luce”, Madre Teresa descriveva la sua esperienza come un “vuoto e oscurità”. Nonostante questa lotta interiore, che le fece dire di non sentire più la presenza divina, ha continuato le sue opere di carità, nascondendo il suo tormento dietro un sorriso.
Madre Teresa fu capace di nascondere perfino alle sue stesse consorelle la sua vita più intima, la sua vita di rapporto con Dio e la profonda desolazione e prova interiore che visse per quasi tutta la sua vita.
Di quell’oscurità interiore che ella sperimentava, mentre tutto il mondo ammirava la sua raggiante gioia, Madre Teresa diede conto solamente ai suoi direttori spirituali, ordinando che poi distruggessero le sue lettere.
Che cosa successe realmente in Madre Teresa dopo aver dato il suo sì alla chiamata del Signore? Nell’anno ’42, cioè quando Madre Teresa era ancora nell’ordine di Loreto, cinque anni dopo i suoi voti perpetui, fece il voto di “non negare mai nulla a Dio”, sotto pena di peccato mortale. Quattro anni dopo, nel treno da Calcutta a Darjeeling ricevette l’ispirazione di iniziare la sua opera con i più poveri tra i poveri. Secondo quanto si deduce dalle sue lettere, tutto iniziò il 10 settembre. Gesù le parlò per mezzo di una locuzione interiore. Le chiese di uscire dall’ordine di Loreto e di iniziare il suo lavoro con i più poveri. Le prime parole che Gesù le disse si riferiscono al voto che ella aveva fatto quattro anni prima: “Non mi negherai questo? Te lo sto chiedendo... non ti rifiuterai di fare questo per Me”. Ovviamente non poteva rifiutare di fare ciò che considerava la volontà di Dio su di lei. Gesù continuò a parlare a Madre Teresa per vari mesi. Le ultime parole furono nell’agosto del 1947, in cui le disse: “Vieni, sii la mia luce, non posso andare da solo, essi (i poveri) non mi conoscono, e pertanto non mi amano. Tu, portaMi a loro. Quanto desidero entrare nei loro tuguri, nelle loro case oscure ed infelici!”. Così, dunque, Madre Teresa, che allora aveva 36 anni, sperimentò per vari mesi una profonda unione mistica. Ella dirà, parlando di quest’esperienza: “Semplicemente, Egli si diede a me in pienezza”.
Invece, nel ’49, cominciando l’opera che Gesù le aveva chiesto, inizia un periodo di profonda oscurità nella sua anima. Curiosamente, sembra che con l’inizio del servizio ai poveri sia calata su di lei un’oscurità opprimente, una grande prova interiore che la portò persino a dire: “C’è tanta contraddizione nella mia anima: un profondo anelito verso Dio, così profondo da far male, e una sofferenza continua, e con essa la sensazione di non essere amata da Dio, di essere rifiutata, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo... Il Cielo non significa nulla per me: mi sembra un luogo vuoto!”. Questa prova interiore ebbe in Madre Teresa delle caratteristiche particolari, poiché non fu una prova iniziale, una purificazione dell’anima, come è avvenuto in tanti santi, che l’avrebbe portata ad una profonda unione mistica dopo alcuni anni, ma fu invece il suo stato permanente fino alla morte.
In questi anni Madre Teresa ha parole che nessuno avrebbe sospettato in lei: “Dicono che la pena eterna che soffrono le anime nell’inferno è la perdita di Dio... Nella mia anima io sperimento proprio questa terribile pena del dannato, di Dio che non mi ama, di Dio che non sembra Dio, di Dio che sembra in realtà esistere. Gesù, ti prego, perdona le mie bestemmie”. Sperimenta la vertigine nella tentazione di poter di negare Dio: “Sono stata a punto di dire no... Mi sento come se qualcosa stesse per rompersi in me in qualsiasi momento”. E in un’altra occasione: “Prega per me, che non rifiuti Dio in quest’ora. Non voglio, ma temo di poterlo fare”.
Sente una solitudine impressionante, che sembra far vacillare persino la sua fede: “Signore mio Dio, chi sono io perché Tu mi abbandoni? [...]. Chiamo, mi aggrappo, amo però nessuno mi risponde, nessuno a cui afferrarmi, no, nessuno. Sola, dov’è la mia fede? Persino nel più profondo non c’è nulla, eccetto vuoto e oscurità, mio Dio”. Ma non è il dubbio che la assalta, ma la desolazione della sua anima, simile al grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Ciononostante, non si scoraggia nelle sue attività, ed è capace di scrivere alle sue sorelle: “Mie care figlie, senza sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo lavoro sociale, molto buono ed utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non parteciperebbe alla redenzione. Gesù desiderava aiutarci condividendo la nostra vita, la nostra solitudine, la nostra agonia e morte. Tutto questo Egli lo prese su Se Stesso, e lo portò nella notte più scura. Solo essendo uno di noi ci poteva redimere. A noi è permesso fare lo stesso: tutta la desolazione dei poveri, non solo la loro povertà materiale ma anche la loro profonda miseria spirituale devono essere redente e dobbiamo condividerle. Quando vi risulti difficile, pregate così: “Voglio vivere in questo mondo che è lontano da Dio, che si è allontanato tanto dalla luce di Gesù, per aiutarLo, per caricare su di me una parte della Sua sofferenza”.
Sempre senza venir minimamente meno alla sua fede e al suo desiderio di compiere la Volontà di Dio, afferma: “Gesù, ascolta la mia preghiera, se ciò Ti è gradito. Se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e la mia separazione Ti danno una goccia di consolazione, fa’ di me quello che vuoi, per tutto il tempo che desideri. Sono tua. Imprimi nella mia anima e nella mia vita le sofferenze del Tuo Cuore. Non guardare i miei sentimenti, non guardare neanche il mio dolore”. In un’altra occasione scriverà: “Se la mia separazione da Te permette che altri si avvicinino a Te e Tu trovi gioia e diletto nel loro amore e compagnia, voglio di tutto cuore soffrire ciò che soffro, non solo adesso, ma per l’eternità, se fosse possibile”.
Dalle lettere si deduce che quest’oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere piena di giubilo: “Oggi la mia anima è colma d’amore, di gioia indicibile e da un’ininterrotta unione d’amore”. Se a partire da un certo momento praticamente non ne parla più, non è perché la notte sia terminata, ma perché si è adattata a vivere in essa. “Ho iniziato ad amare la mia oscurità, perché adesso credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, dell’oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla Terra”.
Non solo purificazione
Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c’è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso S. Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta “via purgativa”, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva, proprio perché interviene dopo che queste anime hanno già toccato vertici di altissima contemplazione e unione mistica con Dio. Madre Teresa, come Padre Pio ed altri, erano convinti che si trattasse appunto di purificazione e pensavano che il loro “io” fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerli così a lungo in quello stato. Ma non era solo questo.
C’è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: la «partecipazione alle sofferenze di Cristo» (Fil 3,10) per la redenzione del mondo. Gesù nel Getsemani sperimentò per primo e per tutti la notte oscura dello spirito e in essa anche morì a giudicare dal grido dalla croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” Nella lettera apostolica Novo millennio ineunte, a proposito del “volto dolente” di Cristo, Giovanni Paolo II, scriveva:
«Di fronte a questo mistero, accanto all’indagine teologica, un aiuto rilevante può venirci da quel grande patrimonio che è la ‘teologia vissuta’ dei Santi. Essi ci offrono indicazioni preziose che consentono di accogliere più facilmente l’intuizione della fede, e ciò in forza delle particolari luci che alcuni di essi hanno ricevuto dallo Spirito Santo, o persino attraverso l’esperienza che essi stessi hanno fatto di quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica descrive come ‘notte oscura’. Non rare volte i Santi hanno vissuto qualcosa di simile all’esperienza di Gesù sulla croce nel paradossale intreccio di beatitudine e di dolore» (n. 27).
Queste anime sono rimaste attaccate a un Dio che non dava e non prometteva loro nulla, neppure il paradiso, sotto un cielo chiuso. Chi gli ha dato ad esse la forza di fare quello che hanno fatto: dimenticarsi di sé, pensare tutto il tempo agli altri, stringere al cuore lebbrosi, abbracciare moribondi, è solo quell’Essere che solo può operare senza essere visto perché è «più intimo e presente a noi che non noi stessi».
Il papa cita l’esperienza di S. Caterina da Siena e di Teresa di Gesù Bambino
«Nel Dialogo della Divina Provvidenza Dio Padre mostra a Caterina da Siena come nelle anime sante possa essere presente la gioia insieme alla sofferenza: “E l'anima se ne sta beata e dolente: dolente per i peccati del prossimo, beata per l'unione e per l'affetto della carità che ha ricevuto in se stessa. Costoro imitano l'immacolato Agnello, l'Unigenito Figlio mio, il quale stando sulla croce era beato e dolente”[1]. Allo stesso modo Teresa di Lisieux vive la sua agonia in comunione con quella di Gesù, verificando in se stessa proprio il paradosso di Gesù beato e angosciato: “Nostro Signore nell'orto degli Ulivi godeva di tutte le gioie della Trinità, eppure la sua agonia non era meno crudele. È un mistero, ma le assicuro che, da ciò che provo io stessa, ne capisco qualcosa”[2]» (n. 27).
Sappiamo che anche Madre Teresa è giunta a vedere la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il “Sitio” di Gesù sulla croce:
“Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l’eternità”»[3].
Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. La Novo millennio ineunte, abbiamo sentito, parla di un «paradossale intreccio di beatitudine e di dolore». Nel fondo dell’anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. S. Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa «è così grande, che solo è paragonabile a quella dell’inferno», ma che c’è in esse una «grandissima contentezza» che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso.
La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell’unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si “ingannava” sul suo conto, non la gente.
La interminabile notte di alcuni santi moderni ha, a mio parere, anche uno scopo “protettivo”. È il mezzo inventato da Dio per i santi di oggi che, come Padre Pio e Madre Teresa, vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d’amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l’isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti…
S. Paolo diceva: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne» (2Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l’ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. «Il dolore interiore che sento – diceva – è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente».
Anche questo accomuna Madre Teresa a Padre Pio. Un giorno Padre Pio, guardando dalla finestra la folla radunata sul piazzale, chiese meravigliato al confratello che gli stava accanto: «Ma perché sono venuti tutti questi?», e alla risposta: «Per lei, Padre», si ritirò in fretta sospirando: «Se solo sapessero…».
La nostra piccola notte
I mistici hanno qualcosa da dire anche a noi credenti di oggi. Non c’è bisogno di insistere sulla preghiera di Madre Teresa in tutti quegli anni passati nell’oscurità; l’immagine di lei in preghiera è quella che tutti abbiamo ancora davanti agli occhi. Una serie di bellissime preghiere sono tra le eredità più preziose che ella ha lasciato alle sue figlie e alla Chiesa.
Di Gesù l’evangelista Luca dice che «in preda all’angoscia, pregava più intensamente» (Lc 22, 44). È quello che si osserva anche nella vita di queste anime. Quando sperimentiamo la tentazione è importante non arrendersi e cominciare a omettere la preghiera per darsi al lavoro.
Nel tempo dell’aridità bisogna scoprire un tipo di preghiera speciale che la Beata Angela da Foligno definisce la preghiera forzata e che dice di aver praticato lei stessa:
«È cosa buona e molto gradita a Dio che tu preghi col fervore della grazia divina, che vegli e ti affatichi nel compiere ogni azione buona; ma è più gradito e accetto al Signore se, venendoti meno la grazia, non riduci le tue preghiere, le tue veglie, le tue buone opere. Agisci senza la grazia, come operavi quando possedevi la grazia… Tu fa’ la tua parte, figlio mio, e Dio farà la sua. La preghiera forzata, violenta, è assai accetta a Dio»[4].
Madre Teresa ha conosciuto anche lei questa preghiera: «Non so dirle quanto sono stata male l’altro giorno; c’è stato un momento in cui per poco non mi rifiutavo di andare avanti. Allora ho preso risolutamente il Rosario e l’ho recitato lentamente e con calma, senza né meditare né pensare a nulla»[5].
Il semplice rimanere con il corpo in chiesa, o nel luogo scelto per la preghiera, il semplice stare in preghiera, è allora il solo modo che resta per continuare a essere perseveranti nella preghiera. Dio sa che potremmo andare e fare cento altre cose più utili e che ci gratificherebbero di più, ma restiamo lì, consumiamo a vuoto il tempo a lui destinato dal nostro orario, o dal nostro proposito.
Nel tempo dell’aridità dobbiamo ricordare la dolcissima parola dell’Apostolo: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza…» (Rm 8,26 s). Tutto questo avviene per fede.
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[1] N. 78.
[2] Ultimi Colloqui. Quaderno giallo, 6 luglio 1897: Opere complete, Città del Vaticano 1997, 1003.
[3] Padre Brian Kolodiejchuk (a cura di), “Sii la mia luce”. Gli scritti più intimi della “Santa di Calcutta”, Rizzoli 2007.
[4] Il libro della Beata Angela da Foligno, ed. Quaracchi, Grottaferrata, 1985, p. 576 s.
[5] Padre Brian Kolodiejchuk (a cura di), “Sii la mia luce”, cit.