PERCHE’ ACCOSTARCI AL SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE?

Il sacramento della Riconciliazione è dono del Risorto: «Gesù disse loro: “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Detto questo alitò su di loro e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 20,21-23). Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita.

L’amore di Dio per me (non quindi una semplice introspezione psicologica) è condizione indispensabile per riconoscere il mio peccato. Riconoscere che certe mie azioni indirizzano la mia vita verso il fallimento (“peccare” etimologicamente vuol dire “prendere male la mira”, cioè “mancare il bersaglio”), e che con esse ho compiuto del male verso gli altri / verso la terra.

A differenza del fariseo che si ritiene giusto, più è vivo il rapporto con Dio più acuto sarà il senso del mio peccato e la costatazione che le sue vie non sono le mie vie, né i suoi pensieri i miei progetti (cfr. Is 55,8). Di fronte alla luce della sua parola e alle “esigenze” del suo amore, infatti, diveniamo capaci di leggere in profondità nel nostro cuore e d’intuire cosa si nasconde anche dietro le nostre “buone azioni” (cfr. immagine del vetro o della stanza illuminata dalla luce). Ecco perché i santi quanto più si sono avvicinati a Dio tanto più avevano consapevolezza di essere peccatori.

Tale umile riconoscimento è già principio di libertà; ricorro infatti con fede a Colui che ha vinto il peccato, che mi rende capace con il suo Spirito di vivere da figlio di Dio. Allora posso dire con San Paolo: «Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Io sono il primo dei peccatori, ma proprio per questo Dio ha avuto misericordia di me» (1Tm 1,12-26).

Il sacramento della Riconciliazione è un momento di grazia per riprendere il nostro cammino, consapevoli che – come ci ricorda papa Francesco nella Gaudete et exultate – ognuno per la sua via è chiamato alla santità (cfr. GE 10).

 

Il perdono offerto ai fratelli è condizione necessaria per ricevere il perdono divino

Vorrei ora fare un approfondimento sul sacramento della Riconciliazione a partire dalla richiesta che Gesù ci insegna nel Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Chiediamo sì che il Padre ci perdoni i nostri peccati, ma tale richiesta è strettamente legata ad una condizione: che anche noi di cuore siamo disposti ad offrire ai fratelli la misericordia.

Ricordiamo le parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto…» (Mt 10,8). Il perdono per noi è il motivo centrale della nostra vita, o il ritornello del nostro salmo responsoriale. Significa accorgersi con stupore che questo amore che va oltre il nostro merito ci è già venuto incontro tante altre volte in svariati modi.

«…gratuitamente date», continua Gesù. Se gratuitamente abbiamo ricevuto, è normale che diamo con la stessa gratuità, senza sentirci eroi, anzi, con la consapevolezza che per quanto diamo non pareggeremo mai il conto con quello che abbiamo ricevuto.

A questo riguardo ricordiamo l’episodio evangelico di Mt 18,21-35, quando Pietro chiede a Gesù: «Quante volte devo perdonare?» – E, credendo, di esagerare, aggiunge: «Fino a sette volte?». Gesù risponde: «Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre. Ed illustra la dinamica del “perdonato” che è chiamato a divenire a sua volta “perdonatore” con una parabola, quella del re che si è messo a fare i conti con i suoi dipendenti e il primo, che doveva essere un governatore di province, gli doveva una cifra enorme: 10.000 talenti[1]. Costui, pur ricevendo il condono di questo debito immenso, non sa condonare il collega che gli doveva solo cento denari - cioè una somma ridicola se confrontata con quanto gli è stato condonato -. Il punto focale della parabola sta nel “come”: colui che è stato perdonato avrebbe dovuto avere un atteggiamento di entusiasmo, di gioia, di contentezza tale da abbracciare il suo debitore e rinunciare ad esigere il credito. Io sono stato perdonato, nel senso che mi è stato dato un bene immenso che io non meritavo assolutamente: ciò che Dio ha dato a me è infinitamente superiore a quello che io posso dare ad un altro, proprio perché il perdono che mi è offerto dal Signore nel mio incontro di grazia nel sacramento della Riconciliazione supera ogni possibilità e, avendo la coscienza di aver ricevuto tanto, sarebbe normale una mia risposta ultragenerosa. Chi non vive con questa disponibilità nel cuore rende di fatto inefficace la potenza della grazia. Come disse papa Francesco in un’omelia, il Signore ci dice: «Io ti perdono, ma a patto che tu perdoni gli altri. […] Il perdono di Dio viene forte in noi, a patto che noi perdoniamo gli altri»[2].

 

Lo Spirito Santo ci rende capaci di relazioni nuove

Ritorniamo ora alla richiesta nel Padre nostro, ponendo però questa volta l’attenzione sulla prima parte: «Rimetti a noi i nostri debiti (ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα)…» (Mt 6,12).

È molto interessante il fatto che l’evangelista Matteo non adoperi esplicitamente la parola “peccato”, ma parli di “debito” (ὀφειλήματα). Non è solo un fatto lessicale; la ragione è più profonda, perché il concetto di debito indica un dovere, ed è problematico quando non c’è la possibilità di assolvere a tale dovere, quando l’entità da restituire supera le mie forze economiche. Mi spiego. Se un amico mi presta cinquanta euro ho un debito con lui, il debito è irrilevante, poiché appena ricevo lo stipendio gli restituisco tale somma. Il problema si presenta quando la restituzione è più impegnativa. Ad esempio, ho comprato un appartamento e ho fatto un mutuo molto grande, mi sono impegnato facendo i conti con quello che avevo e con quello che potrei guadagnare. Poi succede l’imprevisto: perdo il posto di lavoro. A questo punto mi resta il grosso debito e non ho più la possibilità di pagarlo. Perdo la casa? Come faccio a pagarlo? Questo è un debito grosso ed è un problema, devo e non posso, mi gioco la vita.

Il problema, quindi, che evidenzia la richiesta «rimetti a noi i nostri debiti», è proprio il contrasto fra “devo” e “non posso”. Il debito allora diventa un’immagine per indicare il peccato sotto una prospettiva molto interessante che merita attenzione. In genere noi siamo abituati a presentare il peccato come una cosa “in più”, cioè un’azione, un fare sbagliato, un comportamento errato che ha “macchiato”, contaminato la mia vita. La macchia è un elemento che si aggiunge al vestito ed esige un intervento di pulizia per riportare l’abito alla bellezza iniziale. L’immagine del debito, invece, non va in questa direzione: il debito è qualcosa che richiama una mancanza, qualcosa “che non c’è” (cioè i soldi per pagarlo). A livello esistenziale, personale, il “debito” indica una mia incapacità, una mia impossibilità, un vuoto, una privazione, una situazione di impotenza: quindi non è “un più” (come nell’immagine della macchia) ma è “un meno”.

Di conseguenza rendere una persona in grado di poter “rimettere il debito” vuol dire dargli la possibilità di fare ciò che avrebbe dovuto fare e che non ha fatto perché ne era impossibilitato. Se io mi trovo in quella situazione drammatica di chi aveva contratto un mutuo molto grosso che non riusciva più

a pagare, il “rimettere il debito” è reso possibile da qualcuno che mi dia quella somma.

Se quindi in questa prospettiva il peccato viene presentato nell’ottica della mancanza, dell’incapacità, ho bisogno di un intervento divino che mi liberi dalla schiavitù dell’impotenza e del peccato, donandomi la libertà di vivere nel bene[3].

Ci potrebbe a questo punto utile rileggere l’episodio evangelico riportato in Lc 7,36-50: una donna peccatrice entra durante un banchetto in casa di un fariseo, bagna con le proprie lacrime i piedi di Gesù e poi li asciuga con i capelli. In quella scena il fariseo, di nome Simone, pensa fra sé: «Gesù non è un profeta; mi aveva dato una buona impressione, ma, in realtà, si lascia toccare da una donna del genere. Se fosse un profeta saprebbe che razza di donna è, e l’avrebbe mandata via». Simone si trova a disagio, non si aspettava l’intrusione di questa donna e non osa mandarla via. Dovrebbe essere Gesù a mandarla via. Il fatto che Gesù la lascia fare ai suoi occhi non è un segno positivo. E mentre sta rimuginando a queste cose, Gesù lo interpella dopo avergli raccontato la storia dei due debitori verso un unico debitore (vv. 41-42), uno di cinquecento denari e l’altro di cinquanta, che vedono condonato il loro debito. Gesù, con l’arte del narratore pone la domanda in modo tale che sia l’ascoltatore stesso a dare la risposta, a formulare il giudizio senza sapere che si sta giudicando: «Chi dunque di loro lo amerà di più?». La parabola serve a questo, a far emettere un giudizio disinteressato, perché quando uno è compromesso in un problema vede le cose dalla propria parte; quando invece ragiona in modo obiettivo, al di sopra delle parti, riesce a intuire più facilmente la verità. Simone infatti risponde in modo corretto: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». E Gesù gli dice: «Hai giudicato bene. (…) Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi». Lei è la protagonista di questa parabola insieme con te, ma colei che ha amato di più è proprio lei non tu. Per questo… le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (vv. 43-47).

Evidentemente con queste parole finali Gesù non ci incita a peccare per poi sperimentare la misericordia divina; piuttosto ci sta facendo notare che è determinante la coscienza della propria incapacità. Quando, infatti, abbiamo il coraggio di guardarci bene dentro e di conoscerci sul serio, di fare un approfondimento della nostra psiche, delle nostre motivazioni profonde, se non rimaniamo in superficie ritenendo che siamo buoni come siamo, se riusciamo veramente ad esaminare il lato oscuro di noi stessi,  troviamo che – insieme alla buona volontà alimentata anche dall’azione dello Spirito –  ci sono ancora atteggiamenti del nostro istinto, delle nostre inclinazioni che hanno una radice negativa; aspetti negativi che fanno parte di noi e che non riusciamo a superare. Vorremmo, ma non possiamo, perché sono più forti di noi. Questa è la realtà del peccato – o, meglio, quella «inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza» (CCC 1426) – che non riusciamo ad estirpare e che continuiamo ogni giorno a lottare.

Alla luce del sole divino hanno visto tutti i santi hanno preso coscienza di questa realtà negativa, profonda, che solo Dio può vincere. Ecco perché – pensando in particolare a San Giovanni della Croce – è necessario l’intervento ricreatore di Dio. Si tratta di un’opera più impegnativa di quella di togliere una macchia; si tratta infatti di ricostruire il mio cuore, di rifarlo nuovo. La richiesta al Signore, al Padre nostro che è nei cieli, di rimettere i nostri peccati riguarda proprio questa opera di creazione dell’uomo nuovo già annunciata dai profeti (cfr. Ez 11,19; 36,25) che è già iniziata con il sacramento del Battesimo, ma deve essere portata a completamento mediante la purificazione di quelle inclinazioni negative che ho nel cuore (ed è meglio che ciò avvenga ora piuttosto che attendere il purgatorio!). Allora il per-dono è l’“iper-dono” che supera il vuoto e il limite e costruisce in me quella capacità che non avevo di vivere io stesso il dono verso fratelli, di rimettere i loro debiti.

Quando Gesù nella parabola sopra citata della peccatrice perdonata parla dell’amore di colui al quale è stato condonato di più, sta anche parlando dello Spirito Santo come causa e fine del perdono: è lo Spirito Santo, l’amore di Dio, che trasforma il nostro cuore e mi rende capace di amare. Quando chiediamo al Signore che rimetta i nostri debiti, quando facciamo nostra l’invocazione del salmista: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50,12), implicitamente chiediamo lo Spirito Santo creatore, chiediamo che Lui, che ha creato i nostri cuori, li rinnovi con il suo Spirito. Con lo Spirito che scende su di noi nel sacramento della Riconciliazione.

La grazia che si riceve accostandosi frequentemente ai sacramenti

Riguardo all’azione dello Spirito che nel sacramento della Riconciliazione opera la trasformazione del nostro cuore desidero citare alcuni testi significativi.

- Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia (2.12.1984) così scrive: «Il ricorso frequente al sacramento - a cui sono tenute alcune categorie di fedeli - rafforza la consapevolezza che anche i peccati minori offendono Dio e feriscono la Chiesa, corpo di Cristo, e la sua celebrazione diventa per loro “l'occasione e lo stimolo a conformarsi più intimamente a Cristo e a rendersi più docili alla voce dello Spirito” (Ordo Paenitentiae, 7b). Soprattutto è da sottolineare il fatto che la grazia propria della celebrazione sacramentale ha una grande virtù terapeutica e contribuisce a togliere le radici stesse del peccato» (n. 32).

- Il Catechismo della Chiesa Cattolica raccomanda: «Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito» (CCC 1458).

- Infine nel Rito della Penitenza ritorna più volte il “cuore nuovo” :

nella Parola di Dio proposta dal Rito: Ez 11,19-20: «Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro»;nella 6 a preghiera del penitente prima dell’assoluzione che recita così: «Signore Gesù, che sanavi gli infermi e aprivi gli occhi ai ciechi, tu che assolvesti la donna peccatrice, e confermasti Pietro nel tuo amore, perdona tutti i miei peccati, e crea in me un cuore nuovo, perché io possa vivere in perfetta unione con i fratelli e annunziare a tutti la salvezza»;ugualmente nella 8a formula il penitente dice: «Signore Gesù Cristo, Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, riconciliami con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lavami nel tuo sangue da ogni peccato e fa’ di me un uomo nuovo per la lode della tua gloria».

Questa grazia terapeutica del sacramento della Riconciliazione, inoltre, è in rapporto anche con la frequenza con la quale ci accostiamo al sacramento. Ricordiamo che la confessione frequente è una pratica raccomandata dal Magistero della Chiesa.

Così, ad esempio, nella Mystici Corporis di Pio XII (29.06.1943) si legge: «Noi ci teniamo a raccomandare vivamente questo pio uso, introdotto dalla Chiesa sotto l’impulso dello Spirito Santo, della confessione frequente, che aumenta la vera conoscenza di sé, favorisce l’umiltà cristiana, tende a sradicare le cattive abitudini, combatte la negligenza spirituale e la tiepidezza, purifica la coscienza, fortifica la volontà, si presta alla direzione spirituale, e, per l’effetto proprio del sacramento, aumenta la grazia».

Paolo VI nella Gaudete in domino (9 maggio 1975) afferma: «Sulla scia della migliore tradizione spirituale, noi ricordiamo ai fedeli e ai loro pastori che l’accusa delle colpe gravi è necessaria, e che la confessione frequente è una sorgente privilegiata di santità, di pace e di gioia» (Gaudete in Domino, 9 maggio 1975).

Infine poche righe sopra abbiamo citato il n. 32 della Reconciliatio et paenitentia di Giovanni Paolo II dove si parla dei frutti del “ricorso frequente al sacramento”.

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[1] Il talento era l’unità di misura più grande del tempo. Esso equivaleva a 6.000 denari, cioè al salario di 6.000 giornate lavorative di allora (cfr. Mt 20,2: un denaro al giorno è la somma che il padrone della vigna dà agli operai chiamati a giornata).

[2] Francesco, meditazione mattutina nella cappella Santa Marta del 6.3.2018.

[3] Non si tratta qui della teologia del “prezzo” pagato da Cristo!

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